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09/12/2016

Farnesina 7 dicembre

Ferve in questi giorni l’opera degli spegnitori del falò democratico accesosi nel fatidico 4 dicembre della caduta del giovane Renzi. Eppure in quest’azione meritoria e obbligata non figura alcun tema di sostanza eccezion fatta per il totem della cosiddetta “Legge di stabilità…” (= bilancio). Di temi concreti per il Paese manco una parola e – men che meno – sulla politica internazionale.  Materia non solo ritenuta secondaria ma per di più riservata a un inesistente – ma reale – “Cabinet du Roi” e, dunque, sottratta allo scrutinio democratico e d’opinione.In breve, non è che il Paese non abbia una sua politica estera, è che sempre più viene sottratta agli occhi “innocenti” del Parlamento e dell’opinione pubblica.  Perché?

Eppure in uno dei dibattiti fiume televisivi sul referendum “renziano” almeno una voce si era levata (l’economista professor Giulio Sapelli) – senza essere contrastata da alcuno dei presenti – per richiamare l’attenzione sul fatto che,  nel vuoto pneumatico dell’era renziana, la politica internazionale dell’Italia era profondamente mutata. Senza dirlo… anzi cercando di distogliere la già scarsa eco nel dibattito nazionale. Il capo della diplomazia italiana – il già ottimo Paolo Gentiloni – sembrava molto occupato tra incontri ad alto livello (Kerry, Lavrov) e la solita routine delle gite all’aeroporto di Ciampino ad accogliere i vivi e i morti: ovvero la routine della celebrata Unità di crisi. A questo era ridotta (apparentemente) la diplomazia italiana. Salvo che, come ha forse ingenuamente notato il prof. Sapelli, nella pluralista (o disattenta…) televisione di Stato sotto il regno renziano vari spostamenti “epocali” sono stati finalizzati.


Archiviata senza fatica la diplomazia dei contenuti (es.: multilateralismo versus bilateralismo) la prediletta geopolitica era tornata a dominare la scena… Per di più finalizzando una revisione di 180 gradi per quanto concerne il Vicino Oriente. Cioè il nostro focolaio “domestico” di instabilità.  Nota Sapelli con qualche semplificazione: eravamo filo-arabi ed ora siamo filo-israeliani. Anzi – diremmo noi – filo-Netanhyau. E, dunque, perfino ante-marcia “Trumpiani”. Gli indizi c’erano già tutti: la nota ”venerazione” renziana per il Rabbino di Firenze, la scelta dell’israeliano-statunitense Yotmar Gutgeld (già trasformato dal preveggente Bersani con un colpo di bacchetta magica in cittadino italiano e parlamentare della Repubblica… voilà…) come potente suggeritore degli 80 euro elargiti per lubrificare il consenso… Eccetera, eccetera.

La logica “compradora” per cui un funzionario internazionale McKinsey viene travestito da italico patriota era sfuggita ai più, ma marcava da subito il “patriottismo” renziano.  Italia si’, ma come colonia modello di una globalizzazione a senso unico.  E, del resto, con uno sponsor come Sergio Marchionne che c’era da aspettarsi?  E sarebbe questa la “nuova” Italia?   E allora perché non reclutare come Ambasciatore a Washington il simpatico (per davvero) Lapo Elkann.   Probabilmente piacerebbe a Trump e lo distoglierebbe dalle provocazioni alla Cina… Il resto – più che a Gentiloni – veniva affidato al cerchio magico insediatosi a Palazzo Chigi oppure – in minima parte – ai tronfi soliloqui della Ministrona  della guerra.

E, così, all’indomani della telefonata di solidarietà di Nethanyiu al povero Renzi, eccoci al momento zero del nostro “che fare” internazionale. Di più meno male che ci sono Papa Francesco e il suo Segretario di Stato Parolin che non solo conoscono il mondo ma – per quanto possibile – cercano di tenerci fuori dai guai.  O almeno - come stupidamente si ripete – tengono l’Italia (e il Vaticano) in una qualche “sicurezza”.

Ma sia detto per inciso e in attesa che anche a Roma capiscano che si è aperto uno scontro globale per ammazzare definitivamente il multilateralismo e la sovranazionalità concertata, non è che la questione irrisolta della nostra politica internazionale si ferma qui. Un solo esempio: il funesto – e vergognoso – caso Regeni non potrà essere circoscritto all’infinito al minuetto Roma/Cairo aperto dalla fuga dall’Egitto della (ex) Ministra Guidi e dalla vergognosa intervista “ad audiendum” del neo Direttore di Repubblica Calabresi al dittatore Al Sisi al Cairo e neppure dal premio di “consolazione” conferito con la Rappresentanza a Bruxelles all’ex Ambasciatore al Cairo – tal Massari – “stanco” di sabbie… e asseritamente (sempre secondo i turiferari di Repubblica) bisognoso del fresco umido bruxellese. Dopo i “successi” dell’Accordo ENI e del (non) salvataggio Regeni.

Ma d’altro canto potrebbe essere un errore – di questi tempi – assimilare tutti gli Italiani ai poveri genitori di Giulio.  A noi la “navetta cooperativa” Roma/Cairo non fa né caldo né freddo.  Anzi ci pare la prova provata dell’inconsistenza della diplomazia italiana.  Di più della sua politica estera. La quale è peraltro ormai del tutto “domestica” (come impatto e conseguenze) e non solo per la troppo celebrata opzione europea. E difficilmente vertici e celebrazioni di calendario potranno surrogare un’inconsistenza mascherata con cene di gruppo alla Casa Bianca e – finti – “incontri” romani. Affidati più che a diplomatici in pubblico servizio a volenterosi “tour operators” e “media consultants”.

Infine: anche qui i nodi dell’ipertrofico verbalismo renziano verranno al pettine.  Ne tengano conto i suoi successori e il capo (vecchio o nuovo) della Farnesina.

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Di Il Cosmopolita il 09/12/2016 alle 08:18 | Non ci sono commenti

12/10/2016

Italia: Eclissi della politica estera. Eutanasia della Farnesina.

Il “tourbillon” referendario scatenato dal premier Renzi (e già sottovalutato da una classe politica quantomeno disattenta nei trascorsi passaggi cruciali…) ha esplicitamente messo in quiescenza la politica estera nazionale. Questa, già ridotta ad un paio di dossier onnivori ed ormai più di politica “domestica” che di profilo internazionale e cioè l’Europa, le migrazioni e le guerre “dietro l’angolo”, è definitivamente scomparsa dal radar mediatico e dell’attenzione politica.

La Farnesina era già pronta a questa caduta verticale che chiude un ventennio di crisi profonda. Una crisi non solo di contenuti ma di “senso” (expertise, tradizione, conoscenze consolidate, capacità di intervento e – perché no – qualificazione dei quadri e delle strutture): i responsabili di questo accelerato declino sono a tutti noti e da anni li andiamo evidenziando… al punto che tra “tecnici” e “politici” non ci pare neppure necessario farne ancora una volta i nomi e ripeterne le responsabilità. Ciò era peraltro chiaro anche a livello della decisione politica… Fino al punto di ventilare la nomina a Ministro degli Esteri di una volenterosa e presenzialista stagista. Solo il decoro imposto dall’allora Presidente Napolitano installava nel “periferico” palazzone fascista della Farnesina un decoroso quadro della nomenklatura politica nazionale come Paolo Gentiloni. Ma – beninteso – con un preciso mandato: restare pazientemente nell’ombra, assistere compiaciuto alle piroette di un Presidente del Consiglio emblema vivente del Principio di Peter (vedasi), fare da zelante retroguardia a difesa della “meringa” mediatica destinata a soppiantare quel tanto che restava del profilo internazionale dell’Italia.

D’altro canto questo “tampone” non doveva – nelle intenzioni del Gabinetto Renzi – andare da nessuna parte ma, al più e come si sono accorti successivamente, “coprire” emergenze che non possono risparmiare un Paese esposto e subalterno come l’Italia.  Come avevamo previsto (nessun vanto….) questo stato di cose ha ridotto la Farnesina alla sua Unità di crisi, ovvero al “punto di contatto” in caso di ”disgrazie” che avvenissero nel “vasto mondo”. Niente intelligenza di fondo, men che meno spunti di progettualità. Ed anche per quanto concerne le “disgrazie” l’expertise si riduceva a quelle non “tossiche”: bene (si fa per dire) la giovane Soresin, male malissimo il giovane Regeni. Non vorremmo essere fraintesi: il punto è che la prima è caduta ad un concerto per un attentato terroristico riconoscibile, il secondo presenta l’assai marcato rischio di essere stato selvaggiamente massacrato all’interno di responsabilità (per noi “complicazioni”….) politiche. Nel primo caso Farnesina inappuntabile. Nel secondo fuga evidente da ogni reale coinvolgimento e – dio guardi – azione appunto politica.

C’è di peggio: la Farnesina, che non ha salvato né da vivo né da morto Giulio, ha compiuto una scelta “laterale” quanto meno di cattivo gusto: e cioè ha destinato seduta stante l’ambasciatore al Cairo (ritirato per evidenziare il nostro protocollare “malumore” per il comportamento del Governo egiziano) alla Sede più prestigiosa della carriera e cioè Bruxelles UE (che in precedenza era andata ad un astro della fantasia renziana, tal Calenda). Qui il punto è duplice: promosso l’amb. Massari dal Cairo a Bruxelles per – appunto – non aver salvato Giulio né da vivo, né da morto? O c’è dell’altro? Tanto più che a pochi metri di distanza (Ambasciata in Belgio) era disponibile uno dei diplomatici più competenti di affari europei. Troppo competente l’uno, troppo meritevole di riconoscenza l’altro?

Come diceva entrando al Viminale decenni or sono il Presidente emerito Napolitano: “giudicheranno gli storici”….   Intanto sul caso Egitto si ammassa il massimo di ambiguità e figuracce. Incluse le missioni (fuori da ogni tradizione ed uso “diplomatico”…) del Procuratore di Roma. Certo non sua colpa, ma un quadro di confuse (solo?) relazioni diplomatiche tipico di tutta la politica estera del Governo Renzi. Renzi stesso passa più tempo negli Stati Uniti e magari in Israele che in Italia… quasi non fossimo noi italiani i suoi “datori di lavoro”.  Ci si permetta un boh…

Questo quadro di volontaria eclissi (e varia subalternità…) spiega l’evanescenza del profilo internazionale dell’Italia.  D’altro canto se il Colosseo è Tod’s, la scalinata di Piazza di Spagna è Bulgari, i militari italiani vengono spediti come gli Inglesi facevano con i “gurkha” nepalesi e senza che il Parlamento ne abbia adeguata contezza, come stupirsi del “maneggio” che si fa delle nostre relazioni internazionali. E, dunque, bene, anzi ottimo, lo svaporare della rete diplomatico-consolare e la dissipazione dell’”intelligenza” al centro.

Purtroppo – come si sa – il diavolo fa le pentole ma non i coperchi – e così i fiaschi si succedono ai fiaschi.  La “gita” a Ventotene e l’abborracciato ed inesistente triumvirato italo (sic) franco tedesco nella UE nato morto in 24 ore. La piroetta filo-americana (“perinde ac cadaver) che viene ricompensata con una cena alla Casa Bianca (con o senza Marchionne?).  E così via. Questa non è la politica estera di un grande Paese, nemmeno di una media “Potenza”…,  perché – ahinoi – ancora di questo si tratta nell’epoca di un’orba globalizzazione.                                      

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Di Il Cosmopolita il 12/10/2016 alle 15:21 | Non ci sono commenti

14/07/2016

Terra incognita

Il Post Brexit avrà tempi e “decorso” non facile, non univoco e comunque di durata imprecisata e imprevedibile. La scelta dei Conservatori inglesi, per una nuova possibile “Lady di ferro”, con Theresa May non va al di là di un incongruo ottimismo di facciata. Mai come questa volta il concetto di “Terra incognita” ha un senso ben preciso: è, infatti, qui che stiamo. E non solo come europei.

Per l’Italia si apre evidentemente una fase nuova. E non soltanto per il mantra comunitario, bensì per l’intera politica internazionale. Paletti e parametri sono già saltati. E siamo solo all’inizio…

Aspettarsi un miracolo o una veloce disibernazione è evidentemente fuori posto. “Saltare” sull’ALLETTANTE FANTASIA DEL TRIUMVIRATO FRANCO-TEDESCO-ITALIANO è stato un riflesso condizionato. Il difficile viene adesso. Il Governo Renzi è subito partito a gran velocità sul binario sbagliato e più illusionistico: il meeting di Milano col suo pupillo il neo-Sindaco Sala è prova di questo congenito dilettantismo: poiché Londra non sarà più la porta finanzia d’Europa perché non mettere il sedere italiano al posto? Detto fatto, meglio detto e proclamato: si torna – qualche centinaio di anni dopo – a “Lombard Street”… Peccato che non siamo più agli albori del Rinascimento. Quando il Monte dei Paschi di Siena era una delle prime banche al mondo…. Ed ora una delle ultime.

Chiusa questa parentesi di puro folklore, passiamo al nocciolo, ai punti dolenti di una configurazione che è ormai definitivamente saltata e le cui chiavi risolutive non sono certo in mani italiane. Neppure ora che il “lavorare di rimessa” pare l’unica soluzione viabile. Alla crisi della Gran Bretagna (che non si sa dove finirà…) si aggiunge quella dell’accomandatario del seggio inglese a Bruxelles, gli Stati Uniti: qui le uova del serpente Trump si sono schiuse nell’esplosione di una guerra civile che potrebbe non limitarsi all’orizzonte razziale.

L’equilibrio in Europa – per insoddisfacente che sia – è dunque saltato. E così le prospettive regionali. Tanto più in una fase elettorale tedesca che certamente non scongelerà l’immobilismo di Berlino. Il punto di fondo rimane però altro (già messo indirettamente in luce dal voto inglese) ovvero l’inconsistenza della cornice “nazionale”. In breve il brutale e stolido riproporsi di vincolo geopolitico di pura facciata: quello degli Stati Nazionali . Tutti morti, anche se – grazie al sostegno della loro armatura continuano a galoppare. Verso il nulla…. Come trionfalmente fa ipercinetico Matteo Renzi.

 

Insommma “fata pendent” e, forse, meglio che niente è un aperitivo a Milano invece che nella City. Ormai per sempre “off lmits”.

 

 

TAG may brexit ue europa unione europea

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Di Il Cosmopolita il 14/07/2016 alle 10:28 | Non ci sono commenti

11/05/2016

Il vortice: Farnesina nomine al frullatore.

Nel giro di pochi mesi cambia tutto a Bruxelles perché tutto torni come prima. Il Governo decide di sistemare altrove il Rappresentante Permanente presso l’UE perché lo reputa poco combattivo nel momento in cui bisogna fare la faccia feroce. E d’altronde chi conosce Sannino sa che la faccia feroce proprio non ce l’ha. Al suo posto si nomina un politico di complemento. Calenda prende tempo prima di atterrare a Bruxelles. Promette novità sull’onda della novità del suo profilo. E’ dall’immediato dopo guerra che l’Italia non nomina un ambasciatore estraneo alla carriera diplomatica. Sconcerto nella Casa, lettere e petizioni e messa in mora dei vertici per non avere tutelato a sufficienza la professionalità del diplomatico.

Bella parola, la professionalità, che a volte se non spesso non va assieme alla parola carriera. La carriera segue percorsi propri. Ma nel momento dell’offesa all’onore tutto fa brodo. Si fa buon viso a cattivo gioco. I diplomatici, usi ad obbedir tacendo, si mettono a disposizione del nuovo Rappresentante Permanente per lenire la sua comprensibile apprensione nel fronteggiare un compito impari per chiunque non abbia esperienza di cose brussellesi.

Il Palazzo Justus Lispius è la vera dimora del Rappresentante Permanente, che non conosce orari di pausa né giorni di festa. Qualsiasi crisi nel mondo ha il suo riflesso a Bruxelles, per non parlare dell’ordinaria gestione che impone riunioni perenni anche su punti apparentemente minori quali le decisioni di procedura. Non certo l’ambiente adatto a chi è aduso ai riti romani.

Qualcuno scommette sulla capacità del nuovo RP di resistere a Bruxelles, che oltretutto è città piovosa e freddina anche quando a Roma spira l’idea del ponentino e si va tutti a Sabaudia. Chiunque avesse scommesso davvero, avrebbe perso la sfida: il nuovo RP diventa “vecchio” nel volgere di un mesetto e poco più. Si libera l’incarico di Ministro ed ecco la chiamata a Via Veneto. Alla Rappresentanza pensiamo dopo. Quella che era scelta epocale in inverno, diventa caduca in primavera. A Bruxelles torna un diplomatico di carriera dopo la breve parentesi del tecnico – politico. Tutto bene quel che finisce bene. La Carriera ne esce rinfrancata nell’onore. L’UE neppure s’è accorta del rapido passaggio di consegne.

Si premia la professionalità? Senza nulla togliere al prescelto, che qualità ne ha, ci stava qualcuno in zona candidature che aveva il profilo del comunitario d’annata, uno capace di recitare il Trattato a memoria avendone scritto alcune parti. Il qualcuno, che pure la stampa accreditava di qualche chance di successo, non ha prevalso neppure stavolta, altre essendo le logiche delle nomine. Aveva probabilmente della zavorra extra professionale nella scarsella. La professionalità, quanto meno quella comunitaria, può attendere.

TAG diplomatico rappresntante permanente ue ue

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Di Il Cosmopolita il 11/05/2016 alle 17:36 | Non ci sono commenti

12/02/2016

La moda della sicurezza.

Bisogna aspettare che un fenomeno diventi di moda per occuparcene in maniera seria e concreta. La sicurezza internazionale soltanto qualche tempo fa era affare esoterico di alcuni specialisti. Peggio: a parlarne nei circoli progressisti rischiavi di essere tacciato di militarista, di chi non mette i fiori nei propri cannoni, tanto per parafrasare la vecchia e ingenua canzone sessantottina. Ora tutti a chiedere sicurezza contro tutti. Il DAESH incombe in un’area di Nord Africa e Golfo che produce idrocarburi, e dunque energia vitale per le nostre economie. Infiltra e assolda combattenti che si addestrano in situ e poi riportano indietro le competenze. Masse di migranti, spinti da ragioni politiche e più spesso economiche, si muovono verso il continente in cerca di riparo. Sicurezza in questo caso significa prevenire gli afflussi, assistere quelli che arrivano, rimpatriare quando ci si riesce chi non ha titolo.

La migliore sicurezza sta nella prevenzione. La migliore sicurezza sta nel comprendere che vi è contiguità fra politica estera e politica interna e che ambedue sono letteralmente impastate di politica europea. Nessuno stato membro da solo può fronteggiare fenomeni di questa portata. La solidarietà comunitaria, che prima era declinata in termini di coesione economica e sociale, oggi acquisisce una nuova valenza. Se restiamo stretti gli uni agli altri abbiamo qualche possibilità di resistere alle sfide e di uscirne forse vincenti. Se ci disperdiamo in cerca dell’interesse nazionale, questo mito dello stato sovrano assoluto, allora la globalizzazione del rischio ci travolge.

Può apparire un discorso al limite dell’apocalittico. Non è solo frutto di un’elucubrazione intellettuale, è dibattito corrente in seno agli ambienti europei più avveduti. La disintegrazione dell’Unione è una probabilità che potrebbe trovare alimento dall’infausto esito del Brexit, il referendum britannico d’estate.

Se questo è lo scenario globale, pessimista o realista che dir si voglia, la risposta non sempre pare all’altezza. La prevenzione sta nell’analizzare correttamente le tendenze internazionali per cercare di contrastarle e, se del caso, prevenirle. La prevenzione impone di stare sul pezzo, e cioè in situ, con la rete della presenza pubblica: rete composta di tutti i servizi dello stato nazionale e dell’Unione.

Per dirla in altri termini, occorre rafforzare e non smobilitare la rete diplomatica, renderla capillare anche grazie alle collaborazioni con la rete europea. Vale il paragone con la situazione di certe città dove la criminalità diffusa sembra farla da padrona. Tutti a invocare, a cominciare dai Sindaci, l’esercito di strade sicure per liberare le forze di polizia. E’ giusto. Ma se le forze di polizia anziché essere liberate sono indebolite dai tagli, cosa succede al controllo del territorio? Ci muoveremmo lungo due binari divergenti. Da una parte liberiamo risorse per la sicurezza, dall’altra le comprimiamo. Bene che vada, lo stato della pubblica sicurezza resta quello che era.

A proiettarlo fuori il ragionamento non cambia granché. Noi abbiamo bisogno di politica estera e di sicurezza europea, abbiamo bisogno di rete europea, non importa se di provenienza dalle capitali o da Bruxelles. Bene contrastare la facile polemica sugli sprechi della pubblica amministrazione. Che di sprechi ne ha commessi e ancora ne commette, ma il cui ausilio è essenziale all’obiettivo della sicurezza che viene chiesto dalla popolazione.

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Di Il Cosmopolita il 12/02/2016 alle 11:41 | Non ci sono commenti

12/02/2016

Rane e rospi contro il zika

di Francesca Morelli

I prezzi di rane e rospi sono saliti a sette dollari al “pezzo”. Gli argentini si sono già organizzati per combattere il zika, anche se ad oggi, sono solamente cinque i casi dichiarati dal ministero della sanità. La zanzara pare sia imbattibile, repellenti e fumigazioni non riescono a debellarla ma rane e rospi che ne vanno ghiotti sembrerebbero aver tranquillizato la popolazione, scatenandone gli approvvigionamenti.

I commercianti si sono organizzati online, in alternativa agli insetticidi cari e introvabili un conosciuto sito reclamizza la vendita di rane e rospi anche per combattere il dengue che, in Argentina continua a mietere molte vittime. La campagna istituzionale di prevenzione sollecita la popolazione a eliminare recipienti dove l’acqua possa stagnare, acqua che naturalmente è propizia alla riproduzione della zanzara che trasmette il dengue, il chinkunguya, il zika e la febbre gialla.

I cinque casi rilevati finora nel Paese riguardano pazienti affetti da zika rientrati dall’estero, mentre la maggior parte di quelli affetti dal dengue provengono dalle regioni di Misiones e Formosa confinanti con il Paraguay e il Brasile dove il problema è endemico.

I primi casi in Brasile sono stati rilevati all’inizio del 2015 e la malattia in brevissimo tempo si è propagata in tutta l’America Latina e nei Paesi caraibici e la correlazione con bambini nati con microcefalia è stata immediata.

Durante la prima giornata della conferenza annuale dell’Associazione sul controllo delle zanzare, gli esperti hanno sottolineato come il virus zika potrebbe essere nuovo per gli Stati ma non la zanzara che lo propaga dalla Florida alla California.

Nel dicembre del 2015 l’Oms ha lanciato l’allerta epidemiologica mondiale della malattia, invitando la comunità globale al rispetto delle norme basiche di prevenzione. E’ stato accertato che quando il virus colpisce una donna in stato interessante può complicare lo sviluppo cerebrale del feto, causndo una microcefalia dello stesso o la sindrome di Guillain Barré. In Brasile o in Polinesia si ricorre all’aborto nei casi confermati di contagio.

Le indicazioni internazionali si limitano a scoraggiare le donne in gravidanza a viaggiare nei 26 Paesi in cui questa malattia si è propagata, perchè è l’unica forma di combattere l’infermità; non esistendo allo stato attuale alcun vaccino in grado di prevenire la puntura pericolosa poichè non dà sintomi, il solo suggerimento da dare è quello di cercare di stare lontano dai Paesi già raggiunti dal virus. Per le persone che abbiano dubbi di essere stati infettati, la celerità della diagnosi parrebbe essere l’unica forma di difesa.

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Di Il Cosmopolita il 12/02/2016 alle 11:39 | Non ci sono commenti

23/01/2016

La Farnesina perde a Bruxelles.

“Dio esiste e (non) abita a Bruxelles”: così il titolo di un film programmato nelle sale italiane nelle ultime settimane e che ben parafrasa l’ultimo “compito a casa” del giovane Premier fiorentino (peraltro a sua volta “catapultato” a Palazzo Chigi senza alcun voto popolare ma con l’entusiastica approvazione degli “ottimati”). Ovvero l’eliminazione del posto/funzione diplomatico di Rappresentante Permanente dell’Italia presso la UE. Un incarico da decenni assegnato appunto ad un diplomatico con la più ampia possibile esperienza comunitaria. Così da noi, come nella generalità degli altri Paesi comunitari.

In sé, l’autocratica decisione renziana di promuovere il Vice Ministro allo Sviluppo Economico Calenda - già a lungo assistente personale di Luca Montezemolo - a suo plenipotenziario a Bruxelles risulta meno impulsiva ed infondata di quella della volenterosa Mogherini (e di quella minacciata di una stagista al vertice del Ministero degli Esteri “stoppata” a suo tempo da Napolitano che avrebbe “suggerito” di preferirle l’ottimo e prudente Paolo Gentiloni ) e – tuttavia – conferma un dilettantismo magari geniale e consono ai tempi (c’è bisogno di ripeterlo non buoni, non promettenti…?), ma spinto sul filo del rasoio ed eventualmente coronato da un qualche successo. Tanto più se costruito su di un contropiede basato sulle incaute dichiarazioni europee (il livido Junker) sull’assenza di un interlocutore governativo a Roma. Benissimo: detto e fatto, ora ce l’ha…. E a portata di corridoio con il Gianburrasca premier. Ben gli sta.

Quindi – paradossalmente – va riconosciuto che Renzi ha fatto di peggio e, dunque, inutile criticarlo “fuori tempo massimo”. Tanto più che si è dotato (stile Putin) di un suo “inappuntabile “ Lavrov e cioè il mite ed intelligente Gentiloni…

Allora chi perde? Beh, facile: la pavida e derelitta Farnesina, lasciata a pezzi dal brutale e decennale “pasdaran” reazionario Umberto Vattani e dai suoi pallidi ed astuti (per sé stessi…) successori. Una Farnesina – dobbiamo dirlo – pallida ombra non solo delle sue pompe ottocentesche ma anche delle sue “resistenze” al mussolinismo e a lungo sopravvissuta e in parte protagonista della Prima Repbblica.

Si ricorda facilmente che perfino Gianni Agnelli venne respinto dai diplomatici sulla soglia dell’Ambasciata a Washington alla quale aspirava con non irragionevole (per quei tempi…) ambizione: in breve l’Avvocato no, Calenda (e Renzi…) sì. Ecco qui l’epitaffio di una corporazione surclassata non solo dai genietti della Banca d’Italia (peraltro dotata da decenni e decenni da un “House Organ” gratuito come il gruppo Repubblica/De Benedetti), ma anche autoaffiondatasi in una nuvola di mediocrità e di avida insipienza. Altro che “combattenti” al servizio della Repubblica…. Grazie ambasciatore Vattani, grazie pallidi successori.

Non c’è molto altro da aggiungere. Anzi c’è forse perfino da ringraziare un Renzi che pare avere perfino costruito un suo racconto su di una politica europea del Paese un po’ più strutturata e consapevole. Magari non merito, ma fortunata eterogenesi dei fini.

TAG farnesina ue bruxelles

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Di Il Cosmopolita il 23/01/2016 alle 16:17 | Non ci sono commenti

21/01/2016

La campagna di Bruxelles.

Waterloo si trova nella periferia fiamminga di Bruxelles, la città ormai topica per l’accoglienza data ai turisti del jihad , per la battaglia appunto di Waterloo che è divenuta un luogo comune (tutti noi, prima o poi, conosciamo la nostra Waterloo), ora per la campagna che Roma lancia nei confronti della Commissione. La quale Commissione è situata nel quartiere europeo della capitale belga, a cavallo fra vari comuni che compongono la grande Bruxelles, ma senza lambire quello di Molenbeek. Ciascun comune ha la lingua maggioritaria tra fiammingo e francese e altri idiomi fra cui l’inglese degli expats, l’arabo, il turco, il curdo e via orientaleggiando.

La campagna di Bruxelles ha un bersaglio immobile, la Commissione, che sta nel suo Palais Berlaymont rinnovato alquanto di recente e alquanto bruttino al pari del dirimpettaio Palais Justus Lipsius dove alloggia il Consiglio, e degli altri edifici che insistono sul Rond Point Schuman, e cioè il cuore del cuore della città e dunque d’Europa.

L’illustrazione dei luoghi si spiega col fatto che la logistica conta nelle campagne, militari o politiche che siano. Le campagne di questo tipo non sono nuove negli annali europei. Nelle corrispondenze degli inviati di lungo corso si legge di numerosi precedenti. Il penultimo ebbe a protagonista il Primo Ministro di Grecia che accusava la Commissione di affamare il suo popolo con l’austerità predicata con l’ausilio delle autorità finanziarie internazionali, tutte ispirate al pensiero di marca germanico – protestante.

L’attuale campagna riguarda l’Italia ed ha qualche tratto di verità.

Che a Bruxelles vi siano figli e figliastri, si sa ma non si dice, un poco per diplomatica politesse e un poco per non incorrere in problemi. Per una certa fase, risalente alle origini del processo d’integrazione, la Francia impregnava l’apparato comunitario piazzando al vertice i suoi rappresentanti e ispirando le proposte. C’è stato il periodo britannico, quando per compiacere il Regno Unito, ed evitarne la fatale riserva nelle decisioni all’unanimità, si spingeva la legislazione nel senso della flessibilità. Vi è infine il periodo tedesco (o tedesco – olandese) durante il quale si applicano flessibilità e rigore a seconda dei casi. Se il caso riguarda certe capitali, la comprensione è d’obbligo. Se viene da altre capitali, scatta “lo sguardo maligno di dio” (Lucio Dalla, Milano).

La campagna può essere giudicata sopra tono per i modi e volta a fini anche se non soprattutto interni. Ma tutte le campagne mediatiche sono orchestrate anche a fini interni: è la politica. Questa può portare alla delegittimazione o al rafforzamento della Commissione. Può aggiungere argomenti agli euroscettici o richiamare lo spirito dei padri fondatori. E d’altronde ci avviciniamo (2017) ai sessanta anni dei Trattati di Roma. Ad ogni modo, riconosce alla Commissione il ruolo politico che le fu dato quando i candidati alla presidenza, fra i quali il vincente Juncker, furono indicati dagli schieramenti politici alle elezioni europee 2014. Come istituzione politica dotata di sapienza tecnica, e non come tecnocrazia, la Commissione agisce politicamente coi mezzi della politica. Le pubbliche critiche ci possono stare. Nessuno offende nessuno.

A coronare la campagna interviene la nomina alla Rappresentanza Permanente a Bruxelles di un non diplomatico, il Vice Ministro allo Sviluppo Economico, un politico di ultima generazione e dotato di conoscenza del mondo. Uno schiaffo alla Farnesina, come qualcuno ha titolato? E’ la prima volta dall’immediato dopo guerra che una missione diplomatica di rilievo è assegnata ad un esterno. Se è vero che alcuni funzionari di carriera hanno rinunciato all’incarico, è anche vero che ci mettiamo del nostro per svilire la qualità del servizio diplomatico. Se il caso Bruxelles faccia precedente, è difficile dire oggi. E’ l’avvisaglia di una tendenza. La politica è come la fisica: non ammette i vuoti se non i buchi neri. Dove tutto precipita.

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ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 21/01/2016 alle 22:01 | Non ci sono commenti

21/01/2016

l MAECI e la riforma

Il quattro Gennaio scorso è scattato il “D-Day” della Riforma della cooperazione in ottemperanza della legge 125/14. L’urgenza, motivata dalla necessità di mantenere i tempi tecnici definiti dal legislatore, ha fatto sì che la prevista partizione del precedente assetto, realizzata in modo così immediato, creasse una serie disagi al personale di vario ordine e grado della nuova agenzia AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) e della DGCS. Peccato invece, che la stessa urgenza non sia stata considerata un impegno prioritario del Governo cui spetta la responsabilità politica di nominare il Vice Ministro, perno di tutto il nuovo sistema di cooperazione. La sedia è vacante da sette mesi e nomi e tempi della nomina sono ancora avvolti nella nebbia, nonostante la pressante richiesta avanzata dai sindacati al Presidente del Consiglio.

Il guaio è che l’attivazione della legge di riforma coincide con l’avvio a livello internazionale del nuovo “scenario” stabilito nell’Assemblea Generale dell’ONU di settembre 2015. Le prime scadenze in sede UE e multilaterale richiederebbero dunque, una presenza autorevole e assidua dell'Italia ai tavoli in cui si discute. Considerando le criticità dell’attuale fase politica, solo un Vice Ministro incaricato potrebbe garantire una risposta adeguata e anche costituire il punto di equilibrio tra le varie componenti del sistema di cooperazione italiano in via di formazione. C’è da augurarsi dunque, che l’Esecutivo si renda conto al più presto dell’urgenza della nomina.

La nascita dell’AICS, una delle novità del nuovo sistema di cooperazione, richiede infatti, il riposizionamento del MAECI, ma soprattutto della DGCS poiché la legge, pur lasciando numerosi compiti alla Direzione ha affidato a una serie di complicati atti giuridici, ad esempio le Convenzioni, il finanziamento di funzioni vitali per l’intero sistema: programmazione, policy, valutazione, emergenza, rappresentanza in sede UE,OCSE/DAC e multilaterale. Il compito della DGCS è quindi cruciale sin dai primi momenti di attuazione della legge, soprattutto nel riuscire a dare sostanza al nuovo nome del Ministero che da Affari Esteri è passato a quello di Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Una sfida ambiziosa e complicata che non può esaurirsi nel tempestivo cambio delle Targhe e dei Loghi in atto già da un anno, ma che costituisce l’altra vera novità della legge, voluta soprattutto dalla società civile: fare in modo che la cooperazione internazionale non sia solo uno strumento, ma una componente sostanziale per l’identificazione del ruolo dell’Italia nel mondo.
 

La difficile fase globale e regionale che stiamo attraversando lo richiede in modo tassativo. La geografia della disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo è cambiata velocemente nell’ultimo decennio e non riguarda solo la “crescita” economica o l’acquisizione di tecnologia, ma lo sviluppo di “sistemi” di governo in cui le discriminazioni e le violenze siano ridotte in modo da ampliare le opportunità a disposizione dei singoli e vi sia una più equa ripartizione delle risorse tra paesi e all’interno di ciascun paese. D’altro canto quanto sia necessario “trasformare il nostro mondo”, come dichiara il titolo dell’Agenda 2030, lo scopriamo ogni giorno dalle notizie che arrivano sia in Europa che altrove.

L’Italia che per storia e collocazione geografica è sottoposta alle pressioni dei conflitti e delle migrazioni delle sponde africane e medio-orientali deve collocarsi in questo nuovo scenario avvalendosi anche delle molte esperienze di cooperazione con un profilo preciso da far valere in sede Europea e ONU. La nuova cooperazione prevista dalla Riforma implica infatti, la possibilità di ampliare il campo della “geopolitica”, intesa esclusivamente come analisi dei rapporti di forza tra potenze statuali, economiche e finanziarie, attraverso “relazioni” costruite tra contesti economici, sociali in grado di accrescere uguaglianza, partecipazione e produttività sostenibile, secondo i criteri che i documenti recentemente approvati in sede ONU - non solo l’Agenda 2030, ma anche l’Agenda d’Azione di Addis Abeba (AAAA), e Accordi della COP21 di Parigi sulla sostenibilità ambientale - pur con numerose incongruenze e opacità, indicano.
 

Sotto questo profilo l’altra novità introdotta dalla legge 125, ovvero la partecipazione dell’istituzione finanziaria Cassa Depositi e Prestiti per lo sviluppo di meccanismi finanziari innovativi e per il finanziamento agevolato di investitori pubblici, privati e internazionali, dovrebbe costituire un “mezzo” utile per raggiungere lo scopo, ma non un fine. Altrettanto interessanti e significative sono le aperture della legge ai sistemi di partenariato locale, al ruolo dell’università e dei nuovi soggetti capaci di coniugare diritti umani e promozione economica.

Trasformare velocemente queste giacimenti “cognitivi” in ricchezza spendibile nel contesto internazionale con una politica estera che dialoghi a pari livello con i grandi gestori della “governance” mondiale attraverso una cooperazione internazionale non solo efficiente, ma politicamente efficace è un obiettivo per tutto il sistema di cooperazione e un compito nuovo per il Ministero. Occorre, quindi, adeguare il ruolo della DGCS a svolgere le funzioni di indirizzo e di vigilanza su tutto il sistema, attuando velocemente il nuovo Decreto organizzativo previsto dalla Legge 125. Un segnale di buona volontà in questa direzione da parte del MAECI potrebbe facilitare i tempi di piena operatività della legge 125 e mettere in primo piano l’esigenza di coniugare le priorità della cooperazione e della politica estera, disegnando così un nuovo ruolo italiano nel contesto globale.

La legge purtroppo, su questi punti, lascia alcune zone grigie che devono essere ben presto colmate attraverso prassi che da subito evitino sovrapposizioni o conflitti tra strutture.

C’è dunque da augurarsi che le due strutture DGCS e AICS avviino al più presto una collaborazione su questo terreno, mettendo in campo una capacità di analisi e di proposta che consenta, all’interno del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo, di avviare un dialogo costante tra tutti i soggetti del sistema per definire la strategia di intervento e le modalità di attuazione.

TAG riforme aics

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 21/01/2016 alle 21:56 | Non ci sono commenti

21/01/2016

Roma sconfitta dal guano

Francesca Morelli

 

E’ singolare e interessante che il guano abbia attraversato l’oceano. Un importante quotidiano argentino ha pubblicato un dettagliato articolo sul tema. In piena stagione estiva, a seguito dell’elezione del presidente della Repubblica e con una temperatura elevatissima, a Buenos Aires probabilmente i giornalisti oltre che dedicarsi a inseguire i vip dello spettacolo e della politica, a recensire attimo dopo attimo le loro vacanze, scrivono su argomenti ameni quali il guano romano. Certamente più interessante dei pettegolezzi stagionali diranno in molti o alla cronaca nera che si sa, in estate, la fa da padrone, ma il Paese come molti altri nel mondo ha notevoli problemi da affrontare e risolvere, non ultima la terribile inflazione di cui soffre oramai da troppo tempo.

Gli stormi hanno raggiunto un successo internazionale, malgrado le inespresse improperie dei romani che quotidianamente, in determinati quartieri, vengono attaccati dalle loro deiezioni. Rassegnati più che arrabbiati, gli abitanti della città eterna tentano di risolvere individualmente il problema, armandosi di ombrello anche in una giornata di pieno sole. L’ inutilità dei provvedimenti adottati dall’autorità pubblica per risolvere l’annoso problema, non è sfuggita al giornalista argentino che, abbastanza ironicamente, fa un quadro divertente del turista e dei romani alle prese con gli escrementi degli stormi. Mani alzate, giornali e buste di plastica branditi in alto per scacciare il nemico pennuto o umile rifugio in cui ficcare la testa, tutto serve per difendersi dalle deiezioni dei nostri uccelli; alcuni riescono illesi dalla dura battaglia ma i marciappiedi, il manto stradale, i monumenti e le macchine restano in trappola. E’ impossibile, continua l’articolo, sedersi sulle panchine sporche delle piazze, dei parchi o vicino al Tevere, l’odore del guano, “così come vengono denominati gli escrementi degli uccelli” è talmente forte che scoraggia anche il più benintenzionato. Le autorità romane assicurano sui media che hanno lanciato un piano di dissuasione degli uccelli ma i risultati non sembrano evidenti così come mostrano le foto. Il giornalista sottolinea come il guano sia anche un ostacolo alla circolazione, già congestionata per le festività natalizie e per l’ afflusso straordinario di auto in occasione del Giubileo.

Gli amministratori della città non sembrerebbero avere altre soluzioni, dopo essere ricorsi all’aiuto di falchi lanciati vivi per sconfiggere gli stormi e aver adottato megafoni che imitano il suono degli uccelli rapaci parrebbero aver gettato la spugna; le critiche romane ovviamente accusano il governo locale di non aver affrontato in tempo la prevedibile piaga e non aver provveduto a potare i lussureggianti platani che costeggiano il lungotevere, offrendo così un habitat ideale ai milioni di uccelli che volteggiano indisturbati nel cielo.

L’articolo termina con un verdetto piuttosto negativo, “E’ veramente assurdo che una città come Roma si presenti in un simile stato” e forse non ha tutti i torti.

TAG guano

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 21/01/2016 alle 21:55 | Non ci sono commenti

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