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11/05/2016

Il vortice: Farnesina nomine al frullatore.

Nel giro di pochi mesi cambia tutto a Bruxelles perché tutto torni come prima. Il Governo decide di sistemare altrove il Rappresentante Permanente presso l’UE perché lo reputa poco combattivo nel momento in cui bisogna fare la faccia feroce. E d’altronde chi conosce Sannino sa che la faccia feroce proprio non ce l’ha. Al suo posto si nomina un politico di complemento. Calenda prende tempo prima di atterrare a Bruxelles. Promette novità sull’onda della novità del suo profilo. E’ dall’immediato dopo guerra che l’Italia non nomina un ambasciatore estraneo alla carriera diplomatica. Sconcerto nella Casa, lettere e petizioni e messa in mora dei vertici per non avere tutelato a sufficienza la professionalità del diplomatico.

Bella parola, la professionalità, che a volte se non spesso non va assieme alla parola carriera. La carriera segue percorsi propri. Ma nel momento dell’offesa all’onore tutto fa brodo. Si fa buon viso a cattivo gioco. I diplomatici, usi ad obbedir tacendo, si mettono a disposizione del nuovo Rappresentante Permanente per lenire la sua comprensibile apprensione nel fronteggiare un compito impari per chiunque non abbia esperienza di cose brussellesi.

Il Palazzo Justus Lispius è la vera dimora del Rappresentante Permanente, che non conosce orari di pausa né giorni di festa. Qualsiasi crisi nel mondo ha il suo riflesso a Bruxelles, per non parlare dell’ordinaria gestione che impone riunioni perenni anche su punti apparentemente minori quali le decisioni di procedura. Non certo l’ambiente adatto a chi è aduso ai riti romani.

Qualcuno scommette sulla capacità del nuovo RP di resistere a Bruxelles, che oltretutto è città piovosa e freddina anche quando a Roma spira l’idea del ponentino e si va tutti a Sabaudia. Chiunque avesse scommesso davvero, avrebbe perso la sfida: il nuovo RP diventa “vecchio” nel volgere di un mesetto e poco più. Si libera l’incarico di Ministro ed ecco la chiamata a Via Veneto. Alla Rappresentanza pensiamo dopo. Quella che era scelta epocale in inverno, diventa caduca in primavera. A Bruxelles torna un diplomatico di carriera dopo la breve parentesi del tecnico – politico. Tutto bene quel che finisce bene. La Carriera ne esce rinfrancata nell’onore. L’UE neppure s’è accorta del rapido passaggio di consegne.

Si premia la professionalità? Senza nulla togliere al prescelto, che qualità ne ha, ci stava qualcuno in zona candidature che aveva il profilo del comunitario d’annata, uno capace di recitare il Trattato a memoria avendone scritto alcune parti. Il qualcuno, che pure la stampa accreditava di qualche chance di successo, non ha prevalso neppure stavolta, altre essendo le logiche delle nomine. Aveva probabilmente della zavorra extra professionale nella scarsella. La professionalità, quanto meno quella comunitaria, può attendere.

TAG diplomatico rappresntante permanente ue ue

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Di Il Cosmopolita il 11/05/2016 alle 17:36 | Non ci sono commenti

12/02/2016

La moda della sicurezza.

Bisogna aspettare che un fenomeno diventi di moda per occuparcene in maniera seria e concreta. La sicurezza internazionale soltanto qualche tempo fa era affare esoterico di alcuni specialisti. Peggio: a parlarne nei circoli progressisti rischiavi di essere tacciato di militarista, di chi non mette i fiori nei propri cannoni, tanto per parafrasare la vecchia e ingenua canzone sessantottina. Ora tutti a chiedere sicurezza contro tutti. Il DAESH incombe in un’area di Nord Africa e Golfo che produce idrocarburi, e dunque energia vitale per le nostre economie. Infiltra e assolda combattenti che si addestrano in situ e poi riportano indietro le competenze. Masse di migranti, spinti da ragioni politiche e più spesso economiche, si muovono verso il continente in cerca di riparo. Sicurezza in questo caso significa prevenire gli afflussi, assistere quelli che arrivano, rimpatriare quando ci si riesce chi non ha titolo.

La migliore sicurezza sta nella prevenzione. La migliore sicurezza sta nel comprendere che vi è contiguità fra politica estera e politica interna e che ambedue sono letteralmente impastate di politica europea. Nessuno stato membro da solo può fronteggiare fenomeni di questa portata. La solidarietà comunitaria, che prima era declinata in termini di coesione economica e sociale, oggi acquisisce una nuova valenza. Se restiamo stretti gli uni agli altri abbiamo qualche possibilità di resistere alle sfide e di uscirne forse vincenti. Se ci disperdiamo in cerca dell’interesse nazionale, questo mito dello stato sovrano assoluto, allora la globalizzazione del rischio ci travolge.

Può apparire un discorso al limite dell’apocalittico. Non è solo frutto di un’elucubrazione intellettuale, è dibattito corrente in seno agli ambienti europei più avveduti. La disintegrazione dell’Unione è una probabilità che potrebbe trovare alimento dall’infausto esito del Brexit, il referendum britannico d’estate.

Se questo è lo scenario globale, pessimista o realista che dir si voglia, la risposta non sempre pare all’altezza. La prevenzione sta nell’analizzare correttamente le tendenze internazionali per cercare di contrastarle e, se del caso, prevenirle. La prevenzione impone di stare sul pezzo, e cioè in situ, con la rete della presenza pubblica: rete composta di tutti i servizi dello stato nazionale e dell’Unione.

Per dirla in altri termini, occorre rafforzare e non smobilitare la rete diplomatica, renderla capillare anche grazie alle collaborazioni con la rete europea. Vale il paragone con la situazione di certe città dove la criminalità diffusa sembra farla da padrona. Tutti a invocare, a cominciare dai Sindaci, l’esercito di strade sicure per liberare le forze di polizia. E’ giusto. Ma se le forze di polizia anziché essere liberate sono indebolite dai tagli, cosa succede al controllo del territorio? Ci muoveremmo lungo due binari divergenti. Da una parte liberiamo risorse per la sicurezza, dall’altra le comprimiamo. Bene che vada, lo stato della pubblica sicurezza resta quello che era.

A proiettarlo fuori il ragionamento non cambia granché. Noi abbiamo bisogno di politica estera e di sicurezza europea, abbiamo bisogno di rete europea, non importa se di provenienza dalle capitali o da Bruxelles. Bene contrastare la facile polemica sugli sprechi della pubblica amministrazione. Che di sprechi ne ha commessi e ancora ne commette, ma il cui ausilio è essenziale all’obiettivo della sicurezza che viene chiesto dalla popolazione.

TAG sicurezza

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Di Il Cosmopolita il 12/02/2016 alle 11:41 | Non ci sono commenti

12/02/2016

Rane e rospi contro il zika

di Francesca Morelli

I prezzi di rane e rospi sono saliti a sette dollari al “pezzo”. Gli argentini si sono già organizzati per combattere il zika, anche se ad oggi, sono solamente cinque i casi dichiarati dal ministero della sanità. La zanzara pare sia imbattibile, repellenti e fumigazioni non riescono a debellarla ma rane e rospi che ne vanno ghiotti sembrerebbero aver tranquillizato la popolazione, scatenandone gli approvvigionamenti.

I commercianti si sono organizzati online, in alternativa agli insetticidi cari e introvabili un conosciuto sito reclamizza la vendita di rane e rospi anche per combattere il dengue che, in Argentina continua a mietere molte vittime. La campagna istituzionale di prevenzione sollecita la popolazione a eliminare recipienti dove l’acqua possa stagnare, acqua che naturalmente è propizia alla riproduzione della zanzara che trasmette il dengue, il chinkunguya, il zika e la febbre gialla.

I cinque casi rilevati finora nel Paese riguardano pazienti affetti da zika rientrati dall’estero, mentre la maggior parte di quelli affetti dal dengue provengono dalle regioni di Misiones e Formosa confinanti con il Paraguay e il Brasile dove il problema è endemico.

I primi casi in Brasile sono stati rilevati all’inizio del 2015 e la malattia in brevissimo tempo si è propagata in tutta l’America Latina e nei Paesi caraibici e la correlazione con bambini nati con microcefalia è stata immediata.

Durante la prima giornata della conferenza annuale dell’Associazione sul controllo delle zanzare, gli esperti hanno sottolineato come il virus zika potrebbe essere nuovo per gli Stati ma non la zanzara che lo propaga dalla Florida alla California.

Nel dicembre del 2015 l’Oms ha lanciato l’allerta epidemiologica mondiale della malattia, invitando la comunità globale al rispetto delle norme basiche di prevenzione. E’ stato accertato che quando il virus colpisce una donna in stato interessante può complicare lo sviluppo cerebrale del feto, causndo una microcefalia dello stesso o la sindrome di Guillain Barré. In Brasile o in Polinesia si ricorre all’aborto nei casi confermati di contagio.

Le indicazioni internazionali si limitano a scoraggiare le donne in gravidanza a viaggiare nei 26 Paesi in cui questa malattia si è propagata, perchè è l’unica forma di combattere l’infermità; non esistendo allo stato attuale alcun vaccino in grado di prevenire la puntura pericolosa poichè non dà sintomi, il solo suggerimento da dare è quello di cercare di stare lontano dai Paesi già raggiunti dal virus. Per le persone che abbiano dubbi di essere stati infettati, la celerità della diagnosi parrebbe essere l’unica forma di difesa.

TAG zika

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Di Il Cosmopolita il 12/02/2016 alle 11:39 | Non ci sono commenti

23/01/2016

La Farnesina perde a Bruxelles.

“Dio esiste e (non) abita a Bruxelles”: così il titolo di un film programmato nelle sale italiane nelle ultime settimane e che ben parafrasa l’ultimo “compito a casa” del giovane Premier fiorentino (peraltro a sua volta “catapultato” a Palazzo Chigi senza alcun voto popolare ma con l’entusiastica approvazione degli “ottimati”). Ovvero l’eliminazione del posto/funzione diplomatico di Rappresentante Permanente dell’Italia presso la UE. Un incarico da decenni assegnato appunto ad un diplomatico con la più ampia possibile esperienza comunitaria. Così da noi, come nella generalità degli altri Paesi comunitari.

In sé, l’autocratica decisione renziana di promuovere il Vice Ministro allo Sviluppo Economico Calenda - già a lungo assistente personale di Luca Montezemolo - a suo plenipotenziario a Bruxelles risulta meno impulsiva ed infondata di quella della volenterosa Mogherini (e di quella minacciata di una stagista al vertice del Ministero degli Esteri “stoppata” a suo tempo da Napolitano che avrebbe “suggerito” di preferirle l’ottimo e prudente Paolo Gentiloni ) e – tuttavia – conferma un dilettantismo magari geniale e consono ai tempi (c’è bisogno di ripeterlo non buoni, non promettenti…?), ma spinto sul filo del rasoio ed eventualmente coronato da un qualche successo. Tanto più se costruito su di un contropiede basato sulle incaute dichiarazioni europee (il livido Junker) sull’assenza di un interlocutore governativo a Roma. Benissimo: detto e fatto, ora ce l’ha…. E a portata di corridoio con il Gianburrasca premier. Ben gli sta.

Quindi – paradossalmente – va riconosciuto che Renzi ha fatto di peggio e, dunque, inutile criticarlo “fuori tempo massimo”. Tanto più che si è dotato (stile Putin) di un suo “inappuntabile “ Lavrov e cioè il mite ed intelligente Gentiloni…

Allora chi perde? Beh, facile: la pavida e derelitta Farnesina, lasciata a pezzi dal brutale e decennale “pasdaran” reazionario Umberto Vattani e dai suoi pallidi ed astuti (per sé stessi…) successori. Una Farnesina – dobbiamo dirlo – pallida ombra non solo delle sue pompe ottocentesche ma anche delle sue “resistenze” al mussolinismo e a lungo sopravvissuta e in parte protagonista della Prima Repbblica.

Si ricorda facilmente che perfino Gianni Agnelli venne respinto dai diplomatici sulla soglia dell’Ambasciata a Washington alla quale aspirava con non irragionevole (per quei tempi…) ambizione: in breve l’Avvocato no, Calenda (e Renzi…) sì. Ecco qui l’epitaffio di una corporazione surclassata non solo dai genietti della Banca d’Italia (peraltro dotata da decenni e decenni da un “House Organ” gratuito come il gruppo Repubblica/De Benedetti), ma anche autoaffiondatasi in una nuvola di mediocrità e di avida insipienza. Altro che “combattenti” al servizio della Repubblica…. Grazie ambasciatore Vattani, grazie pallidi successori.

Non c’è molto altro da aggiungere. Anzi c’è forse perfino da ringraziare un Renzi che pare avere perfino costruito un suo racconto su di una politica europea del Paese un po’ più strutturata e consapevole. Magari non merito, ma fortunata eterogenesi dei fini.

TAG farnesina ue bruxelles

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Di Il Cosmopolita il 23/01/2016 alle 16:17 | Non ci sono commenti

21/01/2016

La campagna di Bruxelles.

Waterloo si trova nella periferia fiamminga di Bruxelles, la città ormai topica per l’accoglienza data ai turisti del jihad , per la battaglia appunto di Waterloo che è divenuta un luogo comune (tutti noi, prima o poi, conosciamo la nostra Waterloo), ora per la campagna che Roma lancia nei confronti della Commissione. La quale Commissione è situata nel quartiere europeo della capitale belga, a cavallo fra vari comuni che compongono la grande Bruxelles, ma senza lambire quello di Molenbeek. Ciascun comune ha la lingua maggioritaria tra fiammingo e francese e altri idiomi fra cui l’inglese degli expats, l’arabo, il turco, il curdo e via orientaleggiando.

La campagna di Bruxelles ha un bersaglio immobile, la Commissione, che sta nel suo Palais Berlaymont rinnovato alquanto di recente e alquanto bruttino al pari del dirimpettaio Palais Justus Lipsius dove alloggia il Consiglio, e degli altri edifici che insistono sul Rond Point Schuman, e cioè il cuore del cuore della città e dunque d’Europa.

L’illustrazione dei luoghi si spiega col fatto che la logistica conta nelle campagne, militari o politiche che siano. Le campagne di questo tipo non sono nuove negli annali europei. Nelle corrispondenze degli inviati di lungo corso si legge di numerosi precedenti. Il penultimo ebbe a protagonista il Primo Ministro di Grecia che accusava la Commissione di affamare il suo popolo con l’austerità predicata con l’ausilio delle autorità finanziarie internazionali, tutte ispirate al pensiero di marca germanico – protestante.

L’attuale campagna riguarda l’Italia ed ha qualche tratto di verità.

Che a Bruxelles vi siano figli e figliastri, si sa ma non si dice, un poco per diplomatica politesse e un poco per non incorrere in problemi. Per una certa fase, risalente alle origini del processo d’integrazione, la Francia impregnava l’apparato comunitario piazzando al vertice i suoi rappresentanti e ispirando le proposte. C’è stato il periodo britannico, quando per compiacere il Regno Unito, ed evitarne la fatale riserva nelle decisioni all’unanimità, si spingeva la legislazione nel senso della flessibilità. Vi è infine il periodo tedesco (o tedesco – olandese) durante il quale si applicano flessibilità e rigore a seconda dei casi. Se il caso riguarda certe capitali, la comprensione è d’obbligo. Se viene da altre capitali, scatta “lo sguardo maligno di dio” (Lucio Dalla, Milano).

La campagna può essere giudicata sopra tono per i modi e volta a fini anche se non soprattutto interni. Ma tutte le campagne mediatiche sono orchestrate anche a fini interni: è la politica. Questa può portare alla delegittimazione o al rafforzamento della Commissione. Può aggiungere argomenti agli euroscettici o richiamare lo spirito dei padri fondatori. E d’altronde ci avviciniamo (2017) ai sessanta anni dei Trattati di Roma. Ad ogni modo, riconosce alla Commissione il ruolo politico che le fu dato quando i candidati alla presidenza, fra i quali il vincente Juncker, furono indicati dagli schieramenti politici alle elezioni europee 2014. Come istituzione politica dotata di sapienza tecnica, e non come tecnocrazia, la Commissione agisce politicamente coi mezzi della politica. Le pubbliche critiche ci possono stare. Nessuno offende nessuno.

A coronare la campagna interviene la nomina alla Rappresentanza Permanente a Bruxelles di un non diplomatico, il Vice Ministro allo Sviluppo Economico, un politico di ultima generazione e dotato di conoscenza del mondo. Uno schiaffo alla Farnesina, come qualcuno ha titolato? E’ la prima volta dall’immediato dopo guerra che una missione diplomatica di rilievo è assegnata ad un esterno. Se è vero che alcuni funzionari di carriera hanno rinunciato all’incarico, è anche vero che ci mettiamo del nostro per svilire la qualità del servizio diplomatico. Se il caso Bruxelles faccia precedente, è difficile dire oggi. E’ l’avvisaglia di una tendenza. La politica è come la fisica: non ammette i vuoti se non i buchi neri. Dove tutto precipita.

TAG farnesina ue bruxelles

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Di Il Cosmopolita il 21/01/2016 alle 22:01 | Non ci sono commenti

21/01/2016

l MAECI e la riforma

Il quattro Gennaio scorso è scattato il “D-Day” della Riforma della cooperazione in ottemperanza della legge 125/14. L’urgenza, motivata dalla necessità di mantenere i tempi tecnici definiti dal legislatore, ha fatto sì che la prevista partizione del precedente assetto, realizzata in modo così immediato, creasse una serie disagi al personale di vario ordine e grado della nuova agenzia AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) e della DGCS. Peccato invece, che la stessa urgenza non sia stata considerata un impegno prioritario del Governo cui spetta la responsabilità politica di nominare il Vice Ministro, perno di tutto il nuovo sistema di cooperazione. La sedia è vacante da sette mesi e nomi e tempi della nomina sono ancora avvolti nella nebbia, nonostante la pressante richiesta avanzata dai sindacati al Presidente del Consiglio.

Il guaio è che l’attivazione della legge di riforma coincide con l’avvio a livello internazionale del nuovo “scenario” stabilito nell’Assemblea Generale dell’ONU di settembre 2015. Le prime scadenze in sede UE e multilaterale richiederebbero dunque, una presenza autorevole e assidua dell'Italia ai tavoli in cui si discute. Considerando le criticità dell’attuale fase politica, solo un Vice Ministro incaricato potrebbe garantire una risposta adeguata e anche costituire il punto di equilibrio tra le varie componenti del sistema di cooperazione italiano in via di formazione. C’è da augurarsi dunque, che l’Esecutivo si renda conto al più presto dell’urgenza della nomina.

La nascita dell’AICS, una delle novità del nuovo sistema di cooperazione, richiede infatti, il riposizionamento del MAECI, ma soprattutto della DGCS poiché la legge, pur lasciando numerosi compiti alla Direzione ha affidato a una serie di complicati atti giuridici, ad esempio le Convenzioni, il finanziamento di funzioni vitali per l’intero sistema: programmazione, policy, valutazione, emergenza, rappresentanza in sede UE,OCSE/DAC e multilaterale. Il compito della DGCS è quindi cruciale sin dai primi momenti di attuazione della legge, soprattutto nel riuscire a dare sostanza al nuovo nome del Ministero che da Affari Esteri è passato a quello di Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Una sfida ambiziosa e complicata che non può esaurirsi nel tempestivo cambio delle Targhe e dei Loghi in atto già da un anno, ma che costituisce l’altra vera novità della legge, voluta soprattutto dalla società civile: fare in modo che la cooperazione internazionale non sia solo uno strumento, ma una componente sostanziale per l’identificazione del ruolo dell’Italia nel mondo.
 

La difficile fase globale e regionale che stiamo attraversando lo richiede in modo tassativo. La geografia della disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo è cambiata velocemente nell’ultimo decennio e non riguarda solo la “crescita” economica o l’acquisizione di tecnologia, ma lo sviluppo di “sistemi” di governo in cui le discriminazioni e le violenze siano ridotte in modo da ampliare le opportunità a disposizione dei singoli e vi sia una più equa ripartizione delle risorse tra paesi e all’interno di ciascun paese. D’altro canto quanto sia necessario “trasformare il nostro mondo”, come dichiara il titolo dell’Agenda 2030, lo scopriamo ogni giorno dalle notizie che arrivano sia in Europa che altrove.

L’Italia che per storia e collocazione geografica è sottoposta alle pressioni dei conflitti e delle migrazioni delle sponde africane e medio-orientali deve collocarsi in questo nuovo scenario avvalendosi anche delle molte esperienze di cooperazione con un profilo preciso da far valere in sede Europea e ONU. La nuova cooperazione prevista dalla Riforma implica infatti, la possibilità di ampliare il campo della “geopolitica”, intesa esclusivamente come analisi dei rapporti di forza tra potenze statuali, economiche e finanziarie, attraverso “relazioni” costruite tra contesti economici, sociali in grado di accrescere uguaglianza, partecipazione e produttività sostenibile, secondo i criteri che i documenti recentemente approvati in sede ONU - non solo l’Agenda 2030, ma anche l’Agenda d’Azione di Addis Abeba (AAAA), e Accordi della COP21 di Parigi sulla sostenibilità ambientale - pur con numerose incongruenze e opacità, indicano.
 

Sotto questo profilo l’altra novità introdotta dalla legge 125, ovvero la partecipazione dell’istituzione finanziaria Cassa Depositi e Prestiti per lo sviluppo di meccanismi finanziari innovativi e per il finanziamento agevolato di investitori pubblici, privati e internazionali, dovrebbe costituire un “mezzo” utile per raggiungere lo scopo, ma non un fine. Altrettanto interessanti e significative sono le aperture della legge ai sistemi di partenariato locale, al ruolo dell’università e dei nuovi soggetti capaci di coniugare diritti umani e promozione economica.

Trasformare velocemente queste giacimenti “cognitivi” in ricchezza spendibile nel contesto internazionale con una politica estera che dialoghi a pari livello con i grandi gestori della “governance” mondiale attraverso una cooperazione internazionale non solo efficiente, ma politicamente efficace è un obiettivo per tutto il sistema di cooperazione e un compito nuovo per il Ministero. Occorre, quindi, adeguare il ruolo della DGCS a svolgere le funzioni di indirizzo e di vigilanza su tutto il sistema, attuando velocemente il nuovo Decreto organizzativo previsto dalla Legge 125. Un segnale di buona volontà in questa direzione da parte del MAECI potrebbe facilitare i tempi di piena operatività della legge 125 e mettere in primo piano l’esigenza di coniugare le priorità della cooperazione e della politica estera, disegnando così un nuovo ruolo italiano nel contesto globale.

La legge purtroppo, su questi punti, lascia alcune zone grigie che devono essere ben presto colmate attraverso prassi che da subito evitino sovrapposizioni o conflitti tra strutture.

C’è dunque da augurarsi che le due strutture DGCS e AICS avviino al più presto una collaborazione su questo terreno, mettendo in campo una capacità di analisi e di proposta che consenta, all’interno del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo, di avviare un dialogo costante tra tutti i soggetti del sistema per definire la strategia di intervento e le modalità di attuazione.

TAG riforme aics

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 21/01/2016 alle 21:56 | Non ci sono commenti

21/01/2016

Roma sconfitta dal guano

Francesca Morelli

 

E’ singolare e interessante che il guano abbia attraversato l’oceano. Un importante quotidiano argentino ha pubblicato un dettagliato articolo sul tema. In piena stagione estiva, a seguito dell’elezione del presidente della Repubblica e con una temperatura elevatissima, a Buenos Aires probabilmente i giornalisti oltre che dedicarsi a inseguire i vip dello spettacolo e della politica, a recensire attimo dopo attimo le loro vacanze, scrivono su argomenti ameni quali il guano romano. Certamente più interessante dei pettegolezzi stagionali diranno in molti o alla cronaca nera che si sa, in estate, la fa da padrone, ma il Paese come molti altri nel mondo ha notevoli problemi da affrontare e risolvere, non ultima la terribile inflazione di cui soffre oramai da troppo tempo.

Gli stormi hanno raggiunto un successo internazionale, malgrado le inespresse improperie dei romani che quotidianamente, in determinati quartieri, vengono attaccati dalle loro deiezioni. Rassegnati più che arrabbiati, gli abitanti della città eterna tentano di risolvere individualmente il problema, armandosi di ombrello anche in una giornata di pieno sole. L’ inutilità dei provvedimenti adottati dall’autorità pubblica per risolvere l’annoso problema, non è sfuggita al giornalista argentino che, abbastanza ironicamente, fa un quadro divertente del turista e dei romani alle prese con gli escrementi degli stormi. Mani alzate, giornali e buste di plastica branditi in alto per scacciare il nemico pennuto o umile rifugio in cui ficcare la testa, tutto serve per difendersi dalle deiezioni dei nostri uccelli; alcuni riescono illesi dalla dura battaglia ma i marciappiedi, il manto stradale, i monumenti e le macchine restano in trappola. E’ impossibile, continua l’articolo, sedersi sulle panchine sporche delle piazze, dei parchi o vicino al Tevere, l’odore del guano, “così come vengono denominati gli escrementi degli uccelli” è talmente forte che scoraggia anche il più benintenzionato. Le autorità romane assicurano sui media che hanno lanciato un piano di dissuasione degli uccelli ma i risultati non sembrano evidenti così come mostrano le foto. Il giornalista sottolinea come il guano sia anche un ostacolo alla circolazione, già congestionata per le festività natalizie e per l’ afflusso straordinario di auto in occasione del Giubileo.

Gli amministratori della città non sembrerebbero avere altre soluzioni, dopo essere ricorsi all’aiuto di falchi lanciati vivi per sconfiggere gli stormi e aver adottato megafoni che imitano il suono degli uccelli rapaci parrebbero aver gettato la spugna; le critiche romane ovviamente accusano il governo locale di non aver affrontato in tempo la prevedibile piaga e non aver provveduto a potare i lussureggianti platani che costeggiano il lungotevere, offrendo così un habitat ideale ai milioni di uccelli che volteggiano indisturbati nel cielo.

L’articolo termina con un verdetto piuttosto negativo, “E’ veramente assurdo che una città come Roma si presenti in un simile stato” e forse non ha tutti i torti.

TAG guano

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Di Il Cosmopolita il 21/01/2016 alle 21:55 | Non ci sono commenti

23/12/2015

La periferia dell’Impero.

Nell’ultimo Star Wars l’Impero non ci sta più, sostituito da un regime reazionario e sanguinario che adotta simboli vagamente nazisti e  costumi ispirati al Farhenheit 451 di Truffaut. Un impasto di Isaac Asimov e Ray Bradbury per descrivere l’eterna lotta fra il male, la forza oscura, e il bene, la spada laser dell’ultimo Jedi. All’interno del conflitto succede di tutto. E’ quanto accade in Europa dopo le ultime tornate elettorali in Francia (amministrative) e Spagna (politiche).

Gli imperi, i partiti in senso tradizionale, si sfaldano e comunque non reggono l’urto delle contestazioni popolari. Troppa austerità e in dosi troppo ravvicinate? Stanchezza del potere ai soliti noti? I nuovi partiti, la resistenza del film, tarda ad affermarsi, ottiene una vittoria simbolica (la remontada) ma non tale da mandare via il vecchio potere. Ci si avvia ad una fase di convivenza (la grande coalizione?) in attesa del prossimo giro di giostra. Ovvero del prossimo film, l’ottavo, della saga che tanta fortuna ha portato e porta ai suoi produttori.

Le elezioni in Francia si sono alla fine risolte nella vittoria simbolica e non determinante del Front National.  Il rassemblement repubblicano, e cioè il confluire dei voti di sinistra sul centro al secondo turno, ha sbarrato la via alle Signore Le Pen e accende probabilmente un’ipoteca a favore del Sarkozy nuovo e vecchio Presidente alle presidenziali 2017. A meno che nel frattempo il Partito socialista del Presidente in carica non ritrovi lo scatto del turno passato o il partito del Presidente potenziale non cambi candidato per evitare il senso di back to the future col ritorno di Sarkozy all’Eliseo.

Le elezioni in Spagna hanno visto la remontada, appunto, di Podemos, che noi italiani amiamo collocare dalle parti del M5S, un movimento di sinistra potenziale del “vorrei ma non posso”. Hanno pure visto la tenuta, malgrado la perdita di seggi, del Partito popolare e del Partito socialista. Un risultato in continuità con quello greco? Basta all’austerità e via i suoi profeti?

Un dato di fondo differenzia il caso spagnolo dal francese ed ha il tratto del paradosso. In Francia le elezioni amministrative si sono giocate su un tema di politica estera: come rispondere all’attacco del DAESH – ISIS. In Spagna le elezioni politiche si sono giocate sulla politica economica: abbiamo già dato ai potentati del Nord Europa, ora torniamo a produrre benessere, quello stato di grazia che la stagione democratica (la transizione) ci ha dato dopo l’oscurantismo franchista. Stiamo in Europa, nel novero dei partner costruttivi e poco o nulla euro-scettici, per vivere meglio. Se l’Europa ci spinge a vivere peggio, noi reagiamo di conseguenza.

Ci sta una lezione da trarre dai casi francese e spagnolo? Le lezioni vanno prese con cautela come tutti i modelli sociali, che non hanno la certezza dei modelli matematici. La prima lezione riguarda l’esigenza di guardare alla costruzione europea con occhi diversi. Non mettere l’impianto in discussione, modificare le politiche affinché rispondano meglio alle esigenze dei cittadini. Il segreto del successo europeo sta nella crescita continua del benessere pubblico unita alla garanzia di pace lungo i sessanta anni dai Trattati di Roma. La seconda lezione riguarda l’esigenza di rispondere in maniera coordinata agli attacchi che vengono mossi al sistema. Il mondo fuori d’Europa può essere a volte minaccioso come il lato oscuro della Forza, meglio rendersene conto e attrezzarsi di conseguenza. Lo scopo resta quello di procrastinare senza termine il benessere e la pace dei sessanta anni dai Trattati di Roma. 

TAG ue

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Di Il Cosmopolita il 23/12/2015 alle 22:40 | Non ci sono commenti

23/12/2015

La condanna della Fondazione

Francesca Morelli

La cifra è enorme, si tratta di circa 35 milioni di pesos che la fondazione Madres de Plaza de Mayo deve pagare per non aver rispettato il contratto con la Corporación Buenos Aires Sur, gestita dalla città di Buenos Aires.

Nel 2007 era stato creato un consorzio per sviluppare e incrementare un piano abitativo che consisteva nell’iniziare a costruire case e a fabbricare pannelli di polistirolo. Di lì a poco, di quest’ultima voce e di comune accordo, non se ne fece più nulla.La giustizia porteña ha condannato la Fondazione Madres de Plaza de Mayo non tenendo conto della relazione della presidente Hebe Bonafini e sostenendo che quanto rivendicato dalla Corporazione Buenos Aires Sur per la fabbricazione congiunta di pannelli per la costruzione di case era giusto e corretto.

Il giudice Marcelo López Alfonsín ha stabilito che la fondazione non ha rispettato alcune clausole del contratto di dissoluzione.

Il progetto Sueños Compartidos si dissolse a seguito di uno scandalo fra Hebe Bonafini e i fratelli Schoklender, amministratori della Fondazione.

Da quanto è emerso sembrerebbe che la fondazione non abbia rispettato il pagamento di quanto spettante alla società del governo locale a seguito dello scioglimento nel 2008 del "Consorcio de Cooperación, creato solamente un anno prima, per raggiungere gli obiettivi previsti dal contratto. La sentenza prevede che anche i costi pagati dalla Corporazione per gli affitti dei morosi relativi a un edificio della città di Buenos Aires, dal 2008 al 2010, vengano rimborsati dalla Fondazione.

I media argentini si chiedono se la decisione presa dal giudice Marcelo López Alfonsín, del “juzgado” n. 18 nel contenzioso amministrativo e tributario della città di Buenos Aires, firmata il 10 novembre anche se solamente in questi giorni è stata pubblicata sulla Gazzetta del Consiglio della Magistratura porteña, sarebbe stata la stessa nel caso in cui Scioli, legato alla presidente uscente Cristina Fernandez de Kirchner, avesse vinto le elezioni al posto di Macri.

La cifra totale che le Madri di Plaza de Mayo dovranno restituire ammonta a 1.057.350,42 pesos per pagamenti extragiudiziali, tra cui figurano gli affitti non pagati dalla Fondazione. Il giudice ha sostenuto che “ per carenza assoluta di significato giuridico per la risoluzione del caso, non si considereranno le manifestazioni relative all’entità o alla bontà del progetto di case popolari connessi al cambiamento contrattuale e anche al cambio delle autorità del Governo della Città”. La domanda sorge spontanea, chi aiuterà questa volta Las Madres de Plaza de Mayo?

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Di Il Cosmopolita il 23/12/2015 alle 22:39 | Non ci sono commenti

26/11/2015

In memoria di Valeria.

L’abitudine solo italiana di chiamare per nome le persone che finiscono in cronaca vuole mostrare una familiarità da cui rifuggiamo nei rapporti formali.

Seguiamo l’abitudine nei confronti di Valeria e della Famiglia, accostandoci a loro con la stessa sobrietà con cui la Famiglia si è accostata alla cronaca. Travolta da un infame destino che ha fatto di Valeria una vittima suo malgrado del terrorismo, la Famiglia reagisce laicamente. E con lei reagisce Venezia, la sola città al mondo che può mettere in scena una cerimonia funebre di quella fatta. La gondola bardata a lutto con la bara coperta di fiori bianchi, i gondolieri a prua e poppa vestiti di bianco con le sottane viola, il drappo nero a lambire l’acqua. Il silenzio dei vaporetti produce il massimo contrasto fra il normale vociare delle calli e la compostezza dell’insieme. Canaletto ne darebbe una riproduzione magistrale.

La laicità è il messaggio che viene dalla cerimonia. Il messaggio è scandito a voce normale, a marcare che nella laicità dello stato, la pubblica virtù che la Francia insegna, sta il punto di equilibrio all’interno di società difficili, esposte come sono alle tensioni del mettere insieme chi insieme probabilmente non vorrebbe stare.

Venezia si riscopre modello. Inventò la diplomazia per tenere i mari d’Oriente. Ora all’Oriente propone la laicità.

 

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 26/11/2015 alle 13:58 | Non ci sono commenti

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