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Post di dicembre

19/12/2003

Semestre italiano, un trionfo fallimentare

La mancata conclusione dei negoziati per il testo della Costituzione europea viene interpretata da alcuni come sostanziale fallimento della Conferenza Intergovernativa, mentre altri non esitano a valutare i risultati del periodo di presidenza italiana come un vero e proprio trionfo. Su questa tematica si sta sviluppando la consueta diatriba fra campi contrapposti, a scapito, probabilmente, di una chiara disamina del complesso processo che, secondo le ottimistiche previsioni formulate nei mesi scorsi, avrebbe dovuto concludersi solennemente a Roma con la firma della 'Carta'. Il compito era certamente difficile ma c'è da chiedersi se gli investimenti effettuati dall'Italia con una partecipazione alla Convenzione di elevato profilo (Fini, Amato, Dini, Follini) siano stati adeguatamente sostenuti da un'azione continua e mirata, soprattutto nei confronti di quei Paesi che sin dall'inizio avevano manifestato la loro opposizione a soluzioni ritenute contrarie ai propri interessi nazionali. L'esigenza di assicurare l'imparzialità propria della Presidenza non è sufficiente da sola a spiegare l'insuccesso della mediazione fra gli schieramenti contrapposti (Polonia - Spagna / Francia - Germania). In realtà nella fase conclusiva del negoziato non vi è neppure stato un vero e proprio tentativo di mediazione. Prigioniera delle insanate lacerazioni sull'Iraq (nonché dalla obiettiva coesistenza in seno al Governo di correnti europeiste ed euroscettiche), la Presidenza ha rinunciato a compattare il Gruppo dei Fondatori e guadagnare la neutralità britannica per mettere nell'angolo Aznar e Miller: il rifiuto del compromesso al ribasso si è rivelato un comodo alibi per non scegliere un modello di Europa e per diluire le responsabilità. In tal modo, è stata privilegiata una strategia esattamente opposta a quella adottata da Craxi, Andreotti e Ruggiero a Milano nel 1985 e da Andreotti a Roma nel 1990: in entrambi i casi, il Regno Unito venne marginalizzato e si pervenne dapprima all'Atto Unico, poi al Trattato di Maastricht ed all'Unione Economica e Monetaria. Il caudillo del Partito Popolare ed i suoi alleati polacchi rappresentavano un boccone meno ostico della Thatcher ma al momento risolutivo sono drammaticamente riemersi i limiti di cultura politica europea del Presidente del Consiglio. Non è ovviamente scontato che un maggiore impegno della Presidenza avrebbe determinato un accordo ambizioso e coerente con il progetto della Convenzione. Ma si poteva almeno consumare la rottura su basi chiare e su prospettive precise per l'avvenire, indicando la volontà italiana di rilanciare una grande iniziativa dei Paesi Fondatori come via di uscita da uno scenario di crisi e paralisi. Tale opzione è stata scartata (malgrado le dichiarazioni del Ministro Frattini in Parlamento nell'imminenza del Vertice del 12-13 dicembre sembrassero andare in siffatta direzione) ed ove Francia, Germania e Benelux decidessero di avviarla, vi è da chiedersi quale sarebbe la collocazione del Governo Berlusconi. Vi è il rischio che alla ripresa del dibattito costituzionale l'Italia si trovi in una posizione marginale ed ancillare, in uno scomodo guado tra i Paesi integrazionisti e quelli sovranisti, equidistante ed ininfluente, sostanzialmente fuori dalla logica degli accordi fra i tre Grandi (ovvero ammessa solo come supporto al Regno Unito e 'testimonial' del Gruppo amici di Washington) ma anche senza ancoraggi alla tradizione comunitaria dei Fondatori. La nostra presenza potrebbe caratterizzarsi per il richiamo ai valori cristiani, una poco sorprendente diffidenza verso ogni serio rafforzamento della cooperazione giudiziaria europea (mandato d'arresto docet), una posizione 'à la carte' su tutto il resto. Insomma, l'asino di Buridano come valore aggiunto della CdL alla 'polverosa tradizione europeista del nostro Paese'. Una notazione merita anche l'atteggiamento della opposizione in tutta la vicenda. Oscillando tra candori'bipartisan' e critiche preconcette verso i bersagli sbagliati, tra le erudite 'letterine' di Amato sul 'Sole 24ore' (le cui finalità sono probabilmente più interne che europee) e le appassionanti previsioni sul futuro di Prodi (altro autorevole 'non-attore' del negoziato costituzionale), l'Ulivo si è astenuto dal fare l'unica cosa che un 'Governo-ombra' fa in una democrazia normale: indicare una visione complessiva e le iniziative che avrebbe adottato se gli fosse toccato gestire la Presidenza della CIG. Resta da augurarsi che la lista unitaria per le elezioni del Parlamento Europeo del prossimo giugno sia in grado di esprimere opinioni sul futuro dell'Unione ampliata, chiarendo il suo pensiero sulla composizione ed i poteri della Commissione, sulla doppia maggioranza degli Stati e dei cittadini, sul mantenimento dell'unanimità (perorato da un desolante, recente articolo de 'Il Riformista'), sul Governo economico dell'Euro, sulle politiche settoriali. Un utile punto di partenza per tali auspicabili riflessioni è rappresentato dall'unico elemento emerso con chiarezza dalla Convenzione e dalla CIG: benché formalmente ancora in vigore, Nizza è ormai un 'dead Treaty walking'. L'Unione del futuro si farà con altri strumenti.

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19/12/2003

Dal cittadino del mondo al mondo dei cittadini

Kant era definito dai suoi contemporanei un cosmopolita: eppure, com'è noto, non si era quasi mai allontanato dalla sua Koenigsberg. Egli era assai curioso e aveva interesse per tutto ciò che accadeva nel mondo, si teneva informato leggendo riviste di vari paesi, ed era un tenace sostenitore dell'importanza dello studio della geografia. Il suo essere cosmopolita poco aveva a che vedere con quello dei cosmopoliti individualisti che, come Fougeret de Montbron nel suo Le Cosmopolite, si vantavano di non appartenere a nessun luogo in particolare, di poter vivere ovunque indifferentemente, liberi da responsabilità nei confronti dei singoli e della patria, in nome di un'attenzione indifferenziata per tutti gli uomini e per il mondo intero. Essere cosmopolita per Kant non significava dunque cosmopoliter, spostarsi fisicamente da un punto all'altro della terra, ma assumere un determinato modo di pensare: giudicare e agire guidati dall'idea di essere cittadini del mondo. La Weltanschauung del cittadino del mondo viene caratterizzata da Kant come diversa da quella del cosiddetto 'figlio della terra': il figlio della terra è interessato agli affari e agli avvenimenti mondani solo in quanto influiscano sulla propria condizione; è un uomo attivo, energico, attaccato al dovere, ma 'ristretto di cuore e di propositi'; dipende dalle cose ed è come loro prigioniero. Al cittadino del mondo invece interessa 'l'umanità, il mondo intero, l'origine delle cose, il loro valore intrinseco, gli scopi ultimi'. Essere Weltbürger, cittadino del mondo, vuole dire considerare il mondo come un luogo dal quale nulla resti fuori ed estraneo, in opposizione al punto di vista dei figli della terra, che 'abbracciano nel proprio io tutto il mondo' e che, entusiasti della famiglia o della patria, 'mostrano indifferenza o invidia patriottica verso gli altri popoli'. Il sentimento di comunanza, che distingue il cittadino del mondo dal figlio della terra, non resta nel pensiero di Kant una pura istanza morale; negli ultimi anni della sua vita, egli si preoccupò di tradurlo in termini giuridici, suggerendo l'introduzione di un diritto cosmopolitico, accanto al diritto statuale e al diritto delle genti. Il diritto cosmopolitico, ovvero il 'diritto di uno straniero di non essere trattato ostilmente quando arriva sul suolo di un altro', si fonda a sua volta non sul diritto di essere ospitato, 'bensì su un diritto di visita che spetta a tutti gli uomini, in quanto diritto di proporsi come membro della società in ogni paese, per via del diritto al possesso comune della superficie della terra...'. Ciò introduce un principio che non ha precedenti dottrinali: quello in base al quale si deve riconoscere ad ogni uomo lo stato giuridico di cittadino del mondo, disancorando in tal modo i suoi diritti dalla cittadinanza e dalla statualità. Oggi sta ormai diventando patrimonio comune l'idea che gli individui, indipendentemente dalla loro nazionalità, siano titolari di certi diritti e di certi doveri; per esempio, essi possono essere ritenuti responsabili di crimini secondo il diritto internazionale. Ormai è diventato senso comune il dovere che nutriamo nei confronti dei nostri simili in altri paesi, per aiutare i quali sono sorte prima la croce rossa internazionale e, in seguito, diverse e numerose organizzazione umanitarie. Esiste una opinione pubblica internazionale di individui che si pensano cittadini del mondo, la quale si pronuncia, sollecita interventi, denuncia omissioni su questioni e vicende relative alla tutela dei diritti umani. Oggi, come scriveva profeticamente Kant nel 1795, nel trattato sulla Pace perpetua ...la comunanza ormai ovunque prevalente tra i popoli della Terra si è estesa a tal punto che la violazione del diritto compiuta in un punto della terra viene percepita in tutti. In questa frase è la sostanza del diritto cosmopolitico kantiano, ed anche il programma che ancora resta da realizzare. È come se Kant dicesse che le società democratiche contemporanee non possono e non potranno dirsi veramente tali, e sviluppare pienamente le potenzialità del loro sistema politico, se non si impegneranno a uscire dallo stato di natura (vedi Hobbes) in cui si trovano ancora a livello di diritto internazionale, a democratizzare, in base ad una decisione presa colletivamente i rapporti con gli altri stati nell'ambito della sfera internazionale, e a tutelare - non solo formalmente - i diritti fondamentali degli uomini e delle donne, ovunque si trovino: il che significa costruire un mondo di cittadini del mondo.

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19/12/2003

La politica estera non c'è

E' esercizio mostruosamente noioso provare a leggere la legge finanziaria, corvée di solito riservata agli addetti ai lavori e a chi abbia difficoltà a prender sonno la sera. Ma è proprio con la manovra di bilancio che vengono assegnate le risorse alle varie amministrazioni dello Stato, ed è dunque con la finanziaria che si determinano ruolo, prospettive e 'peso' delle politiche pubbliche, compresa ovviamente la politica estera. Ma allora, come esce il Ministero degli Esteri dalla finanziaria 2004? Dopo l'interim berlusconiano alla Farnesina, dopo lo strombazzato rilancio della diplomazia economica, dopo le pacche sulle spalle ai Grandi della Terra e la vetrina del semestre di presidenza europea, proviamo a cercare nelle pieghe della manovra qualche traccia utile a comprendere il contesto futuro - almeno quello immediato - su cui potranno contare le feluche della Farnesina. Diligentemente, partiamo dal Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, il noto DPEF che delinea il quadro di riferimento per le politiche di sviluppo dell'Italia dei prossimi anni. E cerchiamo, cerchiamo. Ma della politica estera non riusciamo a trovare traccia. Si parla di contesto economico internazionale (come fattore dato) e di prospettive di crescita dell'Unione Europea, anche nell'ambito dell'allargamento ad Est, poi viene menzionata più volte la presidenza italiana. E poi si passa ad altri temi, sino al paragrafo finale: 'Un accordo per riforme, competitività, sviluppo ed equilibrio finanziario'. E' la conclusione logica dell'intero impianto del DPEF, la strategia di riforma e intervento nel Paese per il periodo 2004-2007. Infatti vi sono tutte le 'linee di indirizzo' per le 'singole amministrazioni' e vengono rapidamente delineate tutte le relative politiche: industriale, energetica, infrastrutturale, dei trasporti, delle telecomunicazioni (come poteva mancare?), scientifica, tecnologica, ambientale, turistica, culturale, agroalimentare, per il Mezzogiorno, di formazione, scolastica, delle pari opportunità, di sicurezza, di lotta all'illegalità, di informatizzazione, previdenziale, dell'equità sociale (sic!), sanitaria. Ma della politica estera non vi è cenno alcuno: la politica estera, semplicemente, non è vista come una risorsa per la crescita dell'Italia, e si riduce alla presenza in Europa (peraltro obbligata e che rispecchia una politica estera ovviamente atipica), ad un fugace passaggio sulla 'sicurezza internazionale' e sul governo dei 'flussi di immigrazione'. Tutto qui. Perfettamente consequenziale all'enfasi sulle missioni in Afghanistan ed Irak ed alle previsioni della Bossi-Fini. Andiamo allora a scartabellare, pazientemente, il voluminoso fardello della legge finanziaria, sperando di trovare almeno nelle sue tante pagine un qualche riferimento alla politica estera. Sorpresa! Un articolo della legge è pomposamente intitolato 'Disposizioni in materia di affari esteri'. Ci aspettiamo la riforma della Farnesina, le risorse per l'internazionalizzazione e per un nuovo slancio per la polverosa diplomazia italiana, il rilancio dell'aiuto allo sviluppo. Troviamo invece cinque norme incomprensibili, di stampo burocratico-amministrativo, tecnicismi contabili per far funzionare ambasciate e procedure di cooperazione. Può essere questo il peso della politica estera nella manovra? Scorriamo ancora, saltiamo la norma sul 'Fondo missioni internazionali' (quelle militari...) arriviamo all'articolo sul blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, e troviamo un passaggio che riconosce la priorità di assumere, fra molte altre tipologie, gli addetti al 'rispetto degli impegni internazionali'. Si tratta dei militari per l'Irak? Non capiamo bene, e continuiamo a sfogliare. A un tratto un brivido: si parla di 'Comodato gratuito di sedi all'estero'. In soldoni, se una pubblica amministrazione persegue 'l'obiettivo dell'internazionalizzazione del sistema produttivo italiano' non paga l'affitto ad ambasciate e consolati. Pochino, rispetto a quanto ci aspettavamo dagli ambasciatori-manager promessi dal Premier... Gli articoli seguenti sono in compenso tutto un profluvio di 'made in Italy', ma chi tiene il boccino è sempre il Ministero delle Attività Produttive, della Farnesina e del coordinamento delle iniziative con il panorama internazionale e la politica estera nessun cenno. Anche le 'misure di sostegno alla internazionalizzazione delle imprese' sono di competenza delle Attività Produttive. Poi basta, null'altro. Cerchiamo nel famigerato decreto legge che accompagna la finanziaria (quello della riforma delle pensioni e del condono edilizio, per intenderci), forse lì vi è qualcosa di più. E invece niente di niente, salvo le norme nella parte sul 'Made in Italy' (ancora!) per agevolare le imprese. Con pazienza e coraggio ci accingiamo a studiare conti e cifre nelle tabelle finanziarie vere e proprie. Ne emerge un quadro sorprendente. Nella tabelle B e D (spese ed investimenti 'in conto capitale': ad esempio, per nuove infrastrutture) gli Esteri proprio non ci sono, a differenza di molti altri dicasteri (fra cui le solite Attività Produttive). Invece, nella tabella F (stanziamenti per leggi pluriennali) la Farnesina compare con la legge di acquisto, ristrutturazione e costruzione di rappresentanze diplomatiche ed uffici consolari. Ma solo per il 2004, con la cifra - peraltro modesta, con i prezzi del mercato immobiliare mondiale - di 10 milioni di euro. E poi che succede? Non ristrutturiamo più le sedi all'estero? O ci penseranno, come per il resto della P.A., Patrimonio S.p.a e l'Agenzia delle entrate? In compenso, troviamo gli Esteri in tabella A (fondo speciale di parte corrente: l'accantonamento per la copertura finanziaria di nuove leggi) e in tabella C (stanziamenti di bilancio fissati direttamente dalla finanziaria). Dal sito web del Parlamento andiamo a leggere la finanziaria 2003, e scopriamo che in tabella A si resta fermi a poco più di 200 milioni di euro nel 2004 e poi si scende a circa 180/188 nei due anni seguenti. Quadro senza dubbio preoccupante, che prelude quanto meno ad una ulteriore diminuzione delle risorse 'fresche' messe a disposizione per iniziative di riforma. In tabella C, andiamo invece subito a leggere gli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo, che manco a dirlo scendono nel periodo 2003-2004 di oltre 1 milione di euro... Insomma, un mezzo disastro. Non ci resta che l'ultima fatica, controllare il bilancio vero e proprio, i capitoli su cui i funzionari della Farnesina gestiranno nel 2004 le spese per far funzionare la baracca. Il groviglio di cifre del librone ci spaventa... non poco, e passiamo subito al 'Riepilogo'. Gli Esteri passano da un bilancio di 2.137.510.707 euro del 2003 a 2.098.705.622 euro previsti per il 2004. Perdono insomma in un anno circa 40 milioni di euro, che non ci sembra pochissimo. In conclusione, nessuna (o quasi) previsione nel DPEF, pochissime ininfluenti norme in finanziaria, accantonamenti (le tabelle allegate) inesistenti o in diminuzione, un bilancio anch'esso in progressiva frenata. E non sarà 'l'emendamento sicurezza' a mutare di molto tale desolante quadro. In compenso, manteniamo intatto il velleitarismo da potenza geopolitica, l'impegno militare in due Paesi in guerra, la spasmodica attenzione al bacino elettorale dei connazionali all'estero, la retorica della diplomazia economica al servizio delle imprese. Con quali mezzi, però, non è dato capirlo.

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19/12/2003

Semestre italiano, un trionfo fallimentare

La mancata conclusione dei negoziati per il testo della Costituzione europea viene interpretata da alcuni come sostanziale fallimento della Conferenza Intergovernativa, mentre altri non esitano a valutare i risultati del periodo di presidenza italiana come un vero e proprio trionfo. Su questa tematica si sta sviluppando la consueta diatriba fra campi contrapposti, a scapito, probabilmente, di una chiara disamina del complesso processo che, secondo le ottimistiche previsioni formulate nei mesi scorsi, avrebbe dovuto concludersi solennemente a Roma con la firma della 'Carta'. Il compito era certamente difficile ma c'è da chiedersi se gli investimenti effettuati dall'Italia con una partecipazione alla Convenzione di elevato profilo (Fini, Amato, Dini, Follini) siano stati adeguatamente sostenuti da un'azione continua e mirata, soprattutto nei confronti di quei Paesi che sin dall'inizio avevano manifestato la loro opposizione a soluzioni ritenute contrarie ai propri interessi nazionali. L'esigenza di assicurare l'imparzialità propria della Presidenza non è sufficiente da sola a spiegare l'insuccesso della mediazione fra gli schieramenti contrapposti (Polonia - Spagna / Francia - Germania). In realtà nella fase conclusiva del negoziato non vi è neppure stato un vero e proprio tentativo di mediazione. Prigioniera delle insanate lacerazioni sull'Iraq (nonché dalla obiettiva coesistenza in seno al Governo di correnti europeiste ed euroscettiche), la Presidenza ha rinunciato a compattare il Gruppo dei Fondatori e guadagnare la neutralità britannica per mettere nell'angolo Aznar e Miller: il rifiuto del compromesso al ribasso si è rivelato un comodo alibi per non scegliere un modello di Europa e per diluire le responsabilità. In tal modo, è stata privilegiata una strategia esattamente opposta a quella adottata da Craxi, Andreotti e Ruggiero a Milano nel 1985 e da Andreotti a Roma nel 1990: in entrambi i casi, il Regno Unito venne marginalizzato e si pervenne dapprima all'Atto Unico, poi al Trattato di Maastricht ed all'Unione Economica e Monetaria. Il caudillo del Partito Popolare ed i suoi alleati polacchi rappresentavano un boccone meno ostico della Thatcher ma al momento risolutivo sono drammaticamente riemersi i limiti di cultura politica europea del Presidente del Consiglio. Non è ovviamente scontato che un maggiore impegno della Presidenza avrebbe determinato un accordo ambizioso e coerente con il progetto della Convenzione. Ma si poteva almeno consumare la rottura su basi chiare e su prospettive precise per l'avvenire, indicando la volontà italiana di rilanciare una grande iniziativa dei Paesi Fondatori come via di uscita da uno scenario di crisi e paralisi. Tale opzione è stata scartata (malgrado le dichiarazioni del Ministro Frattini in Parlamento nell'imminenza del Vertice del 12-13 dicembre sembrassero andare in siffatta direzione) ed ove Francia, Germania e Benelux decidessero di avviarla, vi è da chiedersi quale sarebbe la collocazione del Governo Berlusconi. Vi è il rischio che alla ripresa del dibattito costituzionale l'Italia si trovi in una posizione marginale ed ancillare, in uno scomodo guado tra i Paesi integrazionisti e quelli sovranisti, equidistante ed ininfluente, sostanzialmente fuori dalla logica degli accordi fra i tre Grandi (ovvero ammessa solo come supporto al Regno Unito e 'testimonial' del Gruppo amici di Washington) ma anche senza ancoraggi alla tradizione comunitaria dei Fondatori. La nostra presenza potrebbe caratterizzarsi per il richiamo ai valori cristiani, una poco sorprendente diffidenza verso ogni serio rafforzamento della cooperazione giudiziaria europea (mandato d'arresto docet), una posizione 'à la carte' su tutto il resto. Insomma, l'asino di Buridano come valore aggiunto della CdL alla 'polverosa tradizione europeista del nostro Paese'. Una notazione merita anche l'atteggiamento della opposizione in tutta la vicenda. Oscillando tra candori'bipartisan' e critiche preconcette verso i bersagli sbagliati, tra le erudite 'letterine' di Amato sul 'Sole 24ore' (le cui finalità sono probabilmente più interne che europee) e le appassionanti previsioni sul futuro di Prodi (altro autorevole 'non-attore' del negoziato costituzionale), l'Ulivo si è astenuto dal fare l'unica cosa che un 'Governo-ombra' fa in una democrazia normale: indicare una visione complessiva e le iniziative che avrebbe adottato se gli fosse toccato gestire la Presidenza della CIG. Resta da augurarsi che la lista unitaria per le elezioni del Parlamento Europeo del prossimo giugno sia in grado di esprimere opinioni sul futuro dell'Unione ampliata, chiarendo il suo pensiero sulla composizione ed i poteri della Commissione, sulla doppia maggioranza degli Stati e dei cittadini, sul mantenimento dell'unanimità (perorato da un desolante, recente articolo de 'Il Riformista'), sul Governo economico dell'Euro, sulle politiche settoriali. Un utile punto di partenza per tali auspicabili riflessioni è rappresentato dall'unico elemento emerso con chiarezza dalla Convenzione e dalla CIG: benché formalmente ancora in vigore, Nizza è ormai un 'dead Treaty walking'. L'Unione del futuro si farà con altri strumenti.

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Dal cittadino del mondo al mondo dei cittadini

Kant era definito dai suoi contemporanei un cosmopolita: eppure, com'è noto, non si era quasi mai allontanato dalla sua Koenigsberg. Egli era assai curioso e aveva interesse per tutto ciò che accadeva nel mondo, si teneva informato leggendo riviste di vari paesi, ed era un tenace sostenitore dell'importanza dello studio della geografia. Il suo essere cosmopolita poco aveva a che vedere con quello dei cosmopoliti individualisti che, come Fougeret de Montbron nel suo Le Cosmopolite, si vantavano di non appartenere a nessun luogo in particolare, di poter vivere ovunque indifferentemente, liberi da responsabilità nei confronti dei singoli e della patria, in nome di un'attenzione indifferenziata per tutti gli uomini e per il mondo intero. Essere cosmopolita per Kant non significava dunque cosmopoliter, spostarsi fisicamente da un punto all'altro della terra, ma assumere un determinato modo di pensare: giudicare e agire guidati dall'idea di essere cittadini del mondo. La Weltanschauung del cittadino del mondo viene caratterizzata da Kant come diversa da quella del cosiddetto 'figlio della terra': il figlio della terra è interessato agli affari e agli avvenimenti mondani solo in quanto influiscano sulla propria condizione; è un uomo attivo, energico, attaccato al dovere, ma 'ristretto di cuore e di propositi'; dipende dalle cose ed è come loro prigioniero. Al cittadino del mondo invece interessa 'l'umanità, il mondo intero, l'origine delle cose, il loro valore intrinseco, gli scopi ultimi'. Essere Weltbürger, cittadino del mondo, vuole dire considerare il mondo come un luogo dal quale nulla resti fuori ed estraneo, in opposizione al punto di vista dei figli della terra, che 'abbracciano nel proprio io tutto il mondo' e che, entusiasti della famiglia o della patria, 'mostrano indifferenza o invidia patriottica verso gli altri popoli'. Il sentimento di comunanza, che distingue il cittadino del mondo dal figlio della terra, non resta nel pensiero di Kant una pura istanza morale; negli ultimi anni della sua vita, egli si preoccupò di tradurlo in termini giuridici, suggerendo l'introduzione di un diritto cosmopolitico, accanto al diritto statuale e al diritto delle genti. Il diritto cosmopolitico, ovvero il 'diritto di uno straniero di non essere trattato ostilmente quando arriva sul suolo di un altro', si fonda a sua volta non sul diritto di essere ospitato, 'bensì su un diritto di visita che spetta a tutti gli uomini, in quanto diritto di proporsi come membro della società in ogni paese, per via del diritto al possesso comune della superficie della terra...'. Ciò introduce un principio che non ha precedenti dottrinali: quello in base al quale si deve riconoscere ad ogni uomo lo stato giuridico di cittadino del mondo, disancorando in tal modo i suoi diritti dalla cittadinanza e dalla statualità. Oggi sta ormai diventando patrimonio comune l'idea che gli individui, indipendentemente dalla loro nazionalità, siano titolari di certi diritti e di certi doveri; per esempio, essi possono essere ritenuti responsabili di crimini secondo il diritto internazionale. Ormai è diventato senso comune il dovere che nutriamo nei confronti dei nostri simili in altri paesi, per aiutare i quali sono sorte prima la croce rossa internazionale e, in seguito, diverse e numerose organizzazione umanitarie. Esiste una opinione pubblica internazionale di individui che si pensano cittadini del mondo, la quale si pronuncia, sollecita interventi, denuncia omissioni su questioni e vicende relative alla tutela dei diritti umani. Oggi, come scriveva profeticamente Kant nel 1795, nel trattato sulla Pace perpetua ...la comunanza ormai ovunque prevalente tra i popoli della Terra si è estesa a tal punto che la violazione del diritto compiuta in un punto della terra viene percepita in tutti. In questa frase è la sostanza del diritto cosmopolitico kantiano, ed anche il programma che ancora resta da realizzare. È come se Kant dicesse che le società democratiche contemporanee non possono e non potranno dirsi veramente tali, e sviluppare pienamente le potenzialità del loro sistema politico, se non si impegneranno a uscire dallo stato di natura (vedi Hobbes) in cui si trovano ancora a livello di diritto internazionale, a democratizzare, in base ad una decisione presa colletivamente i rapporti con gli altri stati nell'ambito della sfera internazionale, e a tutelare - non solo formalmente - i diritti fondamentali degli uomini e delle donne, ovunque si trovino: il che significa costruire un mondo di cittadini del mondo.

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La politica estera non c'è

E' esercizio mostruosamente noioso provare a leggere la legge finanziaria, corvée di solito riservata agli addetti ai lavori e a chi abbia difficoltà a prender sonno la sera. Ma è proprio con la manovra di bilancio che vengono assegnate le risorse alle varie amministrazioni dello Stato, ed è dunque con la finanziaria che si determinano ruolo, prospettive e 'peso' delle politiche pubbliche, compresa ovviamente la politica estera. Ma allora, come esce il Ministero degli Esteri dalla finanziaria 2004? Dopo l'interim berlusconiano alla Farnesina, dopo lo strombazzato rilancio della diplomazia economica, dopo le pacche sulle spalle ai Grandi della Terra e la vetrina del semestre di presidenza europea, proviamo a cercare nelle pieghe della manovra qualche traccia utile a comprendere il contesto futuro - almeno quello immediato - su cui potranno contare le feluche della Farnesina. Diligentemente, partiamo dal Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, il noto DPEF che delinea il quadro di riferimento per le politiche di sviluppo dell'Italia dei prossimi anni. E cerchiamo, cerchiamo. Ma della politica estera non riusciamo a trovare traccia. Si parla di contesto economico internazionale (come fattore dato) e di prospettive di crescita dell'Unione Europea, anche nell'ambito dell'allargamento ad Est, poi viene menzionata più volte la presidenza italiana. E poi si passa ad altri temi, sino al paragrafo finale: 'Un accordo per riforme, competitività, sviluppo ed equilibrio finanziario'. E' la conclusione logica dell'intero impianto del DPEF, la strategia di riforma e intervento nel Paese per il periodo 2004-2007. Infatti vi sono tutte le 'linee di indirizzo' per le 'singole amministrazioni' e vengono rapidamente delineate tutte le relative politiche: industriale, energetica, infrastrutturale, dei trasporti, delle telecomunicazioni (come poteva mancare?), scientifica, tecnologica, ambientale, turistica, culturale, agroalimentare, per il Mezzogiorno, di formazione, scolastica, delle pari opportunità, di sicurezza, di lotta all'illegalità, di informatizzazione, previdenziale, dell'equità sociale (sic!), sanitaria. Ma della politica estera non vi è cenno alcuno: la politica estera, semplicemente, non è vista come una risorsa per la crescita dell'Italia, e si riduce alla presenza in Europa (peraltro obbligata e che rispecchia una politica estera ovviamente atipica), ad un fugace passaggio sulla 'sicurezza internazionale' e sul governo dei 'flussi di immigrazione'. Tutto qui. Perfettamente consequenziale all'enfasi sulle missioni in Afghanistan ed Irak ed alle previsioni della Bossi-Fini. Andiamo allora a scartabellare, pazientemente, il voluminoso fardello della legge finanziaria, sperando di trovare almeno nelle sue tante pagine un qualche riferimento alla politica estera. Sorpresa! Un articolo della legge è pomposamente intitolato 'Disposizioni in materia di affari esteri'. Ci aspettiamo la riforma della Farnesina, le risorse per l'internazionalizzazione e per un nuovo slancio per la polverosa diplomazia italiana, il rilancio dell'aiuto allo sviluppo. Troviamo invece cinque norme incomprensibili, di stampo burocratico-amministrativo, tecnicismi contabili per far funzionare ambasciate e procedure di cooperazione. Può essere questo il peso della politica estera nella manovra? Scorriamo ancora, saltiamo la norma sul 'Fondo missioni internazionali' (quelle militari...) arriviamo all'articolo sul blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, e troviamo un passaggio che riconosce la priorità di assumere, fra molte altre tipologie, gli addetti al 'rispetto degli impegni internazionali'. Si tratta dei militari per l'Irak? Non capiamo bene, e continuiamo a sfogliare. A un tratto un brivido: si parla di 'Comodato gratuito di sedi all'estero'. In soldoni, se una pubblica amministrazione persegue 'l'obiettivo dell'internazionalizzazione del sistema produttivo italiano' non paga l'affitto ad ambasciate e consolati. Pochino, rispetto a quanto ci aspettavamo dagli ambasciatori-manager promessi dal Premier... Gli articoli seguenti sono in compenso tutto un profluvio di 'made in Italy', ma chi tiene il boccino è sempre il Ministero delle Attività Produttive, della Farnesina e del coordinamento delle iniziative con il panorama internazionale e la politica estera nessun cenno. Anche le 'misure di sostegno alla internazionalizzazione delle imprese' sono di competenza delle Attività Produttive. Poi basta, null'altro. Cerchiamo nel famigerato decreto legge che accompagna la finanziaria (quello della riforma delle pensioni e del condono edilizio, per intenderci), forse lì vi è qualcosa di più. E invece niente di niente, salvo le norme nella parte sul 'Made in Italy' (ancora!) per agevolare le imprese. Con pazienza e coraggio ci accingiamo a studiare conti e cifre nelle tabelle finanziarie vere e proprie. Ne emerge un quadro sorprendente. Nella tabelle B e D (spese ed investimenti 'in conto capitale': ad esempio, per nuove infrastrutture) gli Esteri proprio non ci sono, a differenza di molti altri dicasteri (fra cui le solite Attività Produttive). Invece, nella tabella F (stanziamenti per leggi pluriennali) la Farnesina compare con la legge di acquisto, ristrutturazione e costruzione di rappresentanze diplomatiche ed uffici consolari. Ma solo per il 2004, con la cifra - peraltro modesta, con i prezzi del mercato immobiliare mondiale - di 10 milioni di euro. E poi che succede? Non ristrutturiamo più le sedi all'estero? O ci penseranno, come per il resto della P.A., Patrimonio S.p.a e l'Agenzia delle entrate? In compenso, troviamo gli Esteri in tabella A (fondo speciale di parte corrente: l'accantonamento per la copertura finanziaria di nuove leggi) e in tabella C (stanziamenti di bilancio fissati direttamente dalla finanziaria). Dal sito web del Parlamento andiamo a leggere la finanziaria 2003, e scopriamo che in tabella A si resta fermi a poco più di 200 milioni di euro nel 2004 e poi si scende a circa 180/188 nei due anni seguenti. Quadro senza dubbio preoccupante, che prelude quanto meno ad una ulteriore diminuzione delle risorse 'fresche' messe a disposizione per iniziative di riforma. In tabella C, andiamo invece subito a leggere gli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo, che manco a dirlo scendono nel periodo 2003-2004 di oltre 1 milione di euro... Insomma, un mezzo disastro. Non ci resta che l'ultima fatica, controllare il bilancio vero e proprio, i capitoli su cui i funzionari della Farnesina gestiranno nel 2004 le spese per far funzionare la baracca. Il groviglio di cifre del librone ci spaventa... non poco, e passiamo subito al 'Riepilogo'. Gli Esteri passano da un bilancio di 2.137.510.707 euro del 2003 a 2.098.705.622 euro previsti per il 2004. Perdono insomma in un anno circa 40 milioni di euro, che non ci sembra pochissimo. In conclusione, nessuna (o quasi) previsione nel DPEF, pochissime ininfluenti norme in finanziaria, accantonamenti (le tabelle allegate) inesistenti o in diminuzione, un bilancio anch'esso in progressiva frenata. E non sarà 'l'emendamento sicurezza' a mutare di molto tale desolante quadro. In compenso, manteniamo intatto il velleitarismo da potenza geopolitica, l'impegno militare in due Paesi in guerra, la spasmodica attenzione al bacino elettorale dei connazionali all'estero, la retorica della diplomazia economica al servizio delle imprese. Con quali mezzi, però, non è dato capirlo.

ARCHIVIATO IN Sistema Italia

Di Il Cosmopolita il 19/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

La politica estera italiana: obiettivi, strumenti, risorse

'Il Cosmopolita' nasce su impulso della CGIL del Ministero degli Esteri - e con il concorso della Confederazione CGIL - in una fase in cui anche l'Italia ha finalmente riconosciuto alla politica internazionale un impatto diretto su quanto avviene oggi ed avverrà nel prossimo futuro nel nostro Paese. Come hanno in larga parte confermato le reazioni ed i commenti ai tragici fatti di Nassirya, appare legittimo affermare che alla consapevolezza sulla centralità della politica internazionale non ha ancora fatto riscontro una capacità - e/o una volontà - di guardare a ciò che avviene con categorie conoscitive e propositive nuove e commisurate. Lo 'stupore' di non essere capiti ed universalmente apprezzati emerso nell'opinione pubblica si unisce ad una persistente sottovalutazione della politica estera dell'attuale Governo. Anche chi lo avversa enfatizza con colpevole leggerezza gli effetti teatrali di tale politica, rinunciando ad evidenziarne e dibatterne gli elementi di profonda frattura rispetto al passato. Tutto ciò si traduce nell'aggravamento della 'crisi d'identità' di una Farnesina sconcertata e perplessa, mai uscita da un deficit antico di modernizzazione e risorse ed ora in bilico tra svuotamento e riforme, all'ombra di un dubbio primato dell'approccio militare. 'Il Cosmopolita' nasce dal riconoscimento di questo nodo, che è innanzitutto conoscitivo oltre che politico, e che ha conseguenze evidenti sugli operatori e gli addetti del Ministero degli Esteri. Proprio per questa ragione, la CGIL ha deciso di offrire questo formato di riflessione e di dibattito. L'iniziativa segue un quarto di secolo di impegno per la riforma, anche attraverso l'Osservatorio permanente sulle strutture della politica estera italiana, e la più recente attenzione alle implicazioni dei processi di globalizzazione sulla politica estera italiana. Un progetto che muove dall'interno della struttura diplomatica italiana ed intende contribuire ad un orientamento in cui la sovranazionalità, la composizione negoziale e strutturale dei conflitti abbiano lo spazio che ad essi compete. Tutto ciò in una prospettiva razionale : 'Il Cosmopolita', mutuato dalle belle pagine di Kant sulla 'pace perpetua'. Infatti, solo affrontando e risolvendo alcune questioni fondamentali sul ruolo internazionale del nostro paese si potranno avere idee chiare su quali siano gli strumenti e le relative risorse necessarie per sostenere adeguatamente un tale ruolo; è evidente altresì che 'Il Cosmopolita' di tale processo al servizio del Paese vuole essere uno dei lieviti, uno dei fori. Con questa rivista informatica si intende creare uno strumento interattivo, allo stesso tempo di informazione e di riflessione: cercheremo da un lato di offrire elementi sulle questioni più rilevanti sull'organizzazione e la gestione della politica estera italiana, sforzandoci di fornire chiavi di interpretazione, approfondimenti, analisi e ipotesi di soluzione. In tal quadro per l'intrinseca relazione fra obiettivi, strumenti e risorse, il discorso sindacale - che pure manterrà la priorità che gli compete in questa sede - non potrà essere avulso da quello inerente le finalità della politica estera italiana. D'altra parte auspichiamo di poter ricevere ed ospiteremo volentieri tutti quei contributi esterni che possano contribuire alla migliore definizione delle problematiche della politica estera italiana e dei suoi strumenti di gestione.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

Dov'è la Farnesina

Mica facile osservare e raccontare la Farnesina . Il brutto palazzone bianco vicino allo stadio Olimpico, Olimpico, quello non si è ancora mosso. Ma il Ministero degli Esteri, oggi, in Italia, dove sta? Proviamo una prima carrellata, salvo tornarci sopra nei prossimi numeri. Non è certo un segreto che a Palazzo Chigi, degli Esteri, ne hanno traslocato un bel pezzo e non certo con il nobile scopo di tornare a quella che - fino agli anni '50 - fu la sede storica della diplomazia italiana, poi 'deportata' sulle rive del Tevere nella prevista megastruttura del Partito nazionale fascista. Il 'pezzo' traslocato è ovviamente quello delle decisioni di fondo (nel senso dei fondali azzurri da megavertice), delle scelte strategiche (nel senso della guerra in Irak), insomma di una politica estera che, in fondo, sembra non aver bisogno né di strutture, né tanto meno di continuità. Insomma se l'Ufficio studi della diplomazia italiana - il 'Policy Planning' - è ubicato nel salotto ai Parioli di Gianni De Michelis ed i centri decisionali tra Piazza Colonna e Via XX Settembre, alla Farnesina di Ponte Milvio (la 'tomba del Faraone', dal nuovo viale d'accesso 'art deco' e imperiale) non resta che la collezione d'arte contemporanea: Balla, Boccioni ma anche Burri fino a Schifano e oltre. Finalmente affrancati dalla politica estera, i diplomatici - in attesa di essere riciclati nel 'catering' e nel 'merchandising' della costituenda Galleria contemporanea dedicata al genio italico - possono dedicarsi al favorito totonomine: in gioco la nomina del successore del Segretario Generale Baldocci il cui collocamento a riposo (come neo Consigliere di Stato) è stato accelerato, più varie altre posizioni in palio a Roma e all'estero. Per la Segreteria Generale gli allibratori danno in quotazioni ancora volatili il Rapresentante a Bruxelles ed ex Segretario Umberto Vattani (il Ritorno!), Gianni Castellaneta ovvero il Consigliere diplomatico di Berlusconi, poi due tipici prodotti dell'establishment interno, Amedeo De Franchis (Madrid) e Maurizio Moreno (NATO), ovvero Gabriele Menegatti appena passato da Tokio a Pechino e poi chissà chi altri. Su tutto grava naturalmente l'ipoteca rimpasto e le aspirazioni del Vice Premier di assicurarsi con il portafogli degli Esteri una stabile visibilità internazionale, peraltro già' concessagli da Ariel Sharon. Insomma si vedrà. Per la gestione quotidiana della reale politica estera, ecco invece una breve rassegna di 'espropriazioni' e 'saldi di collezione'. Italiani all'estero. Ovvero il regno di Tremaglia; nelle questioni che riguardano i nostri connazionali decide solo il vecchio repubblichino, nella realizzazione del 'sogno' di una vita. Tremaglia sembra abbia già pronto un progetto di legge per portarsi via, non solo metaforicamente, mezza Farnesina (uomini, risorse, strutture) e crearsi il suo Ministero sull'altra sponda del Tevere. Magari all'EUR, che fa pure ventennio... ('male assoluto'). E' del resto questione di coerenza: i Consolati italiani già li gestisce direttamente lui, in barba a competenze e norme di legge. Relazioni culturali (sic). Qui l'appalto è a Baccini, il sottosegretario sempre sull'orlo di una crisi di dimissioni. Sue le memorabili operazioni di spoil-system all'italiana: un ex tecnico di telecomunicazioni inviato Direttore dell'Istituto di Cultura a Madrid; un'organizzatrice di mostre spedita Direttrice a Mosca (nonostante vecchie ruggini proprio con i russi...); almeno un paio di cause in tribunale per le nomine dei Direttori a Berlino e Bruxelles. Di Baccini anche il grande evento mediatico della Presidenza italiana dell'Unione Europea: una manifestazione culturale che ha fatto il giro del mondo, intitolata 'La mia seconda Patria'. Detto così, uno pensa all'integrazione degli stranieri in Italia, e non capisce. In realtà, si celebrano i 25 anni di pontificato del Papa, di cui non è chiaro il nesso con la promozione della cultura italiana. Cooperazione allo sviluppo. Qui il neo-Direttore Deodato (diplomatico in quota Alleanza Nazionale) si distingue - con il sostegno del Sottosegretario Mantica (AN) - per una variante della smobilitazione, archiviando a chissà quando la troppo attesa riforma ed elimina (con la scusa dell'efficienza') controlli e concertazioni, che soli potrebbero recuperare alla cooperazione una dimensione più alta dell'attuale. Intanto se ne va l'Istituto Agronomico d'Oltremare, onorevole e prestigiosa istituzione vecchia di cento anni, che da eccellente strumento di cooperazione e centro di alta formazione i fervidi consulenti del Ministro vorrebbero trasformare in qualcosa d'altro, più facilmente controllabile. Anche a costo di sfasciare tutto, ovviamente. E per questa volta ci fermiamo qui. Di Marzano e Urso, del Ministero delle Attività Produttive e dell'ICE (il famoso pilastrino della 'riforma' Berlusconi per il 'sistema Italia') parleremo nella prossima puntata, naturalmente se alla Farnesina ci sarà rimasto qualcosa, con buona pace di un Ministro per il quale le malelingue della Farnesina richiamano il detto dell'Aretino: 'di tutti parlò male fuorché di Cristo, scusandosi col dir non lo conosco!'

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

La politica estera italiana

Il 12 novembre del 2003, diciannove cittadini italiani vengono uccisi a Nasserya a sud dell'Irak da un camion imbottito di esplosivo. Ma cosa ci facevano i soldati italiani nel lontano Irak? Erano impegnati in un'operazione di pace sotto l'egida dell'ONU? Oppure l'Italia si trovava in guerra senza saperlo o comunque senza che gli italiani ne fossero stati informati? Se potessimo leggere l'evoluzione della politica estera italiana in quest'ultimo periodo, la morte dei nostri cittadini ne rappresenterebbe ahimè il suo prevedibile punto di arrivo. La politica estera italiana si è, nell'ultimo biennio, fortemente spostata verso l'asse strategico USA-Gran Bretagna che ha voluto l'intervento in Irak mortificando il ruolo dell'ONU e dividendo l'Europa che ha dimostrato ancora una volta tutta la sua fragilità ed incapacità di divenire un soggetto politico forte nello scacchiere internazionale. La crisi irachena, aggravatasi paradossalmente, ma non tanto, dopo la conclusione della fase bellica, si incrocia vieppiù con la vicenda mediorientale, in un insieme di nodi dalle caratteristiche sempre più complesse ed inquietanti. Il quadro di insieme internazionale si presenta infatti molto complesso: l'ONU viene ritenuta incapace di esercitare con efficacia il ruolo di custode dei principi universali della democrazia e dei diritti umani; l'Unione Europea è alle prese con processi di crescita (ampliamento) e di consolidamento (Convenzione) che si scontrano con le sensibilità e gli interessi dei singoli Stati; la NATO è alla ricerca di un nuovo ruolo tutto da definire; Dialoghi e Partenariati ovunque nel mondo sono in fase di stallo a causa del pericolo del terrorismo nonché a causa di un modello di sviluppo economico, quello capitalistico occidentale, entrato in crisi subito dopo aver vinto il confronto con l'Impero del male'. Sembra siano riunite tutte le condizioni per azioni diplomatiche di ampio respiro, per interventi capaci di rispondere alle sfide del nuovo millennio. In realtà la politica estera italiana appare oggi più che mai frammentaria nei suoi interventi, seguendo una politica dell'amicizia, delle pacche sulle spalle, del sensazionalismo. Il semestre di presidenza italiana ha maggiormente evidenziato i limiti della politica europea del governo Berlusconi condizionata da posizioni 'euroscettiche', spesso frenanti i processi di integrazione, caratterizzata da prese di posizioni 'personali' e contrarie alla linea fin qui seguita dalla Comunità europea, povera di interventi per la soluzione dei conflitti dell'area medio-orientale. Senza poi parlare delle innumerevoli gaffe che ci hanno accompagnato in questi mesi e che non hanno certo giovato all'immagine dell'Italia. Il quadro generale impone particolari responsabilità alla Farnesina: non solo e non tanto di coordinamento, quanto di elaborazione, di analisi e proposta per la formazione della nostra politica estera (dalle posizioni all'Unione Europea, al rapporto con le Nazioni Unite, alla gestione dei flussi migratori,al ruolo della cooperazione allo sviluppo). Insomma, quello di cui il Paese avrebbe bisogno è una chiara linea di politica estera, che voglia e sappia avvalersi di una struttura pienamente operativa e convinta del proprio ruolo. Non è certo questa, purtroppo, l'attuale condizione della Farnesina, alle prese con drammatiche carenze di risorse finanziarie ed umane e, soprattutto, priva di qualsivoglia coerente progetto di rilancio.

ARCHIVIATO IN Internazionale

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

Il ministro non si è accorto

Secondo l'on. Frattini le relazioni con i sindacati del Ministero degli Affari Esteri sono buone, lo ha affermato il 16 ottobre nell'audizione delle commissioni Esteri del Parlamento: Ma è vero? Il Ministro non sembra essersi accorto, o forse non è stato informato dai suoi consulenti, dello stato di agitazione attivo alla Farnesina. Da oltre un anno i sindacati hanno ripetutamente chiamato il personale, anche quello all'estero, a mobilitazioni che hanno assunto le forme più varie: dalle assemblee ai 'serpentoni' che dal V piano scendono fino al pian terreno, dalla consegna a Natale al Ministro in una grande cesta contenente la fotocopia degli statini degli stipendi metropolitani ai sit in davanti al Gabinetto del Ministro. In realtà in questi ultimi anni si è assistito ad un progressivo decadimento delle relazioni sindacali nel ministero e ad un conseguente loro inasprimento. Le generiche promesse di miglioramenti professioni e salariali contenute nelle reiterate dichiarazioni del ministro degli Esteri ad interim On. Berlusconi, e del suo successore non hanno prodotto alcun risultato sul piano concreto. Il ministero sta attraversando una fase d'involuzione, caratterizzata da una lenta ma progressiva perdita di competenze di funzioni e di professionalità. Per mancanza di risorse il personale che presta servizio all'estero si trova sempre più spesso ad operare in ambienti inadeguati nei quali non sono rispettati gli standard di legge per la sicurezza e la tutela della salute dei dipendenti. Con la riduzione degli organici, attuata negli ultimi anni, i carichi di lavoro per coloro che prestano servizio all'estero si sono fatti sempre più pesanti. Senza contare che i colleghi all'estero, inseriti in una struttura che opera con modelli organizzativi antiquati, si trovano spesso, in considerazione anche dello strapotere di cui gode di fatto il Capo Missione, a dover 'combattere' per rivendicare quanto normalmente previsto dalle normative contrattuali. Il personale in servizio a Roma oltre a soffrire di un aumento del carico di lavoro dovuto alla riduzione degli organici (circa 800 unità in meno), deve fare i conti (al centesimo per sopravvivere..) con l'esiguità delle retribuzioni metropolitane e con una indennità di amministrazione che è tra le più basse dell'interno comparto pubblico. Anche il salario accessorio, il FUA (Fondo per l'incentivazione del personale), è manifestamente insufficiente e i meccanismi per il suo incremento che il Ministro Frattini si è vantato di aver fatto inserire nella finanziaria dello scorso anno, si sono rilevati del tutto aleatori e inadatti a portare effettivi benefici. Non si può inoltre non citare anche la progressiva erosione delle competenze e delle funzioni del personale di ruolo a favore di una sempre più nutrita schiera di consulenti esterni, stagisti, comandati, esperti che, a vario titolo e con le più diverse forme di remunerazione, presta servizio in questo Ministero e spesso anche in punti chiave. E un sindacato come la CGIL come si muove in un quadro così complesso e difficile? Cercando di tenere insieme i vari 'pezzi' e cioè Roma e l'estero, le varie categorie professionali, dai contrattisti ai diplomatici, dalle aree funzionali agli esperti di cooperazione, in una politica sindacale complessiva che trova i suoi capisaldi nella richiesta di formazione che vogliono specifica e permanente per tutto il personale, nella richiesta di nuovi modelli organizzativi di lavoro che rispettino ed esaltino le professionalità di ciascuno e consentano di fornire servizi più efficaci e rispondenti alle esigenze delle nostre collettività all'estero e in generale della politica estera italiana, nella richiesta di maggiori tutele e maggiore sicurezza per coloro che prestano servizio all'estero e in particolare per quelli che si trovano in aree a rischio, nella richiesta di attribuzioni di maggiori risorse per questo Ministero per arrestarne il declino e per rilanciarlo.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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