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04/12/2003

La cooperazione allo sviluppo dopo l'11 settembre

Parlare di cooperazione allo sviluppo alla fine del 2003 significa entrare in un dibattito complicato che comprende argomenti come: emergenze umanitarie, migrazioni, soluzione dei conflitti, diritti umani e lotta alla povertà. Insomma i grandi mali che affliggono la contemporaneità e che si sono riproposti, in modo amplificato rispetto al passato, dopo l'11 Settembre 2001. A partire da quella data infatti, si sono vanificate molte delle speranze nate nel corso degli anni novanta quando, la caduta dell'equilibrio bipolare aveva reso possibile l'idea di una azione internazionale capace di portare sviluppo e diritti in tutte le parti del globo. Tendevano infatti a quel fine le Conferenze delle Nazioni unite che avevano impostato strategie di intervento per alcuni temi che ormai travalicavano gli ambiti di politica nazionale: dall'ambiente ai diritti o alle disparità tra uomini e donne, dalla lotta alla povertà, alla creazione del governo locale o alla lotta alla fame. Ciascuna di quelle strategie, o meglio di quelle Piattaforme, era stata riconosciuta e sottoscritta dai Governi nazionali e prevedeva un impegno diretto delle Nazioni unite e dei paesi occidentali. Erano dunque quelli i nuovi confini dello sviluppo e della cooperazione: non più un mero trasferimento di tecnologie e di attrezzature, non solo denaro da paesi donatori a paesi beneficiari, ma piuttosto possibilità di accesso al know how dei paesi maggiormente avanzati, solidarietà per le vittime delle guerre di assestamento in Africa e in Europa e nuova dignità per le popolazioni dei paesi emergenti. Una strategia che, nonostante le difficoltà della transizione, aveva finalità positive e si basava sul ruolo di governo multilaterale delle Nazioni unite . Il volto umano della globalizzazione camminava dunque, con le gambe della cooperazione e con un nuovo rapporto di questa con l'insieme delle relazioni internazionali. Questo diverso clima fu colto anche dall'Unione europea, a metà degli anni novanta. Infatti con il Libro Verde, redatto in occasione del 5° Trattato di Lomè l'Unione esplicitava una nuova articolazione dei negoziati globali, ricollocando così anche la cooperazione allo sviluppo. Purtroppo quella stagione se pur vicina nel tempo, sembra ormai remota poiché il passaggio del millennio, che avrebbe potuto accelerare i processi positivi, ha segnato una brusca involuzione dovuta a molteplici origini. Tra queste forse le più degne di nota sono state lo scoppio della bolla informatica e la nascita dell'Euro. Di fatto, dal 1999 si è aperto un triennio che, a partire dalla guerra in Kosovo, per finire alla guerra in Iraq, ha mutato radicalmente lo scenario internazionale, forse non solo in senso negativo se in esso si comprendono le manifestazioni di una nuova sensibilità trans-nazionale da parte dell'opinione pubblica. Si tratta del popolo di Seattle, poi divenuto popolo di Porto Alegre e infine riconosciuto dal New York Times nel febbraio del 2003, ai tempi della manifestazione per la pace di 150 milioni di persone in tutte le capitali del pianeta, come la seconda potenza mondiale. In mezzo a tutto questo sta, come un macigno, l'11 Settembre 2001 con quella scena da film alla Orson Welles che le televisioni hanno irradiato in tutto il mondo che, oltre all'incredulità e al dolore, ha prodotto enormi conseguenze nelle relazioni internazionali. Non è questa la sede per un'analisi approfondita di quel complesso avvenimento di cui tuttavia, ci limitiamo a segnalare cosa ha significato per la politica di cooperazione. Infatti, il tragico evento ha reso ancor più evidente l'interruzione del processo di trasformazione dell'intero sistema delle Nazioni unite che, a partire dalle Conferenze degli anni novanta, chiamava le agenzie a uniformare la loro azione ai nuovi obiettivi strategici e quindi, di fatto, a dare avvio ad una nuova fase di politiche di sviluppo globale. L'indebolimento del ruolo dell'ONU e la nascita di un nuovo multilateralismo dalle alleanze variabili, già prodottosi in Kossovo, con l'intervento a nome della NATO, ma poi, sia nel caso dell'Afganistan che dell'Iraq, riunitosi attorno alla super-potenza USA, ha reso ancora più difficile il lavoro delle agenzie multilaterali. Le costanti emergenze hanno assorbito la gran parte dei fondi per le azioni umanitarie in pochi luoghi militarizzati. La forte crisi economica ha causato un taglio nei bilanci dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo di quasi tutti i paesi donatori, determinando il deterioramento delle politiche di cooperazione. Non si può tuttavia negare che, soprattutto per quanto riguarda l'Italia, la mobilitazione dell'opinione pubblica e la maggiore sensibilità verso i temi della globalizzazione quali la guerra o l'incontro/scontro fra culture, abbiano svolto un'azione di contro bilanciamento all'interno di questo cupo scenario. L'associazionismo umanitario e il nuovo volontariato, sviluppatosi nel corso delle guerre dei Balcani, uniti a una maggiore capacità operativa delle regioni e dei comuni, hanno trovato nella cosiddetta cooperazione decentrata un punto di riferimento interessante che contribuisce a colmare l'enorme ritardo con cui la società italiana nel suo complesso ha guardato alla cooperazione allo sviluppo. Negli anni novanta invece, dopo la crisi di Mani pulite e fino a oggi c'è stato un rinnovato interesse per gli strumenti dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo. Purtroppo tutto ciò sta avvenendo in un momento in cui vi è una totale assenza del ruolo del Governo centrale su questi temi. Il motivo di questa assenza non è costituito solo dalla scarsezza dei fondi, ma piuttosto dall'incapacità di cogliere una lettura critica dei numerosi processi che si stanno determinando in questi anni e di vederne le conseguenze nell'operato di cooperazione. E' inoltre da segnalare che la mancata riforma, cercata senza alcun risultato per ben cinque anni dal centro-sinistra, aveva già provveduto a indebolire la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e soprattutto a umiliare gli esperti di cooperazione che lavorano in quella struttura. Infatti, proprio nel momento in cui tutti gli altri paesi donatori provvedevano a una seria riforma del management e delle funzioni delle loro agenzie di cooperazione, l'asfittico dibattito italiano si cristallizzava su un problema di struttura e lasciava proprio quella professionalità totalmente non riconosciuta. Non meraviglia dunque che oggi, in un clima di debolezza complessivo del ruolo della Farnesina, molte delle competenze della cooperazione allo sviluppo vengano cedute allegramente a altri ministeri o altri corpi dello stato e che la DGCS faccia sempre più fatica a esprimere una politica di cooperazione. Quello che meraviglia invece, è l'incapacità dell'opposizione di cogliere l'opportunità per far ripartire un dibattito sul significato dello sviluppo e sui molteplici strumenti, che potrebbero essere usati in ambito internazionale e nazionale per trasformare in modo positivo la congiuntura che il mondo sta attraversando. Meraviglia che, mentre la parte 'riflessiva' della società si è schierata con decisione contro la guerra, non si sappia mostrare l'evidente collegamento tra politiche di cooperazione e gestione dei conflitti, oppure tra migrazioni e lotta alla povertà, oppure ancora tra le nuovi schiavitù e una maggiore giustizia economica anche nel Sud del mondo. Il dibattito è fermo alle proposte di riforma della metà degli anni novanta, che erano già superate all'epoca e che ormai suonano, per tutti i motivi elencati fin qui, quasi obsolete. Vista da Via Contarini, sede dell'Unità Tecnica Centrale, dove è raccolta la maggioranza degli esperti di cooperazione e dove si concentrano gli strali di chi vede nei normali processi di valutazione un insopportabile vincolo alla decisionalità politica, la confusione del Governo, anche in occasione dei tragici fatti dell'Iraq, appare come il frutto dell'incapacità di interpretare i nuovi segnali che si sono affacciati sulla scena globale nei molti livelli: locali, nazionali, europei e multilaterali. L'Italia, che per molti anni era stata in ritardo rispetto ai paesi nordici sui temi della cooperazione allo sviluppo, ha dimostrato, proprio nel corso degli anni novanta, la capacità di creare coalizioni solidaristiche e una grande creatività nel coniugare i livelli multilaterali con quelli nazionali e locali. Ha rivelato dunque punti d'eccellenza che sarebbe utile valorizzare nel contesto della globalizzazione, proprio per raccogliere le nuove idee della società civile trans-nazionale, in luoghi come Porto Alegre, e dar loro la possibilità di trasformare le istituzioni per mettere in grado di pensare alla cooperazione allo sviluppo come a una politica e non come una legge di spesa. Purtroppo invece , la mancanza di attenzione alle politiche istituzionali sta riaprendo la porta a vecchi 'costumi' di malacooperazione. La redazione di questo giornale si augura che sia possibile riaprire un dibattito con nuovi soggetti, istituzionali e non, sul contributo che l'Italia potrebbe offrire in ambito internazionale a partire dalle proprie esperienze in tema di sviluppo.

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00