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Post di gennaio

30/01/2004

Elezioni antiEuropee?

Il semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea - e il suo 'naturale' contenitore ovvero gli ultimi sei mesi del 2003 - sono appena dietro l'angolo e già il 2004 si annuncia come uno degli anni più difficili per il nostro Paese, uno di quelli in cui il moltiplicarsi di eventi negativi e l'esplodere di contraddizioni irrisolte appaiono inverare tutte le superstizioni sugli anni bisestili. Cercheremo tuttavia in queste note di non indulgere all'irrazionale - che peraltro ha ormai permeato l'Italia come l'unica dimensione possibile del reale - e di dare conto delle principali questioni che, volenti o nolenti, si dovranno affrontare a partire dall'evidente impasse nella posizione internazionale del Paese. Il 'trionfo' (forse tecnico-diplomatico, certo non politico) del semestre ha lasciato il passo ad una eclissi senza precedenti della dimensione internazionale dell'Italia: la riluttanza europea da sempre presente nell'attuale maggioranza (si pensi all'americano' Antonio Martino già euroscettico Ministro degli Esteri ed oggi assiso - mano sul cuore - a fianco del Primo Ministro) ha aggiunto all'aperta invettiva di Bossi su 'forcolandia' - ed il pericolo giallo - la caccia all'untore 'euro'. E' inevitabile la nostalgia per le astuzie manovriere del Ministro Tremonti - che pure avevano suscitato virtuose indignazioni nell'opposizione - ma che, almeno, dimostravano una qualche intelligenza tattica nell'interpretare regole e dimensioni europee. Oggi l'avvio della campagna elettorale per le elezioni europee - o dovremmo forse dire anti-europee - ha innescato una caduta libera senza precedenti della dialettica politica in cui la lotta al 'comunismo' e alle 'toghe rosse peggio del fascismo' tende ad oscurare un dato che, più che di politica estera, è di politica tout court, ovvero la palmare evidenza che l'Italia, in preda ad una crisi di classe dirigente senza precedenti, non può fare a meno della cornice europea come unico ancoraggio contro una deriva i cui approdi sono inimmaginabili. Il succedersi di mostruose crisi finanziarie ha dimostrato come e qualmente la libera intrapresa italiana tutto fosse meno che intrapresa e libera fosse soltanto da ogni controllo incluso quello dell'Istituzione virtuosa per definizione ovvero la Banca centrale: e qui non sembra certo adeguata risposta la difesa di questo o quello, attore in una recita irrimediabilmente andata a male. Viceversa tali crisi - in assenza di un congruo dibattito e di un impegno risolutivo - confermano come il velleitario progetto di una internazionalizzazione del 'sistema Italia' fosse una delle ennesime 'pezze a colore' per mascherare stanchezza innovativa ed incapacità progettuale. Nel frattempo la chiara scelta di campo a favore dell'unilateralismo statunitense a danno delle opzioni multilaterali e di regolazione globale ha dato il nostro (sia pure modesto) contributo all'incertezza collettiva e alla caduta delle aspettative. In questo contesto la costituzione di un nucleo forte europeo - significativamente allargato alla disomogenea ma determinata Gran Bretagna - dimostra come il velleitarismo a 360° dell'Italia non fosse appunto altro che velleitarismo e insipiente confusione tra dimensioni mediatiche e realtà internazionali ormai consolate soltanto dall'emergenza di un 'nucleo debole' italo-ispanico-polacco. In più l'enfasi - ora lo si capisce strumentale - sulla politica estera, lungi dal rappresentare una irreversibile presa d'atto della diretta incidenza sugli orizzonti interni del Paese, ha già ceduto il passo ad un ripiegamento senza precedenti: i problemi ed il futuro nostri non si iscrivono più in quelli del vasto mondo bensì nel decidere, scegliere il campo del male e del bene, tra il pensionato giudice Borrelli e il 'lifting' come surrogato della politica. Provvisoria conclusione. 'IlCosmopolita' sarà - nel suo specifico campo - nei mesi seguenti a fianco di chi cercherà di districarsi nel buio di questa assenza di pensiero critico e di informazione sui fatti e, naturalmente, tanto più potremo fare quanto più intense saranno le contribuzioni che ci apprestiamo ad ospitare.

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30/01/2004

Il ritorno dell'Ambasciatore Vattani

Il ritorno (peraltro previsto senza difficoltà da 'IlCosmopolita') dell'Ambasciatore Vattani nella funzione di Segretario Generale del Ministero degli Esteri ancorché semi-operativo nelle more del 'trasloco' da Bruxelles ha già prodotto segnali di risveglio in una Farnesina pronta ad entrare nel (meritato?) letargo post-semestre. La rapida successione di una serie di nomine di aggiustamento conferma che il prossimo biennio si configura come la 'fase due' di un'era che sarà comunque improntata al ben noto dinamismo: ma per fare che? Escluso un ampliamento della collezione di arte contemporanea - per la buona ragione che ormai perfino l'usciere cigiellino del quarto piano dispone di un pregevole topacchione in plastica rosa post-modern - ed ugualmente esclusa - per motivi di rigore paesaggistico ed austerità finanziaria - la creazione di un giardino d'inverno nel viale d'accesso al palazzone, resterebbe da ipotizzare un massiccio supporto tecnico (?) al rilancio delle politica estera nazionale a fronte del silenzio calato negli ultimi mesi sul suo braccio armato ovvero sulle truppe stanziate in Medio Oriente ormai dimenticate dopo il massacro di Nassirya, tanto dimenticate da non avere fin qui ricevuto le visite di prammatica (cfr. Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna, ecc.) né del Premier, né del suo Vice pure affaccendato nel ritagliarsi sempre maggiore visibilità anche internazionale. Mentre ci si interroga sulle linee guida di questo rilancio e sulla interdipendenza di questo dalla riaffermata priorità della politica interna nel semestre di campagna elettorale, alcuni ovvi punti di partenza sono prevedibili: in particolare il più volte annunciato completamento della riforma e la sua estensione al progetto di sinergie a supporto del 'sistema Paese' tanto più urgente in presenza dell'inevitabile appannamento d'immagine legato ai recenti catastrofici esempi di 'internazionalizzazione all'italiana' (es. Parmalat). Su questo terreno i ripetuti annunci promulgati dal Ministro ad interim dovrebbero trovare un qualche esito operativo salvo naturalmente l'impatto con la 'verifica' e il destino del Ministro delle Attività produttive detentore di una - sempre più scassata - rete estera alternativa, massimamente quella dell'ICE. Certamente 'IlCosmopolita' prevede un Vattani più istituzionale e meno traumatico: i destini futuri sono altrove e, mentre la Farnesina si afferma sempre più non solo come parcheggio e/o scuola-quadri di Ministri ma anche per grand-commis, la bussola sembra virare al consolidamento piuttosto che alla rottura. D'altro canto c'è già abbastanza confusione fuori.

ARCHIVIATO IN Farnesina

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30/01/2004

Un'agenda per il segretario generale

Il rientro a Roma dell'Ambasciatore Vattani conferma la condizione di debolezza dell'attuale vertice politico ed amministrativo della Farnesina. Se il Ministro Frattini ha dovuto accettare una candidatura non gradita, ciò è infatti da ascrivere anche all'incapacità dei molti oppositori interni dello stesso Vattani di presentare candidature alternative credibili. E' probabile che il 'neo' Segretario Generale voglia dedicare adeguata attenzione al delicato aspetto della posizione del MAE quale punto centrale di riferimento per la politica estera italiana ed all'esigenza di approfondire alcune delle più importanti tematiche bilaterali, in parte trascurate durante il periodo di presidenza italiana dell'Unione Europea. A questi compiti 'esterni' l'Ambasciatore Vattani dovrà comunque affiancare nella sua agenda alcune questioni che attendono da tempo una soluzione, prima fra tutte quella del completamento della riforma del 1999. La riforma, programmata a costo zero per i ben noti vincoli di bilancio, è infatti rimasta incompiuta perché il potenziamento della Farnesina - delineato sulla carta con la creazione delle Direzioni Generali geografiche - non ha trovato riscontro nella realtà: per ragioni esterne, in mancanza di risorse addizionali, umane e finanziarie, da attribuire al MAE; ma anche per le resistenze interne, rappresentate dalla mancata evoluzione delle Direzioni Generali tematiche verso nuovi compiti - di proiezione esterna - che avrebbero consentito alla Farnesina di rafforzare la propria posizione di riferimento centrale per la politica estera italiana. Di tale situazione si era d'altra parte reso conto, sia pure ad esclusivi fini mediatici, lo stesso Presidente del Consiglio al momento del suo incarico ad interim nel 2002; la ventilata riforma, riposta poi nel cassetto per mantenere a Palazzo Chigi una sorta di competenza esclusiva sulle principali questioni di politica estera, era stata considerata essenziale dall'On. Berlusconi per rilanciare l'immagine dell'Italia nel mondo. Egli aveva infatti avuto modo di verificare direttamente l'impossibilità di attuare iniziative di un certo rilievo in assenza di risorse quantitativamente adeguate. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti: un assetto interno lontano da accettabili livelli di funzionalità e razionalizzazione dei processi di analisi, elaborazione e gestione dei dossier; una rete estera - preziosa risorsa per il Paese - inadeguata anche perché dimensionata secondo parametri obsoleti; una proiezione esterna episodica e sempre più in affanno per seguire le iniziative - prive di qualsiasi programmazione o coordinamento - dei Ministeri 'tecnici' e degli Enti locali, in particolare le Regioni. Il lavoro, pertanto, non mancherà all'Amb. Vattani che, d'altra parte, per aver fortemente voluto l'incarico e per la sua personalità, non si sottrarrà alle sfide ed alle responsabilità che lo attendono. Il nuovo Segretario Generale dovrà peraltro fare attenzione ad evitare alcuni pericoli che potrebbero, da un lato, indurlo ad un eccesso di attivismo a scapito di soluzioni più meditate e, dall'altro, portarlo a disperdere le proprie energie su troppi fronti. E' da auspicare quindi che il suo programma di lavoro tenga conto di questi elementi, anche perché il tempo a disposizione (meno di due anni, sempre che l'On. Ministro non cambi opinione sulla questione dei limiti di età per i diplomatici) non è infinito. In tale contesto, l'agenda del Segretario Generale appare quindi obbligata: promuovere il completamento della riforma, con l'attribuzione di compiti rafforzati alla Direzioni Generali geografiche e con la ricerca, presso il Min. Tremonti, di risorse finanziarie supplementari indispensabili a consentire alla Farnesina di svolgere i propri compiti istituzionali, in crescita esponenziale per il moltiplicarsi delle tematiche di carattere internazionale; favorire il 'riordino', con l'intervento della Presidenza del Consiglio, delle procedure relative alle azioni internazionali dell'Italia, per evitare il moltiplicarsi di iniziative non coordinate o addirittura in contrasto fra loro; razionalizzare i processi 'produttivi', concentrando l'azione sul 'core business' della Farnesina, che rimane quello della raccolta dei dati, della loro elaborazione e della preparazione di analisi relative ai possibili scenari nel cui ambito operare le scelte della nostra politica estera; individuare meccanismi chiari per la ripartizione delle competenze fra le diverse Direzioni Generali ed idonei ad assicurare un adeguato flusso delle informazioni da settore a settore; trovare un assetto efficiente per la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, in sintonia con la nuova struttura del Ministero e mirato a dare attuazione rapida agli interventi ritenuti prioritari e tecnicamente validi; adottare regole flessibili, all'interno di una precisa griglia di parametri, per le destinazioni all'estero e la progressione in carriera al fine di far prevalere criteri realmente meritocratici rispetto a quelli derivanti da collegamenti politici o di 'cordata'; attribuire priorità alle problematiche del personale non appartenente alla carriera diplomatico, per quanto riguarda le retribuzioni a Roma, attestate su livelli di mera sussistenza, evitando inoltre azioni clientelari, soprattutto nell'assunzione del personale a contratto all'estero. I punti sopra elencati rappresentano un insieme con evidenti interdipendenze e richiedono pertanto un'azione ad ampio raggio ed un impegno non episodico. E' da auspicare pertanto che il Segretario Generale si dedichi a tale gravoso compito avendo come riferimento il principale parametro dell'equazione: la struttura è al limite del collasso, con gran parte del personale profondamente demotivato. Sono da evitare quindi operazioni di mero prestigio, con compiti di pura 'facciata', mirati ad una visibilità il più delle volte effimera, ed il peso di un apparato di vertice sovradimensionato rispetto agli Uffici operativi, vera struttura portante del Ministero.

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30/01/2004

L'Italia e la riforma dell'Onu

L'attenzione, peraltro necessaria, rivolta nel semestre scorso alle tematiche europee ha posto in secondo piano alcuni punti dì prioritaria importanza per la nostra politica estera. Fra questi non possiamo non evidenziare quello relativo alla crisi dell'ONU e, più in generale, la collocazione dell'Italia nelle diverse istanze multilaterali. La recente decisione di Kofi Annan di nominare un comitato di esperti per la riforma del sistema onusiano - appena rilevata da qualcuno dei nostri organi di informazione - dovrebbe invece favorire la riflessione intorno ad una nostra piattaforma programmatica, da costruire grazie ad un confronto da cui potrebbe scaturire una convergenza verso posizioni condìvise da maggioranza ed opposizione. L'imminente campagna elettorale per le europee sembra costituire in effetti un'utile occasione per dare respiro ad un dibattito sulle tematiche di politica estera, non sempre di grande spessore. Le posizioni della nostra società civile nel campo del rispetto dei diritti umani, dell'azione di volontarìato, dell'apertura al dialogo interculturale, costituiscono saldi punti di riferimento per il ruolo dell'Italia al Palazzo di vetro. La posizione di rilievo originata dal nostro sostegno finanziario all'ONU rappresenta l'espressione della determinazione del nostro Paese a favorire la pace, promuovere lo sviluppo, prevenire le crisi e non è pertanto da intendere come un mero strumento per conseguire posizioni di maggior potere. In un tale contesto sarà necessario porsi preliminarmente il problema del confronto con i nostri principali alleati: in primo luogo con gli Stati Uniti, che con l'amministrazione Bush hanno imboccato decisamente una strada 'unilaterale', ma anche con Francia e Gran Bretagna, che vedono con sospetto qualsiasi progetto di riforma che possa mettere in pericolo la loro posizione privilegiata nell'ambito del Consiglio di Sicurezza. Analoghe considerazioni possono essere formulate per i rapporti con Germania e Giappone, che considerano le loro legittime aspirazioni a modificare l'assetto socíetario determinato dalla Il guerra mondiale più fondate rispetto a quelle italiane, in virtù di parametri economici e di stabilità polifica decisamente migliori di quelli del nostro Paese. E' in situazioni qual è quella sopra descritta che dovrebbe essere possibile attivare al meglio il 'sistema Paese', di cui tutti parlano ma che appare così difficile da costruire in concreto; si ricordi al riguardo il tentativo del Presidente dei Consiglio di affidare alla Farnesina un più incisivo e reale ruolo di coordinamento, subito rientrato per le reazioni di quanti temevano un indebolimento delle proprie posizioni. C'è inoltre da riflettere su altri due fattori: il cosiddetto riequilibrio della collocazione italiana nella crisi mediorientale non ha certamente migliorato la nostra posizione nei confronti del mondo arabo; il fatiscente stato della nostra cooperazione ha ridotto le nostre capacità di utilizzare questo strumento, quale dimostrazione dell'interesse italiano verso le tematiche dello sviluppo. Tali elementi rappresentano seri ostacoli nel confronto che ci attende alle Nazioni Unite e neanche l'organizzazione di una potenfissima macchina da guerra quale quella messa in piedi dall'Amb. Fulci riuscirebbe a garantire il successo in una partita estremamente complessa.

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30/01/2004

Dopo il semestre, quale UE per l'Italia

Terminato con un bilancio in chiaroscuro, il nostro semestre di Presidenza del Consiglio dell'Unione, le scadenze europee del 2004 pongono all'Italia nuovi rilevanti sfide istituzionali e politiche. L'approvazione del Trattato costituzionale rimane l'obiettivo prioritario se si vuole evitare il rischio di una Unione, ampliata ma sostanzialmente divisa ed impotente. Con la maggiore libertà di azione che gli deriva dal non dovere esercitare il ruolo di mediazione presidenziale, l'Italia deve pienamente impegnarsi per il raggiungimento di soluzioni ambiziose che rafforzino il processo di integrazione nel solco di quanto proposto dalla Convenzione. Occorrerà quindi vigilare sulle ricorrenti tentazioni di alcuni settori del Governo di occupare una inedita (e sterile) posizione mediana tra i Paesi Fondatori e gli Stati della 'nuova Europa' (costruzione giornalistica ad uso interno volta ad indicare una informe coalizione dei membri più atlantisti e sovranisti dell'Unione). Scelte siffatte ci condannerebbero ad una triste marginalità. Il compito storico del nostro Paese - come varie volte ribadito dal Presidente Ciampi - è quello di fornire un impulso coerente e credibile alla costruzione di un'Europa autorevole e solidale. Del resto, se si vuole impedire, una Europa 'direttoriale' od a più velocità non vi è altra scelta che la definizione di un quadro costituzionale. Ciò implica l'esigenza di affermare senza equivoci che, ove il negoziato fallisse per la miope difesa di interessi nazionali da parte di qualche Stato membro, l'Italia farebbe sempre e comunque parte del Gruppo dei Pionieri. Il 2004 vedrà anche l'inizio del lungo negoziato sulle Prospettive Finanziarie dell'Unione 2007- 2013, un altro terreno sul quale sarà prioritario verificare la nostra determinazione a conciliare in modo dinamico l'interesse a non aumentare la già pesante posizione contributiva dell'Italia nei confronti del bilancio dell'Unione con la necessità di dare segnali concreti in direzione delle politiche infrastrutturali, industriali, sociali e di sostegno ai Paesi Terzi più sfavoriti. Il tema si lega strettamente al Governo economico della Moneta Unica che non può essere affidato esclusivamente ai meccanismi 'castratori' del Patto di Stabilita ma impone ( a fortiori in una Unione ampliata e con più elevati squilibri di reddito) strategie di ampio respiro, progetti portatori di sviluppo reale, azioni di sostegno alla crescita. Ma il 2004 sarà soprattutto l'anno delle elezioni del Parlamento Europeo e della nomina della nuova Commissione. La campagna elettorale dovrà rappresentare l'occasione per un confronto (a livello dell'Unione ma anche in ciascuno Stato membro) sull'avvenire dell'Europa e sui diversi modelli di integrazione. Sarebbe triste (ma è tristemente probabile) che la consultazione elettorale del prossimo giugno avesse valenza unicamente interna o peggio servisse da occasione per rinnovati attacchi all'EURO, al 'multiculturalismo' di Bruxelles nel quadro di un'orgia retorico-populista ad asserita difesa dei piccoli risparmiatori (le cui sfortune hanno certo altra origine) e degli oltranzisti dei valori cristiani. Anche sulla nomina della prossima Commissione (nella quale l'Italia disporrà di un solo posto), andranno privilegiate considerazioni di obiettività e competenza nel quadro di un mantenimento rigoroso dei poteri e delle funzioni della Istituzione soprannazionale che, pur tra fisiologici alti e bassi, incarna l'interesse europeo. Almeno due principi dovrebbero guidare l'azione del Governo nel negoziato per la nomina della futura Commissione: la scelta di un Presidente che appartenga alla famiglia politica maggioritaria dopo le elezioni parlamentari europee; la definizione di una candidatura congiunta dei Fondatori per la carica di Presidente. La struttura della Farnesina dovrà continuare ad attrezzarsi per fornire il proprio contributo istituzionale alle prossime fasi del processo di integrazione. Esse richiederanno impegno, motivazione, competenza professionale, continuità ed il superamento di una concezione 'spettacolare' della presenza italiana in Europa con il suo caricaturale portato di vitalismi espositivi, protagonismi eccessivi, personalismi miracolistici.

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 30/01/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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