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Post di marzo

15/03/2004

Europa tra stragi ed elezioni

Premessa. Le bombe stragiste di Madrid hanno ricordato, se mai ve ne fosse stato bisogno, che gli assetti internazionali sono tutto meno che stabilizzati e/o in via di esserlo. L'ovvia amarezza di dover constatare che l'iniziativa politica venga costruita su mucchi di cadaveri di cittadini innocenti non può esimerci dall'interrogarci sulla congruità di una risposta sul solo terreno (fin qui non particolarmente efficace) di una risposta di polizia internazionale; detto in altri termini se il terrorismo è sopravvissuto alla 'campagna' d'Afganistan, al 'nuovo Iraq', alla delega a Sharon sul focolaio palestinese e a molte altre operazioni che sarebbe vano ricercare nelle cronache dei media, delle due una: o il mondo è irrimediabilmente malato di una infezione mortale che, debellata qui, riappare là, ovvero non sono state messe in atto tutte quelle misure destinate a far riacquistare al malato (il mondo) un pò di forza e soprattutto di fiducia per isolare e contrattaccare da dentro il virus del terrorismo. Più specificamente il primato conferito allo strumento militare, accompagnato da un unilateralismo oltranzista ed ideologico, non appare atto a rimettere in moto un processo di regolazione internazionale di cui il consenso - o ampie dosi di esso - sia la base o almeno direttrice maggioritaria di marcia. In un mondo impaurito, l'impasse (e perfino il disprezzo) per la concertazione internazionale e le sue Istituzioni faticosamente costruite nel secolo scorso hanno infatti sortito l'unico risultato di annunciarne uno ancora peggiore e soprattutto in regresso continuo. Infine chi aveva creduto o fatto finta di credere che la 'pax americana' avrebbe funzionato alla stregua di quella 'romana' (con buona pace dei 'barbari') ha saltato a pié pari l'evidenza di un mondo che, a differenza di quello di Roma, non è finito e, pertanto, sicuro finché ne reggono i confini, bensì diventa sempre più aperto ed intercomunicante: difficile dunque accettare l'ipotesi di mura protette dalla sola supremazia militare. Vero è che, tragicamente, gli orizzonti temporali delle scelte politiche (altro che 'vision') si sono così ristretti (meglio personalizzati) nelle teste di molti gruppi dirigenti da lasciare al futuro dei posteri ciò che oltrepassa la prossima tornata elettorale. E veniamo così ai fatti di questi ultimi giorni - ore - e le lezioni che se ne possono trarre. In primo luogo la felice constatazione che in democrazia (ma a più lungo termine anche nei regimi esplicitamente autoritari) la propaganda non paga e, anzi, si ritorce sugli 'apprendisti stregoni': il voto spagnolo è assai eloquente al riguardo e certamente rappresenta il massimo che ci si poteva aspettare come indicazione dal corpo elettorale al quale in ultima analisi spettava - soltanto - quello che l'Herald Tribune' appropriatamente definisce l'esercizio del mezzo più sicuro per legittimare un cambio di regime mai immaginato' in opposizione evidentemente alla pressione terroristica. Ed infatti il voto spagnolo (più massiccio del solito) non è stato determinato dalle stragi ma dal crollo di credibilità del Governo in carica. Di qui in avanti tutto si fa più complicato e, al tempo stesso più aperto. Per esempio in termini di ruolo dell'Europa, a sua volta confrontata vuoi con l'accessione il 1 maggio di dieci nuovi membri e con le elezioni per il Parlamento europeo di giugno. E' già stato detto che per l'Europa dopo Madrid si apre uno spazio (e una necessità) di risposta unitaria - e non necessariamente dipendente dalle valutazioni delll'Amministrazione in carica a Washington - commisurata alla dimensione terroristica. I segnali, per ora soprattutto emotivi, vi sono già stati; ora resta da tradurli in prospettive politiche. Il ridimensionamento del 'direttorato' triangolare franco-tedesco-britannico e particolarmente la scelta tedesca (esplicitata dal Ministro degli Esteri Fischer) contro 'le visioni di una piccola Europa' inadatta ed insufficiente a misurarsi con i problemi globali che necessitano di un approccio continentale, appare far giustizia di una concertazione forte maturata - e in qualche misura legittimata - dall'equilibristico ed inane semestre a presidenza italiana. Certamente un'opzione decisa e convincente a favore di un rilancio del processo aggregativo richiederà un'inversione della logica così cara all'attuale Governo italiano (non solo) di sincronizzare il processo europeo sugli umori statunitensi (peraltro anch'essi non così monolitici come nell'ultimo triennio e sottoposti allo scrutinio elettorale di novembre) invece di operare per una relazione complessiva cooperativa ma autonoma. E così dalle orrende ceneri di Madrid - e per rispondere a queste - rinasce un vecchio dubbio ovvero se sia meglio l'uovo statunitense o la gallina europea.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 15/03/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/03/2004

Il vuoto europeo del governo italiano

La politica europea del nostro Governo in questa fase post-presidenziale sembra confermare le pessimistiche previsioni di quanti temevano che - assolto un obbligo gravoso ma ineludibile - l'attuale maggioranza sarebbe ricaduta in un vuoto di proposte e di azioni che origina dalle perdurante assenza di una visione univoca del processo di integrazione. Su un piano generale, questo primo trimestre del 2004 è stato caratterizzato dalle scontate proteste contro le derive direttoriali di Francia, Germania e Regno Unito rapidamente rientrate dopo una rassicurante visita di Blair a Roma e la pubblicazione di una anodina Dichiarazione congiunta italo-britannica. Nessuna rilevante iniziativa politica è stata però lanciata per ridare impulso al negoziato costituzionale, unica vera risposta ai rischi di frammentazione di una Unione ampliata e sempre più eterogenea. L'imminente scadenza delle elezioni euro-parlamentari del prossimo giugno è vissuta esclusivamente in termini di un anticipo del confronto Berlusconi-Prodi del 2006 e la decisione di accorpare il turno europeo e quello amministrativo obbedisce pure a considerazioni meramente domestiche. La stessa gestione corrente della politica europea denota distrazioni e divisioni: l'Italia è l'unico Paese a non avere ancora recepito l'Atto Elettorale (che reca una nuova disciplina delle incompatibilità) ed ove non riuscisse a rispettare il termine ormai vicinissimo del 31 marzo si troverebbe in una situazione decisamente imbarazzante nei confronti degli altri Stati membri e delle Istituzioni dell'Unione. Analoghe incertezze caratterizzano la posizione italiana rispetto all'applicazione del principio di libera circolazioni nei riguardi dei lavoratori dei Paesi di imminente adesione: come diamo loro il benvenuto? Sembra che il Governo, per evitare 'invasioni'- peraltro poco probabili secondo un recente studio della Commissione che quantifica in circa 200.000 il possibile flusso emigratorio complessivo dai nuovi Paesi membri verso i 'vecchi' fra il 2004 e il 2009 - si stia orientando verso l'applicazione di restrizioni e sta studiano i mezzi di 'difesa'. Permangono inoltre, ormai cronicizzate altre 'amnesie' (mandato di arresto europeo'). Complessivamente, la credibilità italiana sulla scena comunitaria appare in deciso ribasso (grazie soprattutto al ruolo centrale del Presidente del Consiglio e ad una trattazione sempre più dilettantistica e volontarista delle questioni europee) e tale circostanza peserà verosimilmente nei negoziati che condurranno alla nomina di un nuovo Presidente della Commissione ed alla ridefinizione di equilibri ed assetti di potere all'interno dell'Unione ampliata.

ARCHIVIATO IN Internazionale

Di Il Cosmopolita il 15/03/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/03/2004

Per una identità della cooperazione internazionale

Le brevi note che seguono traggono spunto da un interessante incontro promosso dal Cespi sul futuro della cooperazione allo sviluppo. Rispetto a questo credo che il primo punto da affrontare, all'interno di una riflessione su questi temi, sia quello di partire da alcune parole chiave e, in particolare, da due termini: identità e sviluppo. Lavorare quindi attorno alle politiche capaci di costruire le condizioni per lo sviluppo per interrogarsi su una pluralità ed una ricchezza di percorsi che tengano conto della storia, delle tradizioni, delle politiche, delle culture, delle condizioni sociali, del livello istituzionale di ciascun paese. L'idea quindi che politiche e azioni restino profondamente legate alle differenti condizioni dei singoli territori e da questo bisogna partire per riuscire a costruire coerenti strategie in grado di garantire il successo di percorsi di sviluppo. Uno sviluppo che, partendo da risorse, opportunità e valori locali è tanto più forte quanto più riesce a sviluppare il dialogo con altri territori, sia capace di arricchirsi misurandosi con esperienze di altri percorsi di sviluppo. Da questo nasce un nuovo interrogativo fondamentale per noi: ossia quale siano le esperienze e le identità di cui possiamo essere portatori nelle politiche e nelle azioni di sviluppo; quali siano i valori che possiamo proporre nel confronto, incontro e dialogo con altre realtà territoriali nella cooperazione internazionale. La prima identità ed i primi valori che riesco ad identificare sono quelli legati all'Europa, alla stessa evoluzione di questo continente. Anzi credo che si possa affermare con forza che l'esperienza dell'Europa possa costituire elemento di grande interesse anche per altre aree del mondo a partire da una identità politica capace di rappresentare la sintesi di territori uniti nella consapevolezza del proprio patrimonio di differenti tradizioni, storie, lingue. Una unità che trova le proprie basi proprio nel riconoscimento e nel rispetto delle differenze. E accanto a questo l'Europa propone un'identità dello sviluppo legato almeno ad altri aspetti: · Coesione territoriale, · solidarietà, · articolazione territoriale delle politiche · ruolo dei governi locali e del decentramento istituzionale. L'esperienza dell'Europa è stata infatti quella di essere cresciuta a partire anche dalla consapevolezza delle enormi differenze presenti all'interno del continente fra zone ricche zone povere e cercando di rafforzare la coesione fra i propri territori realizzando politiche a favore delle aree più svantaggiate del continente. Un percorso di sviluppo legato anche alla solidarietà ed alla tenuta del modello complessivo di benessere e di sostegno, tutela ed attenzione verso i settori più svantaggiati della società europea. Ma anche uno sviluppo legato ad una articolazione territoriale delle politiche e ad un forte attivismo dei territori protagonisti di proprie, autonome scelte di sviluppo.Da questo punto di vista basti pensare a cosa hanno significato le politiche regionali per la crescita di alcuni Paesi come, per citarne uno, la Spagna. Nello stesso tempo i Governi Locali hanno anche rappresentato un punto fermo per la realizzazione di un forte ed articolato dialogo sociale ed hanno favorito la partecipazione dei cittadini alle scelte dell'Europa.. Assieme a questo credo si possa identificare una identità italiana, una capacità di questo Paese di aver promosso originali percorsi di sviluppo a partire da due elementi: 1 - la specificità delle esperienze di sviluppo locale 2 - il ruolo rilevante degli Enti Locali nel costruire percorsi di sviluppo 3 - il formarsi di veri e propri sistemi territoriali. L'Italia rappresenta un'esperienza interessante soprattutto per uno sviluppo caratterizzato da sistemi locali di piccola e media impresa, sistemi economici, sociali e istituzionali. Sistemi che anche in agricoltura si sono rivelati sempre più capaci di valorizzare risorse ed opportunità locali, valorizzando progressivamente qualità ed eccellenza della produzione. Un percorso impensabile senza un forte ruolo dei Governi Locali nell'essere guida ed animazione dei propri territori, capaci di misurarsi - pur con forti differenze all'interno del Paese - con sempre nuove sfide. Accanto a questo, per la tenuta complessiva del modello italiano è stata fondamentale - in molte regioni - la crescita dell'associazionismo (anche produttivo) e, più in generale, della società civile capace di costruire nuovi percorsi di cooperazione e solidarietà nel dialogo con le istituzioni locali. Credo che questi siano gli elementi che noi possiamo offrire nel dibattito sui processi di sviluppo. Un dibattito che mi pare sempre più vivo e nel quale cresce la consapevolezza delle nuove opportunità connesse a percorsi di sviluppo endogeno, di quello sviluppo legato alla crescita degli attori locali, del decentramento, della affermazione della democrazia - che non può che formarsi lentamente, col tempo, con tenacia, con pazienza e partendo dal basso - sulla tutela dell'ambiente e dei lavoratori, Da qui la necessità di una cooperazione internazionale che si basi sul confronto, sul dialogo, sull'incontro fra territori, sulla collaborazione stretta ed intensa fra territori del nord e del sud del mondo, su quello che potremmo definire partenariato territoriale. Un dialogo tra omologhi che deve crescere in partenariati territoriali, fondati sulla reciprocità, sulla persistenza di un rapporto capace di costruire uno sviluppo duraturo e partecipato rifiutando la logica di interventi episodici e disorganici. Una cooperazione che ha tempi e modalità profondamente diverse da quella conosciuta fino ad oggi e che ha bisogno di nuovi studi e ricerche. Un esempio fra tutti è dato da quello che potremmo definire, in modo semplicistico, come il fattore tempo ossia come la necessità di far maturare e costruire un rapporto fra due territori. Si tratta è di un elemento decisiva per la comprensione e la formazione di partenariati territoriali. Come potremmo definirlo, come potremmo misurarlo in termini quantitativi e qualitativi rispetto alle diverse aree del mondo. Altro esempio è dato dal livello istituzionale presente nei diversi paesi: sta qui l'interrogativo del differente ruolo dei protagonisti dei partenariati territoriali, dei diversi poteri, della costruzione di processi di decentramento e democrazia. Uno nuova cooperazione ha bisogno di misurarsi anche con nuove sfide nel campo della teoria ed anche su questo credo vi possa essere, per gli elementi che ricordavo prima, una specificità tutta italiana che dobbiamo cogliere immediatamente. La sfida che oggi abbiamo davanti è, sempre di più, quella di costruire reti globali di attori locali, soggetti aperti al dibattito ed al confronto a livello internazionale. Credo che sull'insieme di questi elementi, in un mondo in profondo cambiamento, ci siano sempre di più ascoltatori attenti ed interessati e credo che questo sia il patrimonio di identità e valori che possiamo portare in un dibattito sulle politiche di sviluppo a livello internazionale. Sta qui una rinnovata sfida per i Governi nazionali e le stesse organizzazioni internazionali nella capacità di confrontarsi con questi nuovi aspetti e per sapere se avranno la volontà di sostenere questi inediti processi di sviluppo. *Responsabile Attività Internazionali Regione Toscana

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 15/03/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/03/2004

Politica estera condivisa: mito o realtà?

Nei momenti più difficili e controversi dell'azione italiana in campo internazionale viene spesso richiamata l'esigenza di un dialogo fra maggioranza di governo ed opposizione parlamentare per individuare principi ed azioni condivise sulle tematiche di politica estera. Facendo astrazione dalla situazione contingente, che fa registrare una contrapposizione netta in merito alla nostra presenza in Iraq, sembra opportuno approfondire l'argomento, al fine di verificare la possibilità di individuare linee guida comuni, basate su concetti accettati da tutte le forze politiche e dall'opinione pubblica italiana, almeno nelle sue componenti principali. Rispetto ad alcuni anni or sono è innegabile che molti passi siano stati compiuti, non soltanto per fattori esterni - fra i quali spicca, naturalmente, la caduta del muro di Berlino - ma anche per l'evoluzione che sui temi di politica estera tutti i nostri gruppi politici hanno fatto registrare. E' proprio tale constatazione che consente di avviare una riflessione mirata ad individuare alcuni punti di riferimento per la nostra posizione internazionale e le conseguenti decisioni in tema di politica estera. Ad esempio, non risultano più presenti riserve di rilievo circa la nostra presenza alla NATO ed all'Unione Europea, sino agli inizi degli anni '80 vista con 'sospetto' da importanti gruppi politici e consistenti settori della nostra opinione pubblica. Ancor più convinta appare la nostra partecipazione alle Nazioni Unite, considerata come elemento caratterizzante della nostra azione internazionale; i nostri importanti contributi finanziari alle Agenzie dell'ONU, a volte purtroppo decisi in maniera non coordinata e quindi non particolarmente efficaci per rafforzare la nostra posizione all'interno dell'organizzazione, testimoniano l'interesse che in Italia esiste per quello che viene considerato l'unico strumento al momento disponibile per regolare le controversie internazionali ed approfondire le tematiche di rilievo mondiale. Anche l'alleanza transatlantica e la partecipazione al G8 rappresentano sempre più, nella percezione dell'opinione pubblica, irrinunciabili elementi della nostra politica estera; non a caso le accese polemiche pro o contro l'azione anglo - americana in Iraq si sono sviluppate infatti intorno al metodo migliore per sviluppare il rapporto con gli USA: se attraverso la semplice adesione al richiamo della potenza egemone o non piuttosto mediante un confronto, anche serrato, sulle diverse opzioni disponibili prima del ricorso all'uso della forza. Sullo sfondo, naturalmente, il ruolo delle Nazioni Unite, da rafforzare con l'avvio di un processo di incisive riforme capace di potenziarne operatività e rappresentanza ed al contempo esercitare un'azione moderatrice sulle posizioni della super - potenza americana. Sotto un altro profilo è innegabile che fra i motivi ispiratori della politica estera italiana, caratterizzata da un difficile e precario equilibrio dettato dalla peculiare situazione interna, la ricerca del dialogo con tutti gli interlocutori, anche i più difficili ed a rischio, abbia costituito un filo conduttore fondamentale. I recenti esempi del 'dialogo critico' con gli Stati 'canaglia' (in primo luogo Iran e Libia ma anche Siria ed Iraq e perfino Corea del Nord) portato avanti con determinazione dal Ministro Dini ed in precedenza anche dai Ministri Andreotti e De Michelis, costituiscono un esempio significativo al riguardo. La stessa oscillazione fra le tentazioni di far parte di un direttorio europeo e la volontà di non trascurare il rapporto con i 'piccoli' membri dell'Unione Europea può essere vista non tanto come l'incapacità di effettuare una scelta definitiva in un senso o nell'altro quanto la proiezione della nostra determinazione a tener conto di tutte le opinioni e di tutti i parametri presenti prima di formulare ipotesi di lavoro definitive. Tali considerazioni consentono quindi di immaginare un percorso comune per gran parte delle forze politiche presenti in Parlamento e la quasi totalità dell'opinione pubblica; a condizione che sia portato a conclusione il dibattito svoltosi in questi anni, senza approfondimento adeguato, intorno alle principali tematiche di politica estera. Dagli atti parlamentari, come dalle piattaforme programmatiche dei partiti politici emergono infatti sostanziali convergenze, che sarebbe opportuno utilizzare per mettere a punto una strategia complessiva capace di dotare l'Italia di una politica estera coordinata e di ampio respiro. Un tale approccio comporterebbe la conseguente riformulazione degli strumenti del settore, a cominciare dal Ministero degli Affari Esteri, cui andrebbero restituite capacità di analisi e proposizione gravemente compromesse negli ultimi anni a causa della progressiva riduzione delle risorse, umane e finanziarie, disponibili. L'inserimento in tale disegno complessivo delle attività internazionali dei Ministeri 'tecnici' e delle Regioni costituirebbe il corollario indispensabile a rendere più incisiva ed efficace la nostra azione in campo internazionale. Per far avanzare nel Paese e nella direzione auspicata il disegno complessivo sopra elaborato non è peraltro sufficiente da sola la semplice, anche se autorevole, strada parlamentare delle raccomandazioni e degli ordini del giorno votati all'unanimità e fatti propri dal governo; sono invece necessarie iniziative 'dal basso', frutto della collaborazione fra i diversi attori presenti sullo scenario internazionale, per adottare nuove forme di programmazione dei nostri interventi, lungo le linee guida di carattere generale fissate dal governo. La penuria di risorse che caratterizza le attività del settore pubblico costituisce un richiamo irresistibile ad una utilizzazione oculata dei fondi disponibili, mirata a sviluppare quelle sinergie di cui tutti discutono ma che restano ancora in troppi casi un puro e semplice esercizio verbale, non accompagnato da una reale determinazione a privilegiare l'interesse generale rispetto alla sterile affermazione del proprio ruolo e delle proprie competenze in questo o quel settore. L'occasione dalla irripetibile coincidenza delle due Presidenze (quella di turno dell'Unione Europea e quella della Commissione) è andata perduta anche per la debolezza di un quadro condiviso di priorità ed azioni da svolgere in ambito internazionale, a cominciare dallo scenario europeo. Questo contributo rappresenta il primo di una serie di interventi dedicati alla politica estera condivisa. Confermiamo al riguardo la disponibilità, anche per questa importante tematica, ad ospitare su www.ilcosmopolita.it opinioni ed interventi di tutti coloro che vorranno partecipare al Forum.

ARCHIVIATO IN Sistema Italia

Di Il Cosmopolita il 15/03/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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