Archivio

settembre 2017 luglio 2017 maggio 2017 marzo 2017 dicembre 2016 ottobre 2016 luglio 2016 maggio 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 luglio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 novembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 agosto 2014 luglio 2014 giugno 2014 aprile 2014 marzo 2014 febbraio 2014 gennaio 2014 dicembre 2013 novembre 2013 ottobre 2013 settembre 2013 agosto 2013 luglio 2013 giugno 2013 maggio 2013 aprile 2013 marzo 2013 febbraio 2013 gennaio 2013 dicembre 2012 novembre 2012 ottobre 2012 settembre 2012 agosto 2012 luglio 2012 giugno 2012 maggio 2012 aprile 2012 marzo 2012 febbraio 2012 gennaio 2012 dicembre 2011 novembre 2011 ottobre 2011 settembre 2011 agosto 2011 giugno 2011 maggio 2011 aprile 2011 marzo 2011 febbraio 2011 gennaio 2011 dicembre 2010 novembre 2010 ottobre 2010 settembre 2010 luglio 2010 giugno 2010 maggio 2010 aprile 2010 marzo 2010 febbraio 2010 gennaio 2010 dicembre 2009 novembre 2009 settembre 2009 luglio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 marzo 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003

Post di aprile

08/04/2004

Elogio della diplomazia 'lenta'

Da lungo tempo gli apparati statali interessati alle attività internazionali, in primo luogo i Ministeri degli Affari Esteri, hanno perduto la battaglia del 'primo colpo' nella guerra delle informazioni. Anche se alcuni ostinati cultori del primato della diplomazia continuano ad inviare messaggi contenenti 'lanci di notizie', è del tutto evidente che il flusso di comunicazioni dalla periferia verso il centro si concentra essenzialmente sugli aspetti di anticipazione/previsione degli eventi e di commento/interpretazione dei fatti. Ad un'osservazione preliminare tale situazione può apparire come una semplificazione delle attività; in realtà ciò ha imposto invece un radicale ripensamento ed un'altrettanto radicale riorganizzazione delle strutture preposte alla raccolta ed analisi dei dati, ai contatti con gli ambienti stranieri, ai rapporti con le altre istituzioni interessate alle tematiche internazionali, alle relazioni con centri studi e di ricerca. Tale riorganizzazione deve infatti considerare molteplici variabili, da includere in una matrice che, sfortunatamente non ha però la precisione di quelle dei modelli matematici o econometrici. Si impone quindi una particolare cura negli assetti organizzativi delle strutture, nella selezione e gestione delle risorse umane, nella capacità di concentrare le attività sulle problematiche di maggior rilievo per gli interessi da tutelare. Dal quadro sopra delineato discende anche la necessità di individuare precise linee guida di lungo periodo, dotate peraltro di un elevato grado di flessibilità al fine di tener conto dei rapidi mutamenti delle variabili in gioco. Tali concetti esplicitano adeguatamente la complessità dell'attuale quadro delle relazioni internazionali, rendendo ancora più evidente il contrasto tra l'immagine mediatica di relazioni impostate su intese tra leaders, con conseguenti rapide decisioni, e la realtà di situazioni sempre più articolate e complesse, la cui gestione passa obbligatoriamente attraverso analisi approfondite. In sintesi, da un lato vi è la spinta a mostrare alle opinioni pubbliche le capacità decisionali ed operative dei leaders, dall'altra un insieme di scenari di complessità tale da richiedere lunghi tempi di valutazione ed analisi.. La contrapposizione tra tali divergenti esigenze può comunque trovare una composizione efficace in presenza di strumenti e procedure adeguate. E' essenziale comunque che, una volta fissate le linee guida da seguire per l'azione di politica internazionale, sia consentito alle strutture diplomatiche, tecniche ed amministrative di delineare i diversi scenari entro i quali inserire le specifiche azioni per il conseguimento degli obiettivi fissati a livello politico. Ciò consentirebbe infatti ai diversi centri di analisi ed ai servizi interessati di individuare i percorsi più convenienti, in termini di costi/benefici e di tempi disponibili/risultati, per l'attuazione delle direttive ricevute. E' difficile, naturalmente, immaginare per il mondo delle relazioni internazionali la convenienza di riferimenti a modelli più consoni al mondo delle scienze esatte (anche se non possiamo dimenticare la definizione di 'scienza oscura' per l'economia); quanto sopra indicato va però interpretato come indicazione di un modello di riferimento, non la richiesta di rigida applicazione di uno schema precostituito. Se confrontiamo quanto sino ad ora esposto con la realtà dei meccanismi che governano le nostre scelte di politica estera, dobbiamo prendere atto, con rammarico, che siamo ancora lontani da una situazione soddisfacente. Da un lato abbiamo infatti sporadici dibattiti parlamentari che esprimono sensibilità di politica interna più che la determinazione del nostro Paese a svolgere quel ruolo incisivo che dovrebbe scaturire dalla posizione di Paese fondatore U.E., quinto nella classifica ONU per i contributi finanziari alla forze di pace, membro del G8. Dall'altro, invece, vengono sviluppate iniziative estemporanee, apparentemente legate a motivi contingenti (di pura convenienza mediatica o dovuti a tatticismi di breve periodo). La tendenza a svolgere un ruolo di mediazione tra schieramenti contrapposti nell'ambito degli organismi transnazionali e multilaterali di cui siamo membri si rivela sempre di più come espressione dell'incapacità ad operare scelte coerenti di lungo periodo più che determinazione a comporre le fratture riscontrate. In tale contesto il confronto con il Regno Unito appare particolarmente significativo: Londra è infatti riuscita ad assumere ruoli di primo piano pur in presenza di scelte apparentemente contraddittorie; prendendo ad esempio il delicato settore della difesa, i britannici infatti accompagnano alla tradizionale 'affinità' con gli Stati Uniti, il ruolo di partner privilegiato di Francia e Germania nella costruzione dell'industria europea della difesa. Il confronto con la mancanza di un serio dibattito sul rapporto costi / benefici per la mancata partecipazione al consorzio AIRBUS e la scelta 'americana' dell'aereo militare da trasporto conferma quanto evidenziato sopra. Se dal livello politico - programmatico passiamo ad analizzare lo stato e l'operatività delle strutture di pianificazione ed esecuzione degli indirizzi di politica estera la valutazione non può che essere di preoccupazione. Al vero e proprio congelamento subito dal Consiglio superiore di politica estera, le cui riunioni si possono contare sulle dita di una sola mano, si affiancano infatti un 'monocentrismo' imperniato sulla Presidenza del Consiglio (i cui collegamenti strutturali con la Farnesina sono affidati a comunicazioni che raramente giungono ai livelli operativi) ed un 'policentrismo' che vede alla ribalta dello scenario internazionale Ministeri tecnici, Regioni ed Enti Locali impegnati a seguire una partitura musicale spesso cacofonica. Occorre quindi una riflessione approfondita che non può non partire dalla Farnesina, elemento centrale della nostra politica estera, attualmente relegata in un ruolo di secondo piano che non giova alla coerenza della nostra azione e non favorisce la predisposizione di approfondimenti ed analisi di spessore adeguato. Per dare solide basi alla riflessione occorrerà però tener conto dei parametri reali di riferimento, non di quelli auspicabili teoricamente; di qui l'esigenza di migliorare gradualmente le capacità di analisi e raccolta dati degli uffici ministeriali e delle sedi all'estero, secondo un'impostazione non affidata ad impulsi ed esigenze contingenti bensì ad un piano coordinato ed organico. Le opzioni da sottoporre alla scelta del potere politico risultano infatti credibili soltanto in presenza di dati ed elementi concreti, con un preciso ancoraggio alle realtà politiche, economiche e sociali con le quali i nostri interventi devono confrontarsi. Il corollario di tale impostazione fa riferimento ad alcuni elementi essenziali: - La rapida ed efficace revisione della nostra presenza all'estero in sintonia con le nuove esigenze operative; - L'adeguamento dell'organico a Roma ed all'estero non soltanto in termini quantitativi ma anche qualitativi (nuovi profili professionali presenza di esperti in molteplici settori a partire da quello della cooperazione allo sviluppo), semplificazione delle procedure (non soltanto quelle contabili); - Una più efficiente organizzazione del lavoro imperniata sulla delega delle funzioni e l'attribuzione di specifiche responsabilità a tutti i livelli operativi; - L'utilizzazione delle dotazioni informatiche impostata in maniera da riflettere i nuovi assetti organizzativi. Il confronto, sempre più ampio ed approfondito, dei nostri assetti politici, economici, culturali e sociali con le analoghe realtà degli altri paesi costituirà una costante dei futuri scenari internazionali. L'adeguamento rapido ed efficace del nostro sistema Paese a tale prospettiva è pertanto ineludibile. Per far sì che da tale processo scaturiscano soluzioni idonee è necessario però che l'indispensabile dibattito di idee ed opinioni sulle sfide future non sia affidato ad uffici e consessi riservati (anche se molto qualificati) ma divenga patrimonio di tutti gli organismi e degli attori interessati alle tematiche di politica internazionale.

ARCHIVIATO IN Sistema Italia

Di Il Cosmopolita il 08/04/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

06/04/2004

Formazione come 'accessorio'

Nel quadro di una asserita manovra di semplificazione, l'Amministrazione si accinge a varare una modifica dell'art. 8 del Decreto Legislativo n. 55 del marzo 2000 che si presta ad alcune preoccupate valutazioni. In primo luogo, è significativo l'ormai periodico ricorrere ad emendamenti surrettizi per svuotare ed erodere il già traballante impianto dell'ultima riforma del MAE. L'impostazione dei 'piccoli passi', perorata dall'On. Ministro, si traduce in pratica in operazioncine di aggiustamento e restaurazione. La modifica proposta mira a consentire il passaggio al grado di Consigliere di Legazione anche senza aver obbligatoriamente frequentato in via previa il previsto Corso di Formazione (la partecipazione a tale corso potrà avvenire entro un triennio dall'avvenuto avanzamento di carriera). La disposizione è giustificata con la considerazione che, altrimenti, molti Segretari di Legazione sarebbero costretti a rientrare dall'estero dopo 6-7 anni al fine di rispettare l'obbligo formativo del Corso in questione. Qualche osservazione sulla lettera e sulla filosofia di questo provvedimento appare doverosa: a) la permanenza massima all'estero di otto anni è una facoltà che l'Amministrazione concede nell'interesse generale del servizio e non un diritto dei singoli. Non a caso nei decenni scorsi, numerosi funzionari sono stati richiamati prima degli otto anni proprio per assicurare la partecipazione al Corso; b) il determinarsi di un fenomeno di generalizzato ritardo nelle partenze dei diplomatici neo-assunti (a sua volta scaturito da mega concorsi volti ad adattare troppo celermente gli organici sulla base della demagogica affermazione che 'non abbiamo abbastanza funzionari') era ampiamente preventivabile ed è davvero singolare che si ponga riparo con una norma-tampone alla clamorosa inettitudine della DGPE a gestire decentemente le risorse umane disponibili programmando in modo ordinato ingressi, partenze, rientri; c) la formazione è sempre più considerata un 'accessorio' ingombrante, un trastullo per illuministi, un argomento dialettico di quei diplomatici di 'sinistra' da marginalizzare attraverso qualche brillante operazione di 'maccartismo alla amatriciana'. Nella visione del Ministro Frattini e del Segretario Generale, i diplomatici (per non parlare delle aree funzionali sempre più schiacciate verso il basso e 'omogeneizzate') devono essere una forza lavoro indifferenziata, utilizzabile in modo bovino all'interno di un immenso opificio amministrativo che convoca riunioni, produce appunti interni e note di 'follow-up', compulsa telespressini , si consacra all'autocoordinamento perpetuo. In effetti per sopravvivere e prosperare opportunisticamente all'interno di questo microcosmo in dissolvenza non conviene investire sulla formazione o mandare gente alla London Schools of Economics (salvo le 'fisiologiche' eccezione per oligarchi o loro parenti). Nessuno si pone quindi il problema di sapere cosa accadrebbe se un neo-promosso Consigliere risultasse un po' scarso al successivo Corso di Formazione: gli verrebbe revocato l'avanzamento? (nuove interessanti prospettive si aprono per gli avvocati specializzati in vicende di 'Casa Mae'). Ulteriore conferma della totale indifferenza a qualsiasi valutazione di ordine formativo e professionale è del resto fornita dalla progressiva scomparsa o comunque banalizzazione delle 'job description' nelle liste di pubblicità dei posti all'estero. Al buon diplomatico non si chiede di norma di avere una solida competenza in materia di disarmo o di rapporti con la stampa oppure di problematiche europee, culturali o migratorie ma solo di avere 'un profilo adeguato' (insomma di vestire bene, essere carino di modi e sapersela sbrigare); d) corollario finale: mentre l'On. Ministro viaggia e del MAE come Amministrazione sembra essersi persa traccia nel mondo 'esterno' (tranne qualche omeopatica dose nelle rubriche di 'gossip' ed in qualche velino o velina), procede l'operazione 'Big Seventies', ovvero il tentativo di elevare a 70 anni l'età del pensionamento almeno per gli Ambasciatori. Esito finale dell'operazione rischia di essere il tracollo per occlusione del MAE con massicce iniezioni di giovani peones ed interminabili permanenze di vetusti funzionari, tutti promiscuamente ammassati in stanze sovraffollate.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 06/04/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

06/04/2004

E' l'Onu il futuro delle relazioni internazionali

Il documento di Romano Prodi pubblicato nei giorni scorsi ha avuto il grande merito di precisare e mettere in evidenza alcune questioni che hanno rischiato di annegare nelle polemiche delle scorse settimane, prima e dopo la straordinaria manifestazione del 20 marzo. La prima: sul terreno della politica estera ci sono nel centro sinistra molti più punti in comune che ragioni di divisione, in particolare se guardiamo ai fatti che si sono succeduti dopo l'11 settembre 2001. Ci unisce il rifiuto netto e la condanna più totale del terrorismo internazionale in ogni sua manifestazione e la consapevolezza che, di fronte a questo nuovo 'male assoluto' che minaccia la convivenza civile, occorre unità e determinazione da parte dell'intera comunità internazionale. Ci unisce la volontà di lavorare in ogni sede, e in primo luogo nell'Unione Europea, per una strategia di lotta al terrorismo che punti sugli strumenti 'dell'intelligence', della cooperazione investigativa e giudiziaria tra gli Stati, della trasparenza dei mercati e dei movimenti finanziari così da contrastare ed isolare le reti terroristiche, recidendo i legami e le complicità di cui si avvantaggiano. Ci unisce la spinta a non separare la lotta al terrorismo internazionale da quella contro la povertà e il sottosviluppo. Il terrorismo non è tout court figlio della povertà ma non c'è dubbio che esso cerchi legittimazione, consenso e adesioni nella disperazione e mancanza di prospettiva di enormi masse di diseredati. Ci unisce l'idea che l'uso della forza militare contro il terrorismo, seppure non possa essere escluso in assoluto e in linea di principio, non possa giustificare la guerra e tanto meno la violazione della legalità internazionale. Da tutte queste considerazioni discende un giudizio, unanime nel centrosinistra, di contrarietà alla guerra preventiva unilaterale voluta dall'Amministrazione Bush ed anche alla partecipazione italiana, subalterna a quella logica, all'avventura irachena. Nessun cerchiobottismo: siamo convinti di questo giudizio e sappiamo di essere in sintonia con la larga maggioranza dell'opinione pubblica del nostro paese e in Europa. C'è di più: ci unisce l'idea che solo sanando la ferita che la guerra in Iraq ha provocato nelle relazioni internazionali, soltanto superando la rottura che si è consumata nella legalità internazionale si può sperare di voltare pagina ed uscire dal caotico e drammatico 'dopoguerra' iracheno. Questo voltar pagina ha per noi, per tutto il centro sinistra, un nome preciso: ONU. E' necessario superare la situazione di occupazione dell'Iraq e definire un ruolo centrale dell'Onu nella transizione irachena. Perché questo avvenga c'è bisogno di una nuova Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che raccolga le raccomandazioni dell'inviato speciale di Kofi Annan, Lakhdar Brahimi, che risponda alla questione posta dal nuovo primo ministro spagnolo Zapatero, che rassicuri le diverse componenti della società irachena indicando un percorso elettorale e costituente certo e condiviso. E c'è bisogno che anche sul terreno della sicurezza le Nazioni Unite assumano una responsabilità precisa, attraverso la costituzione di una forza multinazionale sotto egida Onu e il coinvolgimento di paesi che non hanno condiviso la guerra in Iraq, compresi paesi arabi e mussulmani. La presa di posizione di Prodi ha anche chiarito la distanza che è maturata su questi nodi con il governo italiano. Le reazioni degli esponenti della maggioranza del centrodestra e l'intervista del Ministro Frattini rendono fin troppo evidente il mutamento avvenuto, senza apparenti 'strappi', nella politica estera del nostro paese. La posizione dell'Italia sembra essere motivata dall'unica esigenza di non dispiacere, di non discostarsi di un millimetro dall'alleato americano. Con una aggravante: non cogliere che oggi persino negli Stati Uniti c'è un grande dibattito e che, nella stessa amministrazione repubblicana, una 'corrente' che - sconfitta nel momento della guerra - oggi sembra avere maggiore spazio. Anche da qui nasce il negoziato in corso alle Nazioni Unite, reso ancora più stringente dalla nuova posizione spagnola. Possibile che non si colga la possibilità di una visione ed una iniziativa unitaria dell'Europa? Possibile che l'Italia abbia abbandonato totalmente il campo in Europa? La stizza e lo scetticismo con i quali il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri hanno commentato l'esito positivo del recente Consiglio Europeo di Bruxelles sono da questo punto di vista illuminanti. Dalla Costituzione europea all'Iraq al Medio Oriente l'Italia ha di fatto abbandonato la sua tradizionale collocazione europea ed europeista in nome di un malinteso senso di amicizia transatlantica. Ne stiamo pagando e ne pagheremo un prezzo in termini di autorevolezza e peso sulla scena internazionale. Non ce ne rallegriamo. Ne traiamo semmai ragioni in più per far crescere il centrosinistra come alternativa di governo forte e credibile anche in politica estera.

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 06/04/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

06/04/2004

Il Muro e il Diritto

Il filo esile del ricorso alla giustizia e al diritto internazionale per trovare soluzione alla drammatica vicenda palestinese è per ora sospeso. La Corte Internazionale di Giustizia, il tribunale internazionale dell'Aja costituito dall'ONU, interpellata per un parere sulla legalità del muro, o come qualcuno preferisce chiamarla, della 'barriera' in corso di costruzione nei territori della Cisgiordania occupati da Israele, ha sospeso la discussione per un supplemento d'indagine. Nel frattempo il governo del primo ministro israeliano Ariel Sharon, - nonostante, o forse proprio per causa della crescente sfiducia dei suoi concittadini - continua implacabile nella messa in atto di una politica unilaterale basata sulla forza. L'ultimo capitolo di questa politica, il 'ritiro' annunciato dalla Striscia di Gaza ha avuto come effetto pratico un drammatico aumento delle operazioni militari e del numero di palestinesi uccisi in quella zona. Di diritto, ma soprattutto del muro e dei suoi effetti sulla vita e sui diritti dei palestinesi quasi non si parla più. E questo nonostante il fatto che quasi tutti i governi del mondo ritengono quel muro illegale. Hanno avuto modo di chiarirlo votando, quasi all'unanimità, una risoluzione dell'Assemblea Generale dell'ONU il 21 ottobre dell'anno scorso. Il testo, proposto dall'Italia in qualità di presidente di turno dell'Unione Europea, intima al governo israeliano di sospendere i lavori di costruzione del muro in quanto la 'barriera' è contraria 'alle pertinenti disposizioni del diritto internazionale'. Non solo, la risoluzione esige anche lo smantellamento dei tratti già costruiti. Come unica risposta il governo israeliano pubblicò, due giorni dopo il voto dell'ONU, sul sito del ministero della difesa, una mappa del percorso tortuoso del muro, lungo ben 720 chilometri, così come si intende completarlo. Da allora il piano ha subito qualche piccola, cosmetica, variante. E' in discussione in questi giorni il tratto della barriera che costeggia la frontiera della Giordania. Ma la sostanza dell'atto d'accusa contenuto nel rapporto circostanziato del Segretario Generale Kofi Annan all'Assemblea Generale rimane invariata. Sulla base del percorso indicato dalla carta ufficiale, comprese le 'barriere di profondità' e i tratti costruiti a Gerusalemme Est, quasi mille chilometri quadrati, ovvero più del 16% dell'intera Cisgiordania, verrà annesso di fatto al territorio israeliano. Si tratta di territori in cui abitano quasi 240.000 palestinesi. A percorso completato 160.000 palestinesi si troveranno a vivere in enclaves, zone inglobate dalla barriera e tagliate fuori dalle aree circondanti. Qualche giornalista ha descritto la barriera come se si trattasse di una staccionata. Purtroppo si tratta di un complesso con una larghezza media, tra strade, fossi e recinzione, di 50-70 metri - quasi tutto territorio sottratto alla popolazione palestinese. Le sezioni già completate della barriera hanno avuto conseguenze drammatiche sulla vita degli abitanti della Cisgiordania. Intere comunità si trovano separate dai servizi sanitari, dalle proprie scuole, dai campi agricoli, dai luoghi di lavoro, dalle fonti d'acqua e anche dalle reti elettriche. Di fronte a questo catalogo di diritti calpestati e di obblighi mancati - la risoluzione votata ad ottobre aveva citato gli obblighi di protezione e di tutela nei confronti della popolazione residente che ricadono su Israele quale potenza occupante - a dicembre l'Assemblea votò una risoluzione per sottoporre la questione della legalità del muro alla Corte. Un'ulteriore denuncia del muro è stata poi fatta dal Comitato internazionale della Croce Rossa. Il 18 febbraio, con una dichiarazione che costituisce uno strappo significativo al suo tradizionale atteggiamento di riserbo, la Croce Rossa denunciò il governo israeliano 'per avere di gran lunga oltrepassato quel che è legittimo per una potenza occupante nel quadro del diritto umanitario internazionale'. Ma alle Nazioni Unite, purtroppo, l'unanimità di ottobre si era incrinata. Sembra che la diplomazia statunitense e quella israeliana siano riuscite a convincere i paesi dell'Unione, e l'Italia in primo luogo, dell'inopportunità di un ricorso su una questione definita prettamente 'politica'. Rovesciando gli stessi argomenti sostenuti da Kofi Annan, si disse che l'intervento della Corte avrebbe compromesso i negoziati sostenuti nel quadro della 'road map'. (Il Segretario Generale aveva sostenuto l'opposto: che la costruzione del muro mette a repentaglio le trattative di pace e la stessa 'road map', in quanto altera la base del negoziato con la creazione di un grave fatto compiuto.) L'effetto di questa decisione è stato quello di arrivare in Tribunale all'Aja con la più inopportuna delle spaccature: 13 paesi, quasi tutti musulmani, insieme all'Autorità Palestinese, si sono presentati dinnanzi alla Corte, mentre il mondo occidentale (Stati Uniti e Europa) ha sconfessato il ricorso. Un segnale più che negativo in tempi ad alto rischio di quello che lo studioso Huntingdon ha definito 'scontro delle civiltà' tra mondo islamico e mondo occidentale. Un rischio che i terribili atti terroristici di Madrid hanno ulteriormente aggravato. Non si può che condividere l'esortazione di Romano Prodi, il quale, parlando in Italia dopo avere partecipato all'immensa manifestazione di protesta e di solidarietà a Madrid, ha esortato tutti gli europei a sconfiggere il terrorismo 'con le armi del diritto e della giustizia'. Anche nei territori occupati palestinesi il ripudio della violenza passa per un riconoscimento del primato del diritto. Un segnale di sostegno dall'Europa avrebbe rafforzato la mano di chi questa, e solo questa strada vuole percorrere.

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 06/04/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

06/04/2004

Il coraggio di rifiutare l'occupazione. L'obiezione di coscienza al servizio militare in Israele

Quando Laura Milo si stabili' in Israele con suo padre e sua sorella provenendo dalla Francia nel 1997 non poteva immaginare che pochi anni più tardi sarebbe stata arrestata in un carcere militare per il rifiuto di prestare il servizio militare nell'esercito israeliano. Laura è una Sionista, una umanista ed un soggetto di forte coscienza sociale. Dopo aver terminato il corso di studi superiori a Tel Aviv passò un anno nella città di Yeruham (Sud Israele) lavorando in favore dei giovani disabili. Quando le fu intimato di entrare nelle forze armate al pari di tutti gli uomini e donne del suo paese Laura chiese di essere esentata a causa dei suoi problemi di coscienza. Nella sua richiesta di esenzione affermava che fino a quando Israele avesse occupato i Territori palestinesi, dominando la vita di oltre un milione e mezzo di cittadini e impegnandosi ad aggravare la violazione dei diritti umani avrebbe rifiutato di prendere parte all'azione militare del suo paese. Le forze armate israeliane non accettarono la sua richiesta e decisero che il fondamento del suo rifiuto non era addebitabile a 'problemi di coscienza' ma piuttosto per 'la presenza dell'esercito israeliano nei territori'. Laura fu mandata al confine militare. Il caso di Laura è quello di un crescente - sebbene ancora marginale - fenomeno di rifiuto in Israele. Dal 2002 la gioventù israeliana ha iniziato a rifiutare la registrazione nelle liste militari per la continuata oppressione dei palestinesi che vivono nei territori occupati. Il 4 Gennaio 2004 cinque giovani sono stati giudicati da una corte militare di Tel Aviv ad un anno di prigione per il loro rifiuto di servire nell'esercito israeliano. I 5 - Matam Kaminer, Noam Bahat, Shimri Tsameret, Adam Maor e Hagai Matar - hanno rifiutato di registrarsi a causa dell'occupazione dei territori da parte delle forze armate israeliane. I cinque giovani non sono dei 'pacifisti'. Il loro rifiuto si basa sulla profonda convinzione che non si può, e non si dovrà, essere parte di una macchina militare che opera come principale strumento per mantenere, trincerare e rafforzare l'occupazione sotto la quale il popolo palestinese si è visto negato i suoi fondamentali diritti umani per oltre 37 anni. Durante il processo Matan Kaminer ha spiegato il suo punto di vista 'I soldati di un esercito di occupazione si trovano in una situazione impossibile. Ci sono uomini di guerra addestrati per confrontarsi con altri uomini di guerra…..Come uomini di guerra usano strumenti per loro conosciuti: gli ordini, la distanza emozionale, la minaccia, il fucile. Quando diventano sadici, non lo diventano per una loro dannazione interna che era già dentro di loro in precedenza ma a causa della loro mancanza di libertà come soldati occupanti per minacciare la gente tra la gente……Io non ho deciso di rifiutarmi di partecipare in un giorno. Sono stato scelto nelle prime selezioni militari credendo di poter trovare una maniera di partecipare direttamente nella sporca macchina dell'occupazione….Ma con il tempo, con l'indurimento della pratica di oppressione nei Territori e la perdita degli orizzonti di pace durante l'Intifada ho iniziato a comprendere che la mia coscienza non mi avrebbe consentito di partecipare, anche solo indirettamente, nella attività di occupazione'. Shimri Tsameret descrive il suo rifiuto con una diversa angolazione: 'I miei compagni di scuola stanno ora combattendo nei territori occupati. Stanno controllando Netzarim e Hebron. Non c'è ragione per rischiare li' la loro vita. Io rifiuto di andare nelle forze armate, da allora mi rifiuto di sostenere una politica che causa le loro morti. Sento che andare nelle forze armate è come ucciderli con le mie proprie mani'. I cinque giovani vogliono realizzare il servizio civile invece che l'obbligo militare (ed alcuni lo avevano già assolto prima di essere richiamati). Tuttavia il governo e l'esercito israeliano negano che questa situazione possa essere equiparata all'obiezione di coscienza: piuttosto la classificano come 'obiezione politica'. Questo tipo di obiezione - secondo le forze armate israeliane - è differente dal pacifismo che, almeno in teoria, viene accettato dall'esercito. Ma le forze armate non sono pronte a riconoscere nemmeno il pacifismo. Per almeno un anno e mezzo due giovani Yoni Ben Artzi e Dror Boymel - riconosciuti pacifisti - erano detenuti da tempo e prima ancora che l'esercito si accordasse di liberarli dal servizio militare. Ma se il pacifismo viene ufficialmente riconosciuto come motivazione di esenzione dal servizio militare, per coloro i quali chiedono l'esonero per la loro profonda obiezione di coscienza all'occupazione militare israeliana non hanno diritto ad essere esonerati - al contrario sono rinchiusi in carcere. Tale ruvida scelta politica per se stessa fa infuriare, ma essa risulta oltremodo oltraggiosa solamente se ricordiamo come soldati israeliani che hanno ferito o perfino ucciso innocenti palestinesi durante i loro servizi di pattugliamento nei territori occupati difficilmente sono stati portati davanti alla giustizia, non sono stati puniti. Inoltre giovani uomini e donne che rifiutano di prendere parte all'occupazione sono rinchiusi in prigione come se fossero una reale minaccia per la società israeliana e l'ordine sociale. Può essere che il governo israeliano sia innervosito dal fenomeno del rifiuto al servizio militare. Nell'ultimo anno le forze armate israeliane hanno dovuto confrontarsi con altri tipi di rifiuto al servizio che ha fatto crescere il malcontento nei ranghi dell'esercito. Nel 2002 un gruppo di soldati della riserva, molti dei quali hanno servito nei territori occupati per anni (gli uomini israeliani sono richiamati per servizi di sicurezza una volta l'anno per la durata di alcune settimane) hanno dichiarato che avrebbero rifiutato di servire il servizio di riserva se fossero stati impiegati nei territori occupati. Molti di loro sono stati condannati al carcere militare per alcune settimane. Durante l'estate del 2003 un gruppo di piloti dell'Aviazione israeliana (di riserva) firmarono una petizione che dichiarava che essi non avrebbero più preso parte alle missioni militari di bombardamento aereo nei Territori Occupati. I piloti furono citati in giudizio dall'Alto Comando dell'Aereonautica Militare Israelita ed espulsi dal corpo militare. Alcune settimane più tardi alcuni militari in riserva di uno dei corpi scelti dell'esercito israeliano dichiararono il loro rifiuto a missioni militari nei Territori Occupati. Anche loro furono immediatamente espulsi dalle loro unità. Adesso è il turno delle donne. Fino al 2004 le forze armate israeliane esoneravano le giovani donne che rifiutavano di prestare servizio militare senza distinzioni tra chi era pacifista e chi sosteneva l'obiezione di coscienza basato sul rifiuto dell'occupazione. Tuttavia, sin dall'inizio di quest'anno, ed a seguito del 'Processo ai cinque' tale politica è cambiata. L'esercito israeliano ha già spedito al confine militare quattro giovani donne in quanto si erano rifiutate di partecipare al servizio militare sulla base dei personali valori, responsabilità e coscienza. Prese insieme queste posizioni di rifiuto pongono una minaccia nei confronti dell'esercito e del governo israeliani. Risulta chiaro come la capacità di Israele di continuare le sue politiche nei territori occupati deve dipendere dalla buona volontà dell'esercito di eseguire le volontà del governo. Oltre a ciò il governo ha la necessità di mantenere il livello di consenso pubblico e di sostegno alle sue scelte politiche. L'audace e l'esplicito rifiuto del tipo descritto in questo articolo, segnala - a voce alta e chiara - che il governo sta perdendo le basi di legittimazione per i suoi atti. Il movimento di rifiuto è ancora marginale nella società israeliana. Non gode di un ampio sostegno pubblico. Tuttavia è un segnale di luce in un momento di buio. Chi compie un atto di rifiuto assume rischi personali. Giovani uomini e donne stanno pagando prezzi alti per sostenere i propri valori e le proprie convinzioni. Hanno bisogno del più grande sostegno che possono ottenere. Informazioni sul 'Movimento del Rifiuto' in Israele: http://www.refuz.org.il (The trial of the Five) http://www.seruv.org.il/english/default.asp (Reserve Soldiers Refuse) http://www.tayasim.org.il (Pilots letter of refusal) * Professoressa di Diritto presso la Facoltà di Legge dell'Università di Tel Aviv e membro del 'Movimento del Rifiuto' in Israele

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 06/04/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

1 - 5 (5 record)