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Post di maggio

31/05/2004

Crisi della politica estera, crisi della Farnesina

La conferenza stampa, tenuta presso l'Associazione Stampa Estera, della CGIL Esteri e di www.IlCosmopolita.it, alla quale hanno partecipato media italiani e stranieri ed una nutrita rappresentanza del corpo diplomatico accreditato a Roma, ha messo in luce deficienze e distorsioni nel Ministero degli Esteri a fronte di una politica estera italiana di segno diverso da quella che ha tradizionalmente assicurato all'Italia una positiva integrazione (UE, NATO, ONU) e benefiche relazioni con Paesi dei diversi scenari. A partire da una significativa lievitazione della spesa militare (ormai comparabile - con l'1,9% del Pnl - ad un Paese quale la Francia attestata al 2,5% causa presenze in vari Continenti) e da una continua erosione del bilancio per gli strumenti diplomatici di politica estera (mediamente pari ad un terzo dei nostri Partner europei con poco più dello 0,2 % del Bilancio dello Stato e con una caduta paradossale dal 1989 ad oggi) la Farnesina ha registrato una propria marcata involuzione sulla quale sono stati dati documentati esempi: lottizzazione e nomine clientelari, decadimento dei servizi (promozione economica, italiani all'estero ed immigrazione, nullità della promozione culturale e deriva della cooperazione). Tutto ciò prova come ad un multilateralismo di facciata si sia già sostituito un bilateralismo armato di cui il Paese non appare pienamente consapevole. Riaffermando la necessità di un dibattito di fondo - nell'opinione pubblica ed in Parlamento - sulla 'nuova' politica estera italiana e la riforma degli strumenti, la CGIL Esteri ed 'IlCosmopolita.it' hanno infine denunciato come aver spostato il 'centro di gravità' della diplomazia a Palazzo Chigi rendendolo di fatto subalterno ad una politica ondivaga, congiunturale e mediatica danneggi gli interessi più durevoli del Paese.

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27/05/2004

L'involuzione della Farnesina

Il quadro di riferimento Nel corso degli ultimi mesi su 'Il cosmopolita' sono apparsi analisi ed articoli di politica ed attualità internazionale, tutti accomunati da un denominatore comune: la preoccupante fase di involuzione programmatica ed organizzativa attraversata della Farnesina e, più in generale, dalle strutture preposte alla formazione delle linee guida di tale politica. Anche se, sotto il profilo squisitamente formale, le strutture hanno in qualche modo attenuato gli effetti derivanti dall'impostazione del governo Berlusconi nella trattazione delle sempre più impegnative tematiche internazionali (crisi regionali, terrorismo, fenomeni immigratori), rimane in tutta la sua dirompente evidenza la constatazione che siamo di fronte a valutazioni governative che sul piano programmatico sono sempre più divergenti rispetto alle nostre tradizionali impostazioni (valgano per tutti gli esempi nel campo della politica europea e nella crisi mediorientale), e che la Presidenza del Consiglio svolge 'in esclusiva' (ed in isolamento, certo non splendido) il ruolo di centro decisionale in campo internazionale, sulla base di analisi che riflettono le idee personali del Presidente del Consiglio sulle tematiche internazionali, privilegiando soprattutto gli aspetti di visibilità rispetto alla solidità e continuità delle posizioni sugli specifici temi. Dal gennaio 2002, con le dimissioni del Min. Ruggiero, il Presidente del Consiglio ha avuto modo, inizialmente ricoprendo l'incarico ad interim e successivamente relegando il Ministro Frattini in una posizione di assoluta subalternità, di sviluppare tale disegno, che ha avuto riflessi negativi principalmente in due direzioni: sul piano della funzionalità del sistema, per le azioni avviate da Palazzo Chigi senza alcun coordinamento - e molto spesso informazione - preventivo con la Farnesina; più direttamente per il ruolo del Ministero degli Affari Esteri, ridotto sempre più a mera cinghia di trasmissione - spesso soltanto protocollare - di decisioni assunte in altri luoghi e con un approccio marcatamente congiunturale e mediatico. La struttura La rete diplomatico - consolare italiana è caratterizzata da un numero di Ambasciate ed Uffici consolari generalmente allo stesso livello dei maggiori Paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito, Spagna). Vi sono peraltro due elementi, negativi, di marcata differenziazione: una concentrazione geografica ancorata alle esigenze, in gran parte superate, della nostra vecchia emigrazione (Francia, Germania, Svizzera, Belgio, Argentina, Brasile); una evidente insufficienza, in termini di risorse umane, rispetto all'ampliarsi delle competenze di questi ultimi anni (incremento degli incontri politici bilaterali, attività internazionale di altri organismi, immigrazione / visti, azione culturale, voto degli italiani all'estero, sostegno alle esportazioni). Nonostante la riforma del 1999 abbia introdotto importanti innovazioni organizzative con la creazione delle Direzioni aventi competenza territoriale (geografiche), la gestione che ne è stata fatta sta ponendo vieppiù in evidenza le insufficienze manageriali e di pubblico servizio del vertice diplomatico ed amministrativo della Farnesina, che ha privilegiato il ruolo di acritica esecuzione di direttive 'politiche' rispetto a quello propositivo, in termini di analisi e predisposizione di scenari, che contraddistingue i Ministeri degli Affari Esteri dei nostri principali partner. Tale miope atteggiamento ha comportato inoltre il moltiplicarsi dei conflitti di competenze all'interno, con grave danno per l'efficacia dell'azione e dell'immagine del Ministero stesso. Inoltre, il ridotto peso politico all'interno del governo ha precluso al Min. Frattini di ottenere risultati positivi nelle richieste di incremento delle risorse finanziarie per il MAE, ponendolo anzi in posizione di subalternità rispetto alle pressioni dei suoi colleghi anche nel delicato settore delle nomine dei Capi Missione all'estero e degli avanzamenti di carriera in Italia. Le risorse umane Negli ultimi anni la Farnesina ha subito un vero e proprio 'salasso' in termini di risorse umane disponibili alla sede centrale e presso la rete periferica. Il blocco delle sostituzioni del personale che nel corso degli anni ha raggiunto i limiti dell'età pensionabile, ad eccezione delle deroghe ottenute annualmente per la carriera diplomatica, ha portato a drammatiche situazioni di operatività delle Sedi, di cui le file per il rilascio dei visti nei Paesi di origine dei flussi migratori o gli appuntamenti concessi a distanza di anni per le pratiche di riacquisto della cittadinanza nelle nostre Sedi in America latina, costituiscono soltanto la punta di un iceberg. Dalle dimensioni colossali. D'altra parte, circa due anni or sono gli organi di informazione furono 'sommersi' dalle dichiarazioni dell'allora Ministro ad interim circa l'inderogabile esigenza di rafforzare il nostro sistema Paese all'estero, per portarlo all'altezza del ruolo ricoperto dall'Italia in seno al G8. Come tutti possono vedere la montagna ha partorito il topolino o, meglio, non ha avuto alcun effetto di rilievo. Gli interessi di partito, nel caso specifico della Casa delle libertà, hanno prevalso, mantenendo quindi competenze economiche presso il MAP, dossiers comunitari presso la Presidenza del Consiglio (Min. Buttiglione); ora siamo addirittura giunti ad un'organizzazione della struttura che fa capo al Ministro per gli italiani all'estero,Tremaglia, chiaramente in contrasto con l'idea originaria dell'allora Ministro ad interim, Berlusconi, di attribuire nuovamente alla Farnesina, opportunamente rafforzata, le diverse competenze in campo internazionale che nel corso degli anni sono state 'esternalizzate' per carenza di risorse umane e finanziarie. Purtroppo, anche in questo caso siamo di fronte ad una sempre più marcata divergenza fra le dichiarazioni di intenti e le decisioni reali. La dicotomia da sempre esistente fra la carriera diplomatica e le altre professionalità operanti alla Farnesina non si è esplicitata nell'ultimo periodo in contrasti netti, in quanto il modello di relazioni sindacali applicato dal governo Berlusconi (contatti limitati ad incontri formali ed alle riunioni informative previste dalla normativa vigente) ha spinto le OO SS a ricercare, quando e per quanto possibile, occasioni di linea comune. Si profilano ora delle condizioni che inducono a ritenere impossibile il ripetersi di un tale approccio: il Min. Frattini non appare infatti intenzionato ad avviare azioni concrete in favore delle rivendicazioni economiche del personale non diplomatico, le cui retribuzioni metropolitane sono da tempo al livello più basso fra quelle della Pubblica Amministrazione. Si è invece tentato di attivare procedure mirate a destinare ingenti risorse per l'assunzione di nuovo personale a contratto - senza alcuna seria garanzia in termini di meccanismi di selezione nelle assunzioni - anziché proporre incentivi e miglioramenti mirati a premiare le professionalità disponibili. L'assunzione di un elevato numero di contrattisti (300) avrebbe inoltre compromesso il necessario equilibrio fra le categorie, alterando profondamente gli assetti organizzativi degli uffici all'estero. Tutto ciò in mancanza di una seria programmazione di medio - lungo periodo.

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Di Il Cosmopolita il 27/05/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

27/05/2004

La Farnesina e il supporto all'internazionalizzazione dell'economia italiana

Nel 2003 le esportazioni italiane sono calate del 4,6%, un dato significativo che si colloca nel noto contesto della peculiare crisi del Paese fatta di certificata perdita di competitività, nonché del generalizzarsi di una pratica imprenditoriale che ha sostituito all'aggressività sui mercati internazionali la più facile spoliazione del mercato interno accelerata dalla 'privatizzazione all'italiana': vedremo qui il ruolo del Ministero degli Esteri - nell'ambito del cosiddetto 'sistema Italia - in questo disastro annunciato solo parzialmente iscrivibile al contesto internazionale. Il lungo interim agli Esteri del Presidente del Consiglio aveva preannunciato un ricentramento del supporto esterno all'economia e della difesa del 'made in Italy' all'interno della Farnesina e della rete delle Ambasciate mettendo fine alla duplicazione con la rete dell'ICE dipendente a sua volta dal Ministero delle Attività produttive: lo strumento operativo avrebbe dovuto essere lo 'sportello unico' sotto l'Ambasciata ma possibilmente affidato alla direzione operativa di un 'manager esterno', in sostanza un meccanismo analogo a quello dei principali Istituti di Cultura affidati clientelarmente ad alcuni 'quidam' privati che così incredibile prova di inefficienza hanno dato nell'ultimo decennio; in più vi sarebbero le risorse finanziarie dell'ICE stesso. Nonostante l'ottusa reazione della 'carriera diplomatica' ('non siamo commessi viaggiatori') avesse favorito tale soluzione essa non è ancora operativa; prosegue invece l'inarrestabile declino dell'ICE che da quando ha adottato il metodo della fatturazione dei servizi ha perfino perso l'appetibilità della consulenza spicciola gratuita, di più la concentrazione di risorse in settori ormai deboli e certamente autonomi (l'alimentare, la moda) si è ormai trasformata in semplice contributo finanziario ad una (superflua) promozione. Preservata fin qui la duplicazione di direzione (MAE e MAP) e mentre gli Uffici commerciali delle Ambasciate (dotati di spiccioli ovvero poche migliaia di euro per la promozione commerciale) deperivano ulteriormente, ci si è affidati alla concertazione e a un qualche velleitario gigantismo per alcuni Paesi ritenuti - a torto o a ragione - 'chiave' del nostro export: il flop più patetico è stato quello di 'Italia 2000' in Giappone in cui, dopo aver portato un enorme 'bric a brac' cultural-promozionale, si è registrato (su quote di mercato già certamente non esaltanti) un calo del 4,5% del nostro export dal 2002 consolidatosi successivamente. ungi dal riflettere su tale esperienza negativa e sul problema strutturale di una promozione non professionale ed incautamente privatizzata e congiunturalizzata, il modulo appare destinato a generalizzarsi in una malsana proliferazione di tavoli, task force e focal point: la Cina - ove l'Italia ha già perso tutti i possibili treni - appare la prossima vittima e con essa il nostro export che un trentennio or sono appariva così promettente con le prime visite della Confindustria e l'apertura di canali diretti: la circostanza che la Cina sia oggi il nostro 18esimo mercato di sbocco dimostra fino a che punto si sia spinta l'insipienza. Infatti il peso indubbio dei fattori strutturali che presiedono al declino dell'economia italiana inclusa una tipologia di internazionalizzazione messa in luce da episodi quale quello di Parmalat non può oscurare gli effetti negativi di una mancata modernizzazione e potenziamento delle strutture pubbliche di supporto - e precipuamente la rete diplomatico-consolare che gode di ovvi vantaggi comparativi di insediamento e visibilità - a cui si intenderebbe oggi rimediare con nuove iniezioni di duplicazione, privatizzazione e clientelismo. In sostanza, anche qui, adottare il virtuale della post modernità senza passare per la fatica della modernità fatta come è noto di competenze, razionalità, trasparenza e consenso negli orientamenti promozionali: in una parola tutti parametri alieni sia dalla attuale direzione politica del Paese che da quella della Farnesina.

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Di Il Cosmopolita il 27/05/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

27/05/2004

I Verdi e l'Europa

Vent'anni di Verdi in Europa festeggiati con un evento straordinario: la fusione in un unico partito, presentato tra il 20 ed il 22 febbraio a Roma. Noi Verdi siamo la prima famiglia politica europea a diventare un partito unico, con un proprio statuto, un manifesto comune, ispirato a principi guida condivisi da tutti ed una comune campagna elettorale. 'Uniti nella diversità' è lo slogan che riassume un percorso politico che pone al centro del suo progetto l'ambizione di rendere l'Europa una forza politica protagonista sulla scena internazionale, con una vocazione ed un modello, però, profondamente diversi da quella dell'altro dominatore della scena internazionale, gli Stati Uniti. Pensiamo ad un'Europa che, negli anni, diventi un 'Green Civic Power', un potere civile verde in grado di costruire la pace, prevenire i conflitti, rendere sostenibile lo sviluppo e più equo ed ecologico il commercio globale. Le dinamiche di globalizzazione in corso impongono una seria riflessione sul ruolo dell'Unione Europea. Si tratta di uno sforzo intellettuale e politico che abbiamo sintetizzato nel Manifesto per le elezioni europee del 2004. Il primo punto del Manifesto è la salvaguardia dell'ambiente, che, a sua volta, si divide in due categorie: la disponibilità di cibo sano, sicuro e di qualità per tutti ed il cambiamento delle politiche energetiche. Noi Verdi lavoreremo per una riforma radicale della Pac, ovvero la politica agricola comune, per orientare la produzione verso il biologico, i prodotti tipici e lo sviluppo rurale sostenibile, tutelando, così, anche i paesaggi e la biodiversità. Per le politiche energetiche, riteniamo assolutamente anacronistico il trattato Euratom, favorevole al nucleare, ed assolutamente prioritario l'adeguamento dei governi a quanto previsto dal Protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni d'anidride carbonica. Convincere altri paesi a firmare il Trattato di Kyoto è un nostro obiettivo, perché è un passaggio fondamentale per la stabilità del clima planetario. Il secondo punto del manifesto riguarda l'impegno per la sicurezza sociale ed economica, per la vivibilità delle città e per l'erogazione di sussidi sia regionali sia europei. Le politiche sulla concorrenza dell'Unione vanno modificate, per adeguarle a parametri sociali ed ecologici. Punto di riferimento per le politiche sociali di noi Verdi è il principio di inclusione sociale: tutti i cittadini devono poter usufruire di servizi gratuiti ed efficienti. Il terzo punto del manifesto è sullo sviluppo della democrazia e prevede i modi per aumentare le tutele ed i diritti dei cittadini, umani, delle donne e di tutte le minoranze. Queste ultime devono essere integrate, rispettandone la diversità ed i diritti culturali. Tutti i cittadini extracomunitari che risiedono in paesi dell'Unione da cinque anni, poi, dovrebbero poter diventare europei. Democratizzare l'Europa è il passo propedeutico per il rafforzamento delle politiche di pace, il quarto punto del Manifesto. Sulla pace non transigiamo: l'Europa deve adoperarsi per la prevenzione dei conflitti e non avventurarsi in aggressioni preventive. Noi Verdi Europei siamo per il multilateralismo e per il disarmo. E proprio le istituzioni internazionali multilaterali dovrebbero avere un ruolo importante per dare regole giuste all'attuale assetto della globalizzazione. Quest'ultimo è il quinto punto del Manifesto, che intendiamo raggiungere con l'ausilio di Banca Mondiale e Fondo monetario Internazionale: occorre governare l'economia del mondo, anche con leggi come la Tobin Tax, per renderla più sostenibile. La velocità dei cambiamenti e la complessità degli eventi sono tali che molti sono tentati di etichettarci come sognatori o utopisti, o, peggio, come cassandre e catastrofisti. Possiamo rispondere con le parole di Aurelio Peccei, fondatore negli anni Settanta del Club di Roma, promotore di uno dei più importanti saggi nella storia del movimento ambientalista - 'I limiti della crescita' firmato da Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows and Jorgen Randers (Ricercatori del MIT)- nel 1973. Concordiamo con lui quando osserva: 'Visto lo stato delle cose, il coraggio dell'utopia è oggi il solo modo di essere realisti'. La nostra pretesa Utopia è esattamente ciò di cui il pianeta e i suoi abitanti hanno bisogno per garantire non solo la sopravvivenza, ma una dignitosa qualità della vita per noi e per le generazioni future. L'attuale andamento degli eventi ci dice tristemente che avevamo ragione. Il cambiamento del clima, che ora tutti riconoscono essere legato alle emissioni di CO2, è soltanto una, forse la più eclatante, delle conferme che, sfortunatamente, non eravamo catastrofisti, ma buoni profeti. La scoperta dei pericolosi effetti delle sostanze chimiche dopo decadi di uso selvaggio è un'altra triste prova. Rachei Carson aveva ragione, nel lontano 1962, quando nel suo libro 'La primavera silenziosa' suonava il primo campanello d'allarme sullo squilibrio ambientale causato dai pesticidi. E così via: potremmo stilare una lunga lista di fatti che provano quanto avevamo ragione e come il mondo starebbe meglio se fossimo stati ascoltati in tempo. Sono passati più di trent'anni dalla prima conferenza dell'Onu su Ambiente e Sviluppo, tenutasi a Stoccolma nel 1972, quando il movimento ambientalista era allo stato nascente: è stato il primo convegno in cui si è denunciata la crisi ecologica e si è messo l'accento sul bisogno di sostenibilità; e ne sono trascorsi ventidue dal Summit di Rio del 1992, quando tutti i governi del pianeta hanno solennemente giurato di puntare verso lo sviluppo sostenibile, spinti dall'impeto di un movimento verde ormai maturo e diffuso ovunque. Eppure, nonostante tutto questo, non siamo ancora riusciti a far passare gli accordi di Kyoto. Questo è il paradosso dei nostri tempi: lo 'sviluppo sostenibile' è diventato un 'mantra', frequentemente evocato, raramente applicato. Negli ultimi due anni - com'è stato dimostrato dal fallimento della conferenza di Johannesburg del 2000 e dall'insuccesso dei rounds del WTO a Seattle (1999) e Cancun (2003) - la situazione è peggiorata: il futuro delle cosiddette strategie di sviluppo sostenibile sembra sempre più incerto. È quindi vitale che la nuova Europa che dovrà emergere dai processi congiunti dell'allargamento, del ridisegno dell'architettura istituzionale e dell'espressione della volontà popolare alle prossime elezioni, sia davvero capace di fare la differenza, proponendosi come uno dei maggiori protagonisti a livello globale in favore della pace, della prevenzione dei conflitti, dei valori di solidarietà, rispetto per la biodiversità ecologica e culturale, equità economica e sociale. Abbiamo bisogno di un'Europa in grado di costituirsi come 'green civic power', determinata a rafforzare e sostenere i deboli tentativi che il mondo compie nella direzione della sostenibilità e della pace. Per costruire quest'Europa, è assolutamente cruciale per noi Verdi, uniti in un solo ed efficace partito, essere in grado di giocare un ruolo chiave nella società europea e nelle sue strutture politiche, a cominciare dal parlamento. La campagna comune che lanciamo da Roma non può fallire: dobbiamo vincere se vogliamo sopravvivere come forza politica significativa sulla scena europea. Se vogliamo, come dice il nostro slogan, 'fare la differenza' affinché l'Europa possa essere spinta a fare la differenza nel mondo. *Co-portavoce dei Verdi europei

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27/05/2004

Sviluppo e cooperazione: dalle teorie alle leggi

1. Il concetto di sviluppo La visione dello sviluppo nella società occidentale ha la sua origine nell'epoca dell'illuminismo, che definisce l'Occidente come la civiltà a confronto con il diverso cioè il selvaggio. Tale concetto si radica fortemente nel pensiero positivista dell'ottocento che è alla base delle moderne scienze umane tra cui l'economia. Tuttavia è soltanto nell'era successiva alla seconda guerra mondiale che lo sviluppo diviene un elemento importante della ricostruzione del mondo diviso tra un Occidente capitalista e un Oriente socialista . E' da notare infatti che l'idea di sviluppo/progresso si colloca all'interno del pensiero liberale e di quello marxista, se pure con declinazioni differenti. Proprio negli anni cinquanta quindi il concetto di sviluppo diviene l'obiettivo delle Nazioni unite. In questa visione, nasce l'idea di Aiuto Pubblico allo Sviluppo, da parte dei paesi occidentali tra cui Stati uniti, Canada, Gran Bretagna e paesi nordici . In tale visione l'attenzione veniva posta fondamentalmente nell'aiuto alla industrializzazione e alla agricoltura intensiva (crash-crop). Rostow, uno storico dell'economia, prendendo a riferimento le esperienze di molti paesi europei e degli Stati uniti definiva la costruzione dello sviluppo secondo cinque stadi differenti : la società tradizionale, le precondizioni per il decollo, il decollo, la maturità e l'età dei larghi consumi. Tale ricostruzione quindi identificava lo sviluppo come un 'passaggio a occidente' ovvero come un adeguamento a modelli universali, che erano stati definiti e venivano utilizzati nell'Occidente dove avveniva il cambiamento innovativo e tecnologico. Modernizzazione e sviluppo potevano, secondo i teorici degli anni cinquanta e sessanta, assicurare il benessere del mondo . Tutte le agenzie delle Nazioni unite che si sviluppano negli anni cinquanta e il maggiore esempio per noi può essere la FAO si orientano verso quegli obiettivi. 2. Il Terzo Mondo Nel corso degli anni sessanta e settanta tuttavia iniziano le critiche al concetto di sviluppo da parte degli studiosi chiamati 'teorici della dipendenza', principalmente legati alla scuola marxista e provenienti da paesi del Sud del mondo, che avevano partecipato alle lotte di liberazione dall'imperialismo. Questi teorici criticavano il modello di sviluppo neoclassico poiché creava un rapporto disuguale tra paesi imperialisti e neo-imperialisti e il Sud del mondo. I primi infatti continuavano a impossessarsi delle materie prime dando in cambio solo tecnologie obsolete, in modo tale da conservare il loro primato tecnologico e generare dipendenza dei paesi del Sud del mondo. Da queste letture critiche, ma soprattutto dai mutamenti a livello mondiale che si determinano in particolare dopo la guerra americana in Vietnam, nasce la teorizzazione del Terzo Mondo, ovvero non più un mondo bipolare diviso tra capitalismo e comunismo, ma un mondo tripolare, che evidenzia la particolare condizione del Sud. Nel 1973 infatti alcuni paesi emergenti del Sud, il famoso Gruppo dei 77, senza schierarsi a favore dell'un sistema o dell'altro, lanciano un appello per un Nuovo Ordine Economico Internazionale, basato sulla stabilizzazione dei prezzi, la fine delle tariffe doganali per i paesi del Sud del mondo e alcune regolamentazioni contro le corporazioni multilaterali . 3. L'Aiuto Pubblico allo Sviluppo italiano Le teorie dello sviluppo vengono dibattute in particolare dai paesi nordici i quali tentano di adattare gli strumenti governativi dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) alle nuove visioni che provengono dal Sud del mondo e da diversi soggetti, tra cui principalmente le donne, che a metà degli anni settanta trasformano una Conferenza dell'ONU in un vero e proprio Forum Globale. In quegli anni l'Italia non ancora ha una specifica attenzione alle tematiche dello sviluppo. Infatti occorre arrivare al periodo dell'unità nazionale, con i governi sostenuti dalla sinistra, per avere la prima vera legge di cooperazione: la legge 38 del 1978. Questa legge stabilisce un Dipartimento all'Interno del Ministero degli Esteri, in cui operano esperti per programmare e valutare le iniziative italiane a sostegno dei Paesi in Via di Sviluppo (PVS). Nascono in quegli anni anche le prime 'organizzazioni non governative', molto spesso di origine religiosa, ma anche appartenenti all'internazionalismo della sinistra. Negli anni ottanta tuttavia, una accresciuta sensibilità sociale alla condizione del Sud del mondo lo scoppio del problema del Debito dei PVS, porta alle battaglie prevalentemente condotte dai radicali contro le grandi emergenze quali la fame e le carestie in Africa. Viene stabilito con la legge 51 del 1985 il Fondo Aiuti Italiani , con il compito di spendere in pochissimo tempo circa 5 mila miliardi per le emergenze africane. L'esperienza del FAI, se pure discussa e discutibile per le modalità di spesa e soprattutto per gli illeciti, favorisce il ripensamento della legge di cooperazione allo sviluppo e apre il dibattito sulla necessità di una vera e propria Agenzia di cooperazione, sul modello di molti dei paesi europei. Le resistenze del Ministero degli Affari Esteri e soprattutto della dirigenza diplomatica, portano a concludere il dibattito alla fine degli anni ottanta, con un compromesso costituito dalla legge 49 del 1987 , tuttora vigente. Questa legge stabilisce infatti una struttura tecnica: l'Unità Tecnica Centrale, composta da esperti, che hanno il know how necessario, ma che tuttavia non possono divenire dirigenti della struttura poiché sono assunti con contratto di diritto privato e a tempo determinato e devono essere coordinati da un Funzionario preposto diplomatico. I regolamenti per l'applicazione della legge, redatti all'interno del Ministero degli Affari Esteri, complicano poi ulteriormente le procedure operative in quanto si ispirano, soprattutto per i lavori pubblici, a leggi italiane troppo complesse per il lavoro con i paesi in via di sviluppo. Ben presto la legge si trova ad operare, soprattutto per volere politico, con procedure di emergenza che favoriscono gli abusi. Il passaggio alla cosiddetta seconda repubblica fa scoppiare nel 1993 la crisi della MALACOOPERAZIONE, che porta in tribunale i dirigenti diplomatici e che costa il lavoro ad un ristretto numero di esperti, peraltro mai condannati dai tribunali ordinari. 4. Cooperazione e globalizzazazione La legge italiana di cooperazione inizia a essere operativa a partire dal 1989, quando cioè la caduta del muro di Berlino distrugge l'equilibrio del mondo bipolare. La crisi internazionale che ne segue coinvolge molte cooperazioni bilaterali, anche le più strutturate, che già negli anni ottanta avevano avviato all'interno dell'OCSE/DAC (la Commissione per l'Assistenza allo Sviluppo dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico) una definizione degli strumenti tecnici per la valutazione, la gestione e l'impianto strategico delle attività di cooperazione . La globalizzazione e le emergenze dovute alle guerre che scoppiano in Africa e in Europa, trasformano gli strumenti dell'APS poiché portano alla ricerca di una nuova attenzione ai diritti umani e ai sistemi di governo e determinano un ruolo diverso per i saperi e i soggetti delle attività della 'cooperazione allo sviluppo' all'interno della politica estera e della attività diplomatica . L'APS italiano, si trova a vivere una doppia crisi quella della malacooperazione e quella internazionale. Ne esce nel 1995 grazie anche all'attenzione del Parlamento che istituisce una Commissione Bicamerale con funzioni di inchiesta. Il Governo Prodi apre il dibattito per una nuova legge di cooperazione che ha come maggiore scopo quello di stabilire una Agenzia per le attività di cooperazione, connessa al Ministero degli Affari Esteri, ma comunque autonoma. La legge, passata al Senato, non riesce a compiere il suo iter parlamentare anche per la manifesta opposizione della dirigenza diplomatica. 5. Il decennio perduto Il caso italiano è unico nel suo genere e può essere considerato un sintomo del declino dell'Italia. Tuttavia la crisi dell'efficacia dell'APS e la necessità di rinnovarne l'operato, a partire dai principi che lo hanno determinato, è sentita anche in ambito internazionale e soprattutto in sede Nazioni unite. Le guerre con e l'operato in Afghanistan e in Iraq, ne hanno amplificato le conseguenze e hanno fatto rimpiangere di non aver operato cambiamenti più radicali, basati sulle Conferenza dell'ONU degli anni novanta per una globalizzazione dal volto umano. Quegli anni sono oggi considerati il decenni perduto. L'Italia ne è largamente coinvolta, anche se proprio in quegli anni esprime, grazie ad un diverso rapporto con la società civile idee molto creative e innovative: dalle reti di solidarietà che trasformano l'aiuto umanitario in azione politica alla 'cooperazione decentrata', gestita cioè dagli enti locali che tenta di ripensare lo sviluppo, ad un approccio diverso nei confronti dei diritti delle donne, in particolare per le vittime di tratta. La perdita è quindi più grave. Oggi l'APS italiano deve quindi fare i conti con una legge buona, ma disattesa nelle sue parti più innovative e completamente stravolta per quel che riguarda le responsabilità tecniche. Infatti la miniriforma del Ministero degli Esteri nel 1999, ha spostato il potere decisionale sugli uffici territoriali della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, togliendo autorità all'Unita Tecnica Centrale, e rendendo più difficile anche la connessione tra i fermenti nuovi che emergono nella società italiana e il raccordo con le politiche multilaterali. Solo una rinnovata attenzione politica potrebbe salvare dalla attuale crisi dell'APS italiano, ma è necessario anche un atteggiamento diverso e meno corporativo da parte della diplomazia. Ci riusciremo?

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 27/05/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

27/05/2004

Sviluppo e cooperazione: dalle teorie alle leggi

1. Il concetto di sviluppo La visione dello sviluppo nella società occidentale ha la sua origine nell'epoca dell'illuminismo, che definisce l'Occidente come la civiltà a confronto con il diverso cioè il selvaggio. Tale concetto si radica fortemente nel pensiero positivista dell'ottocento che è alla base delle moderne scienze umane tra cui l'economia. Tuttavia è soltanto nell'era successiva alla seconda guerra mondiale che lo sviluppo diviene un elemento importante della ricostruzione del mondo diviso tra un Occidente capitalista e un Oriente socialista . E' da notare infatti che l'idea di sviluppo/progresso si colloca all'interno del pensiero liberale e di quello marxista, se pure con declinazioni differenti. Proprio negli anni cinquanta quindi il concetto di sviluppo diviene l'obiettivo delle Nazioni unite. In questa visione, nasce l'idea di Aiuto Pubblico allo Sviluppo, da parte dei paesi occidentali tra cui Stati uniti, Canada, Gran Bretagna e paesi nordici . In tale visione l'attenzione veniva posta fondamentalmente nell'aiuto alla industrializzazione e alla agricoltura intensiva (crash-crop). Rostow, uno storico dell'economia, prendendo a riferimento le esperienze di molti paesi europei e degli Stati uniti definiva la costruzione dello sviluppo secondo cinque stadi differenti : la società tradizionale, le precondizioni per il decollo, il decollo, la maturità e l'età dei larghi consumi. Tale ricostruzione quindi identificava lo sviluppo come un 'passaggio a occidente' ovvero come un adeguamento a modelli universali, che erano stati definiti e venivano utilizzati nell'Occidente dove avveniva il cambiamento innovativo e tecnologico. Modernizzazione e sviluppo potevano, secondo i teorici degli anni cinquanta e sessanta, assicurare il benessere del mondo . Tutte le agenzie delle Nazioni unite che si sviluppano negli anni cinquanta e il maggiore esempio per noi può essere la FAO si orientano verso quegli obiettivi. 2. Il Terzo Mondo Nel corso degli anni sessanta e settanta tuttavia iniziano le critiche al concetto di sviluppo da parte degli studiosi chiamati 'teorici della dipendenza', principalmente legati alla scuola marxista e provenienti da paesi del Sud del mondo, che avevano partecipato alle lotte di liberazione dall'imperialismo. Questi teorici criticavano il modello di sviluppo neoclassico poiché creava un rapporto disuguale tra paesi imperialisti e neo-imperialisti e il Sud del mondo. I primi infatti continuavano a impossessarsi delle materie prime dando in cambio solo tecnologie obsolete, in modo tale da conservare il loro primato tecnologico e generare dipendenza dei paesi del Sud del mondo. Da queste letture critiche, ma soprattutto dai mutamenti a livello mondiale che si determinano in particolare dopo la guerra americana in Vietnam, nasce la teorizzazione del Terzo Mondo, ovvero non più un mondo bipolare diviso tra capitalismo e comunismo, ma un mondo tripolare, che evidenzia la particolare condizione del Sud. Nel 1973 infatti alcuni paesi emergenti del Sud, il famoso Gruppo dei 77, senza schierarsi a favore dell'un sistema o dell'altro, lanciano un appello per un Nuovo Ordine Economico Internazionale, basato sulla stabilizzazione dei prezzi, la fine delle tariffe doganali per i paesi del Sud del mondo e alcune regolamentazioni contro le corporazioni multilaterali . 3. L'Aiuto Pubblico allo Sviluppo italiano Le teorie dello sviluppo vengono dibattute in particolare dai paesi nordici i quali tentano di adattare gli strumenti governativi dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) alle nuove visioni che provengono dal Sud del mondo e da diversi soggetti, tra cui principalmente le donne, che a metà degli anni settanta trasformano una Conferenza dell'ONU in un vero e proprio Forum Globale. In quegli anni l'Italia non ancora ha una specifica attenzione alle tematiche dello sviluppo. Infatti occorre arrivare al periodo dell'unità nazionale, con i governi sostenuti dalla sinistra, per avere la prima vera legge di cooperazione: la legge 38 del 1978. Questa legge stabilisce un Dipartimento all'Interno del Ministero degli Esteri, in cui operano esperti per programmare e valutare le iniziative italiane a sostegno dei Paesi in Via di Sviluppo (PVS). Nascono in quegli anni anche le prime 'organizzazioni non governative', molto spesso di origine religiosa, ma anche appartenenti all'internazionalismo della sinistra. Negli anni ottanta tuttavia, una accresciuta sensibilità sociale alla condizione del Sud del mondo lo scoppio del problema del Debito dei PVS, porta alle battaglie prevalentemente condotte dai radicali contro le grandi emergenze quali la fame e le carestie in Africa. Viene stabilito con la legge 51 del 1985 il Fondo Aiuti Italiani , con il compito di spendere in pochissimo tempo circa 5 mila miliardi per le emergenze africane. L'esperienza del FAI, se pure discussa e discutibile per le modalità di spesa e soprattutto per gli illeciti, favorisce il ripensamento della legge di cooperazione allo sviluppo e apre il dibattito sulla necessità di una vera e propria Agenzia di cooperazione, sul modello di molti dei paesi europei. Le resistenze del Ministero degli Affari Esteri e soprattutto della dirigenza diplomatica, portano a concludere il dibattito alla fine degli anni ottanta, con un compromesso costituito dalla legge 49 del 1987 , tuttora vigente. Questa legge stabilisce infatti una struttura tecnica: l'Unità Tecnica Centrale, composta da esperti, che hanno il know how necessario, ma che tuttavia non possono divenire dirigenti della struttura poiché sono assunti con contratto di diritto privato e a tempo determinato e devono essere coordinati da un Funzionario preposto diplomatico. I regolamenti per l'applicazione della legge, redatti all'interno del Ministero degli Affari Esteri, complicano poi ulteriormente le procedure operative in quanto si ispirano, soprattutto per i lavori pubblici, a leggi italiane troppo complesse per il lavoro con i paesi in via di sviluppo. Ben presto la legge si trova ad operare, soprattutto per volere politico, con procedure di emergenza che favoriscono gli abusi. Il passaggio alla cosiddetta seconda repubblica fa scoppiare nel 1993 la crisi della MALACOOPERAZIONE, che porta in tribunale i dirigenti diplomatici e che costa il lavoro ad un ristretto numero di esperti, peraltro mai condannati dai tribunali ordinari. 4. Cooperazione e globalizzazazione La legge italiana di cooperazione inizia a essere operativa a partire dal 1989, quando cioè la caduta del muro di Berlino distrugge l'equilibrio del mondo bipolare. La crisi internazionale che ne segue coinvolge molte cooperazioni bilaterali, anche le più strutturate, che già negli anni ottanta avevano avviato all'interno dell'OCSE/DAC (la Commissione per l'Assistenza allo Sviluppo dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico) una definizione degli strumenti tecnici per la valutazione, la gestione e l'impianto strategico delle attività di cooperazione . La globalizzazione e le emergenze dovute alle guerre che scoppiano in Africa e in Europa, trasformano gli strumenti dell'APS poiché portano alla ricerca di una nuova attenzione ai diritti umani e ai sistemi di governo e determinano un ruolo diverso per i saperi e i soggetti delle attività della 'cooperazione allo sviluppo' all'interno della politica estera e della attività diplomatica . L'APS italiano, si trova a vivere una doppia crisi quella della malacooperazione e quella internazionale. Ne esce nel 1995 grazie anche all'attenzione del Parlamento che istituisce una Commissione Bicamerale con funzioni di inchiesta. Il Governo Prodi apre il dibattito per una nuova legge di cooperazione che ha come maggiore scopo quello di stabilire una Agenzia per le attività di cooperazione, connessa al Ministero degli Affari Esteri, ma comunque autonoma. La legge, passata al Senato, non riesce a compiere il suo iter parlamentare anche per la manifesta opposizione della dirigenza diplomatica. 5. Il decennio perduto Il caso italiano è unico nel suo genere e può essere considerato un sintomo del declino dell'Italia. Tuttavia la crisi dell'efficacia dell'APS e la necessità di rinnovarne l'operato, a partire dai principi che lo hanno determinato, è sentita anche in ambito internazionale e soprattutto in sede Nazioni unite. Le guerre con e l'operato in Afghanistan e in Iraq, ne hanno amplificato le conseguenze e hanno fatto rimpiangere di non aver operato cambiamenti più radicali, basati sulle Conferenza dell'ONU degli anni novanta per una globalizzazione dal volto umano. Quegli anni sono oggi considerati il decenni perduto. L'Italia ne è largamente coinvolta, anche se proprio in quegli anni esprime, grazie ad un diverso rapporto con la società civile idee molto creative e innovative: dalle reti di solidarietà che trasformano l'aiuto umanitario in azione politica alla 'cooperazione decentrata', gestita cioè dagli enti locali che tenta di ripensare lo sviluppo, ad un approccio diverso nei confronti dei diritti delle donne, in particolare per le vittime di tratta. La perdita è quindi più grave. Oggi l'APS italiano deve quindi fare i conti con una legge buona, ma disattesa nelle sue parti più innovative e completamente stravolta per quel che riguarda le responsabilità tecniche. Infatti la miniriforma del Ministero degli Esteri nel 1999, ha spostato il potere decisionale sugli uffici territoriali della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, togliendo autorità all'Unita Tecnica Centrale, e rendendo più difficile anche la connessione tra i fermenti nuovi che emergono nella società italiana e il raccordo con le politiche multilaterali. Solo una rinnovata attenzione politica potrebbe salvare dalla attuale crisi dell'APS italiano, ma è necessario anche un atteggiamento diverso e meno corporativo da parte della diplomazia. Ci riusciremo?

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 27/05/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/05/2004

Nuove nomine a Ministro Plenipotenziario: interferenze politiche ed autoreferenzialità alla Farnesina

Viene da pensare che i vertici burocratici della Farnesina si illudano che anni di nomine ed avanzamenti decisi secondo criteri altalenanti ed opachi abbiano prodotto un'assuefazione tale da indurre alcuni a digerire la tornata di promozioni varata nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri. Sottolineiamo da subito e con forza, che l'operato della Commissione ancora una volta non rispecchia i parametri di legge né in termini di uniformità di trattamento né di funzionalità per il pubblico servizio. Esprimiamo, pertanto, la più viva preoccupazione per la conferma di un atteggiamento esposto alle interferenze politiche e che privilegia approcci autoreferenziali di una ristretta cupola apicale. Non sono infatti tenuti in conto in maniera trasparente i criteri - consolidati in legge - per la scelta di Dirigenti Generali dello Stato: risultati conseguiti in incarichi di responsabilità in Italia ed all'estero, capacità gestionali, spirito di iniziativa, anzianità di servizio a parità di condizioni. I primi cinque anni di applicazione delle nuove norme si chiudono, così come erano iniziati nel 2000, con un bilancio pesantemente negativo e tale da richiedere una revisione che riporti la selezione nell'ambito dei principi generali del diritto. Ancora una volta infatti vengono privilegiati non i profili professionali acquisiti, bensì valutazioni fondate su elementi prevalentemente estranei alla carriera. La presenza dell'attuale Segretario Generale in ben tre tornate su cinque, lungi dall'assicurare continuità nell'applicazione dei meccanismi di selezione previsti dalle norme, ha assecondato, se non favorito, il prevalere di ottiche di pura cooptazione e di spartizione tra le cordate di potentati e consorterie interne, governate da un principio di omologazione al sistema ed inquinate da favoritismi di natura politica, cui hanno corrisposto peraltro evidenti preclusioni. Le capacità di 'resistenza' alle temute prevaricazioni del potere politico, così sbandierate al momento dell'introduzione delle nuove norme, si sono rilevate inconsistenti: questo spiega anche la scelta di una candidata con un curriculum caratterizzato da incarichi di secondo piano, ma evidentemente resasi preziosa per 'meriti' acquisiti con qualche anno di responsabilità di Capo Ufficio a Roma nella gestione degli affari culturali, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti, in particolare per l'oculata' scelta e gestione del personale di chiara fama destinato agli Istituti di Cultura. Il vantato criterio delle 'pari opportunità' si dimostra solo un pretesto in presenza di altre candidate con anzianità e con curriculum di molto superiori alla prescelta. Non possiamo inoltre tacere neppure sulle promozioni necessarie ex post per sanare carriere 'precostituite'. E' del tutto legittimo chiedersi, quindi, se anche questo tassello della sempre più 'cosiddetta' riforma non debba essere urgentemente modificato, ad evitare il dilagare di nuove ondate di ricorsi e l'ampliarsi di quel fenomeno di disaffezione, particolarmente preoccupante per i più giovani, che caratterizza un crescente numero di funzionari. L'adozione di maggiore trasparenza e di meccanismi di riconoscimento del merito certi ed applicati con rigore avrebbe consentito un migliore processo selettivo ed adeguate garanzie per gli interessi del Paese come per le legittime aspettative di carriera anche nella prospettiva del ripetersi, prevedibile nei prossimi anni, del fenomeno. Quest'ultimo grave atto costituisce, invece, un'ulteriore conferma della volontà, strisciante ma costante, dell'Amministrazione di piegare la riforma alle proprie esigenze di gestione opaca e corporativa, incurante della funzionalità del servizio e dei superiori interessi del Paese. Nello specifico, impegnandosi a sostenere le azioni legali promosse dai funzionari lesi, la CGIL attiverà ogni intervento utile presso le forze politiche e l'opinione pubblica per garantire processi trasparenti e funzionali alla selezioni di vertici della diplomazia in grado - soprattutto nella presente congiuntura attenta a un così importante settore dello Stato - di essere efficacemente al servizio del 'sistema Paese'.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 04/05/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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