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09/07/2004

Accordo debole

All’indomani dell’inquietante esito delle elezioni parlamentari europee che hanno confermato l’esistenza di una crescente disaffezione delle pubbliche opinioni rispetto alle Istituzioni dell’Unione ed un conseguente successo di formazioni eurofobe sia nei Quindici che nei Paesi di nuova adesione, il Vertice di Bruxelles del 17-18 giugno ha rappresentato una scadenza di cruciale rilievo per il futuro del processo di integrazione europea. L’accordo sul testo di Trattato costituzionale ed il mancato accordo sulla nomina del successore di Prodi sono stati entrambi sintomatici di un’Europa che avanza a fatica tra contraddizioni e tensioni ma che comunque prosegue la sua ricerca di un punto di equilibrio fra allargamento quantitativo ed approfondimento qualitativo. Il compromesso realizzato dalla Presidenza irlandese sul Trattato costituzionale è lungi dall’essere esaltante soprattutto per quanto riguarda l’estensione del voto a maggioranza qualificata e il metodo di votazione in seno al Consiglio. Nondimeno il risultato finale riesce a salvare alcune importanti acquisizioni del Progetto della Convenzione ed è significativo che il Governo di un Paese piccolo e di tradizione europeista relativamente recente sia riuscito laddove la Presidenza italiana aveva fallito nello scorso dicembre. L’iniziale scontro tra le candidature di Verhofstadt e di Patten per la Presidenza della Commissione ha infine prodotto un vincitore “debole” nella persona del Primo Ministro conservatore portoghese Durao Barroso. L’intera vicenda ha posto in luce l’acuirsi della frattura tra una visione “integrazionista” franco-tedesca e beneluxiana (cui la Spagna tende a riavvicinarsi) ed una visione mercantile ed atlantista di stampo britannico che mira – con alterni successi – a crearsi una “constituency” tra i nuovi arrivati. La prestazione dell’Italia di Berlusconi all’ultimo Consiglio Europeo è comparabile a quella dell’Italia di Trapattoni ai campionati europei di calcio: confusione, improvvisazione, estesa impreparazione tecnica, nessuna coerente visione sugli obiettivi da perseguire. Guidata dall’unica preoccupazione di contrastare il tentativo franco-tedesco di far eleggere Verhofsadt alla guida della Commissione (un riflesso pavloviano contro Parigi e Berlino più che una scelta di alleanze in ambito europeo), l’Italia ha fatto da sponda al Regno Unito e ad una composita “banda Bassotti” di piccoli Paesi . Sul negoziato costituzionale, uno svogliato sostegno alle proposte della Presidenza irlandese si è accompagnato alla evocazione del problema dell’eredità cristiana nel Preambolo, simbolicamente rilevante ma sicuramente non decisivo per il futuro funzionamento dell’Unione ampliata. Il diligente lavoro preparatorio del Ministro degli Esteri in ambito CIG – puntualmente riferito da Frattini stesso al Senato alla vigilia del Vertice – è stato sostanzialmente ignorato dal Presidente del Consiglio e dai suoi pittoreschi entourages ad ennesima riprova della gestione personalistica ed aleatoria della politica europea e della politica estera italiana (o forse solo della politica italiana) nonché della progressiva trasformazione della Farnesina in struttura di supporto, logistica e cerimoniale. Lo stato delle cose autorizza previsioni fosche: Francia, Germania e Regno Unito hanno trovato un accordo al ribasso sulla personalità da designare alla testa della Commissione e l’Italia si è limitata a svolgere un’azione di sponda che ci varrà nuove inimicizie mentre è dubbio che Durao Barroso pensi di avere obblighi di riconoscenza nei nostri riguardi.. In tale situazione vi è il rischio che al prossimo Commissario italiano venga assegnato un portafoglio di limitato rilievo sostanziale (tanto più se invece di una saggia conferma di Monti – auspicata da tutti i settori più avvertiti del Paese – si inviasse a Bruxelles qualche personaggio emerso come sottoprodotto di “verifiche” romane). Sul futuro del Trattato costituzionale comincia a pesare anche in Italia il richiamo della moda improvvida del referendum senza che nessuno si sia dato finora pena di chiarire se dovrebbe trattarsi di una consultazione meramente consultiva (in tal caso inutile e pericolosa) ovvero di un modo di ratifica (ma in questo caso sarebbe necessario affrontare prima i tempi lunghi di una modifica della Costituzione italiana). Con ragionevole pessimismo, si può ipotizzare che l’ultimo lascito di politica europea del Governo Berlusconi sarà un referendum sul Trattato costituzionale in cui non si dibatterà di Europa ma di valori cristiani, burocrazia di Bruxelles, famiglie omosessuali, divorzio, aborto, eutanasia. Un ultimo festival di populismi leghisti, identitarismi pseudo-religiosi nel quale annegare la grande tradizione europeista italiana della mai sufficientemente rimpianta Prima Repubblica.

Di Il Cosmopolita il 09/07/2004 alle 00:00