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09/07/2004

Mala tempora

Senz'altro tempi non buoni per la cultura al Ministero degli Esteri. A dire il vero non c'è mai stato niente di che essere allegri: la cultura non fa parte del bagaglio diplomatico italiano, né prima né ora. Ma quando si passa il livello di guardia, come pare sia adesso il caso, non resta che cercare di capire se qualcuno, di fronte a certi fatti, abbia un pur piccolo sussulto di sdegnata reazione. Come è accaduto a Gioacchino Lanza Tomasi, direttore artistico del teatro San Carlo di Napoli, che circa un anno fa non è più voluto tornare a sedere al tavolo della Commissione Nazionale per la Promozione della Cultura Italiana nel Mondo un organismo con funzioni d'indirizzo e di stimolo per l'attività della competente Direzione Generale presieduto attualmente da Mario Baccini, uno dei quattro sottosegretari impegnati a sostenere Franco Frattini nell'improbo compito di gestire la politica estera dell'Italia. La Commissione nacque ai tempi di Gianni De Michelis, Ministro degli Esteri negli ultimi anni della Prima Repubblica, a lui si deve l'idea del ruolo dei direttori degli Istituti di Cultura di chiara fama: personalità del mondo della cultura, delle arti, delle lettere non necessariamente appartenenti a pubbliche istituzioni, proposti dal Ministro e sanzionati dalla Commissione. L'idea ovviava alle difficoltà infinite di trovare per i nostri principali Istituti dei direttori veramente rappresentativi e all'altezza del compito non facile di promuovere e tenere alto il nostro prestigio culturale con iniziative di elevato profilo. All'inizio, con poche eccezioni, le cose andarono bene: i 'chiara fama', noti ed apprezzati per le loro qualità intellettuali e culturali, non mancavano. Vennero scelti personaggi di spicco; alcune nomine, poche a dire il vero, suscitarono reazioni divertite. E le cose sono continuate sostanzialmente su un piano di dignità e di rappresentatività della nostra cultura più che accettabili. La reazione di Lanza Tomasi è restata unica, però. Nessuno ha fatto eco alla sua protesta per la nomina di tale Angela Carpifave, modesta slavista, ignota negli ambienti scientifici qualificati italiani ma ben conosciuta dalle autorità russe che hanno digerito con pochissimo entusiasmo la sua nomina facendo allusioni non velate a certe operazioni poco chiare da lei realizzate in passato nella sua veste, del tutto privata, di presidente di una fondazione di studi e cultura russi. Ma è bastato poco tempo di permanenza a Mosca alla Carpifave, dotata a quanto pare di un carattere piuttosto dispotico, per rinverdire gli allori della sua fondazione e mettersi nei guai con tutti: in primis con l'Ambasciatore, quindi con tutti i collaboratori dell'Istituto che hanno inscenato manifestazioni di protesta per chiederne il rientro. Né sono bastate le telefonate frequenti che la signora fa allo stesso Ministro Frattini per raddrizzare una situazione compromessa e che rischia di nuocere ai rapporti italo¬russi almeno in campo culturale. Perdippiù la Carpifave è un assenteista di prima forza: tanto vale, allora, commentano disperati a Mosca, rendere tale assenza permanente. Ma la terribile direttrice di Mosca non è un’ avis rara: assieme a lei sono entrati tramite l'ampia porta della Commissione Nazionale presieduta da Mario Baccini, tanti cari amici degli amici. Per primo un tale Scimia, nominato a dirigere l'Istituto di Cultura di Madrid, profondamente a disagio con qualsiasi manifestazione della cultura, sia essa scritta, parlata o si manifesti tramite delle note musicali o del bel canto. Niente di niente. In compenso ama profondamente la Spagna dopo avervi soggiornato in qualità di funzionario di medio livello di una società telefonica. Ma non pare che questo sentimento basti a giustificarne la nomina se lo stesso Baccini, suo amico per la pelle, stia cercando un modo (che non trova) per por termine alla sua sventurata missione nella capitale spagnola, città che sempre più sviluppa ed accresce la propria vita artistica e culturale con musei nuovi, grandi manifestazioni, mostre, iniziative di ogni genere. Insomma, proprio l’uomo giusto al posto giusto. Simpatico, di gradevole presenza, con buone maniere ed una conoscenza più che discreta della lingua inglese Claudio Angeliní parrebbe essere agli antipodi del semplice Scimia e degno di reggere un altro grande nostro istituto, quello di New York. Ma qui i problemi sono ancora più ardui complessi che a Madrid. Di fronte a grandi centri d'informazione e d’irradiazione culturale di molti paesi europei di pari dimensione ed importanza dell'Italia che lavorano a New York su di una vera scala continentale che tiene appunto conto delle dimensioni statunitensi e della difficoltà di trovare spazio per la diffusione delle rispettive culture, l'Istituto italiano di Park Avenue sembra non aver neppure avvertito il passare del tempo. La sua proiezione era e rimane modestissima. Siamo ancora alla presentazione di personaggi e scrittori segnalati da Roma, d'iniziative di scarso seguito quando non chiaramente provinciali. Insomma, un'Italia dal profilo basso si presenta sul palcoscenico di New York con una veste più che dimessa, casereccia, incerta tra il profilo nazional popolare delle parate per il Columbus Day, e la presentazione di poeti regionali che esaltano la ricchezza e la forza dei rispettivi dialetti dalla deliziosa sede dell'Istituto peraltro non troppo frequentata neppure da Claudio Angelini che mantiene la presidenza della Rai Corporation e non disdegna l'attività giornalista e di corrispondente a beneficio del pubblico italiano. Insomma, un altro personaggio sicuramente eccessivamente ricompensato per le sue passate attività di moderatore in simposi, tavole rotonde, conferenze organizzate dal vulcanico, simpatico Mario Baccini. Pialuisa Bianco, Renato Cristin, Giorgio Ferrara, tale Di Lella sono nomi che dicono poco e che non brillano nel firmamento appannato della nostra cultura d'inizio secolo. Hanno in comune l'appartenenza a scuderie partitiche e l'incarico di Direttori di Cultura; rispettivamente a Bruxelles, Berlino, Parigi e Los Angeles. Di chiara fama non ci pare si possa parlare. Giorgio Ferrara, fratello del direttore de Il Foglio, naviga prudente nelle insidiose acque culturali di Parigi e si dedica a rivisitazioni barocche con l'aiuto della moglie, Adriana Asti, punto di forza delle serate al nostro Istituto. Los Angeles è rimasta per un paio d'anni vacante sino a quando non è stato individuato il dottor Di Lella. Il suo predecessore in pectore, ottenuta la nomina, non aveva mai raggiunto la sede californiana da dove avrebbe dovuto fungere d'antenna per la nostra industria musicale e cinematografica (dì questo signore, milanese amico di Caterina Caselli, si è perso anche il nome). Ma la 'politica' culturale del Ministero degli Affari Esteri ha rischiato di naufragare nel ridicolo più completo, prevedibilmente, ancor prima delle nomine di 'chiara fama”, durante il famigerato interinato berlusconiano. Allorché tra gli amici degli amici emerse la simpatica figura, così hollywoodiana, così “'mericana”, di Tony Renis. Presto fatto, al Tony occorre dargli un incarico e quale migliore se non quello di ambasciatore di cultura. E così parte una bella lettera a firma del Presidente del Consiglio, allora anche Ministro degli Esteri, indirizzata a Renis che lo proclama appunto ambasciatore della nostra cultura musicale. Ma persino Renis è dotato di una certa dose di senso del ridicolo: non risulta che abbia mai esibito la lettera del suo amico né che si sia scaldato troppo all'ipotesi di un suo incarico a Los Angeles come Direttore di quell'Istituto culturale, onore propostogli dagli imbarazzati funzionari del Ministero su indicazione del premier. Renis ha avuto ragione; con il tempo per lui è maturato un incarico più consono, meglio remunerato e divertente: quello dì direttore artistico del Festival di San Remo. Piero Schiavazzi è una storia a sé. Ci riporta al simpatico Mario Bacciní che concepisce, assieme a questo giornalista della televisione vaticana, una complessa Iniziativa, definita di alta cultura, che dovrebbe esaltare il ruolo dei Papa come 'veicolatore augusto' e promotore della lingua italiana. Vengono mobilitati decine d'istituti di Cultura, Ambasciate Nunziature Apostoliche, tipografie, cantanti, artisti sommi, da Cracovia agli Stati Uniti. E' un tripudio di cui non si capiscono scopo e ragioni. Se non quelle del democristianissimo Bacciní che incassa ringraziamenti, riconoscimenti e si propone come grande portavoce anche politico della Segreteria di Stato. Per le esauste casse degli Esteri l'operazione innestata dal dinamicissimo Schiavazzi è un colpo durissimo. Schíavazzi vuole ed ottiene soltanto il meglio, per sé e per il suo progetto di cui resteranno presto null'altro che un mucchi di bei programmi patinati e tante poesiole, invocazioni, appelli: un bel regalo, veramente, per il venticinquennale del Papa. Ma che c'entrava quest'iniziativa, che sa tanto di Restaurazione, con gli Esteri?

Di Il Cosmopolita il 09/07/2004 alle 00:00