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Post di agosto

25/08/2004

Quale ONU con quale Italia

Con una riflessione dell'ex ambasciatore Sergio Romano sul Corriere seguita dalle notizie di un passo del Presidente del Consiglio italiano verso i massimi dirigenti di Stati Uniti e Gran Bretagna - George e Tony - ma anche di Russia - Vladimir - e Cina si è riaperta la campagna sulla questione della riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e sulla ben concreta possibilità che l'Italia veda ulteriormente declassata la propria posizione nell'organo 'politico' dell'unica forma di organizzazione internazionale universale dal soddisfacimento delle aspettative tedesche e giapponesi di ottenere un seggio permanente sia pure senza diritto di veto, anacronistico e controproducente retaggio dell'assetto uscito dalla II Guerra mondiale. La campagna prevede diversi piani di battaglia e articolate piattaforme 'ideologiche' e di affinità di posizioni: in sostanza un replay di quanto in ormai due decenni ha permesso alla diplomazia italiana se non di vincere almeno di non perdere. Seggio europeo (con progressiva sottrazione del proprio statuto privilegiato a Gran Bretagna e Francia e archiviazione delle 'pretese' tedesche) ovvero seggio semi-permanente all'Italia nel quadro di ristrutturazioni regionali variamente architettate mentre il tutto si colloca virtuosamente nell'ottica (del tutto formale) di un preteso affievolimento dell'approccio 'nazionale' a vantaggio di un multilateralismo che il nostro Paese ha concretamente archiviato con l'attuale Governo. Su uno scenario di questo tipo, che ovviamente da per scontata la tradizionale ossessione italiana per i 'formati' come unica garanzia dell'esserci (piuttosto che del 'contare' dato che per contare occorrono obiettivi e finalità forti che noi non abbiamo) le osservazioni di Romano sull'efficacia dei rapporti personali del premier italiano - 'persino, perché no?' - sono (a nostro avviso, tragicamente) condivisibili. Certamente più della giaculatoria sul contributo al bilancio ONU, l'appartenenza al G8 (altro 'formato' salvato un quarto di secolo fa con l'ingresso del … Canada, noto pilastro degli equilibri mondiali), il ruolo mediterraneo e (qui casca l'asino dei 'bersaglieri in Crimea') la partecipazione alle operazioni militari, ovviamente anche a quelle di sola marca statunitense. E all'argomentazione sull'intrigante tema dei rapporti personali (con un rimando per noi facile alla Contessa di Castiglione e al suo sostegno laterale alla tela cavourriana) lo stesso commentatore ne aggiunge uno che svela i meccanismi del pensiero 'neutrale': vorrebbe forse il centro-sinistra in spregio ai metodi berlusconiani trovarsi ad ereditare 'un'Italia declassata'? Ohibò no (così come Rutelli manterrebbe il buono delle 'riforme' del centro-destra), e ohibò (per Romano) gli stornelli nell'anfiteatro, le soprano cubane e le ballerine brasiliane, nonché le bandane di cui è onestamente difficile immaginare l'uso per un ex ambasciatore con la caramella, quella per vedere non quella da succhiare. Tutto ciò - la lente a caramella o monocolo - ci introduce paradossalmente ad uno dei due temi veri del nodo del Consiglio di Sicurezza ovvero la questione del declassamento del nostro Paese (l'altro e' quello stesso del ruolo e del funzionamento dell'ONU) e su questo mette conto formulare qualche osservazione preliminare proprio partendo dalla constatazione che la prima azienda manifatturiera italiana a comparire nelle classifiche internazionali è la Luxottica… al 750° (settecentocinquantesimo) posto e comunque primo produttore mondiale di occhiali; mentre unici 'nomi' italiani che precedono sono Eni (al 37°) e molto più giù Enel (difficilmente definibile come produttore di ricchezza) e poi Tim e Telecom (idem). Insomma un declassamento su cui basti dire che il gruppo Fiat è ormai 841° e la Finmeccanica 850° e che, soprattutto, non dipende da malevole esclusioni ma che - questo sì - è tutto 'made in Italy': in buona sostanza e senza dover fin d'ora richiamare quantitativamente l'affievolimento o la sparizione dei dati che avevano legittimato lo slogan della 'quinta potenza economica' appare del tutto evidente che l'Italia - almeno salvo un improbabile soprassalto di determinazione politica condivisa - ha ben poche carte reali da far valere. Vedremo. Sul punto dell'ONU medesimo è del tutto evidente che il nodo strategico dei poteri, della decisionalità tra CdS ponderato ed Assemblea democratica (rispetto agli Stati, dagli USA a Tuvalu e certamente non dei sei miliardi di esseri umani concretamente interessati alla gestione di sé e del proprio futuro), della prefigurazione in crescita del 'Governo mondiale' è ormai cortocircuitato sia dagli eventi di questo primo scorcio di millennio sia dalla pervicace riemergenza dello Stato nazionale (magari ricostruito con un coacervo di 'patriottismo' mediatico mutuato dal tifo piuttosto che dalle identità e di 'federalismo' da rozzi autodidatti rimasti analfabeti) magari inteso come riservato dominio da spogliare all'interno e da asservire ad interessi contingenti e anche personali in campo internazionale. Provvisoria conclusione e modesto suggerimento. Utilizzare i dodici mesi dalla possibile conclusione della contesa del 'seggio all'ONU' per riflessioni ed iniziative che invertano la tendenza al declassamento nostro e dell'ONU stesso; lasciare all'inesausta immaginazione del premier e alla volenterosa esecuzione dei professionisti della diplomazia (da sempre addestrati alla difesa del 'formato' più che della sostanza) la prosecuzione di una battaglia persa in partenza.

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Di Il Cosmopolita il 25/08/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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