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Post di settembre

24/09/2004

L'autunno della Farnesina

Dopo le auto celebrazioni estive, culminate con la V Conferenza degli Ambasciatori, sono in molti nel palazzo d'oltre Tevere ad interrogarsi sulle possibili vie d'uscita da una situazione sempre più difficile e, stando ai più pessimisti, drammatica e che, oltretutto, è collocata in un contesto internazionale che richiederebbe ben altra capacità di analisi e di intervento. Oltre all'attesa per le consuete decisioni relative ad alcune importanti posizioni ministeriali, al centro ed in periferia, vi è interesse - non disgiunto peraltro da una certa dose di scetticismo ed apprensione - per la riunione del Consiglio degli Affari Internazionali (la seconda dell'era Frattini); l'ordine del giorno è peraltro emblematicamente burocratico, a conferma di un approccio che il giovane Ministro degli Esteri sembra privilegiare (secondo i critici più malevoli anche per le vicende di maggior rilievo internazionale). Sarà infatti affrontato il problema della scarsità di risorse disponibili, annosa tematica che in questo scorcio di esercizio finanziario ha risvolti al tempo stesso grotteschi e drammatici: non è infatti possibile assicurare la presenza di delegati italiani alle riunioni internazionali. Gli esperti di politica estera appaiono concordi nel ritenere che il prestigio e la considerazione di cui godeva il Ministero degli Esteri sino ad alcuni anni fa sono gravemente compromessi; tant'è che le innumerevoli iniziative internazionali avviate dagli organismi più disparati (Dicasteri, Regioni e Comuni) sono sempre più caratterizzate dall'improvvisazione e dal particolarismo, fenomeni tipici di un sistema privo di un elemento catalizzatore, capace di elaborare le indispensabili linee guida di indirizzo generale Le roventi polemiche estive - di cui si è fatta eco anche la stampa - suscitate dalle nomine ai gradi più elevati della carriera costituiscono in effetti il segnale di un sistema sempre più auto referenziale, ed al suo interno profondamente diviso e demotivato. E' inevitabile chiamare in causa al riguardo il Segretario Generale ritornato alla guida della Farnesina con gli stessi criteri organizzativi e le stesse tecniche di comando utilizzati nella sua esperienza precedente; incapace di comprendere peraltro che proprio il suo precedente passaggio nella stanza più prestigiosa del 'palazzo bianco' (dopo quella del Min. Frattini, naturalmente) aveva messo in moto dinamiche inarrestabili e certamente non controllabili con criteri di gestione ormai obsoleti. A distanza di quasi cinque anni dall'approvazione di una riforma basata sul superamento di un sistema verticistico incapace di far fronte alle nuove sfide poste da uno scenario internazionale sempre più diversificato ed al tempo stesso globalizzato, l'organizzazione del Ministero rimane infatti un ibrido, priva di procedure e meccanismi decisionali veramente moderni ed adeguati alle nuove realtà della politica estera. A fronte di un quadro che richiede sofisticati strumenti di analisi per proporre ai vertici politici del Ministero e, più in generale, al governo soluzioni alternative per le decisioni del caso, è stato invece privilegiato il vecchio metodo di una struttura ipertrofica (Segreteria Generale), nell'illusione di riuscire a seguire le molteplici tematiche relative all'azione italiana. Si è trascurato quindi il necessario lavoro per la messa a punto del nuovo organigramma, con l'inevitabile conseguenza del moltiplicarsi delle occasioni di sovrapposizione e della confusione di ruoli fra le Direzioni Generali tematiche e quelle (nuove) geografiche. Inoltre, il succedersi di tre Ministri in poco più di tre anni e le illusioni originate dal 'passaggio interinale' del Presidente del Consiglio hanno contribuito non poco ad aggravare tale situazione; così come pesanti sono le responsabilità dell'Ambasciatore Vattani, che ha privilegiato la linea della 'visibilità' della Farnesina (ma molti ritengono soprattutto di sé stesso) a scapito degli Uffici preposti all'approfondimento delle complesse tematiche affidate al Ministero degli Esteri. La spregiudicata gestione del personale - in particolare di quello della carriera diplomatica - ha aggiunto al quadro sopra delineato l'elemento che ha ulteriormente indebolito il ruolo del Ministero, con la demotivazione di fasce sempre più numerose di funzionari. La convocazione del Consiglio degli Affari Internazionali appare in questa prospettiva una misura non soltanto tardiva ma anche dal limitato impatto. Ben altre misure sarebbero state necessarie per reagire alla progressiva perdita di potere contrattuale del Ministero degli Esteri all'interno della Pubblica Amministrazione, in particolare rispetto al Ministero dell'Economia; mentre il Presidente del Consiglio lanciava messaggi in chiave puramente mediatica ed auto celebrativa circa il ruolo dell'Italia sullo scenario internazionale, la realtà è infatti ben diversa: non soltanto le risorse umane e finanziarie sono in costante diminuzione ma, elemento ben più grave, si è sistematicamente trascurato di fornire alle sempre più numerose iniziative internazionali dei Ministeri e delle Regioni linee guida capaci di razionalizzare le caratteristiche tipiche del sistema italiano: un particolarismo ed un individualismo tenaci nella resistenza ad ogni tentativo di inserire i singoli elementi in un contesto organico. Sovente, inoltre, le già scarse risorse sono state utilizzate male, favorendo iniziative di pura immagine o, nel caso del personale, accelerando trasferimenti da una sede ad un'altra soltanto per motivi di 'cordata' e non secondo precise esigenze di servizio. Infatti, accanto ai già ricordati avanzamenti che hanno provocato crescente malcontento ed ondate di ricorsi amministrativi, è ormai dato per scontato che gli 'iscritti' al club (o al clan) del Segretario Generale possano trasferirsi da una sede ad un'altra a proprio piacimento, senza alcuna seria verifica dei risultati conseguiti ed incuranti delle conseguenze che l'accelerazione dei movimenti comporta per i relativi capitoli di bilancio. La Farnesina è quindi davanti ad un bivio: sul piano interno per far sì che prevalga la linea di quanti - al di là di ogni differenziazione sindacale - intendono adoperarsi per completare la 'riforma tradita'. Sul piano esterno per sensibilizzare i vertici politici circa l'esigenza di individuare misure mirate al recupero di funzionalità e di immagine con operazioni non di facciata ma inquadrate in iniziative concrete. Dal risultato di questa duplice sfida dipende anche il reale accrescimento del peso dell'Italia, soprattutto all'interno delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea. Sempre che - e questo è l'aspetto paradossale della vicenda - i funzionari designati a rappresentarci nelle Conferenze e nelle riunioni all'estero possano riprendere a farlo dopo il già citato taglio delle risorse operato indiscriminatamente dal Ministero dell'Economia.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 24/09/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/09/2004

Lettera aperta al Ministro Frattini

Sull'attentato terroristisco, fortunatamente sventato, contro l'Ambasciata italiana di Beirut le rappresentanze di CGIL CISL e UIL del Ministero degli Esteri hanno inviato una lettera al Ministro Frattini. 'E' stato sventato nei giorni scorsi un attentato terroristico che aveva come obiettivo la nostra Ambasciata a Beirut e che avrebbe potuto distruggere la sede e colpire mortalmente i nostri colleghi e il personale che vi operava. Riteniamo gravissimo che pur avendo questi sindacati e tutto il personale in servizio presso quella sede segnalato a Lei e all'Amministrazione - da più di un anno - che gli uffici dell'Ambasciata a Beirut per la loro collocazione non garantivano standard di sicurezza adeguati, nulla è stato fatto per risolvere il problema e tutelare l'incolumità del personale che vi presta servizio. Non a caso sembra che fra le motivazioni che hanno spinto i terroristi a scegliere, fra tutti i possibili obiettivi 'occidentali', potrebbe aver pesato anche la valutazione sulla vulnerabilità della nostra rappresentanza. Purtroppo il caso dell'Ambasciata di Beirut non è isolato, altre sono le sedi, già da tempo anch'esse segnalate a Lei e all'Amministrazione, che sono particolarmente in pericolo. In alcuni casi, per quegli Uffici collocati in zone a rischio o in posizioni che ne rendono impossibile il controllo, l'unica soluzione è il loro spostamento. Altre sedi, estremamente carenti in attrezzature per la sicurezza, attendono da tempo invio di fondi per far fronte alle spese necessarie. L'Amministrazione copre questa gravissima inerzia con la motivazione che i fondi messi a disposizione per la sicurezza sono del tutto inadeguati e non sufficienti (neppure per comperare dei metal detector..) a fronteggiare l'emergenza. Anche se fosse vero, ma sarebbe necessario verificare se comunque è stato fatto tutto il possibile con i fondi a disposizione, perché non attingere ai fondi stanziati dal Governo per la sicurezza interna? Gli Uffici diplomatico-consolari non fanno forse parte dell'Italia? Non rientrano nella sicurezza nazionale? La vita del personale in servizio all'estero e dell'utenza vale forse meno di quella dei cittadini residenti in Italia? Certamente non resteremo passivi ad attendere che si verifichino episodi analoghi o più gravi. Se non avremo immediate risposte rispetto allo spostamento della sede a Beirut, al completamento di tutte le richieste di sicurezza avanzate dalle sedi in zone di rischio, proclameremo lo stato di agitazione e metteremo in atto ogni azione, compreso il coinvolgimento della stampa e del Parlamento, a tutela della vita del personale. Attendiamo un' urgente risposta.'

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 24/09/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/09/2004

Un ennesimo successo?

Ad una prima analisi, l'Italia sembrerebbe uscita complessivamente bene dalla ripartizione di competenze della futura Commissione Europea, presieduta da Durao Barroso. In una situazione che ha visto i cinque grandi Paesi dell'Unione passare da due Commissari ad uno solo, il nostro Paese ha ottenuto una delle Vice Presidenze ed un portafoglio (lo Spazio di Libertà, Giustizia e Sicurezza) - sulla carta - di primaria rilevanza. Il Governo ed i numerosi organi di informazione da esso dipendenti hanno ampiamente valorizzato questo 'ennesimo successo'. Ma un esame più approfondito conduce a temperare questi precoci entusiasmi. Barroso non poteva certo ignorare il ruolo svolto dall'Italia nel rompere l'asse dei Paesi Fondatori sbarrando la strada al 'federalista' Verhofstadt e favorendo la sua ascesa quale affidabile 'gregario' di Londra.. La Vice Presidenza al membro italiano della Commissione era quindi atto politicamente dovuto (anche se Barroso avrebbe preferito il competente Monti a Buttiglione i cui principali meriti nel recente passato sono stati soprattutto legati a vicende interne: leggi 'normalizzare' il riottoso Follini). Sul piano delle attribuzioni, resta da vedere come Buttiglione saprà conciliare le proprie responsabilità europee con le allergie dell'attuale maggioranza alla politica dell'Unione nel settore della Giustizia (mandato d'arresto europeo) e le ricorrenti tentazioni forcaiole della Lega. Il nuovo Commissario rischia di diventare impopolare in Patria ed impotente in Europa e intanto le sue dichiarazione riguardo all'idea di creare 'centri di accoglienza (!?) per gli immigrati' nei Paesi di transito in Africa, sono state aspramente criticate da numerosi parlamentari europei e l'audizione programmatica al Parlamento di Strasburgo si preannuncia quindi 'agitata'. Nel frattempo, l'Italia avrà scarsa voce in capitolo a Bruxelles su tutte le questioni economiche, monetarie e di competitività (per le quali l'apporto di Monti sarebbe risultato comunque utile, come ricordato dalla stessa Confindustria). Mentre Buttiglione sembra destinato ad arrovellarsi sui nodi della lotta all'immigrazione clandestina, altri settori della Commissione decideranno la revisione del Patto di Stabilità o il seguito da dare alla vicenda Alitalia. Questo insieme di considerazioni non turba peraltro i sonni del nostro Esecutivo che in materia di politica estera ed europea continua a navigare a vista con un occhio a Bush e l'altro a Blair. Intanto si preparano feste e fuochi d'artificio per la firma a Roma del Trattato costituzionale in data 29 ottobre p.v. Finita la festa, qualcuno dovrà occuparsi di come ratificarlo il Trattato costituzionale (sul quale il Meeting dell'Amicizia ha già fatto cadere l'anatema di 'progetto neo-autoritario' per via della nota dimenticanza sui valori cristiani). Già qualcuno comincia a parlare di referendum!

ARCHIVIATO IN Unione Europea

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24/09/2004

L'eredità di Anna Lindh, un'artefice del 'Dialogo fra culture e civiltà'. Note sulla Fondazione euro-mediterranea

Anna Lindh è scomparsa un anno fa, l'11 settembre 2003, accoltellata da un giovane immigrato serbo in un supermercato di Stoccolma. Il gesto omicida, privo di un chiaro movente politico, aveva suscitato ovunque sgomento e commozione, richiamando alla memoria l'assassinio di Olof Palme avvenuto anni prima in circostanze sostanzialmente analoghe. La Lindh era Ministro degli Esteri fin dal 1998. Mandato inusuale per una donna giunta quasi all'apice di una carriera iniziata precocemente e assolto con il massimo impegno anche in vista della data fissata, di lì a poco, per il referendum consultivo sull'ingresso della Svezia nell'Euro. La sua personalità era emersa in primo piano soprattutto a partire dal primo semestre del 2001, in occasione della Presidenza svedese dell'Unione Europea, dunque poco prima degli attentati dell'11 settembre che apriranno una fase nuova e delicata delle relazioni internazionali. Forse proprio le dinamiche involutive scatenate da quegli eventi, ed il nuovo corso della politica americana indicato dall'amministrazione Bush le avevano dato modo, quale esponente di un Governo socialdemocratico, di sviluppare posizioni decisamente avverse alla dottrina della guerra preventiva, collocandola tra le fila di quei Governi europei fautori di una soluzione pacifica per l'Iraq e su una linea autorevolmente più avanzata rispetto ai vicini Paesi membri dell'area scandinava. I contraccolpi dell'attentato sulle vicende svedesi, al centro in quei giorni di commenti e analisi apparsi sui vari organi di informazione, si sono inevitabilmente intrecciati con l'esito negativo del referendum, a significare l'interruzione di un processo di saldatura al corpo trainante dell'Europa, il trionfo insomma dello scetticismo come sentimento all'origine di quella scelta, ciò che ha reso ancora più amara la fine tragica e prematura di un'europeista convinta come Anna Lindh. Tuttavia, a distanza di un anno ricordarne la figura ci conforta perché possiamo forse parlare a ragion veduta di 'un'eredità' lasciata dalla ministra svedese. Al suo nome è stata infatti intitolata la Fondazione euro-mediterranea 'Anna Lindh' per il dialogo fra le culture, un'iniziativa comunitaria istituita a Napoli il 2 dicembre 2003, durante la Presidenza italiana. Non si tratta di un riconoscimento meramente simbolico, perchè la Svezia è stato fra i Paesi protagonisti di un progetto che ha preso forma attraverso un lungo percorso teorico-negoziale. Prima ancora che la proposta della Fondazione venisse formulata dalla Spagna, la Svezia attraverso la Lindh aveva mostrato sensibilità a questi temi lavorando alla messa a punto di un 'Programma sul dialogo fra culture e civiltà' orientato sui giovani, l'istruzione e i media che, insieme alla Fondazione, costituiscono la sostanza di un apposito Piano d'Azione varato a Valencia nel 2002. La Fondazione nasce sull'onda degli attentati alle torri gemelle, come strumento strategico di dialogo per contrastare le spinte antagoniste nell' 'era dei fondamentalismi', per dirla con Asor Rosa. Fondamentalismi che, seppur fenomeni in via di globalizzazione, mantengono l'epicentro nell'area mediorientale. Di qui l'urgenza, avvertita in sede europea, di avviare un'iniziativa nel quadro del Processo di Barcellona per stimolare la conoscenza reciproca e la circolazione delle idee, nel rispetto delle pluralità esistenti. Un ambito di intervento 'problematico', più che mai oggi, e appassionante delle politiche euro-mediterranee, presentandosi la regione sempre più come un grande 'laboratorio' nel quale si intersecano esperienze culturali a partire dalla coscienza non solo dell'antico e radicato retaggio - il patrimonio comune - ma anche di ciò che attiene alla sfera del contemporaneo, ai suoi più frammentari codici comunicativi. La Fondazione, ideata come istanza 'non governativa', - e qui è l'originalità dell'impianto - si configura allora come strumento catalizzatore e propulsore al tempo stesso di quelle esperienze, spazio fluido delle relazioni possibili fra le società civili. Lontano da ogni pretesa istituzionalizzante cui sono riconducibili invece le attività settoriali inerenti al 'Programma sul dialogo fra culture e civiltà'. All'indomani della Conferenza di Valencia, l'Italia è stata fra i primi sostenitori della Fondazione, di cui ha saputo evidentemente coglierne subito la portata strategica. La prospettiva non lontana del Semestre di turno ha offerto, d'altra parte, l'occasione di inserire fra i temi euro-mediterranei prioritari della Presidenza un'iniziativa di sicuro impatto e visibilità politico-istituzionale. Il lavoro di tessitura negoziale sulla proposta spagnola si è tradotto in un'azione concentrata essenzialmente intorno a due obiettivi: la candidatura italiana per la Sede della Fondazione e il modello organizzativo-istuzionale. Sulla scelta della Sede, passaggio lungo e difficile che ha visto contrapporsi quattro proposte, fra cui quella vincente egiziano-svedese, l'Italia è uscita sconfitta, non riuscendo a indicare per la candidatura di Roma a lungo caldeggiata - nonostante le enormi risorse della capitale - un'istituzione convincente. La Fondazione sarà dunque nella sponda sud , ad Alessandria d'Egitto presso la Biblioteca Alessandrina e la Svezia vi collaborerà tramite il locale Istituto svedese. Quanto alla struttura organizzativa, l'impostazione italiana rappresenta invece un indubbio successo e l'elemento di forza. Grazie, ancora una volta, all'efficace contributo svedese confluito in un documento congiunto - la Fondazione nell'articolazione attuale è concepita come 'rete di reti nazionali', una formula che ha inteso evitare un'architettura rigida e centralizzata optando per una fisionomia, al contrario, flessibile e aperta a tutte le componenti della società civile su un piano di pari dignità. L'Italia ha ottenuto di svolgere uno speciale ruolo di supporto alle attività della Fondazione nell'avvio della prima fase triennale. E' un riconoscimento importante e qui inizia la fase operativa che per essere credibile non potrà prescindere da una preliminare riflessione sulla 'linea italiana'. Determinante sarà comunque, al di là delle conclamate intenzioni, la certezza del finanziamento già annunciato di 1 milione di euro. Le note vicende italiane di mala e debole finanza ci ricordano che il rischio di fallimento è per noi sempre dietro l'angolo. Si vedrà, in conclusione, se la Fondazione non resterà un vacuo esercizio retorico ma saprà tradurre le sue potenzialità in investimento tangibile e durevole.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 24/09/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/09/2004

La Farnesina in cifre

Adottiamo il titolo dalla pubblicazione che il Ministero degli Affari Esteri ha presentato alla Conferenza degli Ambasciatori nel luglio 2004. Niente di più efficace che riprodurre le valutazioni ufficiali per descrivere lo stato dell'arte alla Farnesina. Il bilancio del Ministero ammonta a 2.203 milioni di euro nel 2004. Registra un andamento crescente dalla fine degli anni 90. Ma rispetto al bilancio dello Stato, il bilancio degli Esteri rimane al di sotto dei valori degli anni 80. Nel 2004, per incidenza è pari allo 0.34% considerando il bilancio totale; allo 0.24%, considerando il bilancio al netto dei fondi per la cooperazione allo sviluppo. Il che lo colloca ad un livello inferiore al bilancio dei Ministeri Esteri dei principali stati membri dell'Unione e, in proporzione, della Spagna. Su questo torneremo presto. Per ora esaminiamo le principali voci di spesa. Sia gli interventi che gli investimenti registrano un incremento percentuale sul totale del bilancio. Gli investimenti riguardano soprattutto l'informatizzazione e l'acquisizione di immobili all'estero. La voce 'personale' occupa il 40% del totale. Per contro la nostra rete diplomatica e consolare è assai vasta. Nel 2003 tutte le sedi ammontavano a 347, calcolando anche gli Istituti di cultura e le Agenzie consolari. La maggioranza era situata in Europa (45) ed a seguire nelle Americhe, nel Mediterraneo e Medio Oriente, nell'Africa Sub Sahariana, in Asia e Oceania. Stesso andamento riguardava i Consolati, nella maggior parte situati in Europa: 60 su 116 totali. Analogo discorso valeva per gli Istituti di cultura: 49 su 93. Ma veniamo al quadro più interessante: quello del confronto con i Ministeri Esteri di Francia, Germania, Regno Unito, Spagna. E riproduciamo ancora una volta i dati ufficiali, che non hanno bisogno di particolari commenti. La nostra rete diplomatica e consolare è seconda per estensione solo a quella francese, ma ha il maggior numero di uffici consolari per riflettere la numerosa presenza di connazionali all'estero. Le risorse umane sono assai inferiori a quelle del Foreign Office e del Quai d'Orsay: il doppio delle nostre. L'Auswertiges Amt ha quasi il 50% in più. I diplomatici francesi o tedeschi ci superano del 50%, gli inglesi addirittura di 3 volte. Anche la Spagna vanta numeri di tutto rilievo. Se si parla di cifre di bilancio, si nota che quelle inglesi, francesi e tedesche ci superano del 50%. L'incidenza percentuale del nostro bilancio sul PIL è inferiore sia rispetto a Francia e Regno Unito, sia rispetto a Spagna. Un'ultima osservazione va alla distribuzione della rete diplomatico - consolare. Se si considera il complesso di Ambasciate e Consolati, ci collochiamo al secondo posto dopo la Francia. Se si considerano le sole Ambasciate, allora scivoliamo al quarto posto precedendo la sola Spagna. Questa stessa posizione occupiamo nella ripartizione del personale di ruolo e contrattisti. Il nostro totale è di 7.544 elementi contro 15.524 Regno Unito, 15.167 Francia, 11.138 Germania. Chiude la classifica la Spagna con 5.649, ma distribuiti su 203 Uffici contro i nostri 253. Sono numero da paese affaticato per non dire in declino

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 12/09/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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