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Post di ottobre

20/10/2004

Le ragioni de IlCosmopolita

Trascorsi ormai dieci mesi dalla messa in rete de IlCosmopolita una serie di fattori attinenti il contesto internazionale, quello della politica estera dell'Italia e quello della Farnesina legittimano ed anzi impongono una riflessione sulle ragioni di ordine politico, ed intellettuale, che avevano suggerito alla CGIL Esteri di promuovere questo strumento di riflessione e di stimolo sulla politica internazionale e su come il nostro Paese vi si rapporti. 1 . L'ulteriore aggravamento della situazione internazionale, in particolare nello scacchiere medio orientale, e l'accelerazione della campagna presidenziale negli Stati Uniti sui temi più sostanziali della politica internazionale, sono elementi che confermano con chiarezza incontrovertibile che non esiste, quale sia l'esito delle urne americane, un 'pensiero unico' nel mondo occidentale imperniato sul l'unilateralità e sullo strumento militare. L'assenza di successi e di composizioni credibili anche a breve termine e, sull'altro versante, il richiamo preciso del Senatore Kerry al tessuto consensuale delle relazioni internazionali (il ridicolizzato dal Presidente Bush 'consenso globale') indicano, se bisogno ve ne fosse, che la 'via kantiana' o europea secondo autorevoli pensatori neo conservatori statunitensi la vince di molte lunghezze su quella 'hobbesiana' basata non soltanto sull'uso 'partisan' della forza ma anche su una mistificazione propagandistica della realtà che si è rivelata il peggior cancro internazionale di questa apertura di millennio. Così, mentre le previsioni economiche più attendibili fanno giustizia di ogni aspettativa sulla locomotiva della ripresa statunitense e dei suoi benefici effetti sull'Europa e spetta alla Cina e perché no alla Russia e all'India trainare l'economia mondiale, il 2005 si annuncia, se il trend oltranzista non verrà interrotto dalle elezioni di novembre, come un nuovo 'annus horribilis' su tutti i versanti. E, nell'economia, ciò che è già accaduto per il prezzo del petrolio costituisce una minacciosa avvisaglia. IlCosmopolita, che del multilateralismo, del consenso internazionale, del favore ai processi di integrazione in termini di prefigurazioni di 'governo mondiale' per la gestione della globalizzazione, aveva fatto fin dal proprio titolo la propria ragione d'essere, non può che ritenere di aver avviato un utile lavoro. 2. In siffatto mare procelloso la barra della politica estera italiana non appare avere ritrovato alcuna direzione univoca e neppure un'intelligenza chiara delle poste in gioco e dei fenomeni in corso: 'bipartisan' all'ora dei telegiornali e in presenza del dramma del giorno non si raggruma intorno a idee precise neppure all'interno dei due schieramenti peraltro affaccendati nelle rispettive cucine interne che difficilmente si potrebbero definire di respiro 'nazionale'. Sul conflitto l'aspirazione, più che al dibattito e alla decisione, sembra ambire al rilievo stampa: il che spiega come ai 'tre tempi' del Ministro degli Esteri si contrapponga il messianismo del Ministro della Difesa 'deciderà l'Iraq con le elezioni di gennaio come farsi aiutare per raggiungere una democrazia compiuta' (allude forse il liberale Martino a quella di Gheddafi o a quella non meno entusiasmante del Presidente a vita Mubarak); sull'altro fronte il 'gradualismo' futur multilateralista di Fassino si misura con tutte le sfumature dei cosiddetti pacifismi (interrompibili soltanto da una telefonata del Sottosegretario Letta e/o da un 'successo' del plenipotenziario Scelli). Per quanto poi attiene le relazioni economiche internazionali, l'incapacità progettuale (fuori dall'obbligato e salvifico contesto europeo) è pari soltanto al l'inconsistenza del potenziale esportativo, in merci e in capitali: l'Italia a fronte delle serie formiche imprenditoriali e politiche franco tedesche oggi a Pechino e domani dove i responsabili interessi chiamano appare invece sempre più occupata a divorare sé stessa e ad affidarsi nel mondo ad un sapiente 'blend' di dieta mediterranea, scarpe e vestiti, 'rossa' di Maranello. Infine, 'si parva licet', la Farnesina. Qui la opinabile ma persistente diarchia Ministro/Segretario Generale, Frattini/Vattani, prosegue indisturbata e sostanzialmente incurante del collasso di una rete pari ad un terzo di ogni altro Paese europeo in una ripartizione di compiti apparentemente giovevole ad entrambi: al primo la ribalta, al secondo la 'fase due' della distruzione (e riedificazione a propria immagine e somiglianza) dell'unità, del consenso e della credibilità stessa della carriera diplomatica, costretta ad un darwinismo di 'cordate' e reciproche pressioni (testimoniato dalle due tornate di promozioni a Ministro e a Consigliere d'Ambasciata) certo non giovevole al pieno utilizzo di risorse umane comunque accumulate negli anni dall'Amministrazione. In un clima di questo tipo è evidente che tutto possa aspettarsi dalla Farnesina meno che il dovuto esercizio equilibratorio nei confronti di una politica estera così carente di visione e perfino di orientamento.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 20/10/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/10/2004

L’Africa è lontana

Sono passati poco più di dieci anni dalla pacificazione del Mozambico e alcuni meno dalla nascita della repubblica dell’Eritrea, due grandi successi della politica estera italiana in Africa e sembrano invece due secoli. In più, adesso che Montezemolo ha deciso di bandire la parola declino dal vocabolario degli italiani, non si sa proprio come chiamare questa provinciale e sonnolenta deriva dell’Italia in Africa che fa dimenticare quello che era stato fatto nel corso del decennio precedente. Se si escludono gli impegni “decentrati” di Veltroni e l’intraprendenza mediatica della Bonino, divenuta grande sponsor della lotta alle mutilazioni genitali femminili, sembra che a tre anni dall’avvio del Governo Berlusconi rimangano solo le figuracce. Eppure Berlusconi aveva iniziato bene, con il G8 di Genova, coinvolgendo i grandi del Sud , tra cui Thabo Mbeki e la sua politica di un patto interafricano per lo sviluppo. Poi, sempre a Genova, il creativo direttore della cooperazione aveva fatto sponsorizzare il Fondo Globale per l’AIDS, la malaria e altre epidemie con una dovizia di milioni di Euro che certamente era dovuta di fronte al disastro, ma non era né capace di dare un ruolo, né facilmente assimilabile alla politica di cooperazione dell’Italia in Africa, specialmente nel settore sanitario. Dunque la figuraccia di oggi pesa anche di più perché si aggiunge a un vuoto di pensiero e strategia, iniziato all’indomani del maggio 2001 e frutto di una commistione perversa di acquiescenza diplomatica di fronte ai nuovi poteri e crassa incapacità di leggere la cooperazione allo sviluppo come una delle branche più importanti delle relazioni internazionali , soprattutto verso i paesi del Sud del mondo, in epoca di globalizzazione. Errore madornale che i paesi leader della globalizzazione, ma anche i paesi nord europei non stanno affatto compiendo. Il loro operato infatti, sta prendendo il sopravvento nei paesi, realmente in via di sviluppo che, pochi anni prima erano stati coinvolti dalla capacità negoziale italiana, resa ancor più robusta dall’operato della società civile laica e confessionale. L’Italia attuale invece lesina i finanziamenti proprio a quei paesi emergenti che , come il Sudafrica , sarebbero ben felici di stringere patti di sviluppo territoriale con molte delle nostre imprese . In Mozambico va un po’ meglio perché c’è la pressione cattolica, ma non è lo stesso per l’Angola o lo Zimbabwe o l’Uganda. Il taglio dei fondi alla cooperazione poi ha finito per essere deleterio, sempre per il citato conformismo alla decisionalità politica che sembra giungere a livelli degni di altre scellerate epoche, e invece, avrebbe anche potuto essere un modo per creare nuove strategie, definire accordi di cooperazione diversi, lanciare meglio il made in Italy. Tutto invece sembra scomparire e affievolirsi, nella fanghiglia delle clientele che a conti fatti non giova a nessuno. Perché l’Amministrazione non si attiva affinchè il Ministro, soprattutto dopo la parentesi bi-partisan, inizi a pensarsi come un Ministro degli Esteri mondiale e il Sottosegretario competente tolga quelle lenti coloniali con cui costantemente sembra guardare all’Africa . In fondo perfino Pisanu ha detto che i clandestini sono una risorsa e certamente è vero per i loro paesi.

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 20/10/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/10/2004

Politica estera ai tempi della devolution

La politica estera ai tempi della devolution: tanti attori nessun copione Fra i vari aspetti del crepuscolo della Farnesina, meritano di essere segnalati anche gli effetti sulla Politica Estera del processo di “devolution alla vaccinara “ che – partito già decisamente male con la Riforma del Titolo V della Costituzione nell’ultimo anno del Governo dell’Ulivo – sta ora toccando vette di farneticazione ed autoreferenzialità di considerevole livello. Il Ministero degli Esteri, politicamente debole e finanziariamente esangue, si trova infatti a fronteggiare la disordinata irruzione sulla scena internazionale di nuovi soggetti, molto meglio attrezzati sul piano delle risorse umane e materiali ancorchè totalmente ignari di elementari nozioni di politica estera. Il risultato rischia di essere una volta ancora disastroso: il Sistema Paese si presenterà all’esterno un’immagine di confusione, disordinata sovrapposizione di approcci settoriali e locali, strutturale mancanza di qualsiasi coordinamento, totale inettitudine alla selezione di obiettivi e priorità “nazionali” (stigmatizzata all'ultima conferenza degli ambasciatori dal presidente di Confindustria). La confusa ripartizione di competenze fra Stato e Regioni (senza contare le Provincie Autonome e le Aree Urbane) si annuncia foriera di complicati contenziosi non solo sul piano interno ma anche su quello internazionale. Particolarmente allarmanti risultano ad esempio le pretese regionali nella sfera della politica europea (che si trova già in una zona grigia tra “politica estera” e “politica nazionale”). Sulla base di meccanicistiche trasposizioni tra suddivisioni di competenze interne ed attività comunitarie, le Regioni rivendicano ormai la quasi esclusiva titolarità di vaste aree di azione dell’Unione fingendo di ignorare (o talvolta ignorando davvero) che i Trattati europei si rivolgono a Stati e non a collettività locali. Invece di procedere ad una puntigliosa analisi comparativa delle modalità attraverso le quali. “veri “Stati federali (come la Germania) organizzano la prospettazione delle proprie posizioni nell’ambito delle istanze dell’Unione, le nostre Regioni (con l’aiuto di qualche Ministro “amico”) preferiscono lo strumento della rivendicazione sistematica di competenze, accompagnato da feroci accanimenti proceduralistici per decidere “chi andrà a Bruxelles” (e solo subordinatamente “per dire cosa”). Il concreto scenario che sembra profilarsi è la creazione di complicati meccanismi di consultazione (in seno alla Conferenza STATI-Regioni od altrove) che verosimilmente produrranno una posizione italiana in tempi italiani ovvero quando il negoziato europeo sarà ormai prossimo alla conclusione e la nostra possibilità di influenzarlo drasticamente ridotta. Accanto all’aspirazione di rapaci e non troppo competenti burocrazie regionali di entrare nel “salotto buono della diplomazia”, si affaccia l’ambizione di Governatori e Sindaci di condurre una propria politica delle relazioni esterne (dall’economia alla cultura fino alla Cooperazione allo Sviluppo). Disegni spesso velleitari ma che potrebbero anche risultare legittimi e perfino utili se si muovessero all’interno di un quadro di riferimento preciso fissato dal Governo ed approvato dal Parlamento. Ma di tale quadro non vi è traccia: il Governo ha ridotto all’asfissia finanziaria e all’irrilevanza funzionale lo strumento istituzionalmente competente alla conduzione della Politica Estera, il Parlamento tiene dibattiti di politica internazionale in modo distratto, episodico e frammentario, le Organizzazioni Internazionali ci bacchettano regolarmente (dal Fondo Monetario per i conti , all’OCSE per la sostanziale rinuncia ad una politica di aiuto allo sviluppo). In questo panorama le nostre rivendicazioni, anche fondate, come quella per il seggio europeo alle Nazioni Unite perdono inesorabilmente di credibilità

ARCHIVIATO IN Sistema Italia

Di Il Cosmopolita il 20/10/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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