Archivio

luglio 2017 maggio 2017 marzo 2017 dicembre 2016 ottobre 2016 luglio 2016 maggio 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 luglio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 novembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 agosto 2014 luglio 2014 giugno 2014 aprile 2014 marzo 2014 febbraio 2014 gennaio 2014 dicembre 2013 novembre 2013 ottobre 2013 settembre 2013 agosto 2013 luglio 2013 giugno 2013 maggio 2013 aprile 2013 marzo 2013 febbraio 2013 gennaio 2013 dicembre 2012 novembre 2012 ottobre 2012 settembre 2012 agosto 2012 luglio 2012 giugno 2012 maggio 2012 aprile 2012 marzo 2012 febbraio 2012 gennaio 2012 dicembre 2011 novembre 2011 ottobre 2011 settembre 2011 agosto 2011 giugno 2011 maggio 2011 aprile 2011 marzo 2011 febbraio 2011 gennaio 2011 dicembre 2010 novembre 2010 ottobre 2010 settembre 2010 luglio 2010 giugno 2010 maggio 2010 aprile 2010 marzo 2010 febbraio 2010 gennaio 2010 dicembre 2009 novembre 2009 settembre 2009 luglio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 marzo 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003

Post di novembre

25/11/2004

...e quattro

Il doppio esordio, europeo e medio-orientale, del neo-ministro degli Esteri Gianfranco Fini è stato veloce e, risulta dalle cronache, sostanzialmente prudente ed apprezzato. Ciò sembra confermare le valutazioni della lunga (causa il contesto politico italiano ed la propensione al baratto del Primo Ministro) vigilia della nomina, ovvero l’intenzione programmatica di Fini di essere – o di presentarsi – come un responsabile della diplomazia italiana d’antan: equilibrio, tendenza alla “bipartisanship”, in una parola “isituzionalità”. Il perché di questa ragionevole opzione è presto detto: il guado da Fiuggi alle kippah in Israele era formalmente compiuto ma occorreva quel passetto in più – piccolo ma sostanziale – della verifica politica interna ed internazionale fatta di continuità, di sicurezza, di “accountability” non soltanto formale, estetica (come nel caso del suo predecessore Frattini, peraltro laudato in uscita verso Bruxelles anche dall’opposizione) ma ancorate al solido terreno della politica e non a quello del funzionariato sia pure ad alto livello. Ora a Fini si presenta il compito di riportare sia i contenuti che gli strumenti della politica internazionale del Paese in un orizzonte istituzionale più definito, più riconoscibile e – dunque – più sottoposto ai controlli istituzionali, una sfida ardua nel quadro politico dell’attuale maggioranza. Il che ci conduce direttamente alla grave situazione in cui versa la Farnesina da alcuni anni sottoposta sia ai ripetuti choc del mediatismo berlusconiano, sia ai suoi annunci di riforme mai compiute ed anzi risoltesi in ulteriori irresponsabili svuotamenti del Ministero degli Esteri (si pensi alla farsa degli sportelli unici e della promozione del “sistema Italia” ormai riframmentato tra inetti potentati nella crisi dell’export più drammatica degli ultimi anni con un calo del 4% nel 2003, record europeo), sia infine ad un sistematico depauperamento delle risorse umane. Infatti, mentre tutte le carriere subivano sia la crisi del pubblico impiego (disprezzato sia da Berlusconi che dai fedeli della Lega) sia gli specifici irrisolti problemi dell’Amministrazione degli Esteri, aggravati da una brutalità di gestione mai conosciuta nel passato, una pervicace pratica di personalismo e di indifferenza rispetto a norme e diritti introduceva sfiducia e disorientamento nella carriera diplomatica. In questo senso il prevedibile e previsto approccio istituzionale del neo-Ministro (confermato dalla scelta del Capo di Gabinetto) dovrà misurarsi con una situazione incredibilmente logorata e tutta da ricostruire; non solo ma è difficile ignorare come tale istiituzionalità dovrà inevitabilmente rettificare quello che oggi appare come un vero e proprio monopolio di Alleanza Nazionale sulla Farnesina e la proiezione esterna dell’Italia: Fini, Tremaglia, Mantica, Vattani – senza contare Urso al Commercio Estero - sono davvero una concentrazione mai realizzata neppure nei decenni della monocultura democristiana. Il come e il quando del riequilibrio spettano in prima battuta al Ministro, in seconda ad una inevitabile presa d’atto sia all’interno che all’esterno della Farnesina. D’altro canto non possono essere ignorati segnali che dimostrano come – almeno all’interno della Farnesina – esista una forte consapevolezza del fatto che il Paese diventa ogni giorno più carente sul piano della propria proiezione internazionale: la fortissima affermazione riportata nei giorni della nomina di Fini dalla CGIL nelle elezioni sindacali (oggi di fatto maggioritaria) dimostra come contenuti, impegni e difesa dei diritti abbiano gambe su cui marciare: tenerne conto sarà una prova di istituzionalità e di capacità della politica di “fare il suo mestiere” a fronte di funzionari-politici svincolati da altra verifica che non sia il quella del proprio personale potere. Naturalmente – e scontato ogni volenteroso ottimismo – le considerazioni che precedono nulla cambiano al problema della definizione di una politica estera che sia magari schierata in modo partigiano ma contenga attitudini alte da tempo smarrite.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 25/11/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

19/11/2004

L’eroe terrorista ed il presidente guerriero

La scomparsa dell’eroe - terrorista Arafat e la riconferma del “guerriero” Bush costituiscono indubbiamente due importanti elementi di novità nella situazione in Medio Oriente, bloccata da anni intorno al dilemma violenza - percorso di pace. Si tratta certamente di fattori che introducono una nuova dinamica nella fase di stallo che caratterizza la vicenda israelo-palestinese da quattro anni, dall'avvio cioè della seconda intifada provocata dalla ormai storica, in senso negativo, passeggiata di Sharon sulla spianata delle e moschee. Non è possibile peraltro dimenticare che anche negli anni immediatamente precedenti, gli accordi di Oslo risultavano bloccati dall'atteggiamento negativo di Netanyahu (secondo i palestinesi) o dalle ambiguità di Arafat verso il terrorismo (secondo gli israeliani). Spetterà ormai agli storici approfondire i motivi che portarono al fallimento dell'intesa Arafat – Barak sotto gli di auspici dell'allora Presidente Clinton. Non tutti sono infatti d'accordo nel ritenere valide le spiegazioni dello scomparso leader palestinese che temeva - secondo dichiarazioni ribadite anche negli ultimi tempi - un tranello israeliano nella formula che prevedeva un referendum in Israele per la definitiva approvazione degli accordi raggiunti negli Stati Uniti. In effetti sin dalla scomparsa di Rabin si era intuita la presenza di forti settori della società israeliana contrari ad intese che non tenessero conto della realtà sul terreno, di un rapporto di forza che ormai attribuiva agli insediamenti israeliani in Cisgiordania rilevanti porzioni di territorio, in un reticolo che ormai rendeva impossibile un ritorno alla situazione precedente la guerra dei sei giorni. Anche in questo caso saranno i ricercatori a mettere insieme tutti gli elementi che hanno contribuito a trasformare l'occupazione israeliana in una annessione strisciante. Sotto il profilo politico non può peraltro essere evitato un giudizio negativo per tutti i governi israeliani, senza distinzione fra quelli a guida laburista e quelli del Likud, che hanno reso possibile ed incoraggiato - con agevolazioni finanziarie e con sofisticati e spregiudicati procedimenti legali - il fenomeno degli insediamenti. Anche la comunità internazionale, in particolare l'Unione Europea e gli Stati Uniti, è da considerare responsabile per l'incancrenirsi della vicenda: gli europei avendo limitato la loro condanna a sterili comunicazioni formali, gli americani avendo dal loro canto ceduto alle pressioni dei settore più integralisti della comunità di origine ebraica presente negli USA. Su questa tela di fondo si è innestato il fenomeno del fondamentalismo suicida, di fatto alleato della reazione israeliana e di quanti vedono in Israele l'unico punto di riferimento per la creazione di un solido bastione della democrazia in un mare di regimi totalitari ed autocratici; dimenticando o trascurando l'indubbia realtà di una pianticella democratica nata anche nei Territori Palestinesi, sia pure asfittica a causa dell'ingombrante presenza di un Padre della patria che ha privilegiato meccanismi di cooptazione basati sulla fedeltà verso di lui rispetto a parametri di selezione legati ad effettive capacità ed onestà. L'oggettiva convergenza di vedute fra il gruppo di potere a Washington e quello di Tel Aviv, sulla base di un approccio con forti connotazioni teologiche al problema mediorientale, ha costituito un altro elemento determinante per il prevalere di una visione politica ispirata più a linee di confronto che alla ricerca di una mediazione. In tale scenario le sterili prese di posizione di Bruxelles non hanno contribuito alla soluzione del problema, anzi aggravandolo in considerazione di un risentimento israeliano che individuava negli aiuti economici europei ai palestinesi un diretto sostegno anche alle fazioni più estremiste del composito mondo dei Territori. L'agenda per il dopo Arafat è quindi particolarmente complessa: l'annuncio della creazione di uno stato palestinese entro quattro anni - fatto da Bush subito dopo la sua riconferma - non appare infatti da solo un elemento sufficiente a tranquillizzare i palestinesi; da tempo ormai, soprattutto i giovani hanno abbandonato ogni speranza di sostegno dall'esterno, scegliendo invece la strada del rafforzamento di quei gruppi che vedono nella resistenza palestinese e nella lotta armata contro gli israeliani gli unici strumenti a disposizione per a raggiungere l'obiettivo di uno stato palestinese indipendente. Il processo elettorale delle prossime settimane in Palestina sarà quindi determinante per la credibilità dell'Autorità Nazionale Palestinese in tutte le sue componenti; ma è indubbio che un possibile rafforzamento di Hamas e dei gruppi collegati renderebbe molto più complessa la ripresa del percorso della Road Map nella sua configurazione attuale. Anche dal lato israeliano la vicenda del ritiro da Gaza – pur non dando credito alle interpretazioni di quanti vedono nella decisione di Sharon un espediente per rendere ancora più difficile la creazione di uno stato palestinese - non potrà che rafforzare la rigidità negoziale del governo di Tel Aviv chiamato a confrontarsi con il movimento dei coloni sostenuti all'esterno da importanti gruppi di pressione religiosi ed economici. Non è inoltre un elemento di secondaria importanza la trasformazione in atto nei kibbutz, sempre più lontani dagli ideali socialisti dello scorso secolo perché confrontati con la realtà del mercato verso la quale non hanno ricevuto da parte dei governi la stessi attenzione data invece ai coloni. Il peso crescente degli israeliani di provenienza dall'est europeo rispetto ai gruppi di origine mediterranea è infine un ulteriore elemento da non trascurare nella lettura dei futuri equilibri di potere all'interno dello stato ebraico. L'Unione Europea è chiamata quindi a confrontarsi con tale quadro di insieme, di difficile lettura ed in forte movimento: un approccio basato esclusivamente su un sostegno economico forte ma non accompagnato da iniziative politiche altrettanto incisive non potrà introdurre quegli elementi di novità e di rottura rispetto al passato che sembrano indispensabili ad evitare che le convergenti visioni politiche di Bush e Sharon spingano un crescente numero di palestinesi sulla strada del rifiuto della soluzione negoziale e del terrorismo. Soltanto la vecchia Europa può evitare che una scelta forse vincente nel breve periodo – quella di un’azione di azioni preventive o di dura reazione sotto il profilo puramente militare – non introduca semi di odio destinati a svilupparsi rigogliosi in un arco temporale più lungo.

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 19/11/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/11/2004

La stabilità dell’Iraq

Le quattro fasi indicate da Piero Fassino per un percorso che riporti stabilità in Iraq costituiscono punti di riferimento indispensabili nella prospettiva di un dibattito parlamentare sereno e privo di posizioni pregiudiziali. E’ da sperare al riguardo che alla discussione per il rinnovo del decreto legge per la missione in Iraq il governo e la maggioranza intendano presentarsi con una visione che tenga conto dei segnali in arrivo da più parti – dagli Stati Uniti alla Polonia – circa l’esigenza di un quadro di riferimento che contempli il graduale ritiro delle forze di occupazione. Se lo stesso Vice Presidente del Consiglio ha avvertito l’esigenza di avviare una riflessione in merito, con le dichiarazioni rilasciate recentemente al Cairo, ciò sta a significare che è possibile individuare un percorso che – pur tenendo conto delle opposte valutazioni di maggioranza ed opposizione sull’esigenza dell’intervento italiano in Iraq – porti il Parlamento a valutazioni concordi sulle linee da seguire. La scadenza elettorale prevista in Iraq può rappresentare un utile punto di riferimento anche se non c’è da farsi illusioni circa uno svolgimento regolare delle votazioni: non soltanto perché i gruppi terroristici raddoppieranno gli sforzi per impedirlo ma anche e soprattutto perché il governo Allawi non ha un’investitura tale da poter essere considerato rappresentativo di tutti gli iracheni. La personalità ed il passato dello stesso Allawi non contribuiscono di certo ad aumentare la popolarità e la fiducia della popolazione verso una compagine di fatto creata dalle forze di occupazione. Nei prossimi mesi avremo quindi di fronte a noi un dilemma di una incredibile complessità: evitare che l’Iraq - destabilizzato dall’improvvida guerra preventiva di Bush (e dei suoi compagni d’avventura!) – diventi un campo di manovra e quartiere generale per quei gruppi più radicali che intendono utilizzarlo per portare il confronto Islam – Occidente sulla china del non ritorno. Dobbiamo opporci a tale evenienza soprattutto nell’interesse degli iracheni e dei milioni di italiani che da più di un anno – con molteplici iniziative e manifestazioni – hanno manifestato la loro opposizione ad un intervento ormai condannato dalla storia; dobbiamo farlo anche per consentire alle due Simone – e a tutti gli altri volontari che hanno operato silenziosamente e coraggiosamente in Iraq – di riprendere quelle innumerevoli attività che costituiscono l’essenza dei rapporti fra i popoli ed i Paesi. E’ per questo che invitiamo il governo a presentare un organico programma di azione che – avendo come punto di riferimento la data delle elezioni – contempli il graduale rientro delle nostre truppe; tenendo naturalmente in adeguata considerazione le esigenze di sicurezza per ridurre al minimo i rischi che caratterizzano tutte le fasi di disimpegno. La nostra azione non può comunque ridursi ad alcuni mesi di presenza di truppe; parallelamente al piano di rientro delle truppe dobbiamo quindi immaginare un organico impegno in favore della stabilizzazione politica ed economica del Paese, nella speranza che il processo elettorale si svolga in maniera tale da costituire la prima tappa di un processo che sarà comunque lungo e molto impegnativo. Occorrerà quindi che dalla fase propagandistica – di cui la Conferenza dei Paesi donatori svoltasi a Madrid un anno fa costituisce un esempio significativo – si passi al sostegno effettivo. Sarà un passaggio molto delicato, in cui ancora una volta il peso maggiore ricadrà sulle squadre di volontari ed esperti civili che costituiscono la risorsa più importante – se non addirittura l’unica – disponibile per un’azione di ampio respiro, l’unica capace di porre rimedio in tempi ragionevolmente rapidi ai problemi creati dalla guerra. Ciò richiederà l’approfondimento dei rapporti con tutti i gruppi non violenti (politici, tribali e della società civile nel senso più ampio) presenti in Iraq al fine di concordare le iniziative più urgenti; un organico programma Paese potrà infatti essere delineato soltanto quando il nuovo governo iracheno avrà dimostrato di poter esercitare il proprio potere sulla maggior parte del territorio. Uno sforzo di tali dimensioni non può essere svolto separatamente da ogni Paese; è quindi indispensabile il coinvolgimento delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Occorre quindi attivare tutti i canali diplomatici a nostra disposizione affinché da parte italiana siano avviate iniziative tali da stimolare processi di concertazione e convergenza per le azioni da assumere nel dopo – elezioni. Ciò consentirebbe anche di riannodare quei fili che, soprattutto in ambito europeo e verso i paesi arabi, si sono allentati a seguito del nostro intervento in Iraq. Anche a New York – in ambito Nazioni Unite – un’iniziativa italiana attentamente calibrata non potrebbe che giovare alla nostra posizione, molto indebolita presso la maggior parte dei Paesi presenti in Assemblea Generale. Anche sul piano interno una riflessione accurata appare necessaria; è ormai evidente che la semplice presenza di truppe sia, da un lato, insufficiente per far fronte alla situazione sul terreno e, dall’altro, controproducente per le relazioni con gran parte dei gruppi iracheni. E’ quindi necessario mobilitare tutte le risorse disponibili – da quelle finanziarie a quelle umane – per mettere a punto un piano d’azione organico, mirato a progetti concreti in un’area ben definita. L’impegno assunto dal Ministro Frattini a Madrid (250 milioni di Euro per tre anni) non appare infatti di dimensioni tali da poter svolgere azioni di grande impatto per tutto il territorio (sempre che tale impegno non sia stato sacrificato sull’altare del Min. Siniscalco!). E’ proprio partendo da tale considerazione che suggeriamo al titolare della Farnesina due riflessioni: evitare che a Parigi quanto sarà deciso circa il debito iracheno si trasformi in una sorta di cappio per l’economia irachena; far sì che le risorse umane che abbiamo visto all’opera in Iraq (organizzazioni non governative, associazioni di categoria, rappresentanti degli Enti locali) siano coinvolte ed associate nelle nostre iniziative. Non dovrebbe essere impossibile riuscire a far sì che il contributo italiano allo sviluppo iracheno si orienti verso un programma condiviso, evitando così di utilizzare un modello di cooperazione ormai obsoleto e non efficace.

ARCHIVIATO IN Internazionale

Di Il Cosmopolita il 12/11/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/11/2004

Elezioni RSU : Perché votare le liste CGIL

Dal 15 al 18 novembre siterranno le elezioni per il rinnovo delle RSU e permetteranno a tutti i lavoratori di eleggere i loro diretti rappresentanti per quelle materie di contrattazione previste dalla legge e di immediato interesse. Non è un rituale al quale sottoporsi, ma di qualcosa che ha un deciso impatto sull’ambiente di lavoro in cui tutti operiamo e viviamo. I campi di contrattazione riservati alle RSU sono 1) articolazione dell’orario di lavoro 2) carichi di lavoro 3) Fua (solo a Roma) 4) salute/sicurezza dei lavoratori e tutela dei lavoratori disabili 4) formazione e riqualificazione. Da questa breve elencazione potete capire perché il ruolo delle RSU è così importante per tutti. Pensate, ad esempio, all’equa ripartizione dei fondi del Fua, oppure pensate al ruolo delle RSU sulla salute/sicurezza dei lavoratori e tutela dei disabili, o di fronte allo strapotere dei Capimissione nell’assegnazione delle funzioni e dei carichi di lavoro. Tuttavia votare CGIL significa anche non limitarsi a ragionare puramente sulle materie di stretta competenza delle RSU. Votare CGIL. Significa dare forza alle battaglie per la difesa dei diritti dei lavoratori. Pensate semplicemente a ciò che sta avvenendo alle nostre pensioni, al precariato che sta diventando la norma nel mondo del lavoro, ai working poors, ossia a tutti coloro che un lavoro lo possiedono ma non riescono ad arrivare a fine mese. La CGIL ha sempre fatto dell’equità e della trasparenza il punto nodale della propria attività, sforzandosi di imporla in tutti gli accordi che sono stati conclusi al Mae, in modo da eliminare privilegi e sperequazioni. La CGIL è l’unico sindacato ad aver attivato uno sportello di ascolto-mobbing presso il MAE. E’ per questo che le elezioni per le RSU hanno una doppia valenza. Una che riguarda le materie di immediata competenza delle RSU e una, non meno importante, che riguarda l’attività e la forza della CGIL all’interno del Mae. Chiediamo quindi il vostro sostegno : votare le liste RSU CGIL significa impegno per il miglioramento della nostra Amministrazione, per la difesa dei diritti dei lavoratori e delle professionalità di ogni categoria di personale, votare le liste RSU CGIL significa sostegno ad un’azione di contrasto alla politica sociale di questo Governo che penalizza le fasce più deboli della popolazione. Votare liste CGIL significa rafforzare il fronte della pace e della solidarietà.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 12/11/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/11/2004

Il posto dell’Italia nella Commissione amica

Le vicende della Commissione Barroso rappresentano un nuovo fulgido esempio dei risultati che il nostro attuale Governo sta ottenendo in politica estera ed europea. Dopo avere per mesi mantenuto rapporti incerti con la Commissione Prodi per ragioni strettamente legate a tematiche interne ed alle scadenze elettorali nazionali del 2006, il Presidente del Consiglio italiano ha svolto un ruolo determinante nel tirare la volata a Barroso, candidato di Tony Blair e dei Paesi 'eurotiepidi' contro Verhofstadt sostenuto dagli altri Fondatori dell'Unione. Una scelta coerente con la volontà di approfondire il solco con Francia e Germania ponendosi all'ombra di Londra in una posizione inevitabilmente ancillare. A questa prima geniale intuizione è seguita la decisione di non confermare quale Commissario italiano una personalità unanimemente apprezzata come Mario Monti nominando invece il Prof. Buttiglione. Anche in questa scelta, le considerazioni di politica europea hanno .pesato marginalmente. Buttiglione è stato premiato per l'opera di contenimento svolta nei confronti del leader del suo partito, Follini che aveva chiesto maggior equilibrio e coerenza nell'azione di Governo. Le successive fasi dello psico-dramma sono ben note: l'audizione dell'aspirante Commissario italiano innanzi alle competenti istanze del Parlamento Europeo, la decisione dei gruppi della Sinistra e di quello liberale di votare contro la Commissione soprattutto (anche se non esclusivamente) in ragione delle posizioni espresse dal nostro candidato, la frettolosa rinuncia del Presidente designato a sottoporsi al voto parlamentare e l'avvio delle trattative per il rimpasto del futuro Esecutivo dell'Unione. Chiamato a salvare la pelle, 'l'amico' Barroso ha scaricato Buttiglione e l'Italia risulta l'unico Paese, insieme alla Lettonia (!) ad aver rinunciato alla sua originaria designazione. Perfino il tentativo di trasformare la questione in una battaglia culturale (i valori cristiani contro l'Europa atea e culattona) si è dovuto progressivamente sgonfiare a seguito delle pressioni informali dello stesso PPE perché l'Italia cambiasse candidato. Risultato conclusivo: il Governo italiano ha contribuito alla nomina di un Presidente della Commissione debole ed inviso ai settori più europeisti del Parlamento Europeo, ha subito l'umiliazione del rigetto del Commissario designato e si ritrova ai margini del processo di integrazione. Unico beneficiario il Ministro Frattini che - dopo un biennio in precario equilibrio alla Farnesina (vissuto all'ombra non solo dell' ingombrante Premier ma anche del grintoso Segretario Generale del MAE) - trova un insperato five year job ed utilizzerà verosimilmente a Bruxelles il suo talento nella discrezione.

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 12/11/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/11/2004

Dopo il 2 novembre

Che lo scorso 2 novembre fosse destinato a passare alla storia come il giorno dell’”Occidentalismo” contrassegnato dal massiccio voto degli Americani della “Bible Belt” a favore del Presidente Bush ce lo si sarebbe forse dovuto aspettare. E la circostanza che molti amici dagli Stati Uniti segnalassero la grande affluenza ai seggi come una indicazione di inversione di tendenza più che un’attenuante per l’errore di prospettiva costituisce una superflua conferma che anche oltre-atlantico ci si interroga su di un serrare le fila di cui non è dato conoscere la direzione di marcia, né le prossime – probabilmente sanguinose – tappe. Così, mentre il regista (dichiaratamente sessualmente ambiguo) Oliver Stone conclude il suo film su quel grande “occidentalista” (gay) che fu Alessandro Magno, la politica sembra cedere il passo ad una definizione di schieramenti sul piano internazionale che mai ci saremmo augurati di dover ritrovare: bene al di là del cauto – e politically correct – Samuel Huntington del “Clash of Civilizations and the Remaking of the World Order” di un decennio fa, i termini di riferimento del dibattito partono dall’”Orientalism” di un quarto di secolo fa del palestinese-americano Edward Said e risalgono via via (senza fermarsi a Spengler e il suo tramonto dell’Occidente del 1918) fino al “fardello dell’uomo bianco” di Rudyard Kipling. E così eccoci qui, più che alla cosiddetta rivalutazione “valoriale” dei primi commenti italiani, alla vera e propria legittimazione teorico-ideologica della “esportazione di democrazia”. Facile sarebbe ironizzare su come un simile schematismo culturale, più che ideologico, liquidi di fatto il mezzo secolo testè trascorso in cui – sulle macerie della seconda guerra mondiale – venne promossa proprio dalle Nazioni Unite una cultura universale dei diritti, una prefigurazione di cittadinanza mondiale che doveva costituire la base preminente per una convivenza di cui la globalizzazione, anziché l’antagonista, avrebbe dovuto essere il motore: oggi invece il riaccorparsi in identità antagoniste, schiaccianti (si pensi all’Europa spappolata nella tenaglia) e dirette al conflitto e non alla mediazione invera al negativo lo slogan di Fukuyama sulla “fine della storia” determinata dal 1989 e dal crollo del comunismo. Ancora più facile – e vicino a noi – sarebbe ironizzare su percezioni come quelle del Ministro Martino che, evidentemente dimentico della “battaglia” del Governo italiano per il seggio al Consiglio di Sicurezza, ridimensiona l’ONU scoprendo che “…non è il Governo del mondo” e rivendicando il ruolo della NATO per l’Iraq: pervasività tous azimuts dell’Occidentalismo o confusione di chi ascolta con la mano sul cuore l’inno di Forza Italia? Ancora. Un bellissimo capitolo del testo di Spengler nella parte dedicata alle “Prospettive della storia mondiale” si intitola con una forza profetica agghiacciante “Pitagora, Maometto e Cromwell”: e così eccoci qui – mentre a Falluja si termina il “lavoro” – ad interrogarci sul tempo rimasto fino al conflitto ulteriore con l’area asiatica polarizzata dalla Cina secondo lo schema individuato oltre mezzo secolo fa dall’Orwell di “1984”.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 12/11/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/11/2004

Statistica e gestione del personale: qualche utile spunto

E’ ormai prassi, purtroppo, che ogni tornata di promozioni alla Farnesina venga accompagnata da polemiche, recriminazioni e sospetti. Può forse essere utile al riguardo formulare alcune considerazioni fattuali, basate su un’attenta osservazione di quanto accaduto nell’ultimo quinquennio. Nei primi cinque anni di applicazione della vigente procedura per le nomine a Ministro Plenipotenziario, sono stati promossi 103 funzionari. Il primo dato che sorprende è la netta predominanza fra i promossi di funzionari in servizio al Ministero al momento della promozione: su cinque anni, il 70% dei neo-Ministri era in servizio al Ministero (un dato che contrasta con la media della distribuzione dei Consiglieri di Ambasciata fra Roma e estero, che registra - all’opposto - una netta prevalenza di Consiglieri in servizio all’estero: circa il 60 %). In altre parole, nonostante fossero una minoranza, i Consiglieri di Ambasciata in servizio a Roma hanno avuto maggiori possibilità di promozione. A meno di non poter dimostrare che i più bravi Consiglieri di Ambasciata siano volutamente trattenuti a Roma (e per contro si inviino all’estero solo i mediocri), si deve concludere che la procedura in vigore ha prodotto un risultato anomalo. Questo squilibrio si è manifestato in modo particolare nel 2000 (76,7% di Consiglieri in servizio a Roma – Commissione presieduta dall’Amb. Vattani), nel 2002 (80 % - Commissione presieduta dall’Amb. Baldocci) e nel 2004 (68% - Commissione presieduta dall’Amb. Vattani). Vale anche la pena notare che il 24,2% dei promossi - al momento della promozione - prestava servizio in Uffici di diretta collaborazione con Ministri o Sottosegretari o presso la Segreteria Generale. Se ad essi si aggiungono anche coloro che hanno almeno una volta operato in tali Uffici, si arriva ad un totale del 45,6%. Pur ammettendo che queste tipologie di prestazioni siano altamente qualificanti, considerato che nella valutazione per l’avanzamento al grado di Ministro Plenipotenziario si deve valutare l’intera carriera, è arduo affermare che esse abbiano da sole contribuito in maniera così determinante a qualificare in via comparativa i vincitori rispetto alle decine di funzionari per decenni impegnati in mansioni altrettanto delicate e complesse: per le quali era richiesta analoga, alta professionalità. Anche da questo punto di vista, quindi, si può ragionevolmente affermare che le conclusioni cui sono giunte le Commissioni consultive non corrispondono alle finalità del dettato legislativo. La conclusione che se ne può trarre è che è risultato più “remunerativo” in termini di carriera, il servizio prestato presso i vertici politico-amministrativi, rispetto alle mansioni proprie dell’Amministrazione; inutile dire che ciò rappresenta certamente un disincentivo per quanti sono impegnati nelle attività operative. I dati citati sono, inoltre, approssimati per difetto perché non tengono conto del servizio da taluni svolto - prima della promozione - alle dipendenze del Presidente della Commissione consultiva. Sono stati infatti conteggiati solo i casi di funzionari che al momento della promozione erano in servizio presso la Segreteria Generale, circostanza che - si può ragionevolmente presumere - abbia in molti casi influito sulla formulazione del giudizio. E’ degno di nota anche che la percentuale di fuori ruolo fra i promossi sia pari al 12,6%, quota che raggiunge il 33,3% nel 2002, per ridiscendere al 12% quest’anno. Considerato che i Consiglieri di Ambasciata fuori ruolo costituiscono mediamente il 5% del totale, i risultati della Commissione consultiva fanno ritenere che essi siano stati fortemente favoriti nella scelta (a motivo del fatto che le promozioni dei fuori ruolo possono essere decise a prescindere dal numero di posti disponibili nei ruoli). Poiché la prestazione del servizio fuori ruolo non rappresenta di per sé un incarico così prominente da far premio - in un arco di 25/30 anni - su analoghe esperienze professionali, anche in questo caso si deve concludere che la procedura in vigore ha prodotto un risultato che non corrisponde al dettato legislativo. Tale aspetto è ancor più sorprendente in quanto sono risultati favoriti funzionari che prestavano la loro opera presso altre Amministrazioni (salvo i pochi casi di distacchi presso Organizzazione Internazionali) e che sono stati preferiti a coloro che prestavano il loro servizio a beneficio dell’Amministrazione di appartenenza! Quanto alle ultime nomine, il 68% ha riguardato funzionari in servizio a Roma ed il 32% all’estero, con una percentuale del 12% in posizione di fuori ruolo. Il 31% presta servizio presso Uffici di collaborazione con Ministri o Sottosegretari o presso la Segreteria Generale; il 56 % dei promossi ha almeno una volta prestato servizio presso Uffici di Ministri o Sottosegretari. Per ciò che attiene infine ai funzionari donne, ne erano scrutinabili 14 su un totale di 127 (pari all’11%) e ne sono state promosse 3 su 16 (cioè il 18%): in quest’ultima circostanza, quindi, sono risultate favorite; molto probabilmente per compensare lo svantaggio registrato negli scorsi anni (in 4 anni, ne furono promosse solo 4 su 87 - ossia il 4,5 % - quota nettamente inferiore a quella della presenza femminile fra gli scrutinabili). Per correttezza e completezza di informazione, va registrato infine che in un solo caso (nel 2001- Commissione presieduta dall’Amb. Vattani) la Commissione consultiva giunse a risultati in controtendenza rispetto alla media (7 promossi, di cui 5 in servizio all’estero e 2 a Roma, con nessun fuori ruolo). Anche in quell’occasione, tuttavia, due dei prescelti (28,5%) avevano in passato prestato servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri o presso la Segreteria di un Sottosegretario. Le lezioni che si possono trarre dai dati sopra indicati sono molteplici: quella che appare particolarmente significativa riguarda la constatazione che le attuali procedure non rispettano la normativa in vigore. Il corollario a tale “teorema” è costituito dal costante ampliamento di coloro che – addetti alle attività operative, quindi di responsabilità gestionale – si sentono di fatto discriminati da un meccanismo sempre più politicizzato (nel senso deteriore del termine).

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 12/11/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/11/2004

Il posto dell’Italia nella Commissione amica

Le vicende della Commissione Barroso rappresentano un nuovo fulgido esempio dei risultati che il nostro attuale Governo sta ottenendo in politica estera ed europea. Dopo avere per mesi mantenuto rapporti incerti con la Commissione Prodi per ragioni strettamente legate a tematiche interne ed alle scadenze elettorali nazionali del 2006, il Presidente del Consiglio italiano ha svolto un ruolo determinante nel tirare la volata a Barroso, candidato di Tony Blair e dei Paesi 'eurotiepidi' contro Verhofstadt sostenuto dagli altri Fondatori dell'Unione. Una scelta coerente con la volontà di approfondire il solco con Francia e Germania ponendosi all'ombra di Londra in una posizione inevitabilmente ancillare. A questa prima geniale intuizione è seguita la decisione di non confermare quale Commissario italiano una personalità unanimemente apprezzata come Mario Monti nominando invece il Prof. Buttiglione. Anche in questa scelta, le considerazioni di politica europea hanno .pesato marginalmente. Buttiglione è stato premiato per l'opera di contenimento svolta nei confronti del leader del suo partito, Follini che aveva chiesto maggior equilibrio e coerenza nell'azione di Governo. Le successive fasi dello psico-dramma sono ben note: l'audizione dell'aspirante Commissario italiano innanzi alle competenti istanze del Parlamento Europeo, la decisione dei gruppi della Sinistra e di quello liberale di votare contro la Commissione soprattutto (anche se non esclusivamente) in ragione delle posizioni espresse dal nostro candidato, la frettolosa rinuncia del Presidente designato a sottoporsi al voto parlamentare e l'avvio delle trattative per il rimpasto del futuro Esecutivo dell'Unione. Chiamato a salvare la pelle, 'l'amico' Barroso ha scaricato Buttiglione e l'Italia risulta l'unico Paese, insieme alla Lettonia (!) ad aver rinunciato alla sua originaria designazione. Perfino il tentativo di trasformare la questione in una battaglia culturale (i valori cristiani contro l'Europa atea e culattona) si è dovuto progressivamente sgonfiare a seguito delle pressioni informali dello stesso PPE perché l'Italia cambiasse candidato. Risultato conclusivo: il Governo italiano ha contribuito alla nomina di un Presidente della Commissione debole ed inviso ai settori più europeisti del Parlamento Europeo, ha subito l'umiliazione del rigetto del Commissario designato e si ritrova ai margini del processo di integrazione. Unico beneficiario il Ministro Frattini che - dopo un biennio in precario equilibrio alla Farnesina (vissuto all'ombra non solo dell' ingombrante Premier ma anche del grintoso Segretario Generale del MAE) - trova un insperato five year job ed utilizzerà verosimilmente a Bruxelles il suo talento nella discrezione.

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 12/11/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

1 - 8 (8 record)