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Post di dicembre

21/12/2004

Ottimismo per il Medio Oriente?

Una ventata di ottimismo sembra caratterizzare l'attuale fase del processo di pace in Medio Oriente, subito dopo la scomparsa del Presidente Arafat. Negli Stati Uniti, in Europa, nelle capitali dei Paesi della regione, gli osservatori politici ed i responsabili dei governi rilasciano dichiarazioni improntate alla speranza di una ripresa del dialogo fra palestinesi ed israeliani dopo i quattro anni di intifada e la conseguente reazione israeliana. Quanto siano fondate tali speranze avremo modo di verificarlo nelle prossime settimane: la finestra di opportunità aperta dalla morte del leader palestinese e dalla determinazione di Sharon di procedere al disimpegno dalla striscia di Gaza non potrà infatti rimanere aperta a lungo. La situazione dei territori occupati e le crescenti tensioni nella società israeliana non consentono infatti ai responsabili politici delle due parti di disporre di un lungo periodo di tempo. Inoltre, ancora una volta la crisi palestinese è legata alla situazione in Iraq, in quanto il non improbabile acuirsi delle difficoltà americane e più in generale delle truppe di occupazione nel Paese dei due fiumi nel periodo pre-elettorale sino al 30 gennaio potrebbe distogliere l'attenzione della comunità internazionale e più in particolare di Bush e Blair dallo sforzo per rimettere in moto il processo di pace in Medio Oriente. Un processo che per consuetudine e semplificazione si è portati a limitare al solo binario Ramallah – Tel Aviv, dimenticando così gli altri due importanti tracciati: quello siriano e quello libanese. E’ naturale che l’attenzione degli osservatori si concentri sulla vicenda israelo - palestinese nel momento in cui da Ramallah viene lanciato un segnale non ambiguo di apertura verso Israele e di impegno nel rafforzamento della pianticella democratica che cresce nei Territori Occupati accanto al robusto albero della democrazia israeliana. Tale elemento viene spesso sottovalutato - certamente anche per responsabilità palestinesi - ma non possiamo trascurare quanto determinato appaia l'impegno dei dirigenti dell’ANP per un anno di processi elettorali che vedranno, nell'ordine, il rinnovo delle cariche municipali, la scelta del Presidente, le elezioni legislative ed infine il ricambio all'interno del Fatah. Il sostegno della comunità internazionale appare indispensabile e non a caso Israele sembra aver colto l'importanza di tale processo, considerata la rapidità con la quale il governo di Tel Aviv ha eliminato gli ostacoli sulla strada della partecipazione dei palestinesi di Gerusalemme Est alla consultazione elettorale. Quanto tale approccio possa trovare riscontro nei fatti sarà possibile verificarlo nelle prossime settimane ma è indubbio che la ripresa del dialogo sarà rafforzata da un ordinato ed efficace svolgimento delle consultazioni elettorali. Ciò consentirà infatti di disporre di un rinnovato gruppo dirigente, indispensabile per riattivare l'unico strumento al momento disponibile sullo scenario internazionale: quello della Road Map. Al riguardo va osservato come tale strumento necessiti di una revisione che tenga conto degli elementi nuovi rispetto alla formulazione originaria; è in questo settore che il ruolo dell'Unione Europea potrà essere adeguatamente sviluppato per far sì che la voce di Bruxelles sia in linea con l'importante ruolo svolto, con i finanziamenti nei Territori Occupati e, più in generale, in tutta la regione. E’ quello che richiedono a gran voce e da tempo i Paesi arabi e gli stessi palestinesi; occorrerà quindi adoperarsi perché le riserve israeliane - fondate su una non dimostrata acquiescenza europea verso le richieste arabe - vengano gradualmente eliminate. Solana e la nuova Commissaria alle relazioni esterne, Ferrero - Waldner, dovranno quindi concentrarsi su tali tematiche con l'aiuto, naturalmente, di tutti i Paesi membri, che dovranno peraltro evitare posizioni unilaterali troppo divergenti rispetto al comune sentire europeo. E’ in questo settore che il nostro governo dovrà impegnarsi per dare reale consistenza alla conclamata posizione di equilibrio fra Israele e Palestina. La visita natalizia del Ministro Fini costituisce indubbiamente un segnale positivo anche se sarà difficile spiegare ai palestinesi i motivi del lungo periodo di assenza di esponenti del nostro governo che, dopo aver lanciato l'idea del piano di ricostruzione della Palestina e del Medio Oriente non ha certamente condotto la necessaria opera di sostegno all'idea stessa. Resta inoltre da convincere la controparte che le ripetute visite a Tel Aviv erano essenzialmente espressioni dell'esigenza del partito politico dello stesso Fini di fugare diffidenze e dubbi sul fronte israeliano. Pur con le incognite legate alla vicenda irachena, il quadro mediorientale si è rimesso quindi in movimento e c'è da auspicare che tutti gli attori intendano contribuire ad avanzare nel difficile percorso. La candidatura “unica” di Abu Mazen alle elezioni presidenziali palestinesi indica che i responsabili della galassia politica dei Territori Occupati sono consapevoli della posta in gioco, come è possibile dedurre anche dal ritiro di Barghuti. L’ennesimo tentativo di governo di unità nazionale tra Likud e laburisti per meglio gestire il ritiro da Gaza indica un’analoga consapevolezza da parte di Tel Aviv anche se la spregiudicatezza esibita da Sharon in ripetute occasioni induce alla prudenza nell’analisi dei comportamenti israeliani. Vi è infine l’incognita del terrorismo legato ai gruppi estremisti, fenomeno contro il quale è richiesto, soprattutto ad Israele, un atteggiamento mirato a salvaguardare le prospettive di lungo periodo. Con la scomparsa di Arafat vengono infatti a cadere le “ambiguità” denunciate da parte israeliana; è quindi essenziale che la risposta ad eventuali attentati sia attentamente meditata per non screditare subito la nuova dirigenza palestinese. Lo sforzo che si richiede ad Israele è di portata paragonabile all’atteggiamento adottato in occasione dei provocatori lanci di Scud iracheni; in questo caso si tratta di evitare che il negoziato di pace sia ostaggio dei gruppuscoli che certamente si adopereranno per impedire progressi significativi nel processo di pace.

ARCHIVIATO IN Internazionale

Di Il Cosmopolita il 21/12/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/12/2004

Elezioni RSU : risultati ed analisi

Molto positivo il risultato conseguito dalla CGIL Esteri alle consultazioni per le elezioni al Ministero degli Esteri delle RSU (gli organismi sindacali unitari rappresentativi di tutto il personale): partendo da 677 iscritti alle aree funzionali ha ottenuto circa 1150 voti. Con questa importante affermazione la CGIL che si è confermata il primo sindacato alla Farnesina con una percentuale di voti superiore al 35%. Peraltro anche nel resto del Pubblico Impiego le liste della CGIL hanno ottenuto ottimi risultati e raccolgono in media il 35% dell’insieme dei votanti. Altro elemento da sottolineare è il risultato deludente ottenuto dai Sindacati autonomi (CISAL-Intesa Esteri ) e in generale dai Sindacati di destra (UGL) più strettamente collegati con i partiti governativi e questo nonostante l’ampiezza dei mezzi utilizzati per la propaganda elettorale. Proviamo ad analizzare questi risultati. Gli impiegati del Ministero degli Esteri, con il loro voto, hanno dimostrato – come anche la maggioranza dei lavoratori del pubblico impiego - di non essere attratti dai sindacati autonomi che hanno chiesto il voto su piattaforme demagogiche e irrealizzabili, preferendo invece rafforzare i sindacati confederali che ricevono più dell’80 per cento dei voti espressi. Si può dire che si è trattato di un voto di protesta, “antagonista” rispetto al governo Berlusconi e alle sue politiche “punitive “ (offerte ridicole per il rinnovo del contratto) e “riduttive” (taglio dei fondi ministeriali, riduzione del personale ) nei confronti del pubblico impiego considerato da questo Governo un “peso” per il sistema produttivo italiano. Il voto si è quindi indirizzato verso quelle forze sociali, come i sindacati confederali, che hanno portato avanti una politica di opposizione alle scelte di Berlusconi. In particolare il voto premia la CGIL Esteri che ha sicuramente rappresentato in questo Ministero un punto di riferimento forte per quanti si riconoscono in una pratica sindacale trasparente e attenta alla difesa dei diritti e delle professionalità. Le liste CGIL hanno raccolto un numero di voti quasi doppio rispetto al numero degli iscritti a significare che esiste un’area estesa di consenso che è politica prima ancora che sindacale. Il rafforzamento della CGIL esteri è tanto più significativo nel momento in cui al Ministero degli Esteri viene nominato, innovando ad una tradizione che ha sempre visto sulla poltrona di Ministro degli Esteri un “centrista moderato”, un esponente della destra. Il Ministro Fini ha fatto così il suo ingresso in un Ministero in cui dovrà confrontarsi con una forza sindacale “di sinistra” come la CGIL che raccoglie ampi consensi. Nell’analisi del voto, va sicuramente anche sottolineato che la CGIL Esteri è l’unico Sindacato alla Farnesina che ha sempre portato avanti riflessioni e proposte complessive in vista di una riforma organica del Ministero che, attraverso un adeguamento delle strutture e una riqualificazione del personale che vi opera ai vari livelli, consenta all’Italia di far fronte ad una politica internazione molto più complessa e articolata rispetto al passato.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 21/12/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/12/2004

Tel Aviv

Tel Aviv è notoriamente una città considerata libera, alla stregua delle più evolute capitali occidentali. Pub e discoteche aperte tutta la notte e locali frequentatissimi, anche a dispetto della ovvia tensione che si vive nell’area. Non è raro incontrare giovani in atteggiamenti e abbigliamento disinibiti, così come non mancano tutti quegli standard propri di una società normalmente evoluta. Naturalmente anche i messaggi mediatici e pubblicitari non sono dissimili da quelli che siamo abituati a scorrere nelle nostre strade e nelle nostre TV. Giorni fa però è successo qualcosa di bizzarro, un cartellone pubblicitario, di quelli a scorrimento, di quelli cioè che mostrano più inserzioni a intervallo di tempo, proponeva un’immagine glamour di una donna che pubblicizzava dei cosmetici femminili di una nota marca internazionale. La testimonial in questione, un’attrice della fortunata serie televisiva “sex and city”, appariva in abito da sera con una esplicita nudità, limitata però al profilo di una spalla. Immagine sufficientemente pudica, almeno nel contesto fin qui prospettato, ma non tale agli occhi di un non meglio precisato gruppo religioso ortodosso e il che è parso un pò strano. Vibrate proteste e anatemi intraducibili, hanno indotto la compagnia in questione a correre ai ripari, non con la rimozione dell’immagine blasfema come sarebbe logico pensare, ma con un’operazione di sartoria cartellonistica a tempo di record. Il giorno dopo infatti tutti i cartelloni pubblicitari incriminati erano stati “rivestiti” e avevano ricoperto, con lo stesso abito e lo stesso tessuto a pallettes, l’impudica spalla quasi fossero già pronti e preconfezionati. La notizia della censura è stata riportata anche da alcuni siti italiani, con tanto di foto prima e dopo, e l’idea che i lettori avranno avuto sarà stata sicuramente quella di uno Stato repressivo e religioso che punisce i comportamenti “libertini”. In realtà leggendo così la notizia la prima impressione non poteva essere che quella, ma... ma, i nuovi cartelloni pubblicitari non erano più a scorrimento ma fissi, i destinatari del messaggio pubblicitario non erano più soltanto quelli potenziali, ma tutti coloro che avevano letto della censura, ma e soprattutto, quell’immagine della donna discinta pagata a prezzo di spot da strada, ha fatto gratuitamente il giro del mondo. A volte la religione e il business, anche se non volutamente, possono andare perfettamente d’accordo. A questo proposito pero’ mi viene in mente un’idea che vendo senza pretendere onorario ad una fabbrica di profilattici, un bel cartellone pubblicitario con la foto di un preservativo, non mancherebbero neanche da noi le proteste di associazioni religiose e neo-teo-con, il che garantirebbe un bell’affare alla fabbrica ma anche e specialmente alla lotta all’AIDS.

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Di Il Cosmopolita il 21/12/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/12/2004

Il Dialogo fra i popoli e le culture nello spazio euro-mediterraneo

La parola “dialogo” ricorre con sempre maggiore insistenza nel nostro lessico, indicando un’accresciuta consapevolezza che è nell’orizzonte etico del nostro tempo la necessità di confrontarsi con l’ “altro”. Se guardiamo al Mediterraneo, in quest’area ben più che altrove i riflessi di eventi drammatici di portata planetaria, come gli attentati del 2001, hanno assunto quella valenza simbolica che nella visione conservatrice è stata stigmatizzata come “scontro di civiltà”. In Europa, a fare da contrappeso a fondamentalismi di varia matrice, si è innestato per fortuna un circuito virtuoso, sensibile alla componente umana e fondato appunto sul dialogo, chiamando in causa i soggetti che hanno il compito di incoraggiarlo, siano essi i Governi o le società civili. A questa linea si ispira l’iniziativa del Gruppo dei Saggi avviata due anni fa da Romano Prodi nel corso del suo mandato alla Commissione. Un gruppo di alto profilo, incaricato di portare avanti una riflessione sullo stato delle relazioni euro-mediterranee nel quadro dell’Europa ampliata e della nuova politica di vicinato. Copresieduto dalla studiosa marocchina Assia Alaoui Bensalah e dal giornalista francese Jean Daniel, il “Gruppo dei Saggi” ha riunito un certo numero di intellettuali di diversa formazione che insieme hanno lavorato sul tema del dialogo inter-culturale. Frutto di questa collaborazione è il rapporto “Il Dialogo fra i popoli e le culture nello spazio euro-mediterraneo” uscito nel novembre 2003 alla vigilia del lancio della Fondazione euro-mediterranea Anna Lindh. Il loro contributo torna d’attualità ora che la Fondazione, chiusa la fase istitutiva, è ormai in procinto di aprire i battenti. Lo statuto approvato nei giorni scorsi contiene infatti un esplicito riferimento alle raccomandazioni dei Saggi di cui la Fondazione dovrà tener conto nella scelta dei programmi. Ci sembra dunque importante richiamare il significato di quel Rapporto, che funzionando in una doppia veste sia concettuale che operativa, sollecita una serie di approfondimenti su questioni spesso affrontate in modo approssimativo. In un contesto geopolitico di transizione nell’area euro-mediterranea, il documento affronta una rilettura del rapporto nord-sud così come concepito dieci anni fa nell’ambito del Processo di Barcellona, proponendone un aggiornamento alla luce delle novità sopravvenute principalmente in concomitanza del processo di integrazione in Europa. Prendendo le mosse dall’allargamento dell’Unione, l’analisi pone subito al centro del dibattito la questione dell’identità culturale, un concetto chiave intorno a cui si articola principalmente il discorso. Un’identità indicata come sempre più in divenire, quella europea, e sempre meno coincidente con lo Stato-nazione quale terra d’origine, prevalendo piuttosto il sentimento di appartenenza a un sistema transnazionale di valori condivisi. In questo processo il fattore migratorio appare un po’ come la chiave di volta per comprendere la portata dei mutamenti in corso nelle relazioni con i vicini mediterranei. La questione dell’identità culturale in rapporto alle comunità immigrate non costituisce di per sé una novità. Quel che invece si manifesta come un fenomeno di portata nuova è la contemporanea aggregazione di popolazioni dal sud-est europeo e di cittadini extracomunitari dalla sponda sud. In tale contesto “l’allargamento dell’Unione può e deve costituire un esempio di prossimità culturale da estendere, o meglio da condividere con la regione mediterranea e con i migranti che ne sono originari”. Sotto questa simultanea spinta, è evidente che il dialogo si arricchisce di ulteriori elementi di relazione. Solo sul fronte religioso, per esempio, lo spostamento del baricentro europeo verso l’area balcanica lascerebbe prevedere una progressiva incidenza delle confessioni greco-ortodosse, ampliando i termini di un confronto non più schematicamente riducibile al dualismo fra un Occidente cristiano-ebraico e società arabo-islamiche. Interessante risulta in questo passaggio del documento l’esplicito riferimento ad un “Islam europeo”, rappresentato principalmente dalle comunità turche e maghrebine. Un Islam che nel tempo avrebbe modificato il proprio sistema di valori assimilando la concezione laica dello Stato, diversamente da quanto accade nel Sud del Mediterraneo dove l’uso politico della religione permane come uno dei tratti distintivi e problematici. Rilanciare il dialogo significa allora assumere la storia e l’esperienza delle comunità europee di origine mediterranea come la cifra di un complesso percorso di identificazione in uno spazio comune, che si ripropone in modo non dissimile nella dinamica fra nord e sud. Si tratta infatti allo stato attuale per i cittadini mediterranei di sentirsi “parte di un tutto” e non più “cittadini a parte”, in uno scenario che vede nello spazio europeo progressivamente trasformarsi il rapporto fra centro e periferia. L’universo euro-mediterraneo appare comunque destinato a ridisegnarsi in termini politici, economici e demografici nel contesto più ampio della globalizzazione. Ed è probabilmente solo dentro questa prospettiva, lasciano intendere i Saggi, che lo “choc della modernità” può e deve tradursi positivamente in un fattore unificante fra le società civili. Vettore portante del dialogo è dunque la cultura, cultura da intendersi in senso antropologico come pratica del quotidiano negli ambiti ad esso collegati, dall’istruzione, al ruolo delle donne, ai fattori psicologici che determinano la percezione reciproca. La seconda parte del Rapporto suggerisce in tal senso i potenziali settori su cui focalizzare l’attività della Fondazione “Anna Lindh”. Per concludere con le parole di Assia Alaoui Bensalah: “Se il dialogo interculturale in passato era auspicabile, più che mai ora è indispensabile; non per combattere lo “scontro di civiltà” ……ma per sconfiggere l’ignoranza dilagante, dovuta in realtà a uno scontro micidiale di ignoranza da entrambe le parti”.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 21/12/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/12/2004

Insalata caprese e tagli in finanziaria

Nelle pagelle provvisorie dei tagli delle spese di bilancio previste con la Finanziaria il Ministero degli Esteri occupa una posizione di rilievo: appare infatti come il destinatario di una scure che non sembra tenere in alcun conto la necessità – per molte buone ragioni che richiameremo oltre - di un magari tardivo ma inevitabile adeguamento delle strutture pubbliche della politica estera dell’Italia agli standard doppi e tripli dei nostri competitori europei. Con ritmi e cadenze analoghi a quelli seguiti nel ben più “corposo” settore di un’altra vittima sacrificale e cioè la ricerca, Ministero e rete diplomatico-consolare sono stati sospinti ancora più indietro da una primitiva “logica tabellare” e propagandistica secondo la quale soltanto gli organici della sicurezza pubblica sono destinati non a contrarsi ma a crescere. E così sembra ancora una volta essere sfumata l’evidenza che la proiezione economica, sociale, culturale di un Paese non si fa con la sola insalata caprese (tricolore) instancabilmente suggerita agli Ambasciatori dal Primo Ministro bensì con un paziente, consapevole, capillare lavoro di strutture professionali a ciò formate e allo scopo adeguatamente attrezzate: chi abbia seguito le cronache delle quasi concomitanti visite in Cina (il più dinamico mercato dell’economia globale) del Presidente Ciampi e del Cancelliere Schroeder non può che afferrare la tragica realtà di una competizione ancora possibile un ventennio addietro ed ora neppure ipotizzabile. A questo modo, mentre le nostre esportazioni crollano pressoché ovunque ed in ogni caso sono il fanalino di coda europeo (specchio anche di una pluridecennale insipienza, peggio assenza, di politica industriale nazionale), tutte le fanfaluche sulle sinergie, le riforme della proiezione esterna del “sistema Italia” svaporano in una liquidazione senza precedenti. Rimane il rumore, lo spettacolo di una presenza internazionale in bilico tra prime pagine di “photo opportunities” dei Vip e le “jacqueries” selvaggie e medievali dei leghisti contro i Turchi e le loro ambizioni europee: quei leghisti che sono e rimangono il pilastro dell’attuale maggioranza pur svegliandosi solo al momento dei voti in aula dai loro torbidi incubi degli extracomunitari da castrare ovvero da travestire da “leprotti” per il tiro alla carabina dei “padani”. E con logiche del tutto analoghe – e sotto la bandiera del “dagli allo statale parassitario e nullafacente” – tutta l’area dei servizi consolari, quella per intenderci su cui da una parte si assiste agli esercizi “a favore degli italiani e dell’italianità” del Ministro Tremaglia e dall’altra si fornisce un quadro giuridico al movimento delle persone verso l’Italia (emigrazione/immigrazione), si passa da un presente del tutto inadeguato e talora vergognoso a fronte di altri paesi Schengen ad un futuro in cui non potranno non prodursi che ulteriori guasti. In più, con la controproducente e diversiva pratica finto-efficientista del cosiddetto “outsourcing”, ovvero i visti che io – struttura consolare pubblica italiana - non sono in grado di processare per inadeguatezza della risorse viene conferito alle “buone cure” del mercato dei servizi e degli appalti con un tasso di obbiettività ed affidabilità che è facile immaginare. Difficile in un contesto siffatto per il neo-Ministro Fini assurgere a quel pieno rango istituzionale di “senior statesman” internazionalmente riconosciuto che gli avallerebbe ulteriori credenziali; tanto più difficile perché il sostegno da una Farnesina traumatizzata e divisa, liquidatoria nei confronti delle competenze professionali e piuttosto governata da una sorta di “familismo amorale” da corporazione ormai dimentica perfino delle proprie tradizioni, non sembra proprio arrivare e difficilmente potrebbe dopo quasi un decennio di svuotamento funzionale di gestione all’insegna di un personalismo e di una divisione perseguite con un’efficienza – questa sì – degna di miglior causa. L’ultimo episodio – minore forse ma proprio di quelli che costituiscono il nerbo di una diplomazia seria – è quello della sconfitta (per ben venti voti nazionali) di Trieste a favore di Saragozza per l’assegnazione da parte del Bureau Internazionale delle Esposizioni della localizzazione dell’Expo 2008: una catastrofe annunciata ma che nulla toglie alla gravità di un’occasione mancata non solo per la città ma per un Paese che pur si dichiara pronto a vari ruoli di ponte tra aree in via di progressiva integrazione: anche qui bene come testimoni di nozze, molto male come protagonisti di intese profittevoli per il proprio Paese. In verità alla Farnesina, forse si è definitivamente smarrita la propria “mission” di struttura permanente al servizio “bipartisan” (per una volta espressione corretta) degli interessi nazionali del Paese: troppo a lungo si sono infatti coltivate logiche subalterne e più che di asservimento di vera e propria replicazione di tic ed idiosincrasie del quadro politico – i potenti, cioè – attualmente vigente. Di qui svuotamento dei centri di riflessione (molte delle Direzioni geografiche e tematiche ) a favore di un pensiero unico modellato su quello dei – o del – dirigente di Governo in carica. In buona sostanza una macchina che essendo stata sempre ferma e lucida in garage non è più in grado di fornire neppure la più breve delle corse.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 21/12/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

19/12/2004

Un saggio su Kant

E’ uscito per i tipi di Asterios Editore (Trieste, 2004) il libro 'Cosmopolitismo. Dal cittadino del mondo al mondo dei cittadini'. Saggio su Kant di Angela Taraborrelli, nel quale l’autrice si propone di illustrare in che modo Kant affronti il problema dell’istituzione di una comunità cosmopolitica. L’analisi, condotta in uno stile limpido e chiaro sulle principali opere del filosofo, nonché su alcune riflessioni inedite, fa emergere il contributo che il pensiero kantiano è ancora in grado di offrire alla discussione di alcuni problemi che sono al centro dell’agenda politica contemporanea, quali la fondazione di un nuovo diritto internazionale, la creazione di ordinamenti sovranazioni, il rispetto dei diritti umani, l’immigrazione. A quest’ultimo tema è dedicata l’appendice, nella quale Kant, filosofo moderno e teorico del diritto di visita, e Derrida, filosofo post-moderno e teorico del diritto di ospitalità, vengono messi utilmente a confronto. Angela Taraborelli è dottore di ricerca in Filosofia e svolge attività di ricerca con il gruppo di Filosofia Politica dell’Università di Roma “La Sapienza”.

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Di Il Cosmopolita il 19/12/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2004

Il ministro non si è accorto

Secondo l'on. Frattini le relazioni con i sindacati del Ministero degli Affari Esteri sono buone, lo ha affermato il 16 ottobre nell'audizione delle commissioni Esteri del Parlamento: Ma è vero? Il Ministro non sembra essersi accorto, o forse non è stato informato dai suoi consulenti, dello stato di agitazione attivo alla Farnesina. Da oltre un anno i sindacati hanno ripetutamente chiamato il personale, anche quello all'estero, a mobilitazioni che hanno assunto le forme più varie: dalle assemblee ai 'serpentoni' che dal V piano scendono fino al pian terreno, dalla consegna a Natale al Ministro in una grande cesta contenente la fotocopia degli statini degli stipendi metropolitani ai sit in davanti al Gabinetto del Ministro. In realtà in questi ultimi anni si è assistito ad un progressivo decadimento delle relazioni sindacali nel ministero e ad un conseguente loro inasprimento. Le generiche promesse di miglioramenti professioni e salariali contenute nelle reiterate dichiarazioni del ministro degli Esteri ad interim On. Berlusconi, e del suo successore non hanno prodotto alcun risultato sul piano concreto. Il ministero sta attraversando una fase d'involuzione, caratterizzata da una lenta ma progressiva perdita di competenze di funzioni e di professionalità. Per mancanza di risorse il personale che presta servizio all'estero si trova sempre più spesso ad operare in ambienti inadeguati nei quali non sono rispettati gli standard di legge per la sicurezza e la tutela della salute dei dipendenti. Con la riduzione degli organici, attuata negli ultimi anni, i carichi di lavoro per coloro che prestano servizio all'estero si sono fatti sempre più pesanti. Senza contare che i colleghi all'estero, inseriti in una struttura che opera con modelli organizzativi antiquati, si trovano spesso, in considerazione anche dello strapotere di cui gode di fatto il Capo Missione, a dover 'combattere' per rivendicare quanto normalmente previsto dalle normative contrattuali. Il personale in servizio a Roma oltre a soffrire di un aumento del carico di lavoro dovuto alla riduzione degli organici (circa 800 unità in meno), deve fare i conti (al centesimo per sopravvivere..) con l'esiguità delle retribuzioni metropolitane e con una indennità di amministrazione che è tra le più basse dell'interno comparto pubblico. Anche il salario accessorio, il FUA (Fondo per l'incentivazione del personale), è manifestamente insufficiente e i meccanismi per il suo incremento che il Ministro Frattini si è vantato di aver fatto inserire nella finanziaria dello scorso anno, si sono rilevati del tutto aleatori e inadatti a portare effettivi benefici. Non si può inoltre non citare anche la progressiva erosione delle competenze e delle funzioni del personale di ruolo a favore di una sempre più nutrita schiera di consulenti esterni, stagisti, comandati, esperti che, a vario titolo e con le più diverse forme di remunerazione, presta servizio in questo Ministero e spesso anche in punti chiave. E un sindacato come la CGIL come si muove in un quadro così complesso e difficile? Cercando di tenere insieme i vari 'pezzi' e cioè Roma e l'estero, le varie categorie professionali, dai contrattisti ai diplomatici, dalle aree funzionali agli esperti di cooperazione, in una politica sindacale complessiva che trova i suoi capisaldi nella richiesta di formazione che vogliono specifica e permanente per tutto il personale, nella richiesta di nuovi modelli organizzativi di lavoro che rispettino ed esaltino le professionalità di ciascuno e consentano di fornire servizi più efficaci e rispondenti alle esigenze delle nostre collettività all'estero e in generale della politica estera italiana, nella richiesta di maggiori tutele e maggiore sicurezza per coloro che prestano servizio all'estero e in particolare per quelli che si trovano in aree a rischio, nella richiesta di attribuzioni di maggiori risorse per questo Ministero per arrestarne il declino e per rilanciarlo.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 04/12/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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