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Pace e guerra

PACE E GUERRA

Il Muro e il Diritto

di Tana de Zulueta

Il filo esile del ricorso alla giustizia e al diritto internazionale per trovare soluzione alla drammatica vicenda palestinese è per ora sospeso. La Corte Internazionale di Giustizia, il tribunale internazionale dell'Aja costituito dall'ONU, interpellata per un parere sulla legalità del muro, o come qualcuno preferisce chiamarla, della "barriera" in corso di costruzione nei territori della Cisgiordania occupati da Israele, ha sospeso la discussione per un supplemento d'indagine.

Nel frattempo il governo del primo ministro israeliano Ariel Sharon,
- nonostante, o forse proprio per causa della crescente sfiducia dei suoi concittadini - continua implacabile nella messa in atto di una politica unilaterale basata sulla forza. L'ultimo capitolo di questa politica, il "ritiro" annunciato dalla Striscia di Gaza ha avuto come effetto pratico un drammatico aumento delle operazioni militari e del numero di palestinesi uccisi in quella zona. Di diritto, ma soprattutto del muro e dei suoi effetti sulla vita e sui diritti dei palestinesi quasi non si parla più.

E questo nonostante il fatto che quasi tutti i governi del mondo ritengono quel muro illegale. Hanno avuto modo di chiarirlo votando, quasi all'unanimità, una risoluzione dell'Assemblea Generale dell'ONU il 21 ottobre dell'anno scorso. Il testo, proposto dall'Italia in qualità di presidente di turno dell'Unione Europea, intima al governo israeliano di sospendere i lavori di costruzione del muro in quanto la "barriera" è contraria "alle pertinenti disposizioni del diritto internazionale". Non solo, la risoluzione esige anche lo smantellamento dei tratti già costruiti. Come unica risposta il governo israeliano pubblicò, due giorni dopo il voto dell'ONU, sul sito del ministero della difesa, una mappa del percorso tortuoso del muro, lungo ben 720 chilometri, così come si intende completarlo.

Da allora il piano ha subito qualche piccola, cosmetica, variante. E' in discussione in questi giorni il tratto della barriera che costeggia la frontiera della Giordania. Ma la sostanza dell'atto d'accusa contenuto nel rapporto circostanziato del Segretario Generale Kofi Annan all'Assemblea Generale rimane invariata. Sulla base del percorso indicato dalla carta ufficiale, comprese le "barriere di profondità" e i tratti costruiti a Gerusalemme Est, quasi mille chilometri quadrati, ovvero più del 16% dell'intera Cisgiordania, verrà annesso di fatto al territorio israeliano. Si tratta di territori in cui abitano quasi 240.000 palestinesi. A percorso completato 160.000 palestinesi si troveranno a vivere in enclaves, zone inglobate dalla barriera e tagliate fuori dalle aree circondanti.

Qualche giornalista ha descritto la barriera come se si trattasse di una staccionata. Purtroppo si tratta di un complesso con una larghezza media, tra strade, fossi e recinzione, di 50-70 metri - quasi tutto territorio sottratto alla popolazione palestinese. Le sezioni già completate della barriera hanno avuto conseguenze drammatiche sulla vita degli abitanti della Cisgiordania. Intere comunità si trovano separate dai servizi sanitari, dalle proprie scuole, dai campi agricoli, dai luoghi di lavoro, dalle fonti d'acqua e anche dalle reti elettriche.
Di fronte a questo catalogo di diritti calpestati e di obblighi mancati - la risoluzione votata ad ottobre aveva citato gli obblighi di protezione e di tutela nei confronti della popolazione residente che ricadono su Israele quale potenza occupante - a dicembre l'Assemblea votò una risoluzione per sottoporre la questione della legalità del muro alla Corte. Un'ulteriore denuncia del muro è stata poi fatta dal Comitato internazionale della Croce Rossa.

Il 18 febbraio, con una dichiarazione che costituisce uno strappo significativo al suo tradizionale atteggiamento di riserbo, la Croce Rossa denunciò il governo israeliano "per avere di gran lunga oltrepassato quel che è legittimo per una potenza occupante nel quadro del diritto umanitario internazionale".
Ma alle Nazioni Unite, purtroppo, l'unanimità di ottobre si era incrinata. Sembra che la diplomazia statunitense e quella israeliana siano riuscite a convincere i paesi dell'Unione, e l'Italia in primo luogo, dell'inopportunità di un ricorso su una questione definita prettamente "politica". Rovesciando gli stessi argomenti sostenuti da Kofi Annan, si disse che l'intervento della Corte avrebbe compromesso i negoziati sostenuti nel quadro della "road map". (Il Segretario Generale aveva sostenuto l'opposto: che la costruzione del muro mette a repentaglio le trattative di pace e la stessa "road map", in quanto altera la base del negoziato con la creazione di un grave fatto compiuto.)

L'effetto di questa decisione è stato quello di arrivare in Tribunale all'Aja con la più inopportuna delle spaccature: 13 paesi, quasi tutti musulmani, insieme all'Autorità Palestinese, si sono presentati dinnanzi alla Corte, mentre il mondo occidentale (Stati Uniti e Europa) ha sconfessato il ricorso. Un segnale più che negativo in tempi ad alto rischio di quello che lo studioso Huntingdon ha definito "scontro delle civiltà" tra mondo islamico e mondo occidentale.
Un rischio che i terribili atti terroristici di Madrid hanno ulteriormente aggravato. Non si può che condividere l'esortazione di Romano Prodi, il quale, parlando in Italia dopo avere partecipato all'immensa manifestazione di protesta e di solidarietà a Madrid, ha esortato tutti gli europei a sconfiggere il terrorismo "con le armi del diritto e della giustizia".
Anche nei territori occupati palestinesi il ripudio della violenza passa per un riconoscimento del primato del diritto. Un segnale di sostegno dall'Europa avrebbe rafforzato la mano di chi questa, e solo questa strada vuole percorrere.

(6 aprile 2004)

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