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Pace e guerra

PACE E GUERRA

E' l'Onu il futuro delle relazioni internazionali

di Marina Sereni*

Il documento di Romano Prodi pubblicato nei giorni scorsi ha avuto il grande merito di precisare e mettere in evidenza alcune questioni che hanno rischiato di annegare nelle polemiche delle scorse settimane, prima e dopo la straordinaria manifestazione del 20 marzo.
La prima: sul terreno della politica estera ci sono nel centro sinistra molti più punti in comune che ragioni di divisione, in particolare se guardiamo ai fatti che si sono succeduti dopo l'11 settembre 2001.

Ci unisce il rifiuto netto e la condanna più totale del terrorismo internazionale in ogni sua manifestazione e la consapevolezza che, di fronte a questo nuovo "male assoluto" che minaccia la convivenza civile, occorre unità e determinazione da parte dell'intera comunità internazionale.
Ci unisce la volontà di lavorare in ogni sede, e in primo luogo nell'Unione Europea, per una strategia di lotta al terrorismo che punti sugli strumenti "dell'intelligence", della cooperazione investigativa e giudiziaria tra gli Stati, della trasparenza dei mercati e dei movimenti finanziari così da contrastare ed isolare le reti terroristiche, recidendo i legami e le complicità di cui si avvantaggiano.
Ci unisce la spinta a non separare la lotta al terrorismo internazionale da quella contro la povertà e il sottosviluppo. Il terrorismo non è tout court figlio della povertà ma non c'è dubbio che esso cerchi legittimazione, consenso e adesioni nella disperazione e mancanza di prospettiva di enormi masse di diseredati.
Ci unisce l'idea che l'uso della forza militare contro il terrorismo, seppure non possa essere escluso in assoluto e in linea di principio, non possa giustificare la guerra e tanto meno la violazione della legalità internazionale.

Da tutte queste considerazioni discende un giudizio, unanime nel centrosinistra, di contrarietà alla guerra preventiva unilaterale voluta dall'Amministrazione Bush ed anche alla partecipazione italiana, subalterna a quella logica, all'avventura irachena. Nessun cerchiobottismo: siamo convinti di questo giudizio e sappiamo di essere in sintonia con la larga maggioranza dell'opinione pubblica del nostro paese e in Europa.
C'è di più: ci unisce l'idea che solo sanando la ferita che la guerra in Iraq ha provocato nelle relazioni internazionali, soltanto superando la rottura che si è consumata nella legalità internazionale si può sperare di voltare pagina ed uscire dal caotico e drammatico "dopoguerra" iracheno. Questo voltar pagina ha per noi, per tutto il centro sinistra, un nome preciso: ONU.

E' necessario superare la situazione di occupazione dell'Iraq e definire un ruolo centrale dell'Onu nella transizione irachena. Perché questo avvenga c'è bisogno di una nuova Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che raccolga le raccomandazioni dell'inviato speciale di Kofi Annan, Lakhdar Brahimi, che risponda alla questione posta dal nuovo primo ministro spagnolo Zapatero, che rassicuri le diverse componenti della società irachena indicando un percorso elettorale e costituente certo e condiviso. E c'è bisogno che anche sul terreno della sicurezza le Nazioni Unite assumano una responsabilità precisa, attraverso la costituzione di una forza multinazionale sotto egida Onu e il coinvolgimento di paesi che non hanno condiviso la guerra in Iraq, compresi paesi arabi e mussulmani.

La presa di posizione di Prodi ha anche chiarito la distanza che è maturata su questi nodi con il governo italiano. Le reazioni degli esponenti della maggioranza del centrodestra e l'intervista del Ministro Frattini rendono fin troppo evidente il mutamento avvenuto, senza apparenti "strappi", nella politica estera del nostro paese. La posizione dell'Italia sembra essere motivata dall'unica esigenza di non dispiacere, di non discostarsi di un millimetro dall'alleato americano. Con una aggravante: non cogliere che oggi persino negli Stati Uniti c'è un grande dibattito e che, nella stessa amministrazione repubblicana, una "corrente" che - sconfitta nel momento della guerra - oggi sembra avere maggiore spazio. Anche da qui nasce il negoziato in corso alle Nazioni Unite, reso ancora più stringente dalla nuova posizione spagnola. Possibile che non si colga la possibilità di una visione ed una iniziativa unitaria dell'Europa? Possibile che l'Italia abbia abbandonato totalmente il campo in Europa?

La stizza e lo scetticismo con i quali il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri hanno commentato l'esito positivo del recente Consiglio Europeo di Bruxelles sono da questo punto di vista illuminanti. Dalla Costituzione europea all'Iraq al Medio Oriente l'Italia ha di fatto abbandonato la sua tradizionale collocazione europea ed europeista in nome di un malinteso senso di amicizia transatlantica. Ne stiamo pagando e ne pagheremo un prezzo in termini di autorevolezza e peso sulla scena internazionale. Non ce ne rallegriamo. Ne traiamo semmai ragioni in più per far crescere il centrosinistra come alternativa di governo forte e credibile anche in politica estera.


(6 aprile 2004)

*Responsabile per la politica estera dei Democratici di Sinistra

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