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Il documento di Romano Prodi pubblicato nei giorni scorsi ha avuto il
grande merito di precisare e mettere in evidenza alcune questioni che
hanno rischiato di annegare nelle polemiche delle scorse settimane,
prima e dopo la straordinaria manifestazione del 20 marzo.
La prima: sul terreno della politica estera ci sono nel centro
sinistra molti più punti in comune che ragioni di divisione, in
particolare se guardiamo ai fatti che si sono succeduti dopo l'11
settembre 2001.
Ci unisce il rifiuto netto e la condanna più totale
del terrorismo internazionale in ogni sua manifestazione e la
consapevolezza che, di fronte a questo nuovo "male assoluto" che
minaccia la convivenza civile, occorre unità e determinazione da parte
dell'intera comunità internazionale.
Ci unisce la volontà di lavorare
in ogni sede, e in primo luogo nell'Unione Europea, per una strategia
di lotta al terrorismo che punti sugli strumenti "dell'intelligence",
della cooperazione investigativa e giudiziaria tra gli Stati, della
trasparenza dei mercati e dei movimenti finanziari così da contrastare
ed isolare le reti terroristiche, recidendo i legami e le complicità
di cui si avvantaggiano.
Ci unisce la spinta a non separare la lotta
al terrorismo internazionale da quella contro la povertà e il
sottosviluppo. Il terrorismo non è tout court figlio della povertà ma
non c'è dubbio che esso cerchi legittimazione, consenso e adesioni
nella disperazione e mancanza di prospettiva di enormi masse di
diseredati.
Ci unisce l'idea che l'uso della forza militare contro il terrorismo,
seppure non possa essere escluso in assoluto e in linea di principio,
non possa giustificare la guerra e tanto meno la violazione della
legalità internazionale.
Da tutte queste considerazioni discende un giudizio, unanime nel
centrosinistra, di contrarietà alla guerra preventiva unilaterale
voluta dall'Amministrazione Bush ed anche alla partecipazione
italiana, subalterna a quella logica, all'avventura irachena. Nessun
cerchiobottismo: siamo convinti di questo giudizio e sappiamo di
essere in sintonia con la larga maggioranza dell'opinione pubblica del
nostro paese e in Europa.
C'è di più: ci unisce l'idea che solo sanando la ferita che la guerra
in Iraq ha provocato nelle relazioni internazionali, soltanto
superando la rottura che si è consumata nella legalità internazionale
si può sperare di voltare pagina ed uscire dal caotico e drammatico
"dopoguerra" iracheno. Questo voltar pagina ha per noi, per tutto il
centro sinistra, un nome preciso: ONU.
E' necessario superare la situazione di occupazione dell'Iraq e
definire un ruolo centrale dell'Onu nella transizione irachena. Perché
questo avvenga c'è bisogno di una nuova Risoluzione del Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite che raccolga le raccomandazioni
dell'inviato speciale di Kofi Annan, Lakhdar Brahimi, che risponda
alla questione posta dal nuovo primo ministro spagnolo Zapatero, che
rassicuri le diverse componenti della società irachena indicando un
percorso elettorale e costituente certo e condiviso. E c'è bisogno che
anche sul terreno della sicurezza le Nazioni Unite assumano una
responsabilità precisa, attraverso la costituzione di una forza
multinazionale sotto egida Onu e il coinvolgimento di paesi che non
hanno condiviso la guerra in Iraq, compresi paesi arabi e mussulmani.
La presa di posizione di Prodi ha anche chiarito la distanza che è
maturata su questi nodi con il governo italiano. Le reazioni degli
esponenti della maggioranza del centrodestra e l'intervista del
Ministro Frattini rendono fin troppo evidente il mutamento avvenuto,
senza apparenti "strappi", nella politica estera del nostro paese. La
posizione dell'Italia sembra essere motivata dall'unica esigenza di
non dispiacere, di non discostarsi di un millimetro dall'alleato
americano. Con una aggravante: non cogliere che oggi persino negli
Stati Uniti c'è un grande dibattito e che, nella stessa
amministrazione repubblicana, una "corrente" che - sconfitta nel
momento della guerra - oggi sembra avere maggiore spazio. Anche da qui
nasce il negoziato in corso alle Nazioni Unite, reso ancora più
stringente dalla nuova posizione spagnola. Possibile che non si colga
la possibilità di una visione ed una iniziativa unitaria dell'Europa?
Possibile che l'Italia abbia abbandonato totalmente il campo in
Europa?
La stizza e lo scetticismo con i quali il Presidente del Consiglio e
il Ministro degli Esteri hanno commentato l'esito positivo del recente
Consiglio Europeo di Bruxelles sono da questo punto di vista
illuminanti. Dalla Costituzione europea all'Iraq al Medio Oriente
l'Italia ha di fatto abbandonato la sua tradizionale collocazione
europea ed europeista in nome di un malinteso senso di amicizia
transatlantica. Ne stiamo pagando e ne pagheremo un prezzo in termini
di autorevolezza e peso sulla scena internazionale. Non ce ne
rallegriamo. Ne traiamo semmai ragioni in più per far crescere il
centrosinistra come alternativa di governo forte e credibile anche in
politica estera.
(6 aprile 2004) |