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La scomparsa dell’eroe - terrorista Arafat e la
riconferma del “guerriero” Bush costituiscono indubbiamente due
importanti elementi di novità nella situazione in Medio Oriente,
bloccata da anni intorno al dilemma violenza - percorso di pace.
Si tratta certamente di fattori che introducono una nuova dinamica
nella fase di stallo che caratterizza la vicenda israelo-palestinese
da quattro anni, dall'avvio cioè della seconda intifada provocata
dalla ormai storica, in senso negativo, passeggiata di Sharon sulla
spianata delle e moschee.
Non è possibile peraltro dimenticare che anche negli anni
immediatamente precedenti, gli accordi di Oslo risultavano bloccati
dall'atteggiamento negativo di Netanyahu (secondo i palestinesi) o
dalle ambiguità di Arafat verso il terrorismo (secondo gli
israeliani).
Spetterà ormai agli storici approfondire i motivi che portarono al
fallimento dell'intesa Arafat – Barak sotto gli di auspici dell'allora
Presidente Clinton.
Non tutti sono infatti d'accordo nel ritenere valide le spiegazioni
dello scomparso leader palestinese che temeva - secondo dichiarazioni
ribadite anche negli ultimi tempi - un tranello israeliano nella
formula che prevedeva un referendum in Israele per la definitiva
approvazione degli accordi raggiunti negli Stati Uniti.
In effetti sin dalla scomparsa di Rabin si era intuita la presenza di
forti settori della società israeliana contrari ad intese che non
tenessero conto della realtà sul terreno, di un rapporto di forza che
ormai attribuiva agli insediamenti israeliani in Cisgiordania
rilevanti porzioni di territorio, in un reticolo che ormai rendeva
impossibile un ritorno alla situazione precedente la guerra dei sei
giorni. Anche in questo caso saranno i ricercatori a mettere insieme
tutti gli elementi che hanno contribuito a trasformare l'occupazione
israeliana in una annessione strisciante.
Sotto il profilo politico non può peraltro essere evitato un giudizio
negativo per tutti i governi israeliani, senza distinzione fra quelli
a guida laburista e quelli del Likud, che hanno reso possibile ed
incoraggiato - con agevolazioni finanziarie e con sofisticati e
spregiudicati procedimenti legali - il fenomeno degli insediamenti.
Anche la comunità internazionale, in particolare l'Unione Europea e
gli Stati Uniti, è da considerare responsabile per l'incancrenirsi
della vicenda: gli europei avendo limitato la loro condanna a sterili
comunicazioni formali, gli americani avendo dal loro canto ceduto alle
pressioni dei settore più integralisti della comunità di origine
ebraica presente negli USA.
Su questa tela di fondo si è innestato il fenomeno del fondamentalismo
suicida, di fatto alleato della reazione israeliana e di quanti vedono
in Israele l'unico punto di riferimento per la creazione di un solido
bastione della democrazia in un mare di regimi totalitari ed
autocratici; dimenticando o trascurando l'indubbia realtà di una
pianticella democratica nata anche nei Territori Palestinesi, sia pure
asfittica a causa dell'ingombrante presenza di un Padre della patria
che ha privilegiato meccanismi di cooptazione basati sulla fedeltà
verso di lui rispetto a parametri di selezione legati ad effettive
capacità ed onestà.
L'oggettiva convergenza di vedute fra il gruppo di potere a Washington
e quello di Tel Aviv, sulla base di un approccio con forti
connotazioni teologiche al problema mediorientale, ha costituito un
altro elemento determinante per il prevalere di una visione politica
ispirata più a linee di confronto che alla ricerca di una mediazione.
In tale scenario le sterili prese di posizione di Bruxelles non hanno
contribuito alla soluzione del problema, anzi aggravandolo in
considerazione di un risentimento israeliano che individuava negli
aiuti economici europei ai palestinesi un diretto sostegno anche alle
fazioni più estremiste del composito mondo dei Territori.
L'agenda per il dopo Arafat è quindi particolarmente complessa:
l'annuncio della creazione di uno stato palestinese entro quattro anni
- fatto da Bush subito dopo la sua riconferma - non appare infatti da
solo un elemento sufficiente a tranquillizzare i palestinesi; da tempo
ormai, soprattutto i giovani hanno abbandonato ogni speranza di
sostegno dall'esterno, scegliendo invece la strada del rafforzamento
di quei gruppi che vedono nella resistenza palestinese e nella lotta
armata contro gli israeliani gli unici strumenti a disposizione per a
raggiungere l'obiettivo di uno stato palestinese indipendente.
Il processo elettorale delle prossime settimane in Palestina sarà
quindi determinante per la credibilità dell'Autorità Nazionale
Palestinese in tutte le sue componenti; ma è indubbio che un possibile
rafforzamento di Hamas e dei gruppi collegati renderebbe molto più
complessa la ripresa del percorso della Road Map nella sua
configurazione attuale.
Anche dal lato israeliano la vicenda del ritiro da Gaza – pur non
dando credito alle interpretazioni di quanti vedono nella decisione di
Sharon un espediente per rendere ancora più difficile la creazione di
uno stato palestinese - non potrà che rafforzare la rigidità negoziale
del governo di Tel Aviv chiamato a confrontarsi con il movimento dei
coloni sostenuti all'esterno da importanti gruppi di pressione
religiosi ed economici.
Non è inoltre un elemento di secondaria importanza la trasformazione
in atto nei kibbutz, sempre più lontani dagli ideali socialisti dello
scorso secolo perché confrontati con la realtà del mercato verso la
quale non hanno ricevuto da parte dei governi la stessi attenzione
data invece ai coloni. Il peso crescente degli israeliani di
provenienza dall'est europeo rispetto ai gruppi di origine
mediterranea è infine un ulteriore elemento da non trascurare nella
lettura dei futuri equilibri di potere all'interno dello stato
ebraico.
L'Unione Europea è chiamata quindi a confrontarsi con tale quadro di
insieme, di difficile lettura ed in forte movimento: un approccio
basato esclusivamente su un sostegno economico forte ma non
accompagnato da iniziative politiche altrettanto incisive non potrà
introdurre quegli elementi di novità e di rottura rispetto al passato
che sembrano indispensabili ad evitare che le convergenti visioni
politiche di Bush e Sharon spingano un crescente numero di palestinesi
sulla strada del rifiuto della soluzione negoziale e del terrorismo.
Soltanto la vecchia Europa può evitare che una scelta forse vincente
nel breve periodo – quella di un’azione di azioni preventive o di dura
reazione sotto il profilo puramente militare – non introduca semi di
odio destinati a svilupparsi rigogliosi in un arco temporale più
lungo.
(19 novembre 2004) |