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La CGIL ha chiesto da tempo, prima della tragedia di Nassiriya e
subito dopo, il ritiro delle truppe dall'Iraq e l'assunzione di
responsabilità della comunità internazionale attraverso l'ONU per
sostenere la prospettiva dell'autodeterminazione del popolo iracheno.
L'abbiamo detto ripetendo ossessivamente che per noi quella richiesta
era la logica conseguenza di un ragionamento che andava sviluppato per
intero: non per eccesso di organicismo, ma perché riteniamo molto
importante che la scelta del ritiro delle truppe dall'Iraq sia dentro
e non fuori un contesto di scelte conseguenti, sottratte alla polemica
politica italiana dunque e legate alle dinamiche aperte nello scenario
internazionale. In particolare l'uso evidente della guerra e delle
guerre (19 all'esame del Consiglio di Sicurezza) teorizzato nella
guerra preventiva come strumento di regolazione dei rapporti politici
ed economici in luogo della politica.
Gli indicatori ONU testimoniano per altro l'aumento del divario tra il
Nord e il Sud del mondo, della fame, della povertà, la riduzione del
reddito da lavoro nel Sud povero e nel Nord ricco, l'aumento di
precarietà e insicurezza, terreno di coltura di formazioni xenofobe -
razziste, di violenza, di terrorismo.
Quegli indicatori, fotografano cioè l'esito sulle persone della
globalizzazione senza regole, della sconfitta della politica dunque
anche sul piano sociale, oltre che nella regolazione dei rapporti
politici ed economici.
Per ipotizzare che la globalizzazione possa essere governata, che si
possa realizzare una nuova democrazia mondiale, che la sua qualità sia
misurata attraverso l'universalità dei diritti e dei diritti del
lavoro, occorre agire su più piani e occorre che la rappresentanza
politica, quella sociale, i movimenti assumano quel terreno, la
costruzione del profilo della nuova democrazia mondiale, quale banco
di prova della loro efficacia e capacità di rappresentanza diretta.
Proporre queste argomentazioni non è parlare d'altro, né semplicemente
contestualizzare un tema bensì scegliere la dimensione internazionale
e le sue dinamiche quale punto di vista per giudicare gli atti degli
altri (il governo) ma anche per orientare i propri comportamenti,
ognuno per ciò che gli compete, sul piano nazionale, europeo e
internazionale, piani che nel mondo globale e interdipendente sono
indissolubilmente legati.
La guerra in Iraq ha svelato, quando è iniziata, il carattere
geo-politico della guerra preventiva, un carattere non nascosto e
formalmente esplicitato nella teoria della sicurezza nazionale,
documento ufficiale dell'amministrazione Bush.
Ha svelato la fragilità delle istituzioni sovranazionali; la fragilità
della prospettiva europea; ha confermato la subordinazione a
prescindere dalla politica estera del governo italiano, a prescindere
dall'interesse nazionale. Una subordinazione a prescindere evidente
prima, durante e dopo il semestre di presidenza europea.
Arrivano inviti al popolo della pace a respingere l'antiamericanismo,
che certo è cosa diversa dal giudizio sulla politica di Bush: basti
pensare a quello durissimo che danno i democratici americani.
Bisognerebbe che arrivassero inviti ad altri a sconfiggere
l'antieuropeismo: la polemica contro Bush è polemica contro una
politica. L'antieuropeismo è una scelta per il paese suicida.
La guerra in Iraq poi ha determinato e determina, ancora oggi che non
è finita, l'aumento del terrorismo, l'esasperazione della
contrapposizione Islam/Occidente.
Per altro l'inconsistenza dimostrata delle motivazioni con cui è stata
aperta, non fa che alimentare ciò che ha determinato e ciò che ha
svelato.
Nella situazione attuale e di fronte a ciò che la guerra ha svelato e
a ciò che ha determinato, la permanenza delle truppe in Iraq è un
ostacolo o un sostegno al processo di ricostruzione sociale e politica
dell'Iraq?
Agevola la transizione e l'autodeterminazione dell'Iraq? Consolida o
no la convinzione che esistono interessi loro che le truppe
d'occupazione difendono in Iraq piuttosto che gli interessi di quel
popolo? Ferma o alimenta il terrorismo?
E le truppe italiane sono in missione di pace? La loro permanenza va
nella direzione di marcia di praticare un'alternativa politica a
quella militare nel governo del mondo?
La nostra opinione è che l'obiettivo dell'autodeterminazione del
popolo iracheno, diritto di ogni popolo definito dalla CARTA dell'ONU,
non possa essere che sostenuto dalla comunità internazionale
attraverso l'ONU: chi se non l'ONU può garantire che alla terribile
dittatura di Saddam si succedano protettorati compiacenti?
Per intanto il sindacato internazionale sta verificando pesanti
pressioni perché il sindacato iracheno sia tutto meno che soggetto
libero e autonomo di rappresentanza sociale.
Così come la richiesta di ritiro non è irresponsabile: è una scelta,
una di quelle possibili, l'unica a nostro avviso che aiuta
l'assunzione di responsabilità dell'ONU e la ricostruzione della
legittimità internazionale di fronte al popolo iracheno. Aiuta una
direzione di marcia per il ripristino della politica.
Non c'è dubbio che il rifiuto del governo di separare il
rifinanziamento di "Antica Babilonia" da altre missioni sia perseguito
con lucida intenzionalità
Nell'opinione pubblica è altrettanto evidente, d'altro canto, che le
difficoltà delle forze di opposizione si consumano sull'Iraq e non su
altro.
La nostra opinione è che all'arroganza del governo si risponda
confermando in parlamento quel NO, già pronunciato dall'opposizione
parlamentare di fronte all'invio della missione.
In ogni caso poi sarebbe necessaria una spiegazione univoca, oltre che
convincente del perché non sia possibile una chiara opposizione
parlamentare al decreto di rifinanziamento: Perché si pensa che il
ritiro delle truppe sia un atto irresponsabile ? Perché mina la
prospettiva della ricostruzione dell'Iraq, perché se no "il caos"?
Fosse così si tratterebbe dell'accettazione del profilo militare,
incostituzionale, di quella missione. Perché l'opposizione viene
sfidata sulla sua responsabilità di governo? Fosse così, per altro in
un'accezione di responsabilità scarsamente condivisibile, quel
ragionamento avrebbe dovuto consigliare un voto non negativo nel
momento in cui fu votato l'inizio della missione.
Per l'impossibilità di scorporare le diverse missioni su cui si chiede
il voto? Ma proprio non è possibile trovare tecniche parlamentari che
risolvono l'empasse (o.d.g. chiarificatori) ?
Ciò che è difficile, per il popolo della pace, è censurarsi dal
richiedere rappresentanza parlamentare a chi per definizione
rappresenta. La richiesta di rappresentanza non è un atto ostile
rivolto all'opposizione politica: è un atto normale che si rivolge a
chi si sente vicino, a chi si considera baluardo in parlamento, a chi
si considera alleato in una battaglia politica per le scelte fatte
fino a quel momento.
Detto ciò, con altrettanta chiarezza, è bene dire che la polemica
aperta sulla partecipazione alla manifestazione per la pace del 20
marzo è un grave errore.
Lo è perché la pace è un processo inclusivo e non ad escludendum. Lo è
perché nessuno può mettere in discussione il diritto individuale e
collettivo a partecipare a quella manifestazione, meno che mai
aggiungendo ai consigli le minacce.
Lo è perché il 20 marzo deve essere non solo l'affermazione visibile
che il popolo della pace non si rassegna alla guerra, ma anche
l'inizio del processo di costruzione di una nuova democrazia mondiale
che ha bisogno dell'alleanza forte delle forze politiche progressiste,
del sindacato e dei movimenti. |