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Post di gennaio

27/01/2005

Al servizio del Paese o a servizio della maggioranza

Ben tre pagine de “Il Velino” – agenzia assai nota alla Farnesina per le sue caratteristiche “inside” ed il taglio rigorosamente di destra, quasi una reminiscenza de “Lo Specchio” di Nelson Page negli anni della guerra fredda – vengono dedicate ad un nostro editoriale intorno al neo-Ministro degli Esteri Fini. Così come qualche giorno addietro il quotidiano “Libero” (“La CGIL a sorpresa fa i complimenti al Ministro Fini”) “Il Velino” riesce nel lungo pezzo a non citare il punto principale ovvero che la nostra “sorprendente” presa di posizione è uscita su “IlCosmopolita” – rivista on-line promossa dalla CGIL Esteri ma ben distinta dal sito informativo del sindacato;con questa prima assai poco professionale svista oltre dare per scontato il giudizio sindacale sul nuovo responsabile della Farnesina, ancora inespresso giacché a tuttoggi non ha neppure incontrato i Sindacati confederali, “Il Velino”, invece di riconoscere nel forte impianto critico del nostro editoriale (…e quattro) l’assenza di scontate posizioni preconcette costruisce, un teorema così infondato e pretestuoso da essere perfino divertente nella sua un po’ scalmanata illogicità. “Nipotini di Togliatti”, “sinedrio catto-comunista” e via fanfalucando si arriva poi al vero punto che turba gli ispiratori dell’articolo e della lettera da esso riportato, ovvero l’intollerabile pretesa de “IlCosmopolita” di parametrare l’approccio “istituzionale” del neo-Ministro sul rispetto che egli vorrà fare delle norme di legge e degli obiettivi valori professionali rispetto a rinnovate pretese predatorie motivate magari con avere gli uomini giusti in vista delle prossime scadenze elettorali, quasi che la diplomazia rappresentasse le maggioranze (o anzi un solo partito) e non il Paese che li paga. Se poi si volesse adottare lo stile “dietrista” de “Il Velino”, due piccole note andrebbero aggiunte. La prima riguarda taluni ambiziosi progetti personali – familiari – per il raggiungimento di un “en plein” di sedi e assegnazioni senza precedenti in un secolo e mezzo di diplomazia unitaria in una Farnesina dalla stampa definita “maison” aggiungendovi nome e cognome del titolare. Emblematica da questo punto di vista la difesa (richiesta? graziosamente offerta?) del due volte Segretario Generale Vattani di fronte alla nostra constatazione – di per sé nient’affatto offensiva – delle consonanze politiche dell’eminente funzionario, peraltro chiamato alla carica a suo tempo dal Governo di centro-sinistra nell’ambito di scelte - che qualcuno rispetta e qualcun altro no – di professionalità. La seconda riguarda gli appetiti insaziabili del drappello di diplomatici un tempo di estrema destra ed ora autotargatisi Alleanza Nazionale; non spetta a noi dirlo ma forse il Ministro Fini potrebbe più utilmente – per sé e per la proiezione internazionale dell’Italia – o più “istituzionalmente” avvalersi di funzionari di ben più comprovata professionalità: “istituzionalità” non può coincidere con un assembramento alla Farnesina (Istituzione massimamente rappresentativa degli interessi permanenti e unitari del Paese) di politici e funzionari tutti di una precisa parte politica. Infine, anche se suona quasi ridicolo un richiamo di questo genere di questi tempi, il servizio diplomatico italiano ha conosciuto lunghi periodi di successi nella difesa degli interessi nazionali - pur con risorse modestissime - perché ha saputo bilanciare il pieno rispetto delle contingenti istruzioni governative con la rappresentanza unitaria e pluralista dell’Italia: è ciò che fanno tutte le diplomazie degne di questo nome mentre, fuori di questo, c’è solo lo sbracato arrembaggio dei gruppi di potere personali. Faccia, dunque, il Ministro le sue scelte.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 27/01/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

27/01/2005

La complicata aritmetica della politica europea

Mentre la Camera dei Deputati approvava la ratifica del Trattato costituzionale con il voto contrario di Lega e Rifondazione e l’astensione dei Verdi in un’orgia di ordini del giorno sui valori cristiani e la centralità della famiglia monogamica, la politica europea del Governo Berlusconi continua ad essere coerentemente concepita come un sottoprodotto di scadenze interne ( per dirla all’anglosassone “domestiche”) senza alcuna visione strategica. Punto centrale nelle attuali preoccupazioni del Capo del Governo è presentare la revisione del Patto di Stabilità in programma al prossimo Consiglio Europeo di marzo come un ennesimo successo dell’azione italiana volta a rompere i vincoli del Patto di Stabilità in nome del celebre slogan “meno tasse per Totti”. Il successo dell’operazione è già assicurato anche grazie al quasi totale controllo degli organi di informazione. E’ di questi giorni la quasi totale sintonia dell’informazione italiana sull’identità di vedute fra Italia e Francia rispetto al Patto di Stabilità, peccato che i media francesi, sicuramente controllati da feroci comunisti, non se ne siano accorti. Ma i costi, se i vincoli del Patto venissero infranti, per il Paese rischiano di essere ancora una volta salati. L’interpretazione dinamica del Patto di Stabilità verso la quale si procede consentirà infatti limitati e temporanei sforamenti alla regola del 3% annuo di disavanzo sul PIL ma solo ai Paesi che hanno un debito complessivo contenuto (60% del PIL secondo i parametri di Maastricht). L’Italia che negli ultimi anni non ha realizzato alcun avanzo primario viaggia largamente oltre il 100%. Malgrado la richiesta berlusconiana di esentare intere categorie di spese dal calcolo dei disavanzi pubblici (al fine di organizzare in vista delle elezioni del 2006 un munifico neo-Keynesismo alla Cirino Pomicino) non sia stata accettata, la consapevolezza dei nostri partners circa l’esigenza del Governo italiano di ottenere un successo di immagine sulla revisione del Patto non mancherà di dar luogo a richieste di “compensazione”. Esse verranno formulate nel quadro del delicato negoziato sulle Prospettive Finanziarie dell’Unione per il periodo 2007-2013. In tale ambito, il Governo è incapace di schierarsi sia con i rigoristi (come vorrebbero Brunetta ed i consiglieri neo-liberisti del Principe), sia con gli interventisti (che vorrebbero mantenere un adeguato livello di spesa per Coesione ed Agricoltura e che annoverano tra i propri ranghi esponenti di AN come Alemanno e Ministri “sudisti” di Forza Italia come Marzano e Miccichè). Perfino l’obiettivo contabile più ovvio dell’Italia – eliminare per sempre il rimborso britannico di thatcheriana memoria, ormai quasi interamente a carico italiano e francese – viene perseguito con estrema cautela per non irritare l’amico Blair, “brother in arms” sul fronte iracheno. Troppo impegnata a discutere di primarie, l’opposizione ignora una situazione che rischia di rivelarsi molto dolorosa il giorno in cui dovesse tornare al Governo e fare i conti con una posizione del Paese in Europa gravemente compromessa sia sul piano della credibilità (vedi l’ancora pendente pasticcio del mandato d’arresto europeo) e delle alleanze che nel merito di negoziati-chiave.

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 27/01/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2005

Emergenza!

Il nuovo nome della globalizzazione è “emergenza”. Rischi globali, solidarietà globali, pianeta traumaticamente instabile, questo appare dunque oggi il definitivo orizzonte di una sorta di interdipendenza malata che va ben oltre la “Pearl Harbour” dell’11 settembre che, a sua volta, aveva legittimato (per chi aveva voluto crederci) una incisione chirurgica di focolai pericolosi per il progetto unilaterale statunitense di stabilizzazione. In una fase siffatta (e, ancora una volta, ma quale “fine della storia?”) oltre alle vittime fisiche e all’ovvio carico di umane sofferenze, risulta sempre più difficile, anche per noi che a questa ipotesi di lavoro – meglio a questa visione del mondo – avevamo dedicato il progetto politico de “IlCosmopolita” tenere in piedi un approccio razionale alla politica internazionale. Eppure questo occorre fare se non si vuole finire in quella immensa notte nera in cui tutto è uguale e indeterminato. Fuor di metafora quel che è accaduto in Italia all’indomani del catastrofico maremoto nel Sud-Est asiatico testimonia che la deriva irrazionale, determinata da eventi largamente fuori del controllo umano ed enfatizzata dalla globalizzazione mediatica, rischia di liquidare il poco che restava del tentativo di analizzare, pensare, programmare la realtà internazionale verso una direzione che ne riduca gli squilibri e ne sviluppi invece i punti di stabilità, di convergenza, di proiezione verso il futuro. Il caso italiano a partire dalle querelles (altro che sinergie di sistema…) tra Protezione Civile, Cooperazione, Difesa ed Esteri è emblematico del divario – ormai del tutto strutturale – tra imponenza dei mezzi tecnici a disposizione e capacità di un intervento se non pianificato almeno commisurato non soltanto alle drammatiche contingenze quanto piuttosto al contesto in cui queste si situano nell’oggi e soprattutto nel prevedibile domani. I punti che si sono schematicamente enunciati richiedono – e per quanto ci compete avranno – un forte sforzo di focalizzazione per capire se l’unica via che ci troviamo davanti dopo la crisi del multilateralismo e della progettualità è quella della competizione sull’efficienza e la visibilità (per intenderci sullo stile Scelli/Bertolaso) ovvero quella di dividere il contingente dallo strutturale e far sì che la terapie d’urgenza applicate al primo non surroghino le iniziative sul secondo. Da Atlantide in poi i maremoti ed i drammi del clima/dell’acqua sono sempre avvenuti, resta da vedere se da questi se ne esce – tanto per dirne una - con o senza la firma del Protocollo di Kyoto. In fondo si tratta di capire se conserviamo, o no, un qualche potere di determinare il nostro futuro.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 17/01/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2005

La Protezione Civile: un’agenzia per lo sviluppo “fai da te”?

Gli italiani che hanno risposto con il consueto slancio all’appello di solidarietà per le popolazioni colpite dallo Tsunami non si sono con ogni probabilità chiesti da chi sarebbero stati gestiti i soldi che stavano donando via sms (salvo magari compiacersi che questa volta la decenza sembra essere prevalsa e non si sia fatta menzione di IVA aggiuntiva). La faccenda non è invece da poco e quella domanda se non il pubblico avrebbe fatto meglio a porsela subito il nostro governo: le troppe lezioni del passato – anche nazionali, senza andare lontano - avrebbero dovuto far ricordare ai nostri governanti che quando si parla di aiuti ( e non solo di emergenza) il come (e quindi chi) è almeno altrettanto importante che il quanto. Ciò è tanto più ovvio, e la mancanza tanto più grave, in un epoca come la nostra, in cui la filosofia e la metodologia degli aiuti (pubblici o privati, poco importa) ai PVS sono messe sempre più in discussione negli ambienti internazionali a causa degli effetti assai deludenti se non addirittura controproducenti di molte esperienze del passato. In Italia, poi, il settore non si è mai ripreso dal ciclone degli scandali della “mala cooperazione” e si rimane sempre in attesa che il dibattito esca dalle secche di una litigiosità fra il parrocchiale ed il corporativo, cui fa riscontro un generalizzato disinteresse della classe politica, per poter recuperare livelli di intervento consoni a quelle che dovrebbero essere le nostre responsabilità di paese membro dei G8. Con queste premesse la gestione dei 25, (o 35 o 40 ??) milioni di euro generosamente - e, chissà, incautamente - donati dagli italiani è stata affidata alla Protezione Civile. Organismo questo degnissimo e che ha dato ottima prova di sé in svariate occasioni, ma che, è palmare, è stato creato con un ben preciso mandato , ottimamente definito dalla sua stessa denominazione. Perché questa decisione del Presidente del Consiglio, che peraltro già aveva avuto modo di apprezzare il piglio decisionista e sbrigativo del capo della Protezione Civile nello svolgimento di precedenti incarichi, altrettanto inconsueti ed estranei al mandato istituzionale (vedansi vertice Nato di Pratica di Mare e cerimonia della firma della costituzione europea),? Perché poi il Ministro Fini, tanto solerte e mediaticamente accorto nella gestione della crisi, non si è preoccupato di preservare al Ministero degli Esteri le competenze che gli appartengono? Domande per le quali non abbiamo risposte, ma (premesso che il comitato dei saggi è una tardiva foglia di fico) esse lasciano intravedere la poco salubre tendenza, manifesta già nello strabordante presenzialismo di Berlusconi sugli scenari internazionali, a spogliare progressivamente il Mae delle sua primaria competenza: la gestione dell’azione esterna del Paese. Nella specie, gli aiuti di emergenza, ma anche, se non soprattutto, quelli della ricostruzione che, se ben gestiti, potranno offrire un occasione di sviluppo e riscatto - anche democratico - straordinaria per le popolazioni colpite dalla calamità (basti ricordare il miracolo friulano), debbono essere gestiti in strettissimo coordinamento con le organizzazioni internazionali, gli altri donatori, le autorità e le società civili locali tramite un dialogo per il quale il Ministero degli Esteri è certamente l’organismo istituzionale più attrezzato. L’attribuzione alla pur encomiabile Protezione Civile di compiti che non le competono istituzionalmente, unita all’endemica avversione al dialogo ed al coordinamento che ci affligge, prospetta un utilizzo quantomeno estemporaneo e non coordinato dei molti milioni donati dagli italiani. E lascia intravedere, neanche troppo in filigrana, la preoccupante ambizione della Protezione Civile di presentarsi “bell’e pronta” come quella fantomatica Agenzia per lo Sviluppo di cui si parla da molti anni senza sapere bene che cosa debba essere. La questione è certo complessa, ma si può essere sicuri che la creazione di un nuovo centro di potere, naturalmente predisposto ad essere in competizione con il Ministero degli Esteri, non corrisponde né agli interessi dell’Italia, né a quelli dei Paesi beneficiari degli aiuti italiani.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 17/01/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2005

La crisi attuale della DGCS e il futuro della cooperazione

1. Le ragioni della crisi della DGCS. Nonostante i costosi programmi mediatici promossi recentemente dalla DGCS non si può negare che la Cooperazione allo sviluppo nel nostro paese, sia immersa in una crisi profonda che rischia, come in un perverso gioco dell’oca, di riportare il nostro paese ai livelli iniziali, ovvero all’epoca anteriore alla prima legge per la cooperazione allo sviluppo del 1978, distruggendo quello che faticosamente si è tentato di costruire. La storia italiana in questo settore infatti, piuttosto tardiva rispetto a quella di tutti gli altri paesi europei, risale ai primi governi di Unità Nazionale di fine anni settanta. Da allora è iniziata una lenta crescita nel paese che ha visto la gestazione, nel corso degli anni ottanta, della legge 49 del 1987, che regola attualmente le attività di Aiuto Pubblico allo Sviluppo italiano e che istituisce la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo. Istituzione anomala, che vive all’interno del Ministero degli Affari Esteri con uno statuto ambiguo, nonostante si sia tentato nel 1999 di farla rientrare nel quadro generale della ordinaria amministrazione. Il destino della DGCS è stato sempre difficile, sin dal suo avvio. Negli anni novanta, dopo la crisi di Mani pulite c’è stato un rinnovato interesse per gli strumenti dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo, dovuto principalmente alla evidenza dell’inizio della cosiddetta “globalizzazione”. Durante il governi del cento sinistra si è cercato di realizzare una lettura critica dei numerosi processi che si stavano determinando in quegli anni e di misurarne le conseguenze nell’operato di cooperazione allo sviluppo. Si sono così avviate delle ipotesi di Riforma, che però non sono state capaci di creare una omogeneità tra i molteplici interessi in gioco, né hanno saputo realizzare una mediazione adeguata con l’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri. Il risultato è stato quello di una vera e propria CONTRORIFORMA. La Riforma mancata infatti, ha avuto come maggiore risultato quello di indebolire l’operato tecnico della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e soprattutto di umiliare la professionalità degli “esperti di cooperazione allo sviluppo” che lavoravano in quella struttura. Ciò si è determinato perché, proprio nel momento in cui tutti gli altri paesi donatori provvedevano a una seria riforma del management e delle funzioni delle loro agenzie di cooperazione, l’asfittico dibattito italiano si cristallizzava su un problema di struttura e non di funzionalità e lasciava proprio la professionalità del “management di cooperazione” totalmente priva di riconoscimento, annullando di fatto la legge 49 del 1987 che valorizzava proprio quella professionalità. La riorganizzazione della DGCS, realizzata nel 1999 in modo parziale e incompleto, tende invece a favorire solo la decisionalità dei diplomatici, senza tuttavia vincolarla a un processo di valutazione trasparente su cui costruire la funzionalità e quindi la selezione dei programmi di cooperazione allo sviluppo. Un ribaltamento assurdo che non garantisce neanche la stessa Amministrazione del MAE, sempre più esposta a richieste immotivate. Non meraviglia dunque che oggi, in un clima di debolezza complessivo del ruolo della Farnesina, molte delle competenze della cooperazione allo sviluppo vengano cedute allegramente a altri ministeri o altri corpi dello stato e che la DGCS faccia sempre più fatica a esprimere una politica di cooperazione. Vista da Via Contarini, sede dell’Unità Tecnica Centrale, dove è raccolta la maggioranza degli esperti di cooperazione e dove si concentrano gli strali di chi vede nei normali processi di valutazione un insopportabile vincolo alla decisionalità politica, la crisi della cooperazione appare smisurata, ben più profonda di una normale crisi di bilancio anche se neanche quella è da sottovalutare. L’Italia questo anno è all’ultimo posto tra i paesi OCSE/DAC , ovvero i paesi donatori per il rapporto di Aiuto Pubblico allo Sviluppo in relazione al PIL, ma quello che più conta è che ormai è incapace di esprimere strategie vincenti di cooperazione in ambito multilaterale e non riesce nemmeno a dare continuità alle iniziative realizzate attraverso l’aiuto bilaterale. 2. Possibili vie di ripresa: “cooperazione globale” e il “nuovo multilateralismo” La crisi attuale della cooperazione allo sviluppo dovrebbe servire per analizzare i nuovi soggetti e i molteplici strumenti, che, proprio negli ultimi anni hanno dimostrato di poter dare delle risposte alternative ad una crisi globale della vecchia cooperazione allo sviluppo. Entrambi infatti, magari anche con l’aiuto delle altre Direzioni del MAE, potrebbero essere coinvolti nella costruzione di nuove strategie in ambito internazionale e nazionale per trasformare in modo positivo la congiuntura che il mondo sta attraversando, iniziando una nuova fase di “cooperazione globale”. L’opposizione alla guerra preventiva mostra infatti che vi è un evidente collegamento tra politiche di cooperazione allo sviluppo, politiche di sicurezza internazionale e gestione dei conflitti. Questo collegamento passa indubbiamente da una efficace azione multilaterale nella lotta alla povertà e per la costruzione di una maggiore giustizia economica nel Sud del mondo. Tuttavia sono necessarie molte capacità per interpretare i nuovi segnali che si sono affacciati sulla scena globale nei molti livelli: locali, nazionali, europei e multilaterali. Per uscire dal cupo scenario che ci circonda occorre dunque costruire una strategia di transizione che punti alla costruzione di un Nuovo Multilateralismo all’interno del quale i Governi, le istituzioni di meso-livello (Comuni, Province e Regioni), e la società civile abbiano una sede di espressione e di collegamento con le istanze nazionali e sovranazionali. In questo quadro il MAE dovrebbe esercitare un ruolo di orientamento e di guida dei governi e delle istituzioni locali per facilitare programmi di sistema. La cooperazione decentrata, prezioso serbatoio di risorse umane, non dovrebbe compiere micro-azioni di solidarietà, ma collegarsi alle finalità generali con la sua forza di concertazione che nasce dalla possibilità di far dialogare attori nuovi come il settore privato dell’economia, le università, le parti sociali, le strutture organizzate del suo territorio. In un simile scenario anche il ruolo dell’Italia nei confronti dell’Unione europea potrebbe essere trainante e propositivo, a patto di dare maggior voce ai soggetti della cooperazione e non alle burocrazie. L’Europa infatti ha le risorse necessarie per la costruzione di un nuovo quadro strategico e operativo e per valorizzare i soggetti economici e sociali dello sviluppo. La stessa società civile dovrebbe agire con maggiore attenzione ai contesti istituzionali e al dialogo transnazionale, cercando di far esprimere forze nuove nei paesi del Sud del mondo. Se si intende veramente costruire una nuova cooperazione dunque, occorre partire dall’analisi politica degli accadimenti degli ultimi anni , definire nuovi obiettivi per una convivenza mondiale e poi verificare quali strumenti a livello nazionale possano far realizzare i nuovi obiettivi. Questo è un percorso di riforma che dovrebbe essere compiuto al più presto. Le cose invece stanno andando in maniera opposta. 3. La necessità di un intervento immediato prima della crisi totale della DGCS . E’ indubbio che tra gli scarsi risultati dell’APS italiano e uno scenario di ripresa possibile anche a livello internazionale, vi sono delle distanze abissali che richiedono un mutamento politico generale. Tuttavia la stato attuale della DGCS è tale da richiedere un intervento immediato. La DGCS non può essere lasciata alla attuale incuria che la sta completamente divorando, sotto qualche spot di facciata. Recentemente i sindacati confederali sono stati costretti a numerose proteste e in particolare hanno sottolineato il crescendo delle “irregolarità” che vengono quotidianamente compiute e che consistono principalmente: a) nella crescente confusione dei ruoli e nella inefficienza che caratterizza tutti gli uffici della DGCS, aumentandone la mancanza di trasparenza; b) nell’uso indiscriminato e estremamente dispendioso, soprattutto in epoca di restrizioni di bilancio, di consulenze esterne, selezionate senza gare, anche in aree in cui il personale presente, appartenente a tutte le carriere del MAE, potrebbe fornire servizi adeguati; c) nella preoccupante e non trasparente modifica delle condizioni operative che si configurano come una riforma strisciante che spesso non viene condivisa neanche dai membri interni del Comitato Direzionale. Tutto questo mentre il rapporto OCSE/DAC di valutazione dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo italiano, redatto nel 2004, riconosceva la necessità di esprimere al più presto delle linee guida per l’azione di cooperazione allo sviluppo, dichiarava l’urgenza di promuovere procedure più semplici e più trasparenti e raccomandava di far uscire dall’assurda ghettizzazione, anche retributiva, il personale tecnico, responsabile della conduzione manageriale. In realtà l’attuale dirigenza della DGCS si è dedicata soprattutto a mascherare l’ampiezza della crisi, cercando di utilizzare gli ormai scarsi finanziamenti all’APS, per giustificare le irrealistiche ambizioni espresse dal Governo a cominciare dalla partecipazione italiana al Global Fund contro l’AIDS, che è stata dichiarata al di là delle possibilità oggettive del nostro paese di sostenere una spesa simile , in presenza di un dimezzamento di fatto delle spese di bilancio. L’acquiescenza dimostrata dagli ultimi due Direttori Generali alle pressioni politiche, spesso non motivate da nulla se non da aggiustamenti di poteri all’interno del Governo, non ha giovato alla DGCS che anche nella recente crisi dello Tsunami, si è ritrovata spiazzata dall’azione della Protezione Civile, che certamente sta andando al di là del proprio mandato, ma che comunque è diretta da ex esperti di cooperazione, che conoscono la materia. La confusione attuale è tale che può far tornare in mente la necessità di quelle misure che vennero adottate a metà degli anni novanta per la malacooperazione. In particolare fa pensare che a fronte della attuale decomposizione delle strutture operative, sarebbe auspicabile un commissariamento, magari operato attraverso un più stretto controllo del Comitato Direzionale interno allo stesso Ministero degli Affari Esteri, per fermare gli innumerevoli sprechi, per non raggiungere il fondo della cooperazione allo sviluppo di un paese che rimane pur sempre all’interno del G8 e che proprio in questi mesi si ritrova ad affrontare il problema della Riforma dell’ONU.

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 17/01/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2005

Lo tsunami della Farnesina e il futuro della cooperazione allo sviluppo

Il maremoto che ha mietuto, in senso quasi biblico, più di 150.000 vittime è una tragedia grave per tutta l’umanità di fronte alla quale è possibile solo l’esercizio della pietà e del lutto. Tuttavia quello che ne sta seguendo svela l’incapacità della politica attuale ad ogni livello, da quello globale a quello nazionale, di dare risposte adeguate ai bisogni della contemporaneità, tra cui anche quello di solidarietà e di giustizia. In Italia in particolare, dove la polemica tra Protezione Civile e Farnesina, ha fatto dimenticare quale fosse l’entità reale della posta in gioco. Infatti non si tratta di un episodico protagonismo, ma ha a che vedere con le possibilità del nostro paese di partecipare in modo efficace alla costruzione di una politica globale più umana e più giusta in un mondo in cui gli strumenti classici della politica estera, da soli, non bastano più per dare risposte adeguate ai problemi posti dalla globalizzazione. Lo stato di emergenza continua a cui il mondo sembra costretto, il costante indebolimento del ruolo dell’ONU, il crescere di nuovi soggetti, istituzionali e non, nella scena, sempre più ambigua, della solidarietà internazionale, dove quello che cresce è il protagonismo degli eserciti nelle guerre e nelle calamità naturali, dovrebbero far riflettere su quanto sta accadendo. Spesso invece, come nel caso dello TSUNAMI, l’aspetto “emergenziale” copre con un velo di falsa efficienza un processo di mutazione politica a cui anche la società civile più attenta fa fatica ad opporsi. E’ necessaria una riflessione approfondita su cosa sarebbe importante fare per rispondere all’emergenza e creare i presupposti perché tali emergenze non si ripetano. La mobilitazione di risorse che si è verificata è un segno prezioso dei sentimenti più profondi di solidarietà che animano i cittadini di tutti i paesi. Questi sentimenti impongono a chi è incaricato concretamente di realizzare i programmi d’aiuto di fare uno sforzo perché queste risorse servano davvero alle comunità locali colpite a ricostruire ciò che è stato distrutto, ed a farlo sopra tutto con modalità che riescano a rilanciare uno sviluppo più equilibrato ed umano, a far convivere meglio la gente ed a prevenire le conseguenze dei disastri in futuro. Ma svolgere azioni che vadano in questa direzione non è facile. I media già riferiscono largamente di fenomeni preoccupanti che rischiano di disperdere in forme d’aiuto inappropriate le tante risorse mobilitate. Si preferiscono gli aiuti aviotrasportati dai paesi più ricchi, quando si risparmierebbe tempo e denaro acquistando i beni necessari negli stessi paesi colpiti, dove si può trovare tutto ciò che è necessario. S’inviano costosi ospedali da campo completi di attrezzature ed équipe mediche che si occupano tardivamente di poche persone, quando, con quello che costano, si possono rafforzare i servizi sanitari esistenti che si sono comunque occupati tempestivamente della massa reale dei pazienti, con i pochi mezzi a disposizione. Si mandano farmaci, alimenti e beni d’ogni genere non richiesti, che si accumulano negli aeroporti e difficilmente saranno distribuiti. Si diffonde un allarmismo per epidemie di colera che non si verificano, mentre si passa sotto silenzio il lavoro immenso delle équipe sanitarie locali che cercano di rafforzare capillarmente le misure igieniche, le sole che veramente servono a prevenire le malattie. S’ignora lo sforzo delle migliaia d’insegnanti che riprendono a fare scuola in condizioni difficilissime. Si presentano le popolazioni come sbandate ed incapaci di provvedere a se stesse, ma si dimentica che oltre il 98% della gente sopravvissuta è stata salvata o messa in sicurezza da chi era già sul posto, prima dell’arrivo di qualunque aiuto esterno. Si esalta la generosità dei donatori, ma si sottovalutano i fenomeni di dipendenza, assistenzialismo e passività che molte delle loro forme d’aiuto inducono. Preoccupa sopra tutto, insomma, la scarsa attenzione per ciò che davvero conta: sostenere con rispetto e solidarietà la gente del posto ad essere protagonista della propria ripresa. Il caso dell’enfasi data all’infanzia ne è un caso esemplare. Si vogliono a tutti i costi adottare dei bambini, che molto spesso sono già presi in cura dalle famiglie allargate, senza rendersi conto che così facendo rischiamo di togliere a queste popolazioni anche la patria podestà. Questi limiti non sono casuali. Essi derivano da una visione della cooperazione che non è ancora basata su di una solidarietà invadente, che pretende di esportare i propri modelli di vita, di civiltà e di uso delle tecnologie, dimenticando il riconoscimento delle diversità .Nel caso del Sud Est Asiatico, il compito della cooperazione internazionale non è tanto di collaborare a ricostruire case, strade, ospedali e scuole, quanto di farlo in modo da evitare che prevalga la ricerca di vantaggi politici, ideologici, economici e d’immagine, la quale si traduce sempre in squilibri, discriminazioni e fenomeni di disgregazione sociale. Occorre favorire, al contrario, la responsabilizzazione delle comunità locali colpite ed occorre tenere conto delle esperienze di diversi paesi del sud che hanno già organizzato il collegamento tra le strutture di protezione civile centrali e le comunità locali per difendersi meglio dalle catastrofi e prevenirne le conseguenze. A fronte di queste necessità la Farnesina, istituzione deputata all’indirizzo della politica estera, non sa fare altro che mettere in campo un Tavolo di Coordinamento che suona più come una farsa che uno strumento operativo e costituisce una risposta debole e inefficiente al protagonismo della Protezione Civile. Nessuno, se si eccettua il responsabile della campagna SBILANCIAMOCI, a quel tavolo, peraltro riunito assai tardivamente, è riuscito a menzionare quali strumenti di politica estera sarebbero necessari nell’emergenza TSUNAMI. Un paese come il nostro infatti, definito di media potenza, dovrebbe dialogare con le agenzie ONU per il recupero di una azione internazionale coerente, in modo da operare scelte precise di politica di cooperazione utilizzando anche gli strumenti della macro-economia, come ad esempio la cancellazione del debito, ma soprattutto, rendendo più trasparente il processo di collaborazione tra gli attori pubblici e privati. Nulla di tutto questo sta accadendo. Una simile incapacità è dunque grave e va analizzata nell’insieme delle sue molteplici cause. Da un lato infatti, la mancanza di analisi sui mutamenti della politica estera e l’accentuazione degli aspetti militaristi sono da attribuire a scelte politiche effettuate dalla destra attualmente al governo. Dall’altro tuttavia, vi è una lunga storia di umiliazione delle strutture e delle risorse umane di cui il MAE dispone attraverso la DGCS, ovvero gli esperti di cooperazione, che sono costretti al silenzio anche in frangenti come questi in cui la loro capacità sarebbe estremamente necessaria per dare nuovamente al Ministero degli Esteri una leadership che sta inutilmente perdendo. In questa fase si ha l’impressione che l’ emarginazione di troppi esperti dell’UTC capaci, ma non omogenei alla attuale maggioranza, oppure semplicemente non disponibili a far passare programmi non finalizzati e trasparenti, sia dovuta a motivi esclusivamente politici. Dovrebbe inoltre far riflettere il fatto che strutture autonome, come la Protezione Civile sono gestite proprio da esperti di cooperazione e risultano efficienti e affidabili. Peccato che poi il problema del raccordo con la politica estera e la possibilità di una politica multilaterale di lotta alla povertà divenga ancora più grave, con un maggiore danno delle popolazioni che si vogliono aiutare.. Questo le ong più oneste e più avvertite lo sanno bene e guardano con sgomento allo scempio che si sta consumando di quel poco di politica di cooperazione che l’Italia era riuscita a costruire. A questo scempio tuttavia si dovrebbe reagire con forza, non solo perché da esso dipende il ruolo del nostro paese in una tragedia umana di grandi dimensioni, ma anche perché si sta consumando nella goffaggine e nel pressappochismo una riforma strisciante della cooperazione, dalla quale il nostro paese rischia di uscirne nella migliore delle ipotesi con l’efficienza “ginnica” della prime ore, ma, ancora una volta senza nessuna autorevolezza in ambito internazionale. Il fatto che l’Italia voglia “…fare da sola”, con i soldi dei privati cittadini, il recupero delle aree in cui “...è arrivata per prima “ (sic!) non è rassicurante. Di fronte a queste dichiarazioni fa indubbiamente problema il fatto che nessuno a sinistra si sia chiesto la legittimità di una manovra così ambigua e così sospesa tra pubblico e privato. Fa problema ancora maggiore il fatto che il nostro paese si muova, come se non esistesse un contesto multilaterale, con cui accordarsi o come se non esistessero in quelle aree problemi di carattere politico anche considerevole. Allo stato attuale invece non vi è una chiara programmazione, né un coordinamento reale in merito alla emergenza TSUNAMI . Dei 42 milioni di € messi a disposizione della società civile con gli SMS sappiamo che verranno spesi , soprattutto in Sri Lanka nelle aree di Galle e Trincomalee per: allestire campi e nutrire i profughi; riabilitare Scuole e Ospedali; avviare attività generatrici di reddito. Dei 70 milioni di €, messi a disposizione dal Governo, di cui nuovi sono solo 35 milioni, non sappiamo ancora nulla, se non che verranno utilizzati probabilmente per l’infanzia . Nulla sappiamo di cosa avverrà della cancellazione del debito, né di quale sarà la collaborazione effettiva con la Protezione Civile, né di quali saranno le procedure efficaci e trasparenti che si vorranno utilizzare. L’impressione è che la DGCS non sappia come muoversi offuscando così il ruolo di coordinamento del Ministero degli Esteri nel suo insieme. Quello che si potrebbe fare infatti , in questa come in altre emergenze, sarebbe ben altro. Si dovrebbe costituire una Task Force Interdirezionale alla Farnesina e si dovrebbe mettere l’Unità Tecnica Centrale a sostegno operativo di questa Task Force. La Task Force dovrebbe lavorare, in stretto contatto con le sedi diplomatiche interessate elaborando la raccolta dei dati operativi e soprattutto delle linee strategiche generali. La Task Force dovrebbe essere utilizzata per negoziare, in sede europea e multilaterale, non solo gli interventi di cooperazione e di emergenza, ma anche e soprattutto, le linee politiche generali da far valere in sede ONU. Organizzata secondo una simile prospettiva il coordinamento da parte del Ministero degli Esteri con la Protezione Civile e con la cooperazione decentrata e la società civile, sarebbe senza problemi e , soprattutto, l’Italia potrebbe presentarsi nelle sedi multilaterali con l’autorevolezza necessaria a richiedere la “democratizzazione” del Consiglio di Sicurezza. Il problema è se il ceto politico, sempre un po’ distratto e qualunquista quando si tratta di politica estera e in particolare quando si tratta di cooperazione allo sviluppo, sarà capace di seguire un dibattito approfondito su questi temi, oppure se continuerà a navigare sull’onda dell’improvvisazione.

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 17/01/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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