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Post di febbraio

17/02/2005

Appello per Giuliana Sgrena

La redazione del COSMOPOLITA esprime la propria solidarietà e il proprio impegno per la liberazione di Giuliana Sgrena, giornalista intelligente che con grande precisione ha seguito per anni le guerre del mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio. I suoi servizi sulla condizione delle popolazioni e in particolare delle donne vittime della violenza fondamentalista così come la testimonianza, sempre realistica e mai compiaciuta, sugli orrori delle guerre costituiscono un esempio di buona informazione. Recentemente il suo impegno, contro una ambiguo disegno di legge del Governo, per mantenere la possibilità alla stampa e agli operatori umanitari di lavorare nelle aree di conflitto armato, ci ha ulteriormente dimostrato quanto sia consapevole e ampia la sua professionalità. Solo una giornalista come lei, che non ama la guerra, è capace di mantenere uno sguardo attento e partecipe di fronte alle tragedie umane che continuano in luoghi da cui i media più potenti ci rimandano invece una desolante e vuota normalità armata. Per quello sguardo e per quella capacità di mantenere viva la comune umanità di uomini e di donne saremo presenti alla manifestazione del prossimo sabato 19 febbraio insieme a tutti quelli che come noi credono che la pace si prepara con le armi della politica e del dialogo e che lavorano perché nella collaborazione con le Nazioni Unite e nelle relazioni internazionali vi sia il massimo della trasparenza .

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 17/02/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/02/2005

La Danimarca ha scelto la sua strada

Per la prima volta nella storia danese un primo ministro di maggioranza liberale conservatrice viene rieletto nella carica di primo ministro. Ma la lettura del risultato elettorale è più complessa. Il voto rappresenta anche la definitiva sconfitta di una insapore socialdemocrazia che non riesce ad esprimere una vera forza di opposizione per tornare a governare. Osservazioni e analisi sul voto politico in Danimarca alla vigilia del referendum sulla Costituzione Europea. I risultati delle elezioni svoltesi in Danimarca determinano una svolta storica, ma anche alcune incertezze sullo sviluppo politico nel prossimo futuro. Lo schieramento di centro destra composto dal Partito Liberale, Partito Conservatore e Partito Popolare Danese ottiene 94 seggi mentre i Social Democratici, il Partito Socialista Liberale, la Lista Unitaria e i Socialisti Popolari ottengono 81 seggi. Fin qui la fotografia della situazione politica che emerge dal voto e che determina, per la prima volta nella storia danese, un blocco conservatore che governa per due legislature consecutive. Ciò provoca anche una crisi profonda della socialdemocrazia danese che há quasi ininterrottamente determinato le sorti politiche del paese per almeno mezzo secolo. Le dimissioni annunciate dal leader sconfitto Mogens Lykketoft sono state la conseguente assunzione di responsabilità: alcuni osservatori politici danesi esprimono la convinzione che se avesse lasciato prima i risultati elettorali sarebbero stati più favorevoli alla socialdemocrazia!! Ma il risultato danese permette di analizzare la tendenza politica che si è manifestata in un contesto europeo dove, ad eccezione della Spagna, sono avvenuti negli ultimi anni fenomeni di consenso sempre maggiori a partiti e tendenze politiche di estrema destra con connotazioni antieuropeiste e xenofobe (Austria, Italia, Francia e Germania). Il corpo elettorale danese e’ costituito da 4.000.296 votanti, con circa 400.000 elettori al primo voto e circa i 2/3 di questi giovani, secondo studi di società demoscopiche, hanno optato per formazioni del blocco progressista. Di conseguenza risulta chiaro come l’estrema destra reazionaria e xenofoba del Partito Popolare Danese (Dansk Folkeparti) abbia fatto il pieno dei consensi di chi teme un qualche intervento nel ricco stato sociale danese (cospicue indennità di disoccupazione, previdenza sociale estremamente vantaggiosa, pesanti limitazioni all’accesso di lavoratori stranieri). Al tempo stesso ci sono state molte polemiche sulle difficoltà che hanno incontrato i cittadini danesi all’estero che in molti casi non hanno potuto esercitare il diritto di voto. E’ il caso dei 30.000 cittadini danesi che vivono in Svezia (...e lavorano in Danimarca) che hanno subito tutta una serie di difficolta’ burocratiche che ha permesso solamente a 5.000 di loro di recarsi a votare: questo pendolarismo si è manifestato dopo la costruzione del ponte che permette un collegamento in 30 minuti in treno o macchina tra Copenaghen a Malmoe (Svezia) e che há consentito a migliaia di danesi di risiedere in Svezia anche a causa del costo della vita meno caro del 30%. Anche per questa ragione l’affluenza elettorale sebbene di livello (85%) e’ stata di circa 4 punti percentuali inferiore a quella del 2001. Lo schieramento di centro-destra mantiene la stessa maggioranza di seggi (94), guadagnando solamente lo 0,2% del consenso elettorale rispetto a quattro anni prima. I Liberali (Vestre) del Primo Ministro Fogh Rasmussen perdono 4 seggi (52), mentre ne guadagnano 2 i Conservatori (18) e 2 il Partito Popolare Danese (24 ). Una situazione che conferisce alle forze politiche di destra un oggettivo potere di veto e di interdizione su tutti i settori di intervento (immigrazione, guerra in Irak, costituzione europea). Nel centro-sinistra apparentemente il risultato è migliore di quello precedente: 81 a 77. I socialdemocratici perdono 5 seggi (47: minimo storico con il 25.9%), i socialisti-liberali ottengono un lusinghiero successo aumentando di 8 seggi la propria rappresentanza parlamentare (17) mentre il Partito Social-liberale viene leggermente ridimensionato com la perdita di 1 seggio (11) e la Lista Unitaria ne guadagna 2 (6). Il processo di forte polarizzazione elettorale che si è manifestato ha provocato anche una forte difficoltà in alcuni partiti intermedi che non hanno raggiunto la quota minima dei consensi elettorali (2%) per ottenere la rappresentanza nel Folketinget: i Cristiano Democratici che occupavano 4 seggi nella precedente legislatura ed i Verdi che hanno ottenuto solamente l’1%. Inizieranno adesso le trattative politiche per la formazione del governo: l’appoggio esterno dell’estrema destra del Partito Popolare Danese è stata offerta a Rasmussen in cambio del rifiuto alla nuova costituzione europea che prossimamente sarà sottoposta a consultazione referendaria. L’opposizione socialdemocratica sarà a congresso in aprile ed affronterà il tema di come cambiare passo rispetto ad una tendenza politica che la vede costantemente in perdita di immagine e consensi tra la popolazione: in tale ricerca è importante scegliere un segretario che indichi i contenuti di una marcata caratterizzazione sociale, culturale e politica, come non è avvenuto nel corso delle ultime due legislature rispetto allo schieramento di centro destra. Il confronto è già iniziato e vasti settori del partito già hanno avanzato la proposta di candidare alla carica di leader Mette Frederiksen, una donna di 27 anni, responsabile nel settore della cultura e diritti umani, che si confronta com altri esponenti come Frank Jensen e Henrik Dam Kristensen che hanno ottenuto un buon gradimento dagli iscritti socialdemocratici. La battaglia congressuale vedra’ confrontarsi due fazioni politiche “Nyrup” (fondamentalisti) e “Auken” (progressisti) che prendono i nomi da due esponenti di spicco che hanno occupato posti importanti nel partito e nei governi del passato.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 17/02/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/02/2005

L’insostenibile leggerezza del MAE

La Legge Finanziaria ed il bilancio di previsione per il 2005 confermano – pur nella loro opaca struttura e complessa lettura - una chiara ed amara verità già intuitivamente nota a gran parte del personale del MAE ed allo sparuto manipolo di osservatori degli strumenti istituzionali della politica estera nazionale: lungi dall’avviare un’operazione di rilancio delle risorse umane e finanziarie, l’arrivo di un Ministro politico di indiscutibile peso alla Farnesina coincide con una accentuazione del progressivo prosciugamento finanziario e smantellamento funzionale. Dall’analisi delle “quattro tabelle” che attribuiscono al Ministero le dotazioni finanziarie per l’anno in corso (A: Fondo Speciale di Parte Corrente; B: Fondo speciale di conto capitale; C: Stanziamenti autorizzati in relazioni a disposizioni di legge la cui quantificazione annua è demandata alla legge finanziaria; D: rifinanziamento di spese in conto capitale) si traggono alcune cifre interessanti: - gli importi disponibili per nuovi provvedimenti ammonteranno a 21 500. 000 € per il 2005 su un totale di 147 757.000 € assegnati in tabella A (poco meno del 15%).; - non è previsto uno stanziamento ordinario per acquisto, ristrutturazione e costruzione di immobili da adibire a sedi di rappresentanze diplomatiche ed uffici consolari, nonostante fossero stati richiesti 25 milioni di Euro. Questo significa che potranno solo essere ultimate alcune delle opere di ristrutturazione in corso, lasciandosi così degradare ulteriormente l’ingente patrimonio demaniale all’estero ; - lo stanziamento per la Cooperazione allo sviluppo passa dai 616 milioni di € del 2004 ai 588 milioni del 2005, i contributi agli enti di carattere internazionalistico da 7,2 milioni di € a 6,6 milioni, il sostegno per l’assistenza delle collettività italiane all’estero da 2,7 milioni di € a 2,5 milioni, il contributo al fondo per lo sminamento umanitario da 2,6 milioni di € a 2,4 milioni; - i capitoli dei consumi intermedi, quelli per il funzionamento dell’Amministrazione centrale e degli uffici all’estero, hanno subito fortissime decurtazioni, in alcuni casi addirittura del 50 % . Nonostante ciò, si continua a spendere per l’apertura di sportelli unici che, nella seconda parte dell’anno forse non avranno, come il resto delle sedi estere, i soldi per pagare le bollette telefoniche o della luce, rimanendo così inoperanti. La reazione dell’establishment ministeriale a questa raffica di riduzioni oscilla tra omertosi silenzi e surrettizi tentativi di avviare una operazione di alleggerimento del Ministero. Essa consisterebbe nel cedere attività operative ad Amministrazioni tecniche (insegnanti all’estero alla Pubblica Istruzione, pratiche consolari all’Interno, Istituti di Cultura all’omonimo Ministero) lasciando al MAE solo compiti nobili ed immateriali. Insomma la traduzione su larga scala dello sciagurato esercizio degli sportelli unici a costo MAE ed a gloria MAP (Attività Produttive). Perseverando nel disegno, si potrebbe continuare con la trasformazione della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo in Agenzia “esterna”, la definitiva spoliazione della D.G. per gli Italiani all’Estero da parte del Ministero per gli Italiani nel Mondo e via dicendo. Il grande progetto di riforma che avrebbe dovuto rilanciare la centralità del MAE come punto di coordinamento strategico della politica estera del Paese rischia quindi di trasformarsi nell’anticamera della marginalità e dell’irrilevanza. Esito non sorprendente per quanti avevano sempre diffidato del mito della riforma “ a costo zero” e della volontà e capacità dei Vertici politici ed amministrativi della Farnesina di avviare un effettivo rinnovamento che, ad esempio , facesse delle DG geografiche unità robuste e funzionati invece di gusci vuoti. Sarebbe interessante conoscere il parere su questi decisivi argomenti dell’attuale Ministro degli Esteri e poter confrontare opinioni e proposte.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 14/02/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/02/2005

I costi degli immigrati

In un commento, pubblicato su “Internazionale”, il Prof. Tito Boeri (www.lavoceinfo.it) stima in 500 milioni di Euro il costo annuale di amministrazione operativa per l’attuazione della legge Bossi – Fini (se mai fosse applicata integralmente, aggiunge Boeri). L’importo viene calcolato in relazione alla presenza in Italia di 2,3 milioni di immigrati, con previsioni di crescita sino a 3,5 milioni. La legge prevede che la durata dei permessi di soggiorno sia in relazione alla durata dei contratti di lavoro, generalmente breve; infatti, un immigrato cambia in media lavoro due volte all’anno e ciò comporta quindi la gestione annuale di circa 5 milioni di pratiche. Se per ogni pratica sono richieste tre ore di lavoro si arriva alla stupefacente “scoperta” di dover utilizzare 20.000 (ventimila) persone, cioè l’80% dell’attuale organico del Ministero dell’Interno! Il Prof. Boeri ha peraltro considerato soltanto il “versante italiano” del problema; come spesso accade, viene del tutto trascurato l’altro versante e cioè quello estero, che rientra nelle competenze della Farnesina. La situazione degli Uffici visti della nostra rete diplomatico - consolare è ben nota, al punto che siamo arrivati all’outsourcing (termine molto elegante che in italiano può anche essere tradotto con sub-appalto!) verso l’ENIT (in Cina, ad esempio). C’è però da sperare che il Ministro Fini dedichi un’attenzione particolare al problema visto che dovrebbe essere interessato alla corretta applicazione di una legge che porta anche il suo nome. Vi sono, inoltre, altre considerazioni: le entrate originate dalle richieste di visto costituiscono la principale fonte di entrate per il Ministero degli Affari Esteri, che peraltro non può utilizzarle neanche per le riparazioni urgenti o per rafforzare la sicurezza degli immobili in cui le pratiche vengono trattate. Sarebbe forse il caso di riflettere su tale situazione, anche sotto l’angolo della semplificazione delle procedure amministrative da tutti propugnata a parole e sino ad ora ostacolata nella realtà da quanti (Ministero dell’Economia in primo luogo) godono, con gli attuali meccanismi e procedure, rendite di “potere” e posizione che mal si adattano ad un’Amministrazione veramente moderna. Analoga riflessione può essere affidata a coloro che continuano ad operare per un Ministero “leggero”, libero da tutti gli aspetti “amministrativo – burocratici”, per poter veleggiare nell’empireo di analisi politiche che riprendono in genere dotte valutazioni dell’International Herald Tribune o raffinati articoli su “Le Monde”. E’ davvero difficile l’esistenza nel bianco palazzo sul Tevere per quanti propugnano invece un’Amministrazione efficiente e “completa”, secondo quanto si fa negli altri Paesi, in questo caso del tutto trascurati come modelli con i quali confrontarsi.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 14/02/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/02/2005

Ministro Cercasi..

Sono trascorsi ormai più di tre mesi da quando l’On. Fini ha assunto l’incarico di Ministro degli Esteri. Ha viaggiato parecchio, è stato molto impegnato dall’emergenza Tsumani e dalla lista degli italiani dispersi, ha dovuto occuparsi dalla celebrazione dei 10 anni di Alleanza Nazionale e sicuramente di innumerevoli altre questioni rilevanti sia a livello nazionale che internazionale. I n questo frangente la richiesta di incontro più volte sollecitata dalle Organizzazioni Sindacali è rimasta inevasa contravvenendo così ad una prassi consolidata che vede i nuovi Ministri ricevere, nel mese che segue l’assunzione delle funzioni, i rappresentanti del personale per ascoltare le loro richieste e aprire un confronto sui principali problemi aperti. C’è anche da dire che finora il Ministero degli Esteri non è mai stato “governato” da un Ministro che è presidente di un partito, partito che tradizionalmente non si è dimostrato incline al confronto sindacale: i tempi cambiano e anche le prassi più consolidate. Finalmente, per il 28 di questo mese, è stato programmato l’atteso incontro con il Ministro. Tanti sono i temi nell’agenda: dai fondi di bilancio abbondantemente tagliati dall’ultima finanziaria alle sempre più ridotte dotazioni organiche, da una progressiva perdita di competenze a favore di altri Ministeri alla situazione ormai comatosa in cui versa la nostra rete diplomatico-consolare per mancanza di personale e di risorse, dalla perdita di controllo sulle attività della cooperazione allo sviluppo alla necessità di mettere mano alla riorganizzazione delle strutture con il completamento della riforma iniziata nel 2000 e rimasta in gran parte inattuata. Da ultimo – ma certo di non secondaria importanza - si dovrà ricordare al Ministro l’urgenza di reperire risorse aggiuntive per incrementare gli stipendi del personale non diplomatico che sono tra i più bassi di tutta la pubblica amministrazione. L’impegno politico promesso ai Sindacati per la soluzione in particolare di quest’ultimo punto sia da Berlusconi che da Frattini non ha avuto infatti alcun effetto concreto. L’Amministrazione intanto sta progettando un’operazione di “alleggerimento” del Ministero degli Esteri con la “dismissione” ed il passaggio ad altre Amministrazioni di attività come il rilascio dei visti, le borse di studio, la scuola italiana all’estero. Anche e forse soprattutto su questa ipotesi portata avanti dai vertici della Farnesina, il Ministro Fini dovrà dire ai Sindacati cosa ne pensa e quale sia la strategia, se strategia c’è, per un rilancio del Ministero degli Esteri nella sua funzione di coordinamento della politica estera italiana.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 14/02/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/02/2005

RSU: primi incontri degli eletti CGIL

Sono trascorsi poco più di due mesi dalle elezioni per il rinnovo delle RSU. Sappiamo bene come sono andate, la CGIL ha conseguito un ottimo risultato. A tale proposito nei giorni scorsi abbiamo avviato delle riunioni per confrontarci con i nuovi eletti. Nel corso degli incontri sono emersi punti interessanti e degni di approfondimento: vi è una richiesta dai nostri eletti di partecipazione alla costruzione delle relazioni sindacali, di informazioni sulla loro sfera d'azione e rivendicano sempre più spazi d'iniziativa autonoma. Se vogliamo è questo l'aspetto più interessante, la loro, seppur ancora confusa legittima aspirazione, a divenire rappresentanti sindacali autonomi rispetto al sindacato nazionale, capaci di interagire con i lavoratori che direttamente rappresentano. In questa ottica è sempre più decisivo lavorare in stretto contatto affinché il livello di rappresentatività divenga uno degli strumenti rivitalizzanti per il Sindacato stesso. Parlando con le nuove RSU emerge un quadro di potenzialità notevoli che possono determinare un ulteriore rinnovamento dell'attività sindacale: la cessione di una parte consistente di 'sovranità' della struttura centrale della CGIL verso le RSU , e la necessità che ciò divenga uno strumento messo al servizio delle notevoli trasformazioni sociali in atto nel mondo del lavoro.

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14/02/2005

Timbuctu

La mitica Timbouctou, meta fantastica, ideale per viaggi fuori dal tempo e dall’ordinario, è tornata alla ribalta della cronaca nei giorni scorsi per un articolo pubblicato dell’International Herald Tribune che segnalava in prima pagina un’importante scoperta di ricercatori americani, per il contenuto di alcuni manoscritti ritrovati nella città delle sabbie. L’eccezionalità e l’importanza di quanto accertato dagli studiosi non risiede soltanto nel ritrovamento dei testi - miracolosamente conservati dal clima arido della regione per oltre cinque secoli - quanto al loro contenuto, che conferma l’eccezionale importanza della città quale crocevia di molteplici correnti di traffico: dalle carovane del sale a quelle dell’oro, dalle tristi spedizioni di schiavi ai pellegrinaggi religiosi verso mete fra le più disparate (e quindi non soltanto in direzione della Mecca). L’elemento che caratterizza gran parte dei testi evidenzia infatti un altro dato di particolare valore anche per noi, cittadini del mondo nel XXI secolo: le prime traduzioni ed interpretazioni illustrano infatti un mondo contraddistinto dalla convivenza pacifica e dall’incontro privo di tensioni tra popolazioni dalle tradizioni culturali, sociali e religiose tra le più diversificate. C’è da chiedersi, forse con un pizzico eccessivo di romanticismo ed ingenuità, se la scoperta stimolerà qualche riflessione in quanti, troppi, negli ultimi decenni hanno contribuito ad alzare steccati e creare barriere e muri un po’ ovunque nel mondo. E’ pur vero che abbiamo accettato come un evento quasi naturale che la patria di Ghandi divenisse una potenza nucleare ma c’è da sperare che nel villaggio globale anche un foglio ingiallito ritrovato tra le sabbie africane possa produrre effetti a catena, tali da far rinsavire i cercatori di ricchezze legate al dominio ed alla sopraffazione.

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14/02/2005

Quale TV?

La mia vuole essere una lettera rivolta a tutti coloro che vivono all’estero, agli emigranti che anni orsono hanno lasciato il nostro Paese in cerca di un futuro migliore, agli italiani che pagano le tasse e che probabilmente ignorano quanto del loro denaro venga speso a favore del mezzo di informazione per “eccellenza” che raggiunge via etere milioni di non residenti, per parlare di “Rai International”, della sua programmazione e della sua utilita’. razie al lavoro che svolgo, sono testimone, ormai da due anni, di un’emigrazione di ritorno verso l’Italia; avallando documenti di viaggio a lungo ambiti, epilogo di un lungo percorso burocratico che vede protagonisti le seconde e terze generazioni di italiani che desiderano far ritorno alla terra dei loro antenati come cittadini di serie A, assisto impotente al controesodo. Ebbene, credo che uno dei motivi di tanta determinazione nel voler rientrare sia l’immagine che il servizio d’informazione di Stato offre a chi, dell’Italia, a stento ne conosce l’idioma. I programmi in prima serata mostrano infatti un Paese patinato e superficiale, in cui inchieste, documentari, approfondimenti sulla realta’ socio economica del Belpaese, brillano per la loro assenza L’immaginario dell’emigrante di ritorno si arricchisce quindi di dati irreali, fuorviati da un lusso volgare e ostentato dagli innumerevoli show televisivi, da un qualunquismo generalizzato in cui merito e preparazione non sono certamente elementi vincenti. Spesso mi sono ritrovata a conversare con i miei interlocutori per cercare di capire quale sia la spinta a voler lasciare la propria terra, pur povera ma non matrigna, in cui chi s’impegna seriamente riesce a vivere dignitosamente la propria vita, la risposta piu’ frequente e’ quella del “facile” guadagno in euro. A nulla sembrano valere le mie osservazioni sul caro vita, sulla difficile situazione abitativa, sulle lunghe file di attesa per nidi, asili materni e ospedali, sul difficile accesso al mercato del lavoro. In Argentina, il Paese che mi ospita, si contano sulle dita i giovani che accetterebbero di svolgere un lavoro dequalificato, spesso lasciato ai meno fortunati boliviani, e’ dunque attraverso questa lettera che vorrei sensibilizzare i lettori a raggiungere, in via telematica o telefonica, il sistema televisivo internazionale italiano, sottoponendo le proprie esigenze di pubblico sensibile e alfabetizzato, chiedendo a gran voce di essere trattati come cittadini di serie A sin d’ora, abituati a trasmissioni “live” e non a repliche serali di programmi di pseudo servizio o di sportello che, di rispetto nei confronti del cittadino italiano residente all’estero, ne dimostrano ben poco.

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Di Il Cosmopolita il 14/02/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/02/2005

Speranze ed incognite in Medio Oriente

Le analisi ottimistiche sembrano al momento prevalere rispetto a valutazioni più prudenti e meditate sulla situazione e sulle prospettive nelle due principali aree di crisi che ci troviamo ad affrontare: quella irachena e quella israelo -palestinese. E’ indubbio che lo svolgimento delle elezioni in Iraq e gli incontri di Sharm el Sheikh costituiscano due importanti fattori che possono marcare una svolta per entrambe le situazioni; è peraltro altrettanto evidente che siamo semplicemente all’inizio di un percorso che non può che essere definito lungo e tortuoso, per quanto banale possa apparire tale valutazione. Le reciproche aperture di Abu Mazen e Sharon costituiscono segnali di rilievo perché entrambi i leader possono contare su un sostegno ampio e rafforzato: con il recente processo elettorale per quanto riguarda il primo, con la coalizione allargata nel caso del Primo Ministro israeliano. Le affermazioni delle liste di Hamas a Gaza e le manifestazioni dei coloni a Gerusalemme sono peraltro segnali che indicano con chiarezza la complessità delle prove da affrontare prima di poter affermare di essere di nuovo sulla strada del dialogo e di un negoziato concreto, tale da restituire speranza ai palestinesi e sicurezza agli israeliani.. Sullo sfondo rimangono infatti le incognite della situazione di Gerusalemme Est, degli insediamenti in Cisgiordania e del diritto al ritorno dei palestinesi della diaspora. Gli israeliani continuano a ribadire con forza la determinazione a fare della Città Santa la loro capitale “esclusiva”, proseguendo inoltre nella loro azione amministrativa e legale mirata alla progressiva appropriazione di porzioni di territorio nelle zone centrali; con altrettanta determinazione da parte palestinese viene ribadito il concetto di voler fare dell’area Est di Gerusalemme la capitale del nuovo Stato. Quanto le abili mosse israeliane di ampliare – sempre sotto il profilo amministrativo – l’area della Grande Gerusalemme possano facilitare l’avvio di una discussione al riguardo e lasciar trasparire, sia pure in prospettiva, una soluzione al riguardo lo sapremo nei prossimi mesi. Gli oltre duecentocinquantamila coloni presenti in Cisgiordania rappresentano invece un problema che le due parti non potranno risolvere senza il sostegno internazionale; anche a voler considerare soltanto gli aspetti economici - trascurando quindi la difficoltà di trasferimenti di popolazioni che in molti casi richiederebbero l’uso dell’esercito - appare infatti evidente come gli indennizzi da riconoscere ai coloni potranno essere corrisposti soltanto facendo ricorso agli aiuti internazionali, secondo formule che al momento nessuno appare in grado di delineare. Per la diaspora palestinese la questione appare rovesciata rispetto a quella precedente: i simboli e la componente politica sono dominanti rispetto alla dimensione economica; anche in questo caso l’individuazione di soluzioni tali da non superare la soglia della “non accettabilità” per la maggioranza degli esuli non appare semplice. Il ricorso alle formule, appena abbozzate, dell’esercizio di Ginevra non appare infatti praticabile, almeno nel breve periodo e richiederebbe comunque un forte impulso esterno che al momento né gli Stati Uniti né l’Unione Europea – per non menzionare la Lega Araba – appaiono desiderosi o in grado di imprimere. Ancora una volta quindi, le ali moderate dei due schieramenti si trovano ad affrontare una situazione incancrenita dal perdurare dell’occupazione e dal conseguente innescarsi della micidiale ed inarrestabile catena del terrorismo e delle rappresaglie. Quali spiragli riusciranno ad attivare ed ampliare i negoziatori israelo – palestinesi non è possibile prevedere; c’è solo da augurare che gli altri principali attori del gioco non si limitino al ruolo di semplici osservatori ma partecipino attivamente alla ricerca di una soluzione. Le emozioni che avvertono gli spettatori di un recente film di successo proprio sulla situazione in Palestina non possono, ovviamente, essere di guida per i governi; è però essenziale che soprattutto a Washington e Bruxelles venga percepita pienamente la tensione che anima nuovamente i responsabili di Tel Aviv e Ramallah per rimettere in moto un meccanismo fermo da troppo tempo. Le altre elezioni svoltesi sotto occupazione, quelle in Iraq, hanno suscitato commenti generalmente positivi, pur in presenza di forti e legittimi dubbi su liste elettorali di incerta origine e consistenza, assenza di osservatori internazionali, astensione di una larga maggioranza della componente sunnita. Su questo quadro, di per sé non incoraggiante, aleggia inoltre il tentativo del Presidente Bush (e dei suoi alleati) di far dimenticare che le premesse sulle quali era fondata la giustificazione per l’intervento militare sono risultate del tutto errate o, meglio, false. Nel momento in cui viene avviato un esperimento di “processo democratico”, sia pure parziale e distorto, in un Paese la cui storia e composizione etnica è di grande rilievo per tutta l’area circostante, appare essenziale individuare alcuni punti di riferimento, alcune linee guida per evitare altre deviazioni ed errori, tali da compromettere ulteriormente la stabilità della regione. Il carattere di “lotta del bene contro il male“ attribuito dalla dirigenza statunitense, quanto meno dalla componente più radicale, all’intervento in Iraq è un concetto lontano ed incomprensibile per la quasi totalità della popolazione irachena; la presenza di numerose componenti etniche, ripartite a loro volta in molteplici gruppi tribali, ha da sempre costituito una ricchezza (ed un problema) per il Paese. Gli equilibri politici, economici e sociali venivano infatti raggiunti a seguito di consultazioni e dibattiti interni ad ogni gruppo e successivamente mediati su scala nazionale, secondo un approccio certamente arcaico e non democratico secondo i principi occidentali; ma in ogni caso rispettoso delle tradizioni e dei valori assimilati da secoli in quelle popolazioni. La rottura traumatica di tali equilibri non può che provocare instabilità, con il conseguente diffondersi di fenomeni terroristici e di delinquenza comune che gli eventi in Iraq testimoniano drammaticamente. Ricucire in breve tempo il tessuto di una società già provata e devitalizzata da un regime dittatoriale pluridecennale è impresa impossibile; di ciò dovrebbero prendere atto gli americani che già devono rispondere della pesante responsabilità di aver ingannato l’opinione pubblica internazionale ed illuso le popolazioni irachene. E’ evidente quindi l’esigenza di lanciare segnali concreti in direzione di un disimpegno (= ritiro delle truppe) che non può essere rinviato a date incerte se si vuole ottenere che gli iracheni collaborino davvero nella lotta al terrorismo. Parallelamente dovrà essere delineato un piano di progressivo trasferimento di sovranità “reale” al nuovo governo iracheno, in particolare modificando molti degli “editti” dell’epoca di Bremer che hanno di fatto assicurato agli americani il controllo assoluto dell’economia irachena. Si tratta di meccanismi da attivare con grande delicatezza, per tener conto, da un lato, delle esigenze di sicurezza che un ritiro affrettato potrebbe compromettere e, dall’altro, di rendere troppo evidente agli occhi “dell’agricoltore del Mid West” le perdite che, anche sotto il profilo economico, l’intervento in Iraq ha provocato in alcuni settori dell’economia statunitense. Il fattore tempo costituisce sempre più un elemento essenziale nella vicenda irachena: la rapidità con la quale gli americani sapranno sfruttare il positivo elemento introdotto dalle elezioni, consentirà di segnare un vero punto di svolta nella vicenda; se a Washington dovessero invece prevalere – e questo sembra purtroppo il caso – i gruppi di pressione interessati ad utilizzare l’intervento in Iraq secondo logiche di crociata contro il male o di puro interesse economico, la partita diventerà molto più complessa e pericolosa. In un simile contesto l’azione dei Paesi amici ed alleati degli Stati Uniti si rivelerà essenziale: non a caso il Primo Ministro inglese ha da tempo avviato un’azione moderatrice mirata a prevenire azioni intempestive nei confronti di Teheran. Sarebbe forse il caso di riflettere, anche per quanto riguarda il nostro Paese, sulla possibilità di indicare con chiarezza ai nostri alleati il percorso che ci sembra più idoneo ad uscire dalla crisi irachena; gli sterili dibattiti parlamentari in occasione del periodico rinnovo del decreto che autorizza la permanenza delle nostre truppe in Iraq non aiutano certo il nostro governo in tale direzione. Non appare utopistico peraltro immaginare un lavoro condiviso con l’opposizione per giungere ad una proposta organica, da sostenere con coerenza in ambito internazionale. Avviare un’iniziativa in tal senso costituirebbe la migliore risposta al neo Segretario di Stato americano che, invertendo la classica formula di von Clausewitz, ha recentemente annunciato l’avvento del tempo della diplomazia.

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 14/02/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

03/02/2005

Il caso della Danimarca alla vigilia delle elezioni politiche

Quale è la situazione attuale delle democrazie nord europee. E soprattutto quali sono le reazioni di quelle opinioni pubbliche di fronte ai forti fenomeni migratori, alle modificazioni economiche, alle sfide che impone il progetto della nuova Costituzione Europea ed al coinvolgimento di alcuni stati nordeuropei nella guerra in Irak. La socialdemocrazia scandinava sta faticosamente cercando la sua strada. Poche offerte politiche sono a disposizione degli elettori danesi nelle prossime elezioni poltiche convocate per il prossimo 8 febbraio. Il caso della Danimarca si inquadra nella situazione dei paesi scandinavi che vede la Svezia governata dalla socialdemocrazia, la Finlandia con un governo di coalizione di centro sinistra composto dal Centre Party, il Partito Socialdemocratico ed il Partito Popolare e la Norvegia da un governo di minoranza di centro destra formato dal Partito Democratico Cristiano, il Partito dei Conservatori ed il Partito Liberale. La fase politica attuale della Danimarca viene caratterizzata da alcune scadenze che permettono di analizzare compiutamente la sua pozione internazionale. Il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen ha convocato le elezioni politiche generali per il prossimo 8 febbraio e successivamente si terrà il referendum sulla nuova costituzione europea (orientativamente a giugno 2005). L’attuale quadro politico, definito nelle ultime elezioni politiche del 2001, è contraddistinto da una maggioranza di centro destra composta dal Partito Liberale (55 seggi), Partito Popolare Conservatore (16 seggi) appoggiati esternamente dall’ultraconservatore Partito Popolare Danese (22 seggi); all’opposizione si trova il Partito Socialdemocratico (52 seggi), il Partito Popolare Socialista (12 seggi) e la Lista Unitaria (4 seggi). Le altre due formazioni politiche rappresentate nel Folketinget (Parlamento Danese) sono il Partito Democratico Cristiano (4 seggi) e Partito Social Liberale, inclusivo anche della lista Radicale, (9 seggi). Il sistema costituzionale danese include anche altri 8 membri, che troviamo tra i deputati indipendenti o quelli eletti nei territori autonomi della Groenlandia e delle Isole Farøer. Il sistema elettorale danese è basato sul sistema proporzionale con uno sbarramento del 2% dei voti. La Danimarca è una monarchia-costituzionale con un parlamento monocamerale di 179 membri, una popolazione di 5 milioni e 300 mila abitanti ed è diviso in 14 regioni e 273 municipalità che amministrano i servizi pubblici (trasporti urbani, salute, educazione); il paese produce il più alto reddito procapite della UE ed un tasso di disoccupazione del 7% con un’area coltivabile che occupa i 2/3 del territorio. L’industria locale occupa il 20% della popolazione mentre risulta economicamente importante il settore della pesca. Dopo le scoperte di giacimenti petroliferi la Danimarca è diventata autosufficiente, accrescendo le esportazioni di idrocarburi e gas. All’avvio della campagna elettorale le due parti hanno lanciato i rispettivi programmi di governo. I temi che sembrano attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica sono quelli legati al lavoro, welfare ed immigrazione ed è su questi argomenti che la socialdemocrazia ed i suoi alleati stanno tentando faticosamente di risalire la china rispetto a sondaggi che danno la coalizione di centro destra in vantaggio di cinque punti percentuali. I temi di maggiore ascolto – istruzione, difesa, enti locali, tasse – sembrano monopolizzare l’attenzione della gente. Al contrario la politica estera non sembra avere una particolare presa sull’elettorato: ed è un argomento di particolare importanza: il paese ha inviato il proprio esercito in Iraq (550 soldati a Bassora sotto il comando britannico) accanto alle forze americane. I socialdemocratici le ritireranno se andranno al potere rimpiazzandole con una presenza civile ed umanitaria di sostegno alle popolazioni dell’area mediorentale. A prima vista questa sembra essere l’única grande differenza fra i programmi politici dei liberali e dei socialdemocratici. In realtà negli ultimi giorni l’opposizione socialdemocratica ha assunto una posizione più radicale sul tema del lavoro (gli indicatori economici del 2004 danno al 7% il tasso di disoccupazione) con il suo programma economico alternativo “Made in Denmark”: per far questo non è stato escluso il ricorso all’aumento della tassazione diretta ed indiretta. Altro tema centrale nel dibattito elettorale è quello della limitazione del duro regime immigratorio (dalle regole di ingresso di extracomunitari fino al diritto di residenza di coniugi di cittadini danesi anche se comunitari) sul quale fondamentalmente si assiste ad una convergenza tra i due maggiori partiti (Liberali e Socialdemocratici) con l’opposizione dei partiti più piccoli del centro sinistra (Social-Liberale, Popolare Socialista e Lista Unitaria). La situazione economica presenta un quadro generale estremamente positivo: variazione del PIL del 2,4 rispetto al 2003, inflazione all’1,4%, un basso debito pubblico al 40% del PIL, il più alto surplus di bilancio ed un sostanzioso avanzo di parte corrente. Nonostante questi dati economici alcuni argomenti potrebbero ancora rendere possibile un ribaltamento dei sondaggi elettorali: la notizia dell’accusa dei giudici militari a 5 soldati danesi di maltrattamenti nei confronti di prigionieri iracheni e la maggiore attenzione sui temi economici e sociali. La debolezza elettorale dei socialdemocratici sarebbe accentuata soprattutto dalla difficoltà che avrebbe il suo leader Mogens Lyketoff di esercitare una forte leadeship sull’elettorato progessista. L’accusa è stata quella di aver usato le recenti elezioni europee (vinte dallo schieramento di sinistra) per liberare il campo progressista da possibili leaders antagonisti attraverso la loro elezione nel Parlamento Europeo. Alcuni settori del partito vorrebbero utilizzare i possibili risultati negativi di questa scadenza elettorale per operare un profondo rinnovamento dei suoi gruppi dirigenti. Per adesso i sondaggi danno una differenza nei due schieramenti del 5% di voti a vantaggio della coalizione di centro-destra. E nonostante ciò nel 1998 i socialdemocratici vinsero miracolosamente le elezioni politiche nonostante i sondaggi preelettorali avessero previsto lo stesso svantaggio di oggi.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 03/02/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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