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Post di giugno

10/06/2005

I dieci anni del dialogo di Barcellona: Realtà o illusioni?

Nonostante ripetute dichiarazioni formali di interesse per il dialogo fra le culture e le civilizzazioni, gli organi di informazione europei continuano regolarmente ad ignorare quello che rappresenta sino ad oggi uno degli strumenti più innovativi posti in essere dall’Unione Europea verso i Paesi della riva sud del Mediterraneo: il dialogo di Barcellona. La Conferenza Euromediterranea di Lussemburgo (30-31 maggio) che ha riunito i 35 Ministri degli Esteri dei Paesi membri, incaricati di ridare slancio all'iniziativa, è stata di fatto ignorata dalla stampa e dagli organi radiotelevisivi; tale situazione è molto preoccupante, soprattutto nella prospettiva delle celebrazioni che si svolgeranno in Spagna nel novembre prossimo per marcare il decimo anniversario della firma della dichiarazione di Barcellona. Molto probabilmente un’eccessiva burocratizzazione del programma ha contribuito a determinare tale situazione, ma è indubbio che anche la predilezione degli organi di informazione per argomenti di forte richiamo rispetto ad analisi più meditate ha portato ad ignorare una processo che rimane pur sempre uno strumento insostituibile nel mantenere vivo un dialogo approfondito in campo politico economico e sociale tra Paesi impegnati ad affrontare una complessa situazione di instabilità della regione. E’ straordinario il divario di interesse suscitato dall'iniziativa americana per il “Grande Medio Oriente” - che nei mesi scorsi ha attirato l'attenzione di tutti gli organi di informazione - ed il trattamento riservato al Processo di Barcellona, sino ad ora, come detto, generalmente ignorato. Nel primo caso si tratta di un esercizio ancora allo stato embrionale, non definito con precisione neanche per quanto riguarda l'area di applicazione; il dialogo euro mediterranea ha invece una storia decennale, densa di contrasti ma anche di successi. Se sul piano politico è indubbio infatti che lo stallo o addirittura il peggioramento della situazione relativa al processo di pace non ha consentito progressi significativi, è altrettanto indubbio che in campo economico ed ancor più in quello culturale il processo di Barcellona può contare su risultati quantomeno non deludenti. Le risorse trasferite da Bruxelles verso la riva sud sono state ingenti e dirette verso settori prioritari quali i servizi di base, le infrastrutture, il trasferimento di tecnologie; in campo culturale le collaborazioni tra università e centri di ricerca hanno creato una prima rete euro - mediterranea estesa e consolidata. Il recente lancio della Fondazione euro - mediterranea per il dialogo tra culture, primo organismo ad avere la propria sede in un Paese del Sud - in questo caso ad Alessandria d'Egitto - costituisce indubbiamente un altro segnale positivo, sia pure in presenza di una modesta attribuzione di risorse, non ancora all’altezza delle ambizioni del programma. Un quadro così variegato avrebbe dovuto risultare di maggiore interesse per gli organi di informazione ed è proprio in tale direzione che stanno ora concentrando la loro attenzione i 35 partners: per avviare iniziative particolarmente significative ai fini di una maggiore visibilità del processo, in particolare presso le opinioni pubbliche interessate. Nei prossimi mesi saranno quindi attivati strumenti capaci di portare all’attenzione del grande pubblico i risultati dei primi 10 anni di vita del dialogo, non mancando inoltre di ben delineare le prospettive legate ai nuovi strumenti finanziari di cui si doterà l'Unione Europea nel periodo 2007-2013. Il confronto con i partner, in particolare quelli arabi, è certamente serrato ed irto di difficoltà ma resta pur sempre vero che il dialogo a 35 rimane tuttora l'unico quadro di riferimento a disposizione dei governi e dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo per continuare il complesso esercizio del confronto fra le rispettive opinioni, modelli di vita e civilizzazioni. È pertanto auspicabile che pur nell’aridità delle formule diplomatiche utilizzate nei documenti euro mediterranei gli addetti all'informazione sappiano cogliere quanto di positivo risulta da un confronto che rappresenta uno strumento indispensabile per diminuire i rischi di uno scontro da tanti paventato. Le lunghe ed articolate dichiarazioni che emergono regolarmente dalle conferenze ministeriali costituiscono da un lato la formula inevitabile per mantenere aperti ed operativi canali di comunicazione a livello elevato; dall’altro permettono di evidenziare timidi segnali di apertura e di convergenza in settori una volta oggetto di dispute: dialogo politico, diritti umani, rispetto delle minoranze, ruolo della donna, protezione dei minori, lotta comune alla criminalità organizzata ed ai traffici illeciti. Il settore più promettente di collaborazione rimane comunque quello del dialogo fra le culture, di cui la già citata fondazione costituisce un elemento portante. L'affermazione, attribuita forse in maniera artificiosa ad uno dei padri fondatori dell'Europa, secondo la quale il processo di unificazione avrebbe dovuto essere avviato partendo dalla cultura e non dall'economia o dalla politica, è particolarmente vera per il dialogo euro mediterraneo; la costruzione di un avvenire comune passa necessariamente attraverso l'individuazione di valori gradualmente condivisibili ed è in questa direzione che la scommessa avviata nel 1995 a Barcellona dovrà essere vinta. In tale contesto, ciò che appare confortante è il consenso che i partecipanti alla Conferenza di Lussemburgo sono riusciti a raggiungere intorno al documento finale; è la prima volta che ciò accade in dieci anni di dialogo ed è un incoraggiante tassello per la costruzione euromediterranea: che rimane composita e fragile, in sintonia peraltro con un mondo dominato da elementi estremamente mobili quali il mare ed il vento.

ARCHIVIATO IN Internazionale

Di Il Cosmopolita il 10/06/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/06/2005

Molestie sessuali? No grazie

La direttiva del Consiglio della Comunità Europea del 1990 finalmente è stata recepita anche dall'Italia. Di conseguenza la nuova legge che regolamenta le molestie sessuali nei luoghi di lavoro, intesa non solamente come mero apprezzamento fisico rivolto alla persona, ma come 'ogni atto o comportamento, anche verbale, a connotazione sessuale o comunque basato sul sesso che sia indesiderato e che di per sé ovvero per la sua insistenza sia percepibile secondo ragionevolezza, come arrecante offesa alla dignità e libertà della persona che lo subisce...', è stata approvata dai due rami del Parlamento. L'Università di Roma 'La Sapienza' ha svolto un'indagine sulle molestate ed i numeri sono apparsi allarmanti: si calcolano in oltre settecento mila le italiane che hanno subito molestie sul lavoro e che, per quieto vivere, hanno finora taciuto. Il campione maggiormente colpito sembra sia formato dalle pubbliche dipendenti di età compresa fra i 25 e i 40 anni. Il molestatore è stato anche lui oggetto di studio. Il criminologo dott. Marco Strano, collaboratore di Psichiatria dell'Università Cattolica di Roma, ne ha individuati tre tipi, il 'seriale' che agisce spinto da un impulso incontrollabile, l'occasionale' e il 'semiconsapevole'. I tredici articoli di cui si compone la nuova legge, vertono su molestie sessuali, ambito di applicazione, nullità di atti discriminatori, obblighi del datore di lavoro, competenze dei/delle consigliere di parità, conseguenze di comportamenti scorretti, dimissioni per giusta causa, responsabilità disciplinare, azioni in giudizio, pubblicazione del provvedimento pretorile, azioni positive e attività d'informazione, nullità dei provvedimenti di ritorsione, assemblee. Essi pongono fine ad anni di vessazioni, minacce, ricatti, a quel mobbing sottile e perverso, per altro già riconosciuto dall'Inail come fonte d'infortunio e di malattia professionale, di cui, in qualità di pubblica dipendente posso testimoniare l'esistenza. Il Parlamento Europeo ha nel frattempo approvato l'inversione dell'onere della prova, direttiva ancor più rivoluzionaria della nostra 'nuova' legge sulle molestie sessuali. Essa prevede infatti che in caso di denuncia per molestie, dovrà essere il molestatore, 'seriale' 'occasionale' o 'semiconsapevole' a dover difendersi e non già chi denuncia, a dover dimostrare di aver subito molestie. La direttiva andrebbe recepita in tre anni dai paesi membri dell'Unione Europea, noi italiane e pubbliche dipendenti ci auguriamo tutte di non dover attendere ulteriori quindici anni perché il nostro Paese la adotti.

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 10/06/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

06/06/2005

Voto all’estero: il solito pasticcio all’italiana

Il 12 giugno si voterà anche all’estero sui quattro quesiti referendari relativi alla Legge 40 del 2004 sulla procreazione assistita. Viene subito da chiedersi quanti elettori residenti all’estero conoscano l’oggetto della consultazione e la portata effettiva dell’eventuale abrogazione delle quattro norme su cui essa verte, se anche qui in Italia, a parte gli addetti ai lavori, l’approccio alla materia è piuttosto ostico. E’ facile quindi prevedere che la partecipazione al voto degli italiani all’estero sarà bassissima, tanto più che saranno chiamati a pronunciarsi su norme che mai saranno applicate a loro, in quanto soggetti alla disciplina dell’ordinamento del Paese in cui vivono. Eppure, la presenza dei connazionali all’estero negli elenchi elettorali – quasi tre milioni – inciderà tantissimo nel raggiungimento del quorum, su cui si giocherà – prima e più che sul confronto tra si e no – l’esito del referendum. E intanto la macchina elettorale è già in moto, sia pure in mezzo a molteplici difficoltà, e dovrà funzionare per garantire (o cercare di garantire ..)la possibilità di voto a tutti gli aventi diritto, con gravi ripercussioni sull’attività dei nostri uffici consolari, già drammaticamente a corto di risorse finanziarie ed umane e che, impegnati nell’esercizio a pieno organico, vedranno crearsi o accrescersi arretrati nel lavoro ordinario. Questa è solo una delle incongruenze, non di una legge, ma di tutto il sistema degli italiani all’estero. Infatti, la Legge 459 del 2001 sul voto all’estero, pur imperfetta, come vedremo, non ha fatto altro che rendere effettivo un diritto costituzionalmente previsto e riconosciuto dalla maggior parte dei Paesi europei. Ciò che genera tali incongruenze è la sua combinazione con la legge 91 del 1992 che, conservando il principio della trasmissione della cittadinanza jure sanguinis, introduce la possibilità di conservare la cittadinanza italiana anche in presenza di un acquisto di cittadinanza straniera e ne favorisce il riacquisto da parte di chi l’ha perduta, senza tenere conto della storia e delle caratteristiche dell’emigrazione italiana o semplicemente senza aver valutato bene i propri effetti. Infatti, è in base a tale legge, alla possibilità di doppia cittadinanza esistente in molti Paesi ed all’utilità di avere un passaporto europeo – di recente scoperta soprattutto nei Paesi latinoamericani - che si ritrovano ad essere italiani e quindi elettori molti discendenti di emigrati ormai completamente integrati nel Paese in cui vivono e completamente alieni alla realtà italiana. Ma tant’è! Anche un’eventuale modifica della normativa sulla cittadinanza non potrebbe incidere sui diritti acquisiti e quindi occorre convivere con il “problema” cercando di neutralizzarne o quantomeno limitarne gli effetti negativi. Esaminiamolo, allora, questo meccanismo del voto all’estero ed iniziamo a preoccuparci seriamente, perché se ora si vota per i referendum – pur se su argomenti di notevole rilevanza – nel 2006 si voterà per eleggere 12 deputati e 6 senatori. I motivi di preoccupazione sono tanti, tra cui la mancanza di risorse finanziarie per dotare i nostri consolati del personale e dei mezzi per affrontare adeguatamente la prova e, di converso, alcuni sprechi che il meccanismo attualmente comporta, come l’invio della Legge sul voto ad ogni consultazione. Ma l’allarme maggiore è suscitato da due aspetti che, se non corretti in tempo, rischiano di inficiare il risultato elettorale: gli elenchi degli elettori e la segretezza del voto. L’elenco degli elettori della propria circoscrizione viene fornito ad ogni ufficio consolare dal Ministero dell’Interno, sulla base dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) dei comuni. Ma l’esperienza delle passate tornate elettorali ha dimostrato la loro inaffidabilità. Innanzitutto sono incompleti in quanto non vi compare una buona parte degli iscritti all’anagrafe dei Consolati che sicuramente dispongono di dati più aggiornati. In secondo luogo, vi compaiono, nonostante l’apprezzabile lavoro di bonifica svolto dal personale dei nostri uffici consolari in raccordo con i comuni, molte persone decedute, rimpatriate, trasferitesi in altre circoscrizioni o semplicemente ad altro indirizzo. Addirittura sono stati segnalati casi di elettori privi di cittadinanza. Vi è, infine, il caso di elettori che compaiono due volte nell’elenco per minime differenze dei dati anagrafici, pur essendo la stessa persona. Che fine fanno i plichi indirizzati a queste persone? Nessuno può dirlo. Certamente possono essere utilizzati da chiunque ritiri il plico ed essere ritrasmessi per posta come voti regolari. L’entità del fenomeno è incredibile. Il disallineamento tra schedari consolari e quelli dei comuni nel referendum del 2003 è stato attorno al 50%! Ora pare che l’allineamento abbia superato il 65%, ma la situazione resta gravissima se si pensa che più di un terzo degli aventi diritto non potrà esprimere il proprio voto e che invece si avranno voti a nome di deceduti o trasferiti provenienti da chissà chi. Si è riconosciuto un diritto, ma una larga fetta di cittadini non è messa in condizione di esercitarlo. Con tale premessa, come considerare regolare l’elezione di 18 membri del Parlamento? Il secondo aspetto di grave preoccupazione è che il sistema per corrispondenza previsto dalla legge non garantisce la segretezza del voto e la sua provenienza dall’avente diritto. Nei giorni che intercorrono tra la ricezione del plico contenente le schede elettorali e la loro ritrasmissione all’ufficio consolare, il connazionale è soggetto ad ogni tipo di pressione: le associazioni, i patronati, i vari “notabili” possono facilmente indirizzare il voto, avvalendosi dell’ “ignoranza” dell’elettore e del suo scarso interesse per la consultazione elettorale. Tutto questo avverrà sicuramente, ma siamo ancora nella migliore delle ipotesi. Cosa dire, infatti, delle case di cura e dei centri di assistenza dove spesso gli anziani hanno la residenza e qualcuno gestisce direttamente la loro corrispondenza? Ancora maggiori sono le possibilità di inquinamento del voto nei Paesi con un servizio postale inaffidabile. Chi può escludere, infatti, che i plichi elettorali giungano in mani diverse da quelle dei legittimi destinatari, vuoi per semplici disservizi o perché “comprati” dal postino o dalla società di spedizione? In sostanza, chiunque venga in possesso delle schede elettorali può votare al posto dei connazionali e nessuno sarà mai in grado di accertarlo. I referendum sono alle porte, ma per le elezioni politiche dovrebbe esserci ancora tempo. Quali correttivi intende apportare il Governo al sistema del voto all’estero per assicurarne l’esercizio a tutti e garantirne regolarità e credibilità?

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Di Il Cosmopolita il 06/06/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/06/2005

Diciotto mesi on line

A diciotto mesi dalla sua messa in rete, la rivista informatica della CGIL Esteri, www.IlCosmopolita.it ha presentato, martedì 5 luglio presso la sede della Stampa Estera di via dell’Umiltà di Roma, il suo primo anno e mezzo di attività, che ha visto un successo crescente, registrando nel terzo semestre della pubblicazione un numero di visite – in provenienza da tutte le parti del mondo con la prevalenza, sorprendente solo di primo acchito, degli Stati Uniti – doppio rispetto a quello del primo anno. La partecipazione alla conferenza stampa del responsabile Esteri dei DS, Luciano Vecchi, del Segretario Generale uscente Umberto Vattani, del Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo dimostrano come la CGIL Esteri e la sua rivista on line siano considerati importanti interlocutori e venga loro riconosciuto un valore propositivo e di stimolo. “Spirito critico” della Farnesina, negli anni la CGIL Esteri si è guadagnata attenzione e rispetto negli ambienti della addetti ai lavori, estendendo la propria azione al di là dell’ambito puramente sindacale per guardare ai problemi – di strutture, risorse ma anche di impostazione – che, in maniera sempre più grave negli ultimi anni, affliggono la nostra politica estera in un’era caratterizzata dalle sfide della globalizzazione da un lato e dalla situazione politica interna che ha stravolto molti dei punti portanti della azione internazionale dell’Italia. Il Cosmopolita arriva sulla scia di altre storiche iniziative della CGIL Esteri, da Farnesina Democratica a Pace e Guerra. Nel corso degli ultimi 18 mesi Il Cosmopolita ha fornito un punto di vista da insider ma non convenzionale sugli eventi che hanno caratterizzato un periodo dalla straordinaria importanza internazionale: dalla guerra in Iraq alle vicissitudini della Costituzione Europea; dall’emergere della Cina alla globalizzazione, evidenziando l’importanza del quadro di riferimento internazionale per gli interessi primari del paese ed analizzando le ragioni profonde ed i rimedi di quella che ritiene essere una sempre più grave inadeguatezza del Ministero degli Esteri (ed in particolare della Cooperazione allo Sviluppo) a gestire i processi ad esso connessi.

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Di Il Cosmopolita il 04/06/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/06/2005

La Farnesina e l’internazionalizzazione dell’economia italiana

Facendo seguito ad un biennio di marcate contrazioni delle esportazioni italiane, il 2004 ha registrato una qualche crescita (+ 3,1% a fronte del – 2,7% del 2003); tuttavia, considerato il contesto di ripresa del commercio internazionale soprattutto per quanto attiene i beni intermedi, il risultato non arresta il declino in atto nella nostra quota del commercio mondiale (dal 3,8 al 2,5). La povertà strutturale dei nostri scambi con l’estero è esemplificata dalle nostre relazioni con la Cina (ovvero l’attuale motore della congiuntura internazionale): non soltanto infatti questa era ancora lo scorso anno soltanto il nostro 18esimo mercato di sbocco, ma l’accelerazione dell’export realizzata nel 2004 è stata schiacciata dal ben noto dinamismo dell’import di merci cinesi con il risultato che il disavanzo a nostro sfavore (dati Banca d’Italia) è passato da 1,5 miliardi a 6,7. Da questi schematici dati si evince come la sfida storica di tutti i Paesi trasformatori – ovvero il passaggio progressivo a beni a più alto valore aggiunto, a maggior contenuto tecnologico, a più difficile ripetibilità – sia in via di definitiva sconfitta: e come potrebbe essere altrimenti considerata l’incauta cultura monopolistica del settore automobilistica perseguita per quasi mezzo secolo (il mezzo secolo della liquidazione dell’informatica – Olivetti – della chimica – Natta – dell’automarginalizzazione nel nucleare e nell’aeronautica) e nella feudalizzazione per bande del sistema bancario e soprattutto quando la spesa per ricerca e sviluppo è – secondo la Banca d’Italia – pari all’1,1% a fronte del 2,5% in Germania, del 2,2% in Francia, del 2,7% negli Stati Uniti e del 3,1% in Giappone. Paradossalmente – ed è ciò che ci interessa in questa sede – la pervicace modestia della spesa per ricerca e innovazione funziona come freno per la riqualificazione della componente esterna – a valore aggiunto – della nostra economia né più né meno dell’asfittica dotazione di risorse destinata alla rete diplomatica-consolare che, con il tessuto periferico dell’Istituto per il Commercio Estero, costituisce l’unico supporto pubblico ubicato nei Paesi e nelle aree recettivi del nostro export: l’Italia spende da un terzo ad un quinto dei partner europei, non solo Francia e Germania ma anche Olanda. Risultato consolidato di siffatta pervicace miopia è la progressiva liquidazione – o meglio riduzione a rappresentanza simbolica – delle attività economiche delle Ambasciate; evento tanto più grave poiché gli uffici commerciali – per ragioni ancora di “status” e per consolidato orientamento parlamentare - sono insediati in realtà statuali che, pur apparentemente periferiche, partecipano tuttavia della globalizzazione economica. Così nel contesto di risorse insignificanti di promozione economico-commerciale (pari a spese di cancelleria o acquisto annuari) si compie l’ulteriore errore di svuotare le presenze di supporto pubblico nei Paesi minori e/o remoti concentrandosi sui maggiori con risultati del tipo riscontrato con la Cina (o a suo tempo col Giappone): esattamente il contrario di quanto dovrebbe fare un Paese medio – quale l’Italia – destinato a diventare medio-piccolo ma pur sempre dotato di un sovrappiù storico di presenza e di capacità potenziale di intelligenza analitica. Il tragico quadro (cui non manca il ridicolo del “pericolo giallo”) è stato completato con l’adozione dei cosiddetti “sportelli unici” ovvero brillanti soluzioni miste pubblico/privato (ma davvero ci si è scordati che solo il modello pubblico IRI Beneduce traghettò l’economia italiana dalla crisi pre-bellica al boom degli anni ’60) che rispondono in primo luogo all’ansia del Ministero delle Attività Produttive di disporre di una rete estera: così non potendo orientare le politiche industriali intere potrà promuoverne i patetici frutti sui mercati internazionali. E la risposta del Ministero degli Esteri? Semplice. Soddisfatto con un “lip service” al potere – formale – di coordinamento degli Ambasciatori viene scippato dei morenti Uffici commerciali delle Ambasciate, ovvero i soli punti di riferimento economico ovunque riconosciuti dalle Autorità e dagli operatori locali e i soli in grado di arrestare il declino inarrestabile verso la gastronomia la moda e la goielleria del già glorioso ICE; ugualmente gradito al MAE il liberarsi di competenze “superflue” per concentrarsi sull’ ”hard core diplomatico” della grandi Rappresentanze (ONU, UE, NATO) e della grandi Capitali perché appunto secondo il suo gruppo dirigente interno la politica estera (hobby castale e non servizio pubblico) si svolge dove a malapena si ottiene uno strapuntino e non dove l’Italia e la sua economia significano ancora qualcosa. Tocco finale – appunto all’insegna retrò del “privato è bello” e conveniente – la massiccia immissione di “esperti” a capitanare e orientare a fini privati gli “sportelli unici”, unici nel senso che nessun Paese serio al mondo se li sarebbe inventati… Nessuna preoccupazione per salvaguardare l’autonomia dell’azione amministrativa costituzionalmente protetta. Di ciò “IL Cosmopolita” aveva già scritto nel maggio dello scorso anno, eppure l’ansia di ripetere il “successo” (nelle cronache italiane) dei Direttori “per chiara fama” degli Istituti di Cultura italiani nel mondo è stata più forte, con conseguente liquidazione di ogni residua presenza culturale pubblica nel mondo, sostituita con sottrazioni di icone russe, edificazioni di teatrini rinascimentali per attori al tramonto e via farneticando in un delirio dilapidatorio. Così infine gli “sportelli unici” (con il beneplacito di legge del Ministro per gli Italiani nel mondo) potranno promuovere, con “veline” ingioiellate a Valenza Po, scarpe griffate ripiene al parmigiano doc.

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Di Il Cosmopolita il 04/06/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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