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Post di luglio

07/07/2005

Argentina, cifre in rosa

Il censimento argentino del 2001 ha rilevato una popolazione femminile di 18.601.058 persone, il 51,2% dell'intera popolazione del Paese. L'Istituto di Statistica e Censo locale - INDEC - .ha recentemente reso noto il tasso di disoccupazione e di lavoro nero in Argentina, in cui il primato di disoccupazione spetta alle donne, con un tasso del 15,4% contro quello maschile del l'11,2%. Ad essere maggiormente penalizzate sono le giovani donne al di sotto dei ventinove anni, con un'impennata del tasso di disoccupazione al 26,3% contro il 19,2% dei giovani uomini. Geograficamente la zona più depressa risulta essere quella del Cono Urbano di Buenos Aires e di La Plata in cui la disoccupazione femminile è del 18,8% e per le giovani donne del 31,2%. Il lavoro nero affligge il 47,5% della popolazione attiva, con punte del 62,9% nella regione di Tucuman, milleduecento chilometri a nord di Buenos Aires. Anche i beneficiari di 'piani sociali', che percepiscono un aiuto pubblico di 150 pesos al mese, sono al nero, nel senso che non hanno diritto nè all'assistenza nè alla previdenza pubblica. La situazione delle 700 rifugiate politiche è ancor più dura, nonostante le celebrazioni per il giorno mondiale del rifugiato, l'Argentina trova difficile sviluppare strategie integrate quali risposte al riconoscimento dei diritti civili, come la libera circolazione nel suo territorio o l' accesso ad attività lavorative. L'aspettativa media di vita delle donne è di 78 anni, il tasso di analfabetismo è del 3%, le donne argentine da me incontrate, quando trovano lavoro, non badano ad orari o a giorni festivi, svolgono ininterrottamente la loro attività per dodici/quindici ore consecutive, trascinando con se i figli più piccoli e affidando alle vicine di casa i più grandicelli, per uno stipendio che non sfora i duecento euro mensili. Esse non godono dei cosiddetti 'diritti riproduttivi' sanciti dalla 'Piattaforma di Pechino' e la loro 'tutela psico-fisica' è spesso affidata al caso. In Argentina in cui si registra un tasso medio di fertilità del 2,5% - dati INDEC del 2000 - l'interruzione volontaria di gravidanza è fuori legge e la campagna informativa sugli anticoncezionali, arretrata. E' stato lo stesso ministro della Sanità ad ammetterlo; in un'intervista concessa ad uno dei principali quotidiani del Paese, egli si è detto perplesso sui circa cinque/seicentomila casi indesiderati di gravidanze giovanili, che terminano in ottantamila aborti clandestini l'anno. Nonostante il panorama sufficientemente desolante di diritti negati, le donne argentine non rinunciano alla propria dignità, frutto di battaglie quotidiane spesso per la sopravvivenza, esse affrontano la vita con un impegno smisurato, un pizzico di fatalismo e una buona dose di ragionevole rassegnazione.

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Di Il Cosmopolita il 07/07/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/07/2005

Elezioni 2006

Il voto degli italiani all’estero è figlio di un percorso legislativo lunghissimo, (la pluridecennale mancanza di uomini e mezzi ne è sempre stata il principale ostacolo), culminato il 27 dicembre 2001 in un’improvvisa accelerazione nazional-patriottica, senza che peraltro nessuno si fosse curato di prevedere le risorse da utilizzare né di capire bene cosa effettivamente prevedessero le nuove norme. Che la situazione sia tutt’altro che rosea lo prova il grado di cura con la quale è stata redatta la legge sul voto all’estero (emanata a cavallo tra le festività natalizie e quelle di Capodanno) che neppure prevede il voto del personale operante presso gli uffici italiani all’estero. Chi vuole farlo dovrà recarsi in Italia. In attesa di una qualche “toppa” legislativa prendiamo ancora una volta atto del fatto che la parola “programmazione” è un vocabolo sconosciuto per la nostra politica estera. Con tali presupposti non è quindi necessario essere dotati di virtù profetiche per prevedere che, in prossimità delle elezioni del 2006, non mancheranno quelli che invocheranno il ricorso alle salvifiche “infornate” di personale precario di cui peraltro nel corso degli anni tutti hanno constatato la totale inutilità. Qui sottolineiamo il fatto che le liste elettorali italiane sono basate sugli schedari dei residenti all’estero, ossia sull’AIRE (anagrafe dei residenti all’estero). Quest’ultima è tenuta all’estero da uffici cronicamente privi di personale e mezzi adeguati. In Italia la stessa contabilità è compito dei Comuni che “passano” i propri dati al Ministero dell’Interno. La Farnesina, a sua volta, dispone di un archivio centralizzato realizzato sulla base dei dati provenienti dall’estero. Tutte queste “entità” (Consolati/Comuni/Interni/Esteri) dovrebbero quindi lavorare in totale sincronia tra loro, cosa che appare quanto meno improbabile anche ad un non addetto ai lavori. Altro principio cervellotico è quello rappresentato dall’automatica iscrizione di tutti i nominativi AIRE nelle liste elettorali, cosa che impone agli Uffici consolari di “rincorrere” ogni singolo elettore per verificarne, a cadenze regolari, l’indirizzo. Ciò è all’origine dell’impossibilità di far coincidere i dati della Farnesina con quelli del Ministero degli Interni. Si tratta di un sistema sconosciuto a tutte le altre grandi nazioni con le quali abbiamo confrontato la nostra legge le quali pretendono, al contrario ed in modo molto più razionale, che sia l’elettore a doversi iscrivere nelle liste elettorali e che tale iscrizione debba essere periodicamente ripetuta proprio per operare un continuo aggiornamento degli indirizzi, nonchè la continua “pulitura” delle liste da morti e dispersi a qualunque titolo. Quindi il voto all’estero, se è certamente un diritto, è nondimeno un dovere che deve essere esercitato dall’elettore stesso, richiedendo personalmente l’iscrizione nelle liste elettorali. Insomma, se il cittadino vuole votare (come è suo diritto) deve anche fornire un minimo di collaborazione allo Stato, al quale spetta il diritto-dovere di gestire le proprie risorse nel modo più efficace possibile e non solo in base a criteri formalistici, automatici ed irrealistici. Se consideriamo poi che lo stato civile italiano è basato sul principio del decentramento più assoluto (che sembra ormai la panacea a tutti i mali nostrani), ne deriva che ogni ufficio italiano all’estero, nel corso della sua attività elettorale (legata allo stato civile), dialoga potenzialmente con tutti gli oltre 8mila comuni italiani, in quanto ognuno di essi è competente solo per i propri iscritti AIRE. La conseguenza è il marasma. Ma la classica ciliegina sulla torta è data dal fatto che ogni Ufficio consolare all’estero deve stampare con i propri mezzi tutto il materiale (schede elettorali comprese) che deve essere recapitato agli elettori della sua circoscrizione. Non è infatti previsto l’invio di tale materiale direttamente dall’Italia. Chiudiamo inoltre con un’ovvietà: l’impossibilità di votare all’estero per il personale civile e militare dello Stato è una specificità 100% made in Italy. Vediamo ora come i maggiori Paesi gestiscono le elezioni all’estero. Cominciamo dai francesi, visto che anche la Francia possiede un sistema di stato civile molto puntiglioso nonché un’infinità di Comuni. Francia La prima differenza fondamentale è data dal fatto che, invece di affidarsi ai dubbi benefici del decentramento ad ogni costo, lo stato civile francese è organizzato su principi diametralmente opposti ai nostri. Ossia esiste un unico servizio centralizzato che raccoglie le variazioni anagrafiche (e quindi i numeri) di tutti francesi residenti all’estero. Si chiama SCEC (Service Central d’Etat Civil) e gestisce oltre 14 milioni di atti di stato civile (nascita, matrimonio, divorzio, adozione, ecc) dei quali è possibile chiedere sia l’aggiornamento che le copie. Conserva tutti gli atti formati da meno di 100 anni e funziona dal 1965, a riprova del fatto che la politica estera richiede una visione di lungo periodo ed un’ottima capacità di programmazione. Lo SCEC è parte del Mae francese e non ha neppure sede a Parigi, bensì a Nantes (il che la dice lunga sull’efficienza delle comunicazioni). Il rapporto dell’Ispettorato francese ci informa che tra la sede del Mae di Parigi e lo Scec di Nantes lavorano 3.993 persone. I documenti possono essere richiesti allo Scec sia per posta che a mezzo internet (metodo consigliato) e vengono rilasciati gratuitamente. La seconda differenza è data dal diverso criterio in base al quale è organizzato il sistema elettorale all’estero. Un cittadino francese può votare all’estero per tre tipi di elezioni: Presidente delle Repubblica, referendum e Consiglio dei francesi all’estero. Per poterlo fare deve essere iscritto in una lista elettorale, ma l’iscrizione deve essere da lui richiesta in quanto non è automatica. Anche gli uffici francesi all’estero svolgono una procedura analoga (ma non identica) alla nostra AIRE, comunque non direttamente collegata alla possibilità di votare all’estero. Essa viene definita “immatricolazione” e comporta l’iscrizione del nome del cittadino francese nello schedario di un ufficio all’estero. E’ del tutto facoltativa e deve essere rinnovata ogni 5 anni, altrimenti decade (un sistema di “pulizia” automatica degli schedari dei consolati). L’immatricolazione è necessaria per poter accedere al alcuni servizi (carta d’identità, iscrizione in una lista elettorale in Francia, borse di studio, assistenza sociale…) e comporta il rilascio di un libretto identificativo con foto con la qualifica di “francese domiciliato all’estero”. Tutti gli immatricolati vengono automaticamente iscritti – salvo espressa rinuncia - solo nelle liste per eleggere il Consiglio dei Francesi all’estero. Per ogni altro tipo di elezione è necessario iscriversi presso l’ufficio all’estero come elettore. Ciò è possibile anche se non si è “immatricolati”, ma in tal caso bisogna fornire la prova di essere residenti all’estero da almeno 6 mesi. Le domande di iscrizione nelle liste elettorali sono ricevute durante tutto l’anno e diventano efficaci a decorrere dal 15 aprile dell’anno successivo (es. un’iscrizione fatta a dicembre 2004 avrà efficacia dal 15 aprile 2005). L’iscrizione nelle liste elettorali all’estero, una volta effettuata, vale solo per 5 anni. E’ compito dell’elettore chiedere la cancellazione se lascia il paese estero. E’ anche possibile iscriversi sia presso l’ufficio all’estero che presso il Comune in Francia. In tal modo si potrà votare all’estero (e solo all’estero) per il Presidente della Repubblica ed i referendum, mentre si voterà in Francia (e solo in Francia) per ogni altro tipo di consultazione elettorale (ad esempio per le elezioni legislative). Esistono infine dei casi in cui l’ufficio all’estero competente per la zona in cui risiede il cittadino francese non ha funzioni di seggio elettorale. Allora è necessario iscriversi nella lista elettorale di un Comune francese, così l’elettore potrà votare ad ogni tipo di consultazione elettorale e, poiché risiede all’estero, potrà farlo per procura. Tutti i francesi che risiedono nella UE hanno ovviamente la possibilità di votare per il parlamento europeo. Gran Bretagna I cittadini britannici (British citizens - regole diverse vigono per l’Irlanda del Nord) che vivono all’estero possono votare purchè provvedano a registrarsi come “overseas voters”. Ciò è possibile se si è stati registrati come elettori nel Regno Unito per i precedenti 15 anni. Per coloro che hanno lasciato la Gran Bretagna quando erano ancora minorenni la registrazione è possibile solo se i genitori si sono registrati come elettori. Gli overseas voters possono votare solamente per le elezioni del Parlamento Britannico e del Parlamento europeo. Non si vota dall’estero per le elezioni locali, per le elezioni del parlamento scozzese, per l’elezione dell’assemblea nazionale del Galles o per la London Assembly. Per registrarsi come overseas voter è necessario compilare un modulo scaricabile da internet, firmarlo ed autenticare la firma (basta un qualsiasi altro cittadino inglese, purchè non sia un parente stretto), e spedire il tutto al “electoral registration office” del luogo di ultima residenza. Il tempo massimo per l’invio del modulo a tale ufficio è di 2 mesi prima dell’elezione. Dall’estero si può votare in 3 modi: per posta se si desidera che la scheda sia spedita al proprio indirizzo estero - per procura – di persona se nel giorno delle elezioni ci si trova nel Regno Unito. Se si decide di votare per procura o per posta bisogna specificarlo nel modulo di richiesta di iscrizione nelle liste elettorali. Per posta Le buste per il voto postale sono inviate in genere 1 settimana prima dell’elezione. E compito dell’elettore calcolare se il plico raggiungerà in tempo il suo domicilio all’estero. Le buste devono essere ricevute dagli Uffici britannici prima della chiusura delle operazioni di voto il giorno delle elezioni. Le busta per il voto ha il porto pagato, per cui l’elettore non deve affrancarla. La busta può essere anche portata a mano al seggio o all’indirizzo indicato sulla busta stessa. Per procura E’ possibile votare per procura se si verifica una delle seguenti condizioni: 1. residenti all’estero 2. disabili 3. fuori casa per lavoro o studio 4. se è necessario intraprendere un viaggio l’aereo o per nave per raggiungere il proprio seggio elettorale In ognuno dei casi sopra riportati un’Autorità (ad esempio un medico) deve certificare che la ragione alla base del voto per procura è veritiera. Per votare per procura è necessario compilare l’apposito modulo scaricabile da internet, firmarlo ed inviarlo al proprio Ufficio elettorale facendo in modo che arrivi almeno 6 giorni lavorativi prima dell’elezione. Il procuratore riceverà un avviso con relative istruzioni prima dell’elezione. Su tale avviso verrà indicato il seggio presso cui deve recarsi. Regole particolari vigono per dipendenti civili del Regno all’estero (Crown Servants e British Council employees). I militari hanno regole specifiche per il loro settore. Esaminiamo di seguito le regole vigenti per i dipendenti civili. Tutti i dipendenti all’estero, con relativi familiari, possono votare ma sempre dietro registrazione. Il dipendente deve registrarsi presso l’Ufficio elettorale del luogo di ultima residenza. La procedura prevede la compilazione dell’apposito modulo prelevabile da internet, che deve essere firmato. La firma deve essere autenticata dal proprio ufficio e il tutto va spedito all’Ufficio elettorale del luogo di ultima residenza entro il tempo massimo di 2 mesi prima dell’elezione. I dipendenti all’estero votano in TUTTE le elezioni britanniche. Il voto viene esercitato nei 3 modi utilizzabili da tutti gli altri elettori. I dipendenti all’estero pagano il francobollo per l’invio della busta contenente il voto in Gran Bretagna. Germania Possono votare dall’estero le categorie di persone che presentano i seguenti requisiti: cittadini di nazionalità tedesca che abbiano 18 anni compiuti il giorno delle elezioni, e che abbiano risieduto in Germania per almeno 90 giorni continuativi a decorrere dal 23.5.1949. Viene assimilata alla residenza in Germania la sola residenza per 90 giorni continuativi nei Paesi membri della UE. Coloro che risiedono fuori dalla UE non possono più votare dall’estero se hanno lasciato la Germania da oltre 25 anni. Si può votare dall’estero per il Bundestag, il Landtag e le Elezioni europee. Coloro che desiderano votare sono tenuti ad iscriversi nelle liste elettorali dell’Ufficio elettorale tedesco competente per il luogo di ultima residenza (Wahlamt) L’iscrizione va fatta compilando un apposito modulo che è reperibile su internet, presso le Ambasciate ed i Consolati tedeschi o richiedendolo direttamente presso i competenti Uffici tedeschi. Le domande di iscrizione alle liste elettorali devono giungere in Germania almeno 21 giorni prima delle elezioni. A seguito della richiesta di iscrizione l’elettore all’estero riceverà direttamente dalla Germania un plico contenente tutti i documenti con le relative istruzioni circa 30 giorni prima delle elezioni. Il voto deve essere ricevuto in Germania all’indirizzo indicato sul plico entro l’ora di chiusura delle operazioni di voto. Per quanto riguarda i dipendenti dello Stato civili e militari all’estero sono previste procedure particolari che vengono comunicate direttamente dall’Ufficio tedesco cui tali persone fanno capo durante il periodo di residenza all’estero. Tali procedure particolari vengono estese anche ai familiari del dipendente all’estero. USA Un’apposita legge (Uniformed and Overseas Citizens Absentee Voting Act - UOCAVA) disciplina il voto di coloro che risiedono all’estero (militari in servizio attivo, marina mercantile più i familiari di tali due gruppi, nonché i cittadini residenti all’estero a qualsiasi titolo). Un apposito Ufficio (Federal Voting Assistance Program - FVAP) ha il compito di aiutare chi si trova nella condizione di dover votare dall’estero. Gli statunitensi residenti all’estero possono votare per posta nello Stato di ultima residenza purchè provvedano a registrarsi e a richiedere la scheda elettorale detta “absentee ballot”. Dall’estero si vota solo per elezioni a livello Federale (Federal office elections). I militari all’estero ed i componenti della marina mercantile compresi i relativi familiari possono utilizzare l’absentee ballott per elezioni Federali, statali e locali. Presso ogni Ufficio consolare USA e ogni base militare all’estero esiste un “voting officer” con il compito di dare informazioni ed aiutare chi ne avesse bisogno. Non è possibile votare presso gli Uffici all’estero. Gli aspetti tecnici legati alla registrazione variano da Stato a Stato (chi può votare, quali sono gli Uffici competenti, come ci si registra, come si vota, ecc.) ma il voto dei non residenti si basa sempre sulla richiesta di absentee ballott da inviare per posta al competente Ufficio dello Stato di ultima residenza. Tutta la documentazione è disponibile su internet assieme ad un’apposita guida in stile “how to”. Dall’estero la registrazione per ottenere un absentee ballott avviene con l’invio di una Federal Post Card Application (FPCA), che viene rilasciata dagli Uffici consolari all’estero o prelevata da internet. La FPCA può essere spedita tramite corriere diplomatico ma si viene avvisati che tale sistema, anche se più sicuro, è generalmente meno rapido del servizio postale ordinario. Di ciò l’elettore deve tenere debito conto nel calcolo dei tempi. La registrazione nelle liste elettorali vale due anni (two calendar years) ma si consiglia di ripeterla ogni anno nel mese di gennaio. La richiesta di registrazione deve comunque essere inviata almeno 45 giorni prima delle elezioni. Dagli USA il materiale per il voto viene spedito all’elettore circa 30-45 giorni prima delle elezioni.

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Di Il Cosmopolita il 04/07/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/07/2005

Voto all'estero: dati e costi

Fin dall' ottobre 2004 è stata avviata l'operazione di allineamento dei dati presenti negli schedari consolari con quelli delle Anagrafi degli Italiani Residenti all'Estero (AlRE) tenute dai Comuni allo scopo di realizzare un Elenco aggiornato dei cittadini residenti all'estero cosi come previsto dalla Legge 459/0l. Da una prima comparazione effettuata dal Ministero dell’Interno degli schedari consolari con le anagrafi comunali sono risultati 2.736.621 i nominativi allineati mentre 1.306.291 nominativi sono risultati presenti solo negli schedari consolari. Con l’aggiunta dei nominativi presenti solo nelle anagrafi comunali, togliendo i minorenni, i deceduti, i trasferiti, i “doppioni, si è giunti ad un elenco provvisorio di 2.665.033 aventi diritto al voto. L'ultima operazione di allineamento dei dati, basati sulla coincidenza del nome, cognome e data di nascita, ha comportato l'allineamento del 65,5% dei dati degli schedari consolari e del 77,7% dei dati AIRE. Nell' elenco unico dei residenti figurano tuttora 700.000 posizioni di connazionali sconosciuti ai Consolati ma iscritti alle 'A.I.R.E.' dei Comuni e quindi presenti nell'elenco in base all'attuale normativa, mentre restano esclusi dall'elenco circa 1.300.000 di connazionali esclusi perché iscritti solo negli schedari consolari. Gli Uffici consolari hanno inviato, in occasione dell’ ultimo referendum, 2.699.572 plichi elettorali. Sono circa 550.000 (pari al 20,35%) le buste che sono ritornate ai Consolati e che sono state inoltrate a Roma per lo spoglio. Per ottenere dalle Autorità locali dati aggiornati sulle presenze e sugli indirizzi degli italiani residenti all’estero, sono state raggiunte intese con i Governi di 128 Paesi (di accreditamento primario e/o secondario) che coprono il 99,8 %del corpo elettorale italiano residente all'estero. E’ stata realizzata una campagna informativa all’estero attraverso articoli e annunci sul voto per corrispondenza apparsi sulla stampa (sia locale che in lingua italiana) comunicati e/o interviste trasmesse su radio e televisioni, incontri con le collettività e/o loro istituzioni rappresentative. Sono stati predisposti ed inviati 203 Kit elettorali ad altrettante Sedi all'estero per la stampa in loco di tutto il materiale necessario e la sua successiva distribuzione postale. Per il rientro del materiale elettorale sono stati predisposti e monitorati 133 voli di linea o privati, il cui arrivo a Fiumicino è stato distribuito su tre giorni (venerdì 10, sabato 11 e domenica 12 giugno). E' stato altresì organizzato un volo speciale gestito da Alitalia-Cargo (costo 230.000 euro) per consentire il trasporto in Italia in tempo utile dei plichi elettorali provenienti da Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay. L’intera operazione dovrebbe costare circa 18 milioni di euro che corrisponde allo stanziamento richiesto al Ministero dell'Economia. Per proseguire l’operazione di riallineamento dei dati occorre dotare il Ministero degli Esteri di risorse aggiuntive sia finanziarie (circa 2 milioni di euro) che umane considerata l’attuale assoluta insufficienza di personale presso la rete diplomatico-consolare. Un allineamento del 100% di dati contenuti nelle anagrafi non potrà essere realizzata con l’attuale sistema. Una soglia di allineamento ottimale potrebbe attestarsi intorno al 90%. Solo attraverso l’attuazione di una 'Rete Informatica della Pubblica Amministrazione” nel settore di specifica competenza del MAE potrà risolvere alla radice il problema del disallineamento, consentendo la trasmissione e la regolarizzazione in tempo reale dei dati anagrafici elettorali dei connazionali all'estero.

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Di Il Cosmopolita il 04/07/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/07/2005

Le plan B

Parigi, Assemblea Generale della sezione del PS del 16e, quartiere bene, dove il SI, già prevalente nel referendum interno al partito voluto da Hollande, ha vinto nettamente. A un anziano funzionario della Commissione Europea che rievoca l’entusiasmo di quanti parteciparono ai lavori di preparazione del Trattato di Roma e deplora il voto dei giovani del partito, Alain, schierato per il NO, ribatte: «C’è anche il piano B. Invece di piangere sulla crisi dell’Europa, i socialisti francesi devono farsi carico di rilanciare l’Unione in senso federalista e sociale, continuando la costruzione del Partito Socialista Europeo. Perché il NO socialista non è un NO sovranista, è un NO ad una costituzione che non si vuole federativa.» A parte, la segretaria della sezione si lascia andare contro Fabius, schierato con il NO per ragioni di scuderia, anche se, per lei, i più opportunisti sono stati Emmanuelli e Mélenchon. Nel dibattito si evocano il poujadismo ricorrente nella lotta politica francese e tutto il corollario di demagogia, populismo e disinformazione. Non si esita nemmeno a parlare di presunzione: l’eccezione culturale di chi ha fatto la rivoluzione e si pone come modello e guida per gli altri. «Mi si deve spiegare perché per gli inglesi questa costituzione è troppo sociale mentre per noi francesi è troppo liberista.», tuona un militante. In realtà l’interpretazione condivisa da tutta l’opinione pubblica è che la ragione del NO vada cercata nella crisi economica che colpisce il paese: circa 2,5 milioni di disoccupati (chi dice 3), stagnazione dei consumi e crisi degli alloggi. Conseguenza è il radicato timore che le misure di contenimento della spesa pubblica vengano inasprite a ulteriore detrimento dei servizi. Se da sempre il capro espiatorio ideale a difesa di tali politiche è il patto di stabilità, in questa occasione la parte III del TC ne ha assunto le veci. E la direttiva Bolkenstein non ha certo aiutato. «Decenni di liberalizzazione senza il minimo effetto, se non sul potere negoziale delle aziende; analoga diminuzione del costo del lavoro senza il minimo fremito specifico sulle cifre della disoccupazione» scrive Fréderic Lordon su Le Monde Diplomatique di maggio. Le motivazioni di ordine sociale a sostegno del NO elencate sia sul sito del FN che su quello del MPF di De Villiers non divergono troppo dalle argomentazioni del PCF. «In nome della parità dei sessi si ritornerà al lavoro notturno delle donne» secondo de Villiers; «Nel TC non c’è nessuna garanzia relativa al diritto di aborto per le donne » polemizzano le militanti del PCF. Assieme alla paura della regressione sociale, estrema destra e estrema sinistra condividono la critica del modello economico liberista - all’indice, oltre al patto di stabilità che deprime la crescita, la delocalizzazione organizzata, il ruolo della Banca Centrale - e la difesa dell’identità culturale contro l’omologazione di stampo anglosassone. Proprio il rapporto con gli Stati Uniti è un’altra ragione di dissenso. Se l’amministrazione Bush si dichiara favorevole al SI, perché fare il suo gioco? E perché immolare sull’altare della politica estera comune il diritto di veto all’ONU, e finire così a fare davvero i vassalli degli USA? Senza dimenticare poi che il rifiuto francese all’intervento in Iraq è stato minoritario all’interno dell’UE. All’IEE di Paris8, tradizionalmente a sinistra, un argomento giuridico è stato di gran moda : l’illegittimità della Convenzione, organismo non eletto democraticamente e quindi non deputato a redigere una Costituzione. De Villiers va oltre e spiega che le direttive di Laeken non sono state rispettate: elaborare una Costituzione era una semplice opzione, si sarebbe potuto procedere anche diversamente. E non manca l’attacco ai media, TV in testa, tutti schierati per il SI . Un’alleanza pedagogica fra « vedettes » politiche e giornalistiche che ha sortito l’effetto contrario.

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Di Il Cosmopolita il 04/07/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/07/2005

L' Area dei Provvedimenti Calibrati

In un editoriale di qualche mese fa veniva evidenziata – nell'ambito di una analisi della Legge Finanziaria - la posizione di marginalità e irrilevanza cui sembra essere avviato il MAE, in netto contrasto con le aspirazioni ad un ruolo di centralità cui aveva dato luogo il grande progetto di riforma. Si tratta di un processo che coinvolge pesantemente anche il settore della Promozione Culturale cui la riforma, e una folta massa di magniloquenti dichiarazioni, sembrava avessero assegnato una funzione cruciale nell'ambito della politica estera italiana, definita ad effetto diplomazia culturale, facendone la chiave di volta della proiezione all'estero del 'Sistema Italia'. La realtà è un'altra. Anzi, sono due. Una è quella che si svolge sotto i riflettori e si regge su trionfalismi e personalismi di varia natura, passerelle di illustri personaggi e pubblicazioni patinate, mostre d'arte faraoniche e costose come cattedrali nel deserto. Un gioco di specchi in cui ciò che conta è ciò che appare, l'opera di un abile illusionista. Se ne è avuto un saggio di recente, con una Conferenza dei Direttori degli Istituti Italiani di Cultura trasformata da strumento di lavoro ad assise celebrativa. Poi c'è la realtà di tutti i giorni.. Che è fatta di risorse finanziarie insufficienti – eppure in certi casi, ma solo in certi casi, magicamente inesauribili; di decisioni assunte quasi giorno per giorno; di assenza di collegamenti organici non solo con istituzioni esterne, ma anche con altri settori del MAE, quali ad esempio le Direzioni Geografiche. Una realtà in cui non solo non è ancora stata avviata una riflessione approfondita sulla distribuzione geografica degli IIC, per molti versi inadeguata rispetto alle profonde modificazioni geopolitiche avvenute e in corso, ma è anche di là da venire l'applicazione di strumenti oggettivi di verifica dell'efficacia dell'attività svolta. Una realtà infine, ed entriamo in un ambito più propriamente sindacale, in cui la gestione del personale è caratterizzata da improvvisazione e discrezionalità.Per quanto riguarda l'improvvisazione, un solo esempio, significativo: nell'ottobre 2003 entrano in servizio ventotto addetti, assunti con un concorso pubblico mutuato dal concorso diplomatico e indetto allo scopo di far fronte ad una dichiarata carenza di personale con specifico profilo professionale. Richiesta la conoscenza di almeno due lingue straniere, laurea, ovviamente, e una approfondita preparazione in tutti i settori della cultura italiana contemporanea. Abbastanza stranamente, nel programma d'esame non esiste alcun riferimento alla storia classica e antica della cultura italiana, ma non è questo il punto. Il punto è, invece, che buona parte dei nuovi assunti, come del resto colleghi più anziani in ruolo, è oggi utilizzata per svolgere mansioni di carattere prettamente amministrativo, che non forniscono una preparazione adeguata alle funzioni che dovranno essere svolte all'estero e che certo non sono corrispondenti alle qualifiche di cui sembrava esserci così impellente necessità . E veniamo al potere di discrezionalità di cui gode l'Amministrazione e che nell'Area della Promozione Culturale sembra essersi avviato, in special modo da un anno a questa parte, ad un utilizzo a tutto campo. Basti pensare alle procedure di trasferimento che, regolate da uno specifico accordo, non dovrebbero in teoria lasciare ampio margine alla discrezionalità, eppure... Sedi assegnate senza essere messe in pubblicità, profili professionali confezionati e interpretati ad personam, applicazione di criteri soggettivi nella scelta dei posti da coprire o da lasciare vacanti, decreti motivati che dovrebbero rappresentare una eccezione e che si avviano invece a diventare consuetudine. Qui e là sulla carta geografica: Vienna, Amsterdam, Buenos Aires... La materia è ampia, per cui possiamo prendere in considerazione, schematicamente, solo un argomento: esperti e 'chiara fama'. Contrariamente a quanto viene talvolta affermato, è un argomento che tocca da vicino anche la gestione del personale di ruolo. Per quanto riguarda i 'chiara fama' il discorso è breve, se si considera che la scelta delle 'persone di prestigio culturale ed elevata competenza anche in relazione alla organizzazione della promozione culturale' – prevista dall'art.14 comma 6 della L.401/90 – è, o meglio è diventata, di natura squisitamente politica. Ci sarebbe molto da osservare a questo proposito ma c'è una domanda che va posta prioritariamentee e che non riguarda tanto il come ma il quanto: perché il numero dei 'chiara fama' continua a rimanere invariato pur in presenza di un provvedimento che impone una riduzione del 20% del personale di carriera, nell'ambito degli interventi volti al contenimento della spesa pubblica? Diverso è il discorso per quanto riguarda gli esperti, figura 'professionale' quanto mai variegatala che comprende esperti scientifici – indispensabili in una Amministrazione che non prevede questo profilo per il personale di carriera – ed esperti culturali. Alla categoria degli esperti fa riferimento l'articolo 16 della legge 401/90, che al comma 1 recita:' Per le esigenze degli Istituti e dei servizi della Direzione Generale, compreso..., il Ministero può avvalersi in posizione di comando o fuori ruolo, di personale dipendente da altre Amministrazioni dello Stato, da università e da enti pubblici non economici, che sia in possesso di specifiche qualifiche e titoli rispondenti alle finalità della presente legge, in numero non superiore a cinque per il servizio al Ministero e dieci per il servizio all'estero' e al comma 2 'Al personale di cui al comma 1 da destinare all'estero si applicano le procedure e il trattamento economico di cui all'art. 168 del DPR 5 gennaio 1967 n.17'. Il che significa equiparazione a Primo Segretario o Primo Consigliere. Un trattamento economico di così larga misura superiore a quello previsto per il personale di carriera dovrebbe, ovviamente, corrispondere a caratteristiche di competenza tali da poterlo giustificare. Di fatto, i profili professionali di queste figure da qualche tempo a questa parte non risultano più verificabili. Così come non può essere sottoposta a verifica l'effettiva necessità delle assegnazioni effettuate, che in alcuni casi appaiono pienamente ingiustificate. Esemplare il caso di Tunisi, dove si è assistito alla soppressione di un posto di esperto scientifico, con corrispondente invio di una esperta culturale. Le specifiche qualifiche non sono note. Anche il citato articolo 168 DPR 17/1967 rappresenta, nel ricco universo della promozione culturale, un buon corridoio per l'assegnazione all'estero di esperti particolarmente...qualificati. Basti pensare, per limitarsi ad un solo esempio, che sulla base di questo articolo è in servizio a Zagabria un esperto linguistico per la diffusione della lingua italiana. Ma gli addetti di ruolo (5/6000 euro contro 11.000 o più) possiedono la qualifica di diffusore linguistico: come si spiega questa scelta, in tempi di pretesa austerità? Non sarebbe forse opportuno ricordare che l'art.168, il quale prevede l'invio di esperti presso Ambasciate e Consolati 'qualora non si possa sopperire con funzionari diplomatici' , risale al 1967, ad un'epoca cioè in cui di fatto non esisteva l'Area della Promozione Culturale, perlomeno non con le caratteristiche attuali?. E se è pur vero che non sono attualmente previsti posti in organico per addetti alla Promozione Culturale presso le Ambasciate e i Consolati – posti che avrebbero dovuto essere istituiti con la prevista riforma della L.401/90 il cui iter è stato bloccato – non potrebbe l'Amministrazione in caso di necessità prevedere in prima istanza l'utilizzo in missione di addetti di ruolo, ricorrendo agli esperti solo nel caso in cui fosse impossibile reperire tra il personale di ruolo le competenze richieste e assicurandosi così, oltre ad un risparmio, anche di poter contare su continuità e professionalità? Sono anche queste, seppur minime, scelte che contribuiscono a definire il ruolo che si vuole realmente assegnare alla Promozione Culturale, che non si può ridurre ad agenzia di viaggi per poeti improvvisati, artisti emergenti, amici e conoscenti.

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Di Il Cosmopolita il 04/07/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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