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04/07/2005

Le plan B

Parigi, Assemblea Generale della sezione del PS del 16e, quartiere bene, dove il SI, già prevalente nel referendum interno al partito voluto da Hollande, ha vinto nettamente. A un anziano funzionario della Commissione Europea che rievoca l’entusiasmo di quanti parteciparono ai lavori di preparazione del Trattato di Roma e deplora il voto dei giovani del partito, Alain, schierato per il NO, ribatte: «C’è anche il piano B. Invece di piangere sulla crisi dell’Europa, i socialisti francesi devono farsi carico di rilanciare l’Unione in senso federalista e sociale, continuando la costruzione del Partito Socialista Europeo. Perché il NO socialista non è un NO sovranista, è un NO ad una costituzione che non si vuole federativa.» A parte, la segretaria della sezione si lascia andare contro Fabius, schierato con il NO per ragioni di scuderia, anche se, per lei, i più opportunisti sono stati Emmanuelli e Mélenchon. Nel dibattito si evocano il poujadismo ricorrente nella lotta politica francese e tutto il corollario di demagogia, populismo e disinformazione. Non si esita nemmeno a parlare di presunzione: l’eccezione culturale di chi ha fatto la rivoluzione e si pone come modello e guida per gli altri. «Mi si deve spiegare perché per gli inglesi questa costituzione è troppo sociale mentre per noi francesi è troppo liberista.», tuona un militante. In realtà l’interpretazione condivisa da tutta l’opinione pubblica è che la ragione del NO vada cercata nella crisi economica che colpisce il paese: circa 2,5 milioni di disoccupati (chi dice 3), stagnazione dei consumi e crisi degli alloggi. Conseguenza è il radicato timore che le misure di contenimento della spesa pubblica vengano inasprite a ulteriore detrimento dei servizi. Se da sempre il capro espiatorio ideale a difesa di tali politiche è il patto di stabilità, in questa occasione la parte III del TC ne ha assunto le veci. E la direttiva Bolkenstein non ha certo aiutato. «Decenni di liberalizzazione senza il minimo effetto, se non sul potere negoziale delle aziende; analoga diminuzione del costo del lavoro senza il minimo fremito specifico sulle cifre della disoccupazione» scrive Fréderic Lordon su Le Monde Diplomatique di maggio. Le motivazioni di ordine sociale a sostegno del NO elencate sia sul sito del FN che su quello del MPF di De Villiers non divergono troppo dalle argomentazioni del PCF. «In nome della parità dei sessi si ritornerà al lavoro notturno delle donne» secondo de Villiers; «Nel TC non c’è nessuna garanzia relativa al diritto di aborto per le donne » polemizzano le militanti del PCF. Assieme alla paura della regressione sociale, estrema destra e estrema sinistra condividono la critica del modello economico liberista - all’indice, oltre al patto di stabilità che deprime la crescita, la delocalizzazione organizzata, il ruolo della Banca Centrale - e la difesa dell’identità culturale contro l’omologazione di stampo anglosassone. Proprio il rapporto con gli Stati Uniti è un’altra ragione di dissenso. Se l’amministrazione Bush si dichiara favorevole al SI, perché fare il suo gioco? E perché immolare sull’altare della politica estera comune il diritto di veto all’ONU, e finire così a fare davvero i vassalli degli USA? Senza dimenticare poi che il rifiuto francese all’intervento in Iraq è stato minoritario all’interno dell’UE. All’IEE di Paris8, tradizionalmente a sinistra, un argomento giuridico è stato di gran moda : l’illegittimità della Convenzione, organismo non eletto democraticamente e quindi non deputato a redigere una Costituzione. De Villiers va oltre e spiega che le direttive di Laeken non sono state rispettate: elaborare una Costituzione era una semplice opzione, si sarebbe potuto procedere anche diversamente. E non manca l’attacco ai media, TV in testa, tutti schierati per il SI . Un’alleanza pedagogica fra « vedettes » politiche e giornalistiche che ha sortito l’effetto contrario.

Di Il Cosmopolita il 04/07/2005 alle 00:00