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Post di agosto

04/08/2005

La politica estera de'noantri

Lo scopo di questo lavoro è condurre un esame delle risorse a disposizione del MAE per lo svolgimento dei propri compiti. Paragoneremo i dati italiani con quelli di alcuni dei nostri storici partners europei, per capire se la politica estera de’ noantri abbia o meno una qualche possibilità di tradursi in pratica. Un po’ di numeri I dati utilizzati sono ufficiali ed accessibili tramite internet, a riprova che la realtà è sotto gli occhi di tutti tranne, ovviamente, di quelli che non la vogliono vedere o a cui non interessa. Utilizzeremo l’ “Annuario statistico del MAE” per l’anno 2004, reperibile sul sito istituzionale www.esteri.it, e un paio di pubblicazioni tratte dal sito del Ministero degli Esteri francese: il “Rapport de l’Inspection Gènèrale” per l’anno 2003, e l’allegato illustrativo del bilancio 2004 del Ministero degli Esteri francese redatto dal Senato francese. Abbiamo scelto i nostri cugini d’oltralpe per una serie di motivi. Il primo è che sono, appunto, cugini, per cui, istintivamente, riusciamo a capirli meglio dei tedeschi o degli inglesi. Inoltre si tratta di una nazione di circa 60 milioni di abitanti proprio come noi. Da molti anni, poi, ha un governo di centro-destra e infine nel corso delle epoche, la Francia ha sempre espresso una chiara politica estera (la cui valutazione esula dai nostri scopi) e si è quindi dovuta porre il problema delle risorse per svolgerla. La politica estera non si può fare gratis o, come si dice con linguaggio esoterico, a “costo zero”. Per di più la politica estera si muove (o dovrebbe muoversi) su linee di tendenza che si dipanano nel corso degli anni e che, di conseguenza, richiedono risorse stabili. Se andiamo a vedere il peso che la politica estera ha avuto sul bilancio dello Stato italiano apprendiamo che, inclusi gli stanziamenti per i PVS, nel 1985 rappresentava lo 0.58% (massimo storico ineguagliato), poi è cominciata un’inarrestabile discesa fino a toccare il minimo storico dello 0.27% nel 1993 seguito da un mesto galleggiamento allo 0.34% nel 2004. Dobbiamo purtroppo dedurre che per i governi italiani (balneari, di transizione, tecnici, dei professori, governicchi, di legislatura) la politica estera non è mai stata una vera priorità, dando ragione alla teoria che vorrebbe che l’Italia, una vera politica estera, non l’avrebbe neppure mai avuta. Ne deduciamo altresì che neppure la stessa Farnesina come Amministrazione ha mai sollevato il problema della propria esistenza (o sopravvivenza) in termini decisi, limitandosi alle solite giaculatorie da proporre ritualmente a ridosso della finanziaria del momento. Andiamo invece a vedere cosa accade dai nostri vicini francesi i quali hanno pure le loro difficoltà economiche. La quota del loro MAE (includendo sempre gli aiuti ai PVS) rappresenta per, il 2004, l’1,25% del bilancio dello Stato, ossia circa il 267% in più del nostro stanziamento. Non si tratta solo di un problema di risorse perché, al limite, noi potremmo anche avere pochi soldi e gestirli benissimo, mentre i francesi, magari, ne hanno tanti ma potrebbero non essere capaci di farli adeguatamente “fruttare”. Si tratta di avere le idee chiare su cosa fare di questi soldi, ossia sul modo in cui va intesa la politica estera. La subdola tecnica del “rayonnement” Per quanto riguarda l’Italia, le ultime tendenze sembrano chiaramente a favore di un ruolo mercantile dei nostri uffici all’estero. Essi dovrebbero essere gli interpreti, in terra straniera, di quel trend italico che, al momento, seguirebbe linee prevalentemente commerciali e neo-liberiste. Detto in breve, le Ambasciate ed i Consolati italiani dovrebbero vendere i prodotti italiani all’estero e sulle vendite effettuate dovrebbe essere valutata anche la capacità dei nostri diplomatici. Considerato che anche i francesi hanno da molto tempo un governo di centro-destra, ci si potrebbe aspettare che alcune generalissime linee di fondo possano essere comuni. Andiamo quindi a vedere cosa ne pensa il Senato francese, nel progetto di bilancio 2004, circa le funzioni che il Ministero degli Esteri francese deve svolgere con i soldi dello Stato. Citiamo testualmente: “Il progetto di bilancio del ministero degli affari esteri per il 2004 s’iscrive nel solco del prolungamento delle priorità individuate nel 2003: • sicurezza, coerenza ed efficacia della rete dei servizi dello Stato all’estero • rilancio dell’aiuto pubblico allo sviluppo, in coerenza con gli impegni del Presidente della Repubblica • sicurezza dei francesi all’estero • miglioramento delle procedure delle domande d’asilo” Se confrontiamo questo passaggio con quello che troviamo sul sito internet del Ministero esteri francese sotto la voce “bilancio 2004”, troviamo che ai punti appena visti se ne aggiunge un altro molto importante, ossia il cosiddetto “rayonnement” linguistico e culturale, da effettuarsi tramite “un sostegno rafforzato ed amplificato alla francofonia”. Spiegheremo poi cos’è il “rayonnement”. Per il momento limitiamoci a tradurlo nella nostra lingua come “irraggiamento”. Il “rayonnement” viene assicurato da un fittissimo network di scuole, centri culturali e “Alliances Françaises”. La funzione di questo mastodontico apparato culturale è chiaramente identificata in più punti del rapporto: assicurare la scolarizzazione dei bambini francesi all’estero, diffondere la lingua e la cultura francese fra gli stranieri, fare ascoltare la voce della Francia nel dibattito mondiale delle idee, fornire la base per l’efficacia della politica francese di solidarietà. Da nessuna parte viene detto che la mission della politica estera francese è quella di vendere prodotti. Nessuno valuta gli Ambasciatori francesi in base ai contratti che firmano. Torniamo un attimo al “rayonnement”. Se fossimo al bar dello sport potremmo essere tentati di farci quattro risate sulle velleità vetero-napoleoniche dei nostri vicini. In fondo una volta avevano la “grandeur” mentre ora, nell’epoca del politically correct, si limitano al concetto di “irraggiamento”, mentre per noi solo il privato rende. Anche la scuola deve essere privata. Anzi, meglio ancora se lo Stato toglie i soldi alla scuola pubblica e paga il bonus per chi vuole mandare i figli nelle scuole private. L’unico problema è dato dal fatto che fra poco non venderemo più neppure uno spillo. I francesi invece si tengono il loro costoso “rayonnement” statale. Potremmo dire che il “rayonnement” è quell’impulso inspiegabile che spinge, in Italia, le famiglie più benestanti, ad inviare i propri figli al Liceo Francese a Roma, pagando fior di quattrini, spesso convinti che si tratti di una scuola privata. Abbiamo visto che non è affatto una scuola privata, bensì una scuola statale (francese). Ovviamente mai invierebbero i propri rampolli in una scuola pubblica italiana, perché da noi vige il principio che solo il privato è bello e quindi le nostre scuole pubbliche sono in disarmo. I figli di tali genitori verranno quindi debitamente “irraggiati” dai francesi per molti anni sui banchi di scuola e, quando da adulti raggiungeranno a loro volta posti di comando, sarà per loro del tutto spontaneo andare a concludere affari dall’altra parte delle Alpi, come sarà del tutto automatico spalancare le porte a tutti i contatti e le novità provenienti dalla Francia. Pensate, ad esempio, cosa significhi questo in Africa, dove intere classi dirigenti nascono sui banchi del Lycèe Français. Pensate cosa significhi questo in termini di amicizie, relazioni, preferenze, peso politico e, in ultima analisi, vantaggi commerciali. Pensate il tutto, insomma, in termini di quella che si chiama “politica estera”. Ci accorgiamo quindi che i francesi spendono molto, ma solo per guadagnare ancora di più. E che il “rayonnement” è un calcolo fatto a tavolino, con uno scopo ben preciso che solo lo Stato ha interesse a svolgere, per il quale servono delle risorse (ingenti) che solo lo Stato può avere. Nessuno si propone di vendere, in modo immediato né automobili né lardo di Colonnata, ma è lo Stato che all’estero cerca di creare quelle condizioni per cui un imprenditore francese (a cui spetta il compito di vendere, non alle Ambasciate) troverà sempre le porte aperte in qualsiasi nazione del mondo. Noi invece siamo invece fermamente convinti che il nostro zerovirgola del bilancio statale sarà più che sufficiente a spalancarci le porte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 04/08/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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