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Post di settembre

15/09/2005

Nuovi assetti alla Farnesina e politica estera elettorale

Le feste politiche dell’estate, meeting di Rimini in testa, confermano che la politica estera italiana sta diventando sempre più un sottoprodotto da campagna elettorale. In Italia non si approfondisce l’analisi sulle sfide future in Europa e nel mondo, in compenso il sistema continua a perdere credibilità, incapace di reggere il peso della internazionalizzazione, ipotecato da familismi e consorterie di sapore pre-capitalista: le manovre autarchiche del Governatore di Bankitalia, la paralisi della ricerca e delle Università, il catenaccio degli ordini professionali contro qualsiasi idea di concorrenza o di rispetto di consumatori ed utenti che in ultima analisi sarebbero anche cittadini. La coalizione di maggioranza respinge la realtà dei fatti. Ma dichiara guerra al meticciato, imbarazza la gerarchia ecclesiastica con le reminiscenze del Concilio di Trento, si indigna contro l’Europa di volta in volta troppo laica, troppo burocratica o troppo liberista a seconda delle giornate, confida nello stellone ed in qualche aiuto esterno per evitare il declassamento alle Nazioni Unite. Il Ministero Esteri, che pure dovrebbe essere lo strumento istituzionale della politica estera, viene abbandonato a languire, privo di risorse, con il personale costretto ad intestine “guerre tra poveri”. Sul cumulo di detriti ed inefficienze lasciato da anni di rumorosa e autocratica gestione regna il torpore. Che non si dissipa neppure dopo la pausa estiva. Le nomine effettuate dal Ministro Fini alla vigilia delle vacanze, e quelle che presumibilmente seguiranno alla ripresa autunnale, sono nel segno della stabilizzazione conservatrice se non reazionaria: creare una tranquilla direttrice politica nei mesi a venire per apporre il segno sulla eventuale diversa maggioranza dopo le elezioni 2006. La scelta del nuovo Segretario Generale risponde al criterio della cautela. Sul piano politico si conferma la propensione del Ministro alla navigazione sotto costa con traguardi di status e mediatici, evitando le ricadute negative sul piano internazionale o peggio di urtare il protagonismo di Palazzo Chigi. Sul piano della direzione ministeriale le prospettive sono anche più nebulose. Il disinteresse del Ministro per la macchina amministrativa, la preferenza per gli effetti piuttosto che per la sostanza portano, nell’ambito della carriera diplomatica, a promozioni che violano i parametri di legge e rifuggono dalle prove di responsabilità. Si aggrava la tendenza della Farnesina ad autogestirsi ed a promuovere progetti di transizione verso il futuro tali da ipotecarlo, e ciò a prescindere dagli esiti del confronto elettorale. La direzione Fini viene producendo un doppio effetto: la proliferazione degli effetti mediatici a copertura di una crisi di risorse, competenze, iniziative senza precedenti; lo svilupparsi di operazioni quali l’incremento di posti nei gradi di Ambasciatore e di Consigliere d’Ambasciata. Queste ultime naturalmente di assai dubbia necessità e senza ricognizione degli organici. Ecco la tela per la vera e propria transizione: la “presa di potere” dei cinquantenni. E ciò non sarebbe di per sé motivo di scandalo: “largo ai giovani”, si auspica comunemente. Se non che alcune circostanze suonano sospette. Tra i guasti della precedente tornata di nomine sulla scia della riforma 2000, vi è quello della clientelare politica dei quadri che ha reso possibili, tra favori e accelerazioni pilotate, avanzamenti sganciati dal dato di servizio. I beneficiari dell’operazione si distinguono per la pochezza delle esperienze diplomatiche, avendo quasi tutti svolto solamente funzioni interne, di segreteria, di gabinetto, di “palazzo”. Al contrario vige la conventio ad excludendum a carico di funzionari le cui competenze al servizio del Paese sono state ben altrimenti provate. Questo disegno si situa nella progressiva asfissia della proiezione pubblica internazionale dell’Italia, mortificata in tutti i modi e perfino in quello della promozione economica. Alla perdita di posizioni nel commercio mondiale si aggiunge la incompatibilità con le regole dell’integrazione europea. In questa frenesia di dissoluzione gli Esteri giocano la loro parte. Rinunciano programmaticamente a dotarsi del potenziale per esprimere a livello internazionale un’Italia diversa. Dall’introduzione dello sportello unico, al ridicolo che circonda alcuni Istituti di Cultura, al collasso delle politiche migratorie affidate ad un ottuagenario signore nostalgico di discutibili valori, alla deriva della Cooperazione che affida, per la modica cifra di 860.000 EURO, il 150esimo progetto della propria “riforma”, il quadro generale è avvilente. La dirigenza ministeriale è più che mai supina di fronte al più controverso Governo della storia della Repubblica. L’ulteriore contrazione di risorse ci pone a meno di un quarto della media europea. Eppure passa nell’indifferenza mentre si approntano fondi per i funzionari diplomatici e non per il resto del personale. Non che l’opposizione stia elaborando idee forti, piattaforme concrete, priorità programmatiche ed operative, nuovi e meno polverosi organigrammi, per dare il senso e l’urgenza di una rottura decisa con le pochezze di questo quinquennio. Bene. Noi ci auguriamo che anche di questo, e non solo della metafisica del “centro”, si dibatta nella campagna elettorale. Noi faremo la nostra parte, come sempre, al servizio pubblico del Paese.

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Di Il Cosmopolita il 15/09/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/09/2005

Uragano Katrina: cronaca di un disastro annunciato

Quando l’uragano Katrina ha colpito la Florida, il 26 agosto, lasciando dietro di se’ qualche morto e miliardi di dollari di danni a case ed infrastrutture, le previsioni meteoreologiche hanno cominciato ad indicare che si stava dirigendo verso il nord-ovest e molto probabilmente avrebbe investito New Orleans. A quel punto tutti gli inviati speciali, che regolarmente fanno la telecronoca diretta degli uragani più potenti e distruttivi, si spostavano dalla Florida a New Orleans. L’uragano era ancora lontano, il suo arrivo in città era previsto entro 2 o 3 giorni, ma già qualche cronista e qualche esperto cominciavano a parlare del rischio di conseguenze catastrofiche per l’intera area e, soprattutto, per la città ed i suoi abitanti. Ventiquattro ore prima dell’arrivo dell’uragano il Sindaco di New Orleans ed il Governatore della Luisiana invitavano la gente a lasciare la città. Le TV annunciavano che sulle strade di emergenza, previste per lasciare la città, sotto la pioggia torrenziale, si formavano file di automobili incolonnate per decine di chilometri. Il Sindaco, intanto, invitava i concittadini sprovvisti di propri mezzi di trasporto ad abbandonare le loro abitazioni e a rifugiarsi nel Superdome (il grande stadio coperto del football americano), garantendo che la struttura era sicura ed che avrebbe potuto ospitare fino a trentamila persone. Dimenticava, però, di mobilitare i mezzi di trasporto pubblico per raccogliere e trasportare questa povera gente. Ancor piu’ grave, non predisponeva il minimo servizio di accoglienza e di sicurezza. Intanto, i media continuavano a parlare dei rischi che stava correndo la città e del disastro che sarebbe potuto accadere se il fiume fosse straripato e, soprattutto, se avesse ceduto qualche diga sul fiume o sul lago Pontchartain; si dilungavano a precisare come le dighe fossero state costruite per reggere l’impatto di uragani di categoria 3 (venti oltre i 170 km ora) o 4 (venti oltre i 208 km ora), ma che avrebbero potuto cedere se l’uragano si fosse mantenuto di categoria 5 (venti oltre i 245 km ora). Katrina, la notte del 28 agosto, perdeva leggermente di violenza e, arrivato all’altezza di New Orleans, deviava verso est, dirigendosi a nord-est verso gli Stati del Mississipi e della Luisiana, dove ha comunque colpito con grande violenza (IV uragano di tutti i tempi), seminando distruzione e morte. A quel punto, almeno per New Orleans, il peggio sembrava passato anche se la pioggia era ancora intensa in tutta l’area. Invece, la mattina del 29 agosto, mentre continuava a piovere, alcune dighe del lago Ponchartain cedevano e l’acqua invadeva la città. Dopo alcune ore l’80% di New Orleans era sommersa d’acqua ed in molte zone aveva superato i sei metri. Il cedimento delle dighe, annunciato ripetutamente dai media nel caso l’uragano fosse passato su New Orleans come categoria 5, si e’ invece verificato anche con un uragano di categoria 4. Gli Stati sul Golfo del Messico sono spesso colpiti da uragani. Tutti gli anni nella zona arrivano almeno quattro o cinque uragani, anche se raramente di categoria così elevata. Questo uragano ha prodotto la più grave catastrofe naturale nella storia degli Stati Uniti: i morti sono già qualche centinaio, forse saranno qualche migliaio; gli evacuati sono oltre mezzo milione, molti non torneranno mai piu’ a New Orleans, come successe dopo l’alluvione del 1927; i danni alle case, alle infrastrutture ed ai servizi sono superiori ai cento miliardi di dollari. Per la ricostruzione della città, messa in dubbio da qualche politico, serviranno decine di miliardi di dollari e, comunque, si calcola che saranno necessari almeno dieci anni per riportarla al livello di importanza economica precedente alla catastrofe. Ma, probabilmente, sarà ancora più difficile, se non impossibile, ricostituire il tessuto culturale della New Orleans capitale della cultura “Cajun”, del Jazz e del Blues e che la rendevano unica nel panorama delle città statunitensi, facendo del turismo la sua maggiore risorsa economica. Da prove che stanno emergendo in questi giorni, sembra che le autorità locali, statali e federali, sapesseroro già che le infrastrutture costruite a protezione della città di New Orleans avrebbero avuto difficoltà a reggere l’urto di venti e piogge di un uragano di categoria 3. Ciò nonostante, i lavori di ammodernamento e rafforzamento non sono mai stati finanziati e realizzati, ne’ tantomeno sono mai stati approntati piani di evacuazione e di pronto intervento per affrontare una tale catastrofe. Il dolore e la tristezza per questa catastrofe hanno dato un duro colpo alla popolarità di cui godevano Bush e la sua Amministrazione e, per la prima volta, la maggioranza dei media hanno denunciato con decisione le loro responsabilità. Solo il canale televisivo FOX, di Robert Murdoch, e qualche giornale conservatore hanno provato a difendere Bush ed il suo governo, ma tutti gli altri media hanno subito puntato il dito contro l’Amministrazione federale ed hanno messo in evidenza l’inefficienza e l’incompetenza del Dipartimento della Sicurezza Interna, creatura del Presidente, al quale sono state assegnate ingenti risorse finanziarie ed umane per prevenire ed affrontare le catastrofi provocate da atti terrorisitici o da eventi naturali. Anche le Autorità locali, guidate da democratici, hanno tuttavia delle responsabilità molto gravi, sia per avere abbandonato a se stessi gli sfollati al Superdome, che per aver omesso di organizzare l’evacuazione dei ceti più deboli e bisognosi della città.

ARCHIVIATO IN Internazionale

Di Il Cosmopolita il 15/09/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/09/2005

Figli e Figliastri

All’interno del decreto legge 30 giugno 2005 n.115 “Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione”, convertito con la legge 17/8/05 n.168, troviamo due misure che riguardano il Ministero degli Esteri. La prima, inserita nel decreto con un successivo emendamento, comporta l’aumento di 6 posti dell’organico di Ambasciatori, la seconda prevede lo stanziamento di 12 milioni di euro (in aggiunta ai 3 già stanziati in finanziaria) per il rinnovo del contratto della carriera diplomatica. E difficile capire perché queste misure abbiano carattere d’urgenza e ancora meno come possano concorrere ad “assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione”. L’aumento degli organici degli Ambasciatori, slegato completamente da un analisi seria funzionale di tutte le dotazioni organiche della struttura, non comporta alcun vantaggio in termini di efficienza del servizio pubblico e appare piuttosto come un colpo di mano per ipotecare gli assetti di vertici della Farnesina. A fronte di questa operazione di vertice, il personale degli Esteri appartenente alle altre aree professionali ha subito una riduzione degli organici del 5% , una parte dei vincitori di concorsi pubblici già espletati è ancora in attesa di essere assunta, i processi di riqualificazione del personale sono fermi per mancanza di fondi. Con i continui tagli di bilancio la normale funzionalità di questo Ministero è messa a dura prova. Si vive alla giornata, come si può, contando sulla buona volontà e spesso sull’”inventiva” del personale. Non sarà certamente la presenza di 6 Ambasciatori in più (costo complessivo in tre anni –2005/07- di circa 3 miliardi e mezzo) che potrà arrestare il declino di questa Amministrazione. Lo stanziamento dei 12 milioni di euro per il rinnovo contrattuale dei diplomatici, benché risponda ad esigenze di equiparazione con gli stipendi dei Prefetti, non fa che rendere più acuta la diversità di trattamento fra la carriera diplomatica ed il resto del personale. Attualmente infatti il trattamento economico complessivo mensile del grado iniziale della carriera diplomatica (tabellare, indennità di posizione e risultato) è più che triplo rispetto a quello percepito dal resto del personale con più di vent’anni di servizio. L’intollerabilità della situazione è resa ancora più evidente dal raffronto con altre amministrazioni. Nello stesso decreto legge infatti, sempre con un emendamento, sono stati previsti stanziamenti sia per il rinnovo del contratto dei prefetti sia per incrementare le indennità accessorie (FUA) del restante personale, evitando così inutili contrapposizioni fra carriere. I figliastri aspettano di essere riconosciuti figli legittimi.

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15/09/2005

La sfida di Marianela

Marianela, giovanissima imprenditrice italo argentina ha intuito le necessità del mercato internazionale di espandere la produzione biologica e quella del mercato interno, che pur non dimostrando un particolare interesse a questo tipo di colture, dovrà comunque tenerne conto a medio termine. Il Senasa - Servizio Nazionale della sanità e qualità agroalimentare argentino –– ha rilevato la superficie dedicata alla produzione biologica che, nel 2003, ha raggiunto nel Paese i 160.000 ettari dei quali 45.697 ettari dedicati a prodotti biologici; di questi ultimi, il 61% è stato dedicato alla produzione di cereali e oleifere, il 23% a coltivazioni biologiche industriali, il 5% alla frutta, essenzialmente pere, mele e agrumi e l’11% alla coltivazione di prodotti orticoli e legumi. In questa ridda di cifre, Marianela ha deciso di sfidare il mercato. Con pochi risparmi e tanto entusiasmo ha preso in affitto un’installazione per la produzione di marmellate biologiche a basso tasso zuccherino, vicino alla città in cui vive e studia da commercialista. La sua vita è quella di una ragazza come tante, studio, lavoro part-time in uno studio di professionisti, serate con gli amici, qualche viaggio. Il suo sogno è di dedicarsi interamente all’attività produttiva, una volta terminata l’università. Compra i frutti delle sue marmellate biologiche in Patagonia, e l’I.N.A.L.(Istituto Nazionale di Prodotti Alimentari ) ne certifica la produzione, l'elaborazione e la commercializzazione attraverso un’azienda certificatrice. Le marmellate di rosa silvestre, di mora, di frutti di bosco, di lamponi e di sambuco che produce artigianalmente, sono preparate con una ricetta segreta che dosa sapientemente il quantitativo dei frutti, biologicamente certificati, con lo zucchero, in pentole senza coperchio dove la frutta viene girata con mestoli di legno per conservare il colore e il gusto originario della frutta patagonica. La zona andina dove vengono coltivati i frutti che ella compra, corrispondente al 42º parallelo, si estende da Los Repollos, nell'estremo sud della provincia di Rio Negro, fino a Epuyén, nel nord ovest della provincia di Chubut. Ha un'estensione longitudinale di circa 120 km e di 50 km di larghezza, solcata da fiumi e ruscelli, incorniciata dalla Cordigliera delle Ande, è ricca di boschi di cipressi, di mirtacee e di altri alberi tipici della zona. Marianela come molti suoi coetani non desidera emigrare in Spagna o in Italia in cerca di un futuro migliore, è convinta che il suo Paese già le offra tutto quello che si può desiderare, vorrebbe farsi conoscere dal mercato internazionale e da quello interno. La Confesercenti di Trento le ha offerto un piccolo stand nella fiera del biologico, che si terrà fra pochi mesi in Italia, per giovani imprenditori del Sud del mondo, la sua sfida è gia iniziata.

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Di Il Cosmopolita il 15/09/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/09/2005

Mondanità paesana

Della cooperazione allo sviluppo, anzi della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e del suo Direttore si parla ultimamente molto, forse troppo, e nelle sedi più impensate. Infatti dal Meeting di Rimini, dove l’ampiezza dello stand ha fatto da pendant alla versatilità del Direttore che si è “espresso” in dibattiti su molti temi, al Festival di Venezia dove la DGCS si è trasformata in “casa di produzione”, sotto la direzione artistica di Maria Grazia Cucinotta. Non mancano poi le grandi manovre, gestite da solerti funzionari press-agent alle dirette dipendenze del Direttore stesso, per le ormai tradizionali “Giornate della Cooperazione” che hanno il compito di rendere visibile qualcosa che non c’è. Infatti l’alibi dell’attuale Direttore è che queste spese ingiustificate siano finalizzate ad accrescere il bilancio della cooperazione, ormai prossimo allo zero, che tuttavia perde di consistenza nella finanziaria e soprattutto nella sua realtà operativa. Inoltre, al contrario della Protezione Civile che in base alla propria efficienza ottiene sponsorizzazioni dai privati, la DGCS compra il consenso, in Italia, di molte categorie di persone e con tante modalità: ad esempio impiegando nelle sedi romane o newyorkesi delle Nazioni unite e su programmi inesistenti i “cari” di amici, politici e non, oppure finanziando operazioni editoriali e mediatiche di dubbia utilità. Su questo basta citare il Bando per 860.000,00 euro per uno studio sulla Riforma della Cooperazione, o i 2.400.000,00 euro per la riesumazione di una rivista patinata di cui nessuno sentiva la mancanza. Insomma, invece della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo si sta costituendo un “Assessorato alla informazione sulla cooperazione allo sviluppo” il cui responsabile agisce come un piccolo imprenditore, scansando e abolendo tutte le procedure interne. Viene da chiedersi perché tutto questo possa accadere e chi protegga un simile operato. La prima risposta è semplice, non esiste più, come ha rivelato l’esame “tra pari” dell’OCSE/DAC nel 2004, una capacità di programmazione delle attività di cooperazione allo sviluppo in base a criteri di selezione tecnico-politica, come fanno invece tutti gli altri paesi occidentali. La seconda è ancora più semplice, il partito della destra di governo volle, due anni fa, un direttore “di area”. Direttore che sta utilizzando il denaro dell’”aiuto pubblico allo sviluppo”, in modo discrezionale e specialmente per finanziare la sua personale immagine. Peccato che nel frattempo la cooperazione italiana si vada meritando un posto in prima fila tra gli esempi di “declino italiano” e annienti le sue capacità di gestione. Forse occorrerebbe porre da subito un rimedio a tanto sfascio. In particolare, a fronte della attuale sistematica decomposizione delle strutture e dei processi operativi, sarebbe auspicabile un allontanamento di chi in due anni ha già provocato tenti danni. Ad esempio, l’attuale direttore si è fatto approvare, dal Comitato direzionale, una serie di escamotage per agire indisturbato. Si è anche ricavato spazi nuovi modificando le tipologie e ampliando notevolmente gli importi per le “spese di gestione”. Tuttavia di fronte all’apparente disinteresse dell’Amministrazione è impossibile non porsi la seguente domanda. Dovremo attendere tutti i nove mesi prima della scadenza elettorale per fermare gli inutili sprechi e per evitare di raggiungere il fondo della cooperazione allo sviluppo di un paese che rimane pur sempre all’interno del G8, oppure esiste ancora una istituzione capace di rispondere al bisogno di trasparenza e qualche forza sociale e qualche pezzo di società civile, capace di reagire alla confusione mediatica che copre una sostanziale incapacità di gestione. In fondo la “missione” della cooperazione allo sviluppo che è profondamente politica, specialmente in un’era di globalizzazione, meriterebbe uno sforzo di attenzione maggiore da parte di tutti, ma senza questa profusione di inutile e costosissima mondanità paesana.

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Di Il Cosmopolita il 15/09/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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