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Post di ottobre

28/10/2005

Oltre il mantra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un “provocatorio” contributo all’analisi sulle strutture, le competenze e le risorse del MAE dichiarandoci disponibili ad aprire il più ampio dibattito Dalla sua fondazione, il Cosmopolita ha svolto una meritoria opera di osservazione del declino concettuale e strutturale della politica estera nazionale e del MAE quale strumento istituzionale di tale politica. Negli articoli e dibattiti di questi mesi è stato doverosamente ripetuto il mantra del Ministero spogliato di risorse e competenze. E' forse arrivata l'ora di non limitarsi a tale denuncia per guardare con rigore, coerenza e senza indulgenze alla situazione vigente di competenze e risorse. Si potrebbe cominciare con un esperimento banale. Perfino nell'Italia berlusconiana, ogni tanto televisione e carta stampata parlano di politica estera. E di cosa trattano in tal caso? Terrorismo, Al Qaeda, Irak, migrazioni clandestine, scontri di civiltà, invasione di mutande cinesi, fame nel mondo, qualche traccia omeopatica di Europa e Nazioni Unite. Spento il video o chiuso il giornale, sarebbe interessante aprire il sito MAE e scoprire come il principale strumento di politica estera di un Paese membro del G7 risponde a queste sfide epocali. Il Consolato Generale di Lugano ha 19 unità di personale di ruolo, quello di Shangai 17 (la circoscrizione consolare di Shangai ha una popolazione pari a varie Svizzere). L'Ambasciata nella capitale dell'Indonesia (mezzo miliardo di abitanti) ha 10 dipendenti di ruolo, meno del Consolato Generale a Nizza (14) ma numero uguale a quello del fondamentale Consolato di Mulhouse. Dieci risultano anche i componenti del Consolato Generale di Prima Classe di Gerusalemme, Città Santa dei tre monoteismi e luogo simbolico di incontri e scontri tra culture e religioni. 14 unità rappresentano invece il MAE al Consolato Generale di Losanna dove il principale conflitto di civiltà è tra chi si fa il bagno nel lago e chi no. A Boston ove si concentrano il maggior numero di università, centri di ricerca e Premi Nobel del mondo occidentale non abbiamo un Istituto di Cultura od un addetto scientifico (meglio così se si tratta di organizzare un concertino all'anno dei Solisti Veneti o di qualche altro cliente). Abbiamo però un IIC a Lilla. In sintesi, la nostra rete estera è ancora modellata secondo la logica ottocentesca delle grandi capitali (Londra, Parigi, Berlino, Mosca, Vienna, Washington e in misura minore Tokyo e Pechino, tutte sedi con ampissime dotazioni di personale diplomatico e delle aree funzionali) e dell'assistenza alle comunità migranti, un fenomeno che ha avuto luogo tra il 1880 ed il 1960.Non ci vuole un PHD in risorse umane per sapere che tutti i servizi anagrafici della rete consolare in Svizzera potrebbero essere forniti dall'Italia con strumenti telematici ed un abbonamento al DHL risparmiando il 90% delle risorse umane e finanziarie oggi utilizzate. Secondo campo per utili osservazioni. Perchè non comparare la composizione del personale MAE (diplomatici, aree funzionali, contrattisti, altre figure) con le analoghe strutture di Francia, Regno Unito, Germania etc? Si scoprirebbe che gli altri sono più numerosi ma soprattutto ricorrono in maniera assai più estesa a professionalità esterne, contrattisti, scambi di funzionari con altre Amministrazioni pubbliche o anche estere (oltre ad organismi internazionali), ricercatori, tirocinanti… E' noto che la classe politica non si interessa molto a questi problemi strutturali, l'Amministrazione è inerte ed alcune forze sindacali sostanzialmente complici dell’immobilismo in cambio di qualche privilegio per i propri iscritti. Il Cosmopolita avrebbe ampio spazio per analisi abrasive ed eretiche in questa materia. Prima delle risorse e delle competenze, occorre 'rivoluzionare' la mentalità narcolettica della Casa che stranamente accomuna le più svariate componenti del MAE dall'alta dirigenza diplomatica che la declina in chiave opportunista ed oligarchica alle OOSS con le verniciature di egalitarismo e la parodia della lotta di classe alla Farnesina. Ma la solfa è sempre quella: perpetuare una gestione autoreferenziale anche a costo di liti interne per la ripartizione delle poche briciole disponibili. Questo sistema ha faticosamente tenuto in passato ma adesso non regge più. Anche In Italia (pur con le dovute lentezze) il tempo passa e le cose accadono indipendentemente dai Governi di Destra o di Sinistra. Se il MAE vuole rivendicare più competenze e risorse deve indicare obiettivi prioritari, investire su una effettiva formazione (soprattutto delle Aree Funzionali), responsabilizzare tutto il personale (con percorsi di carriera, incentivi, motivazioni e senza nessuna forma di appiattimento o tutela dei lavativi a qualunque famiglia, clan o etnia appartengano), rivedere radicalmente la sua struttura (soprattutto periferica). Fino a quando le poche risorse disponibili continueranno ad essere utilizzate in modo così poco funzionale ed anacronistico, è molto improbabile che il MAE ottenga significativi incrementi di bilancio. Con una struttura ed una dirigenza adeguati ed efficienti, si potrebbe provare ad invertire la direzione dei procedimenti di definizione della politica estera. Oggi il MAE e la sua rete estera sono solo esecutori di decisioni prese nei palazzi romani o nelle ville sarde spesso funzionali solo ad interessi di parte o addirittura personali, prescindendo da una seria analisi della realtà mondiale. Tali decisioni dovrebbero invece basarsi sul flusso di informazioni provenienti dalle nostre rappresentanze diplomatiche, dalla loro sintesi e dalla conseguente individuazione delle azioni da intraprendere per il conseguimento degli obiettivi prefissati. Il rischio molto concreto è che tra 10 anni, questo Ministero si riduca a trattare solo questioni astratte ed esoteriche fornendo per il resto cerimoniale e servizi ancillari ai veri attori e decisori della politica estera nazionale (PDC, MEF, MAP, MINDIFESA, perfino Regioni e grandi Comuni). Notizia positiva per alcuni: non ci saranno più stagiaires, la CRUI li manderà altrove perchè in questa Amministrazione non ci sarà più niente da fotocopiare e nessuna telefonata alla quale rispondere. Insomma un destino simile a quello dell'Alitalia che va 6 volte la settimana a Catania ma non ha un volo per Pechino e rimane in vita a spese dei contribuenti avendo pagato fino allo scorso anno i suoi dipendenti molto più generosamente delle vere compagnie aeree che fanno profitti e coprono rotte interessanti. L’appello è lanciato. Su questi, come su altri argomenti, sarebbe fondamentale conoscere l’opinione di chi ci vede dal di fuori, anche come testimonianza di come la politica estera è percepita dalla famigerata società civile. Ben vengano idee nuove ed una sanissima dose di critica e, da parte nostra, di autocritica.

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Di Il Cosmopolita il 28/10/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

28/10/2005

Il 9 aprile e la Farnesina

L’annuncio di una data certa delle elezioni politiche generali per il 9 aprile prossimo rende più che opportuno tornare sui temi sollevati negli ultimi due editoriali de “IlCosmopolita” (“Anche quest’ anno la politica estera non c’è” e “Nuovi assetti alla Farnesina e politica estera elettorale”) ed anche nella nostra Conferenza stampa per i “18 mesi on line” della rivista, tenuta alla Stampa estera lo scorso luglio. Tra meno di sei mesi il Paese attraverserà un passaggio che potrebbe comportare molto più di un cambio di Governo all’interno di una dirigenza politica tutta ben conosciuta e solo parzialmente antagonista: la grande e spontanea - con buona pace del Presidente del Consiglio uscente - mobilitazione di domenica 16 ottobre ha in questo senso fornito un’indicazione chiara e univoca. Un’indicazione sul terreno della politica tradizionale (tipicamente l’appello all’unità del centro-sinistra), ma anche su quello della volontà di partecipare e di portare le specifiche situazioni a contribuire alla svolta e a contare all’indomani dell’auspicata fuoriuscita dall’anomalia italiana. Ciò comporta che tutte le aree sociali più sofferenti e più consapevoli hanno un ruolo decisivo da svolgere per contare e, al limite, per evitare che anche le elezioni 2006 – nei programmi e negli assetti post-elettorali – si snodino all’insegna del “business as usual”; troppo grande è la crisi e la sua portata ben altro che ristretta all’economia perché misure di buon governo e di illuminata “governance” possano sanare guasti di cui l’attuale Governo è più sintomo che causa. Per ragioni che si sono più volte illustrate ma non sufficientemente avvertite all’esterno la politica estera, le sue strutture, i suoi processi decisionali costituiscono una della parti più malate – e purtroppo più “corrotte” – della crisi italiana: la pessima gestione degli ultimi anni (indorata dal patetico decisionismo affidato ai media e agli “exploit” dell’unità di crisi) non ha fatto altro che interrompere l’avvio di modernizzazione e riforma implicito nella ristrutturazione geografica e nell’adeguamento tipologico – ma non sostanziale – agli standard delle Amministrazioni degli Esteri degli altri Paesi sviluppati. Così mentre la vera “riforma” rimane di là da venire – e va posta all’immediato ordine del giorno di un possibile nuovo Governo – il degrado, accompagnato da una ulteriore contrazione di risorse applicato a quel nano che è il Ministero degli Esteri italiano, ha raggiunto livelli da quel Paese arretrato (“banana Republic”) che costituisce il vero “horror vacui” italiano; lasciata la politica estera ai trolley del “ranch” di Crawford e ai cactus immandolinati di Villa Certosa, il Ministro Fini si è distinto per un’assenza di progettualità e perfino di presenza mascherata all’interno con le veglie televisive per gli ostaggi e gli “ambasciatori rosa” ma ben visibile a livello internazionale con una paralisi senza precedenti dell’iniziativa dell’Italia e della difesa degli interessi nazionali. Così mentre il Primo Ministro dà forfait all’incontro con l’Imperatore del Giappone, vanificando l’unico aspetto positivo degli ingenti fondi spesi per l’esposizione di Aichi, per garantire il passaggio parlamentare – in 4 ore – della “devolution”, il nodo di una politica estera (già fracassata sul terreno economico dall’insulsa istituzione degli “sportelli unici” cioè molteplici) che sintetizzi risorse ruolo e spazi del Governo centrale e delle Regioni viene liquidato come una legittima aspirazione dei “Celti” italiani (Lega). Purtroppo la risposta interna – e di ciò dovrà ineludibilmente tenere conto il nuovo responsabile della Farnesina – è stata delle peggiori, ovviamente con Vattani e anche al di là di Vattani: mentre infatti la struttura scivolava sempre più nell’impotenza operativa e nell’abbandono delle più elementari norme di buon governo (non a caso la CGIL Esteri già nel dicembre 2004 richiedeva la legalità come principio di gestione), venivano approntate norme-scippo come i sei posti extra di Ambasciatore. Questo sigillo di irresponsabilità (post Vattani) cade proprio quando la dirigenza amministrativa avrebbe dovuto farsi carico (nel disinteresse politico) della semi-paralisi della rete, dello stato di malessere e di sofferenza di tutte le carriere e in sintesi della riduzione dell’Amministrazione degli Esteri da erogatore di servizi multipli nella proiezione internazionale del Paese a ipertrofico Ufficio di pubbliche relazioni. Il tutto cade poi in una eclissi senza precedenti della politica estera italiana e degli stessi processi politici che ne presiedono alla formazione ed esecuzione: il raffronto sul piano della progettualità e delle risorse disponibili con tutti gli altri Paesi europei è fonte non di disappunto ma di vergogna. Per questa ragione i mesi che verranno per “IlCosmopolita” - ma ben più di esso per la CGIL - saranno contraddistinti da un impegno senza precedenti nel quale faranno in modo di coinvolgere altri più decisivi soggetti politici.

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Di Il Cosmopolita il 28/10/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

28/10/2005

Oltre il mantra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un “provocatorio” contributo all’analisi sulle strutture, le competenze e le risorse del MAE dichiarandoci disponibili ad aprire il più ampio dibattito Dalla sua fondazione, il Cosmopolita ha svolto una meritoria opera di osservazione del declino concettuale e strutturale della politica estera nazionale e del MAE quale strumento istituzionale di tale politica. Negli articoli e dibattiti di questi mesi è stato doverosamente ripetuto il mantra del Ministero spogliato di risorse e competenze. E' forse arrivata l'ora di non limitarsi a tale denuncia per guardare con rigore, coerenza e senza indulgenze alla situazione vigente di competenze e risorse. Si potrebbe cominciare con un esperimento banale. Perfino nell'Italia berlusconiana, ogni tanto televisione e carta stampata parlano di politica estera. E di cosa trattano in tal caso? Terrorismo, Al Qaeda, Irak, migrazioni clandestine, scontri di civiltà, invasione di mutande cinesi, fame nel mondo, qualche traccia omeopatica di Europa e Nazioni Unite. Spento il video o chiuso il giornale, sarebbe interessante aprire il sito MAE e scoprire come il principale strumento di politica estera di un Paese membro del G7 risponde a queste sfide epocali. Il Consolato Generale di Lugano ha 19 unità di personale di ruolo, quello di Shangai 17 (la circoscrizione consolare di Shangai ha una popolazione pari a varie Svizzere). L'Ambasciata nella capitale dell'Indonesia (mezzo miliardo di abitanti) ha 10 dipendenti di ruolo, meno del Consolato Generale a Nizza (14) ma numero uguale a quello del fondamentale Consolato di Mulhouse. Dieci risultano anche i componenti del Consolato Generale di Prima Classe di Gerusalemme, Città Santa dei tre monoteismi e luogo simbolico di incontri e scontri tra culture e religioni. 14 unità rappresentano invece il MAE al Consolato Generale di Losanna dove il principale conflitto di civiltà è tra chi si fa il bagno nel lago e chi no. A Boston ove si concentrano il maggior numero di università, centri di ricerca e Premi Nobel del mondo occidentale non abbiamo un Istituto di Cultura od un addetto scientifico (meglio così se si tratta di organizzare un concertino all'anno dei Solisti Veneti o di qualche altro cliente). Abbiamo però un IIC a Lilla. In sintesi, la nostra rete estera è ancora modellata secondo la logica ottocentesca delle grandi capitali (Londra, Parigi, Berlino, Mosca, Vienna, Washington e in misura minore Tokyo e Pechino, tutte sedi con ampissime dotazioni di personale diplomatico e delle aree funzionali) e dell'assistenza alle comunità migranti, un fenomeno che ha avuto luogo tra il 1880 ed il 1960.Non ci vuole un PHD in risorse umane per sapere che tutti i servizi anagrafici della rete consolare in Svizzera potrebbero essere forniti dall'Italia con strumenti telematici ed un abbonamento al DHL risparmiando il 90% delle risorse umane e finanziarie oggi utilizzate. Secondo campo per utili osservazioni. Perchè non comparare la composizione del personale MAE (diplomatici, aree funzionali, contrattisti, altre figure) con le analoghe strutture di Francia, Regno Unito, Germania etc? Si scoprirebbe che gli altri sono più numerosi ma soprattutto ricorrono in maniera assai più estesa a professionalità esterne, contrattisti, scambi di funzionari con altre Amministrazioni pubbliche o anche estere (oltre ad organismi internazionali), ricercatori, tirocinanti… E' noto che la classe politica non si interessa molto a questi problemi strutturali, l'Amministrazione è inerte ed alcune forze sindacali sostanzialmente complici dell’immobilismo in cambio di qualche privilegio per i propri iscritti. Il Cosmopolita avrebbe ampio spazio per analisi abrasive ed eretiche in questa materia. Prima delle risorse e delle competenze, occorre 'rivoluzionare' la mentalità narcolettica della Casa che stranamente accomuna le più svariate componenti del MAE dall'alta dirigenza diplomatica che la declina in chiave opportunista ed oligarchica alle OOSS con le verniciature di egalitarismo e la parodia della lotta di classe alla Farnesina. Ma la solfa è sempre quella: perpetuare una gestione autoreferenziale anche a costo di liti interne per la ripartizione delle poche briciole disponibili. Questo sistema ha faticosamente tenuto in passato ma adesso non regge più. Anche In Italia (pur con le dovute lentezze) il tempo passa e le cose accadono indipendentemente dai Governi di Destra o di Sinistra. Se il MAE vuole rivendicare più competenze e risorse deve indicare obiettivi prioritari, investire su una effettiva formazione (soprattutto delle Aree Funzionali), responsabilizzare tutto il personale (con percorsi di carriera, incentivi, motivazioni e senza nessuna forma di appiattimento o tutela dei lavativi a qualunque famiglia, clan o etnia appartengano), rivedere radicalmente la sua struttura (soprattutto periferica). Fino a quando le poche risorse disponibili continueranno ad essere utilizzate in modo così poco funzionale ed anacronistico, è molto improbabile che il MAE ottenga significativi incrementi di bilancio. Con una struttura ed una dirigenza adeguati ed efficienti, si potrebbe provare ad invertire la direzione dei procedimenti di definizione della politica estera. Oggi il MAE e la sua rete estera sono solo esecutori di decisioni prese nei palazzi romani o nelle ville sarde spesso funzionali solo ad interessi di parte o addirittura personali, prescindendo da una seria analisi della realtà mondiale. Tali decisioni dovrebbero invece basarsi sul flusso di informazioni provenienti dalle nostre rappresentanze diplomatiche, dalla loro sintesi e dalla conseguente individuazione delle azioni da intraprendere per il conseguimento degli obiettivi prefissati. Il rischio molto concreto è che tra 10 anni, questo Ministero si riduca a trattare solo questioni astratte ed esoteriche fornendo per il resto cerimoniale e servizi ancillari ai veri attori e decisori della politica estera nazionale (PDC, MEF, MAP, MINDIFESA, perfino Regioni e grandi Comuni). Notizia positiva per alcuni: non ci saranno più stagiaires, la CRUI li manderà altrove perchè in questa Amministrazione non ci sarà più niente da fotocopiare e nessuna telefonata alla quale rispondere. Insomma un destino simile a quello dell'Alitalia che va 6 volte la settimana a Catania ma non ha un volo per Pechino e rimane in vita a spese dei contribuenti avendo pagato fino allo scorso anno i suoi dipendenti molto più generosamente delle vere compagnie aeree che fanno profitti e coprono rotte interessanti. L’appello è lanciato. Su questi, come su altri argomenti, sarebbe fondamentale conoscere l’opinione di chi ci vede dal di fuori, anche come testimonianza di come la politica estera è percepita dalla famigerata società civile. Ben vengano idee nuove ed una sanissima dose di critica e, da parte nostra, di autocritica.

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Di Il Cosmopolita il 28/10/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/10/2005

Politica estera ai tempi della devolution

La politica estera ai tempi della devolution: tanti attori nessun copione Fra i vari aspetti del crepuscolo della Farnesina, meritano di essere segnalati anche gli effetti sulla Politica Estera del processo di “devolution alla vaccinara “ che – partito già decisamente male con la Riforma del Titolo V della Costituzione nell’ultimo anno del Governo dell’Ulivo – sta ora toccando vette di farneticazione ed autoreferenzialità di considerevole livello. Il Ministero degli Esteri, politicamente debole e finanziariamente esangue, si trova infatti a fronteggiare la disordinata irruzione sulla scena internazionale di nuovi soggetti, molto meglio attrezzati sul piano delle risorse umane e materiali ancorchè totalmente ignari di elementari nozioni di politica estera. Il risultato rischia di essere una volta ancora disastroso: il Sistema Paese si presenterà all’esterno un’immagine di confusione, disordinata sovrapposizione di approcci settoriali e locali, strutturale mancanza di qualsiasi coordinamento, totale inettitudine alla selezione di obiettivi e priorità “nazionali” (stigmatizzata all'ultima conferenza degli ambasciatori dal presidente di Confindustria). La confusa ripartizione di competenze fra Stato e Regioni (senza contare le Provincie Autonome e le Aree Urbane) si annuncia foriera di complicati contenziosi non solo sul piano interno ma anche su quello internazionale. Particolarmente allarmanti risultano ad esempio le pretese regionali nella sfera della politica europea (che si trova già in una zona grigia tra “politica estera” e “politica nazionale”). Sulla base di meccanicistiche trasposizioni tra suddivisioni di competenze interne ed attività comunitarie, le Regioni rivendicano ormai la quasi esclusiva titolarità di vaste aree di azione dell’Unione fingendo di ignorare (o talvolta ignorando davvero) che i Trattati europei si rivolgono a Stati e non a collettività locali. Invece di procedere ad una puntigliosa analisi comparativa delle modalità attraverso le quali. “veri “Stati federali (come la Germania) organizzano la prospettazione delle proprie posizioni nell’ambito delle istanze dell’Unione, le nostre Regioni (con l’aiuto di qualche Ministro “amico”) preferiscono lo strumento della rivendicazione sistematica di competenze, accompagnato da feroci accanimenti proceduralistici per decidere “chi andrà a Bruxelles” (e solo subordinatamente “per dire cosa”). Il concreto scenario che sembra profilarsi è la creazione di complicati meccanismi di consultazione (in seno alla Conferenza STATI-Regioni od altrove) che verosimilmente produrranno una posizione italiana in tempi italiani ovvero quando il negoziato europeo sarà ormai prossimo alla conclusione e la nostra possibilità di influenzarlo drasticamente ridotta. Accanto all’aspirazione di rapaci e non troppo competenti burocrazie regionali di entrare nel “salotto buono della diplomazia”, si affaccia l’ambizione di Governatori e Sindaci di condurre una propria politica delle relazioni esterne (dall’economia alla cultura fino alla Cooperazione allo Sviluppo). Disegni spesso velleitari ma che potrebbero anche risultare legittimi e perfino utili se si muovessero all’interno di un quadro di riferimento preciso fissato dal Governo ed approvato dal Parlamento. Ma di tale quadro non vi è traccia: il Governo ha ridotto all’asfissia finanziaria e all’irrilevanza funzionale lo strumento istituzionalmente competente alla conduzione della Politica Estera, il Parlamento tiene dibattiti di politica internazionale in modo distratto, episodico e frammentario, le Organizzazioni Internazionali ci bacchettano regolarmente (dal Fondo Monetario per i conti , all’OCSE per la sostanziale rinuncia ad una politica di aiuto allo sviluppo). In questo panorama le nostre rivendicazioni, anche fondate, come quella per il seggio europeo alle Nazioni Unite perdono inesorabilmente di credibilità

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10/10/2005

Anche quest’anno la politica estera non c’è

La politica estera non porta voti. Ce lo ricorda brutalmente la finanziaria 2006 - approvata giovedì 29 settembre dal Consiglio dei Ministri ed ora all’esame del Parlamento - che ha ulteriormente falcidiato i fondi per il funzionamento della struttura della Farnesina, sia quella centrale che, in misura ancora maggiore, quella della rete estera ed ha notevolmente ridotto le risorse da destinare al perseguimento dei pochi e sempre più velleitari obiettivi di politica estera rimasti nel programma di governo. Tremonti sta portando a termine diligentemente il compitino per cui è stato richiamato alla guida dell’economia italiana ( sic ! ), quello di predisporre una finanziaria i cui tagli, ineludibili anche per i più fanatici ottimisti che guidano il Governo, non toccassero troppo i principali serbatoi di voti su cui fa affidamento il centro-destra. E la politica estera non fa guadagnare molti voti. E’ vero, ci sarebbe la nicchia rappresentata dagli italiani all’estero, ma il loro voto, a pochi mesi dalle elezioni, ha ancora contorni nebulosi e rischia di non poter essere esercitato in modo effettivo e regolare, tanto che è stato paventato un suo rinvio, con buona pace del Ministro Tremaglia. Le cifre sono ancora incerte e suscettibili di ritocchi, ma, tanto per fare alcuni esempi, i capitoli per i consumi intermedi, quelli di funzionamento, dovrebbero subire tagli attorno al 20 %; il fondo per la sicurezza risulta inferiore del 40 % a quello del 2005; non ci sono fondi per la salvaguardia del patrimonio immobiliare all’estero; lo stanziamento per l’aiuto pubblico ai Paesi in via di sviluppo è ridotto di ben 150 milioni di euro, alla faccia degli impegni recentemente assunti sul suo progressivo adeguamento a quello degli altri Paesi europei. Fini preferisce i panni di Vice Presidente del Consiglio a quelli di Ministro degli Esteri e lo sta dimostrando anche in questa occasione, non reagendo a tagli che, se confermati, metteranno in ginocchio la rete estera del Ministero e limiteranno i nostri già scarsi strumenti di politica estera ai quali è destinato 1/3 di quanto destinano i principali Paesi europei. E il vertice politico-amministrativo della Farnesina? Per ora tutto tace. Eppure l’allarme sull’insostenibilità della situazione attuale con risorse umane e finanziarie sempre minori dovrebbe essere scattato da tempo. Ultimo episodio, che pure non ha suscitato la benché minima reazione da parte dell’Amministrazione, la protesta del 10 settembre scorso davanti l’Ambasciata a Berna dei Comites e dei membri CGIE per il progressivo degrado dei servizi consolari in Svizzera. E’ tempo di decisioni forti. Occorre rivitalizzare la politica estera italiana con apporto di idee e capacità ma anche dotando la Farnesina delle risorse necessarie, con una prospettiva di lungo periodo, al di là delle contingenze elettorali.

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10/10/2005

Sharon, Machiavelli e la Road Map

I facili, e comprensibili, entusiasmi che hanno caratterizzato il primo periodo dopo il ritiro israeliano da Gaza, stanno lasciando il posto a più meditate e preoccupate riflessioni. Il conflitto strisciante fra l'ANP ed Hamas, unitamente alla ripresa delle azioni israeliane mirate a colpire i dirigenti delle componenti più radicali del variegato mondo palestinese, costituiscono elementi che accompagneranno verosimilmente non solo questa delicata fase di transizione ma un periodo molto più lungo. Ancora una volta il punto centrale della questione ruota intorno alla figura di Sharon, sia sul fronte interno israeliano sia per quanto riguarda i rapporti con i palestinesi. Il primo duello con Netanyahu e l'ala più radicale del Likud si è concluso con la vittoria del Primo Ministro ma la frattura sempre più ampia nella società israeliana lascia peraltro prevedere una fase di ulteriori confronti e di drammatiche scelte non ulteriormente rinviabili. Altrettanto può dirsi per quanto concerne il rapporto con l'ANP; le provocazioni di Hamas non sono infatti destinate a diminuire di intensità nei prossimi mesi ed è invece molto probabile un acuirsi delle tensioni all'approssimarsi delle diverse scadenze elettorali. In un tale contesto il rilancio effettivo della Road Map, da tutti auspicato, appare quanto mai lontano e costituisce un banco di prova per quanti, Stati Uniti ed Unione Europea in particolare, intendono adoperarsi per dare nuovo impulso ad un esercizio che resta al momento l'unico condiviso dalle parti in causa. La ricordata centralità della figura di Sharon non esime peraltro dal valutare tutte le incognite che accompagnano da sempre la controversa figura del Primo Ministro israeliano. La domanda che si impone è quindi quella relativa al reale disegno politico di un leader da sempre accreditato di una forte propensione a soluzioni militari per sciogliere i nodi più intricati del conflitto con gli arabi. Molti palestinesi e numerosi ed importanti gruppi di opinione che orbitano intorno all’ala sinistra del partito laburista propendono per un'interpretazione in chiave machiavellica: Sharon continuerà un percorso a doppio binario, privilegiando negoziati formali ma privi di sbocchi concreti; ciò gli consentirebbe di disporre di tutte le opzioni per attuare ulteriori misure unilaterali, sino alla costituzione di uno stato palestinese che sarebbe di fatto una semplice simulacro, privo cioè di reale autonomia perché parcellizzato e circondato da una realtà israeliana preponderante. L'altra possibilità è che Sharon creda davvero in un percorso che, con l'assistenza del quartetto, porti alla soluzione dei due stati, con un’entità statuale palestinese non virtuale; tale sbocco sarebbe accompagnato da una garanzia internazionale per Israele circa eventuali future rivendicazioni arabe o di altra origine (ad esempio iraniana); sul piano più di dettaglio, con la protezione del muro per le aree più a rischio. Entrambi i percorsi presentano incognite importanti: nel primo caso non è infatti difficile prevedere il risorgere di un terrorismo, anche suicida, che troverebbe alimento in una situazione di frustrazione politica e di disagio economico. Nel secondo il pericolo per Sharon verrebbe dal fronte interno, con la resistenza dei coloni presenti in Cisgiordania, obbligati ad abbandonare insediamenti in precedenza favoriti dalle politiche di espansione dei precedenti governi israeliani, compresi quelli a conduzione laburista. Dal lato palestinese la situazione è ancor più difficile: la lotta per il potere, sino ad ora confinata alle consultazioni elettorali, sta diventando sempre più cruenta, come è dimostrato – per limitarci agli eventi più recenti – dalla spettacolare uccisione del cugino di Arafat, dall'irruzione in Parlamento di elementi della polizia, dagli scontri sempre più frequenti fra le milizie di Hamas e le forze governative di sicurezza. Si tratta di elementi che portano ad una lettura in chiave pessimistica: sciogliere il nodo Hamas secondo le indicazioni israeliane vuol dire nei fatti prepararsi ad una vera e propria guerra civile soprattutto nella regione di Gaza; l’ìnazione, d’altra parte, porterebbe a continui interventi di Tsahal, con le ovvie, conseguenti difficoltà. Sembra quindi inevitabile immaginare un percorso innovativo, mirato ad evitare il condizionamento delle provocazioni di Hamas (compresi eventuali attacchi terroristici) e ad impostare una collaborazione israelo – palestinese che, sotto la supervisione dei quattro garanti internazionali, consenta di costruire misure di fiducia reciproca sempre più articolate, tali da innescare un circolo virtuoso in campo politico, economico e sociale. L'indispensabile corollario di tale esigenza è costituita dalla capacità israeliana di abbandonare o quanto meno congelare la politica delle rappresaglie e, sul lato palestinese, dalla determinazione di impegnarsi, senza ambiguità ed incertezze sulla strada del disarmo delle milizie. Quanto difficile sia tale percorso è facile vedere. D'altra parte non sembrano al momento esistere alternative; ricordando anche la valutazione data da Peres a proposito del cosiddetto processo di Zurigo: “purtroppo in questo momento non c'è tempo per la poesia (e gli uomini di Zurigo sono dei poeti) ma soltanto per la prosa”.

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Di Il Cosmopolita il 10/10/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/10/2005

Vittorie e sconfitte della socialdemocrazia scandinava

Le elezioni politiche in Norvegia hanno parzialmente ricostituito il quadro politico d’insieme delle democrazie scandinave con una quasi integrale presenza delle socialdemocrazie al potere. Manca all’appello solamente la Danimarca che, nelle elezioni politiche del febbraio 2005, per la prima volta nella sua storia, aveva confermato al potere la coalizione di centro-destra del candidato primo ministro Anders Fogh Rasmussen. 21.9.2005 - A Oslo ha vinto l’alleanza rosso-verde (laburisti, ecologisti, sinistra socialista e partito centrista) di Jens Stoltenberg che si è aggiudicato la maggioranza assoluta del Parlamento com 88 seggi su 169. La situazione economica e’ estremamente positiva: PIL al 4%, minima disoccupazione al 3,7% ed un welfare efficentissimo finanziato grazie alle ingenti risorse perolifere. Lo sconfitto partito conservatore di Kjell Magne Bondevik e’ stato punito elettoralmente per aver fatto aumentare le disuguaglianze economiche, puntando ad una riduzione delle tasse per i ceti benestanti. Ma in Norvegia come negli altri paesi scandinavi la coabitazione tra i diversi partiti di sinistra è alquanto problematica in quanto l’alleato socialista e’ contro la NATO, contro la costruzione di centrali a gas e le prospezioni petrolifere nel mare di Barents e contro la EU (il paese ha rifiutato la sua entrata nella Unione Europea in due referendum nel 1972 e nel 1994). Nelle elezioni che si sono svolte in Scandinavia nei mesi passati abbiamo assistito sempre più frequentemente al consenso elettorale sempre più marcato alle formazioni politiche xenofobe e razziste come il norvegese Partito del Progresso (37 seggi - 11 in più rispetto al 2001, al secondo posto) e il danese Partito Popolare (24 seggi 2 in più rispetto al 2001, al terzo posto) che vengono considerati vicini alle posizioni di Haider in Austria e Le Pen in Francia. Le loro posizioni sull’ingresso della Turchia sono di netta chiusura, ma anche le rispettive idee sull’integrazione degli emigranti di colore nel tessuto locale (“Pericolosi africani camminano per strada”) dimostrano una crescita di consenso nei confronti delle loro politiche discriminatorie. In verita’ la posizione geografica ed economica della Scandinavia permetterebbe di affrontare il fenomeno della migrazione dalle zone povere del pianeta in una situazione di evidente relativa tranquillità, se solo si considera che i flussi di popolazione dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa orientale sono soprattutto diretti in prima istanza verso Italia, Spagna, Portogallo e Grecia successivamente verso Svizzera, Francia, Germania, Benelux e Gran Bretagna e solo in ultima istanza verso la Scandinavia; tra l’altro quest’area geografica dal giugno 2005 (momento del’entrata nella UE di dieci nuovi paesi) confina integralmente con i paesi della EU (godendo di una formidabile rete di protezione), tranne uno spazio Finlandese ai limiti del nord della Russia. Ma anche la situazione dell’invecchiamento delle popolazioni dei paesi scandinavi presenta non poche preoccupazioni. Secondo uno studio di un centro demografico danese la quantità di popolazione del paese scendera’ di circa il 15% nei prossimi 40 anni,, mentre i cittadini stranieri, attualmente stimabili a 270.000 unità saliranno a 900.000. Il vero problema secondo i demografi locali è che il tasso di rimpiazzo attuale è di 1,75 a coppia mentre quello necessario per mantenere la stessa quantità di popolazione è di 2,5 a coppia. Gli studiosi prevedono che con questo limitato tasso di rimpiazzo nel 2045 la maggioranza della popolazione danese sarà oriunda, con il declino demografico che inizierà inesorabilmente a partire dal 2017. Un altro elemento critico che indica chiaramente la difficoltà di un mondo che si è considerato per troppo tempo separato dal contesto europeo è quello relativo alla riforma del sistema pensionistico – con la proposta di alzare l’età pensionabile di anzianità nel pubblico impiego da 60 a 62, oltre a quello di elevare l’età pensionabile di vecchiaia da 65 a 67 – che ha causato una pioggia di critiche ed una forte caduta di consenso alla nuova leader del Partito Socialdemocratico Helle Thorning Schmidt che l’aveva proposta. Inoltre anche le caratteristiche delle leggi fondamentali di questi paesi (che contano una popolazione totale di circa 24 milioni di abitanti) godono di alcune deroghe, come e’ il caso della Danimarca (che applica il sistema dell’”opt-out”: decisione di non partecipazione), alle leggi dell’Unione Europea che non potranno essere mantenute a lungo; nessuno tra i paesi scandinavi adotta l’EURO tranne la Finlandia, la Danimarca non applica le convenzioni NATO per l’utilizzo dell’esercito, ha una legislazione restrittiva per la cittadinanza (non accetta la doppia cittadinanza se non alla nascita) ed e’ estremamente rigida sulle leggi di immigrazione. Tra l’altro esistono grandi distese di territorio danese come la Groenlandia e le Isole Far Oer che non fanno parte della UE in seguito a referendum abrogativi. L’esempio di quanto accaduto in Germania con i risultati delle ultime elezioni politiche rappresenta uno spaccato che può essere utile anche per comprendere la realtà scandinava con la difficoltà per quelle popolazioni a sbrogliare l’intreccio delle problematiche economiche e sociali che non possono essere affrontate solamente all’interno, ma hanno bisogno di un più stretta interrelazione con il resto dell’Europa.

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10/10/2005

La pietra nel cuore

E’ di questi giorni la notizia pubblicata dalla stampa argentina del bambino Guaranì operato in extremis, di tre tumori al cuore. La famiglia, il capo tribù e il Consiglio degli anziani della comunità aborigena di circa 35 famiglie che vivono nella foresta della Provincia di Misiones, si sono opposti estrenuamente a che il piccolo Julian, di tre anni, fosse in qualche modo curato dalla “medicina bianca”. La tradizionale medicina dei Guaranì, un popolo di 9450 anime, stanziatosi nel nord dell’Argentina nel secolo scorso, prevede infatti interventi esclusivamente naturali a fini terapeutici. Erbe, radici, foglie, cortecce e frutti sono utilizzati, a seconda dei casi e secondo i dettami di una scienza ancestrale, tramandata oralmente. Delle applicazioni delle pozioni si occupa lo sciamano, durante la danza sacra la Jeroky nembo’e, che utilizza il tatto, il soffio, la suzione e il fumo della pipa rituale, cui si attribuiscono funzioni analgesiche, per agevolare l’estrazione delle forze maligne. Il giudice argentino Julia Alegre ha imposto che il piccolo Guaranì fosse operato e i chirurghi dell’Ospedale Pediatrico Gutierrez di Buenos Aires, dov’é giunto Julian a seguito di altri ricoveri, dopo aver sentito il parere della Commissione di Bioetica, hanno estirpato i tumori che occupavano quasi completamente l’atrio destro e il ventricolo sinistro del cuore. Verà, colui che splende, questo il nome in guarnì del piccolo, ha dovuto attendere la data dell’intervento per due mesi, avendo i “medici bianchi” rilevato gravi carenze nutrizionali nei suoi tre anni di vita, con un peso di appena dieci chilogrammi e un’importante avitaminosi. Il sogno premonitore del Cacique della comunità aveva evidenziato una pietra nel piccolo cuore di Verà, cuore che si sarebbe fermato, una volta che la pietra fosse stata tolta. Julian ora dovrà fare una lunga convalescenza in ospedale, prima che i medici diano il permesso di farlo rientrare a El Soberbio il piccolissimo centro della foresta, a 240 chilometri da Misiones dove vive con i suoi. Il popolo Guaranì proviene dalla zona del Paranà dove fu utilizzato, in condizioni disumane, nei campi di produzione dell’erba mate. Dagli anni,’70 gli spazi occupati dalla comunità si sono ridotti a causa della deforestazione e della costruzione della diga brasiliana di Itapù. I Guaranì si sono ritrovati a cercare nuove terre e nuove occupazioni, prevalentemente come braccianti. La raccolta continua ad essere un’attività importante nella loro alimentazione quale quella del miele, prerogativa maschile a cui si aggiungono le attività della caccia della selvaggina e più raramente della pesca. Della raccolta della frutta e della verdura se ne occupano le donne che, unitamente agli uomini, coltivano il campo comunitario con manioca dolce, mais patate, fagioli noccioline zucche e canna da zucchero, allevando anche animali da cortile. Sono abili artigiani al telaio oltre che nella lavorazione di cesti e ceramiche. Da sempre hanno un’organizzazione politico sociale democratica, in cui il Consiglio degli Anziani prende le decisioni piu’ importanti, eleggono una volta all’anno il capo della comunità, il Cacique, attraverso il voto palese, accompagnato da una dettagliata motivazione. E’ stato solo per caso che gli assistenti sociali, in visita periodica nelle comunità aborigene Guarnì, si siano accorti delle sue precarie condizioni di salute e siano riusciti a convincere il Consiglio degli Anziani, a farlo visitare dai medici non tradizionali. La pietra dal cuore di Verà e’ stata tolta, quanto alle prospettive di una vita più sana e dignitosa per lui e la sua comunità, gli assistenti sociali non possono far altro che incrociare le dita.

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