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Post di novembre

25/11/2005

Nuovo governo e politica internazionale

Come le fiaccolate e gli appelli di civiltà avevano suscitato in noi la più che legittima perplessità sullo spostamento del baricentro della politica estera dell’Italia ai salotti televisivi e alle crociate, così le ultime settimane e i prossimi giorni portano novità non positive sull’agenda della prossima primavera, sul prima e soprattutto sul dopo elezioni. E questa volta non è solo il Governo Berlusconi a mettere in luce erraticità e congiunturalismo quanto l’insieme del dibattito che pure sembra faticosamente avviarsi su sentieri meno angusti di quelli della sola politica interna e delle trovate propagandistiche. Due sono gli episodi che attirano l’attenzione de “Il Cosmopolita” e suscitano marcata preoccupazione in quanti cercano di condurre un’analisi volta ad individuare priorità, strumenti, percorsi per un rilancio realista ma ambizioso della politica internazionale del Paese, che segni discontinuità sostanziali e formali ed eviti alcuni errori del periodo 1996 - 2001 (l’ansia di rassicurare) e la tentazione della politica spettacolo. Il seminario bolognese dell’area Prodi sulla politica internazionale e l’imminente Forum DS sullo stesso tema meritano qualche doveroso e costruttivo commento. Nel primo caso, tra le eminenti personalità convocate figuravano due Ambasciatori a riposo: uno, che si è dimesso un paio di anni fa per sgarbi asseritamente ricevuti dall’attuale maggioranza, ha ricoperto le cariche di Direttore Generale della Cooperazione allo sviluppo, di Direttore Generale della Promozione culturale, di Ambasciatore al Cairo; l’altro ha compiuto una napoleonica carriera che lo portò - prima del collocamento a riposo avvenuto alcuni anni fa - a coprire le cariche di Direttore della Cooperazione, Ambasciatore all’OCSE, Direttore Affari Economici, Ambasciatore in Germania, Ambasciatore in Unione Sovietica, Segretario Generale ed infine e interminabilmente Ambasciatore a Washington. Un record ineguagliato ed ineguagliabile. In entrambi casi non esiste traccia neppure omeopatica di un qualsivoglia impegno riformatore nell’ambito delle varie posizioni di vertice occupate. Salleo viene anzi ricordato come il tenace oppositore dell’introduzione dell’attuale struttura, quella per intenderci ”geografico - mista” adottata da tutti i principali Paesi occidentali a partire almeno dalla II Guerra mondiale, ¬ed un altrettanto determinato difensore di quella ottocentesca a base tematica (Affari Politici, Economici e via disarticolando le relazioni internazionali). E ciò in contrasto sia con il Ministro dell’epoca (la repubblicana Susanna Agnelli) sia con decine di proposte di legge presentate per un trentennio da tutte le forze politiche che compongono l’attuale schieramento di centro sinistra. Egli guidò inoltre – si era a metà degli anni ottanta del XX secolo – la resistenza dei diplomatici “puri” alla riforma dell’allora Segretario Generale Ruggiero: il primo serio, ancorché vano, tentativo di aggiornare il DPR 18 a vent’anni dall’entrata in vigore L’Ambasciatore Salleo, in quanto Segretario Generale, promosse il Decreto Legge che di fatto attribuì al vertice della carriera diplomatica il diritto di cooptare i funzionari per i gradi apicali (quelli che formalmente il Ministro degli Esteri sottopone al Consiglio dei Ministri e vengono nominati con decreto del Presidente della Repubblica): una innovazione che non ha certamente impedito palesi ingiustizie e fragranti arbitrii ma ha altresì accresciuto il tasso di autoreferenzialità alla Farnesina favorendo cordate interne su base dinastica e clientelare. Diversa ma comunque rivelatrice è la decisione di affidare ad Adriano Sofri la presidenza di un Forum sul “che fare?” in politica internazionale. Qui il dubbio è più circoscritto, di opportunità piuttosto che di merito. Ciò che dovrebbe ¬ a nostro avviso ¬preoccupare i “costituenti” di una rinnovata presenza dell’Italia sulla scena e nei processi di integrazione internazionale sono gli strumenti ed i metodi della formazione e dell’esecuzione della politica estera, cioè il come fare e non solo il cosa fare. In altre parole riformare, rendere trasparente e verificabile un processo politico e la sua esecuzione ormai regrediti a capriccio mediatico e in acrobazie da “Cabinet du Roi”. Sono questioni delicate, che “Il Cosmopolita” intende mantenere aperte, nella consapevolezza che solo in questo modo le scelte che abbiamo davanti siano reali e sostanziali e non ancora una volta virtuali o financo stilistiche.

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25/11/2005

Groznyi Sur Seine

Il mondo guarda con stupore le immagini da guerra civile che riempiono gli schermi televisivi. Parigi è diventata l’Irak o la Cecenia come si compiacciono ad affermare certe televisioni russe o americane? Non è più il momento di fare i bilanci delle violenze ma quello di analizzarne le ragioni che sono multiple e complesse. La prima ragione storica è architettonica. Le periferie francesi, costruite rapidamente negli anni 60 per far fronte alla crisi di abitazioni e soprattutto all’arrivo massiccio dei rimpatriati dal Nord Africa e degli immigrati indispensabili per la crescita economica del momento, sono tutte situate lontano dal centro delle città. Le costruzioni rapidamente “invecchiate” con il loro aspetto “staliniano” prive di vita, sono state abbandonate dalle classi medie che le avevano occupate subito dopo la loro creazione. Questa diserzione ha contribuito ad una ghettizzazione, solo coloro che non avevano i mezzi per andare altrove sono restati. E’ stato facile utilizzare queste abitazioni divenute vuote per ammassarci le famiglie numerose o marginalizzate economicamente. Queste hanno portato con loro la disoccupazione, la povertà, la disperazione dei giovani. Per sopravvivere è nata tutta un’economia parallela, fatta di piccoli traffici – macchine rubate o mini racket - che è sfociata rapidamente in una delinquenza più pesante – droga o prostituzione - nelle mani dei figli degli immigrati di prima generazione. In questo modo essi assicurano la sussistenza delle loro famiglie. I padroni delle “cité” sono diventati i capibanda che hanno basato la loro autorità sul terrore sostituendosi ai poteri pubblici latitanti. Polizia, giustizia, servizi pubblici, dimissionari di fronte all’insicurezza nascente, hanno abbandonato gli abitanti alla dittatura delle bande. Già nel 1982 une prima serie di disordini nella periferia di Lione ha attirato l’attenzione sulle “cité” divenute “zone extra diritto”. Una prima richiesta di aiuto da parte dei residenti e soprattutto da parte dei giovani. Dalla fine degli anni 70 i governi, di destra come di sinistra, hanno preso coscienza dell’esistenza del problema. In 30 anni non meno di 13 organismi (agenzie, segretariati, missioni, ministeri) si sono succeduti per analizzare il problema, cercare le soluzioni e… essere rimpiazzati da una nuova organizzazione senza agire. Nessuno ha capito che il problema non era solo politico ma storico e che non poteva che essere trattato sul lungo periodo. I poteri pubblici, abituati ad una crescita economica importante dal 1950 hanno pensato che la crisi del 1990 non era che un brutto momento e che la ripresa avrebbe aiutato a risolvere naturalmente il problema strettamente legato al lavoro. Purtroppo la crisi non era passeggera, viviamo una vera mutazione del mondo del lavoro con la necessità di impieghi sempre più qualificati. La degradazione del clima delle periferie si accompagna a quella della formazione. La spirale infernale è avviata. L’istruzione nazionale, malgrado gli sforzi meritevoli degli insegnanti, non ha potuto, o saputo, trasmettere i valori necessari. Gli avvenimenti recenti sono il risultato di una incomprensione. I codici di linguaggio, di abbigliamento e morali si sono sviluppati in un ambiente isolato differentemente dal resto della società. Senza punti di riferimento, questa generazione di immigranti, francese di diritto, è ritornata alle radici culturali e etniche dei genitori. Il dialogo normale è diventato impossibile: le parole, gli atti non hanno più lo stesso significato. E’ stato sostituito dalla violenza, quella che vivono quotidianamente. I giovani delle “cité” non vogliono più sovvenzioni, aiuti diversi o altri impieghi “riservati”, quello che reclamano è un vero lavoro e soprattutto il riconoscimento della ricchezza che apporta la “differenza”. La legge o i decreti sono inefficaci su questo punto, è la mentalità di un Paese che deve cambiare. L’insieme della classe politica sembra aver preso coscienza del problema. Tutti, di qualsiasi tendenza, si dicono pronti ad agire insieme, definire gli orientamenti di piani a lungo termine. Le soluzioni passano attraverso una ristrutturazione delle periferie, attraverso la scuola, la formazione professionale, le infrastrutture (soprattutto i trasporti),il ritorno dei servizi pubblici compresa la polizia. L’obiettivo, ridare fiducia alle “cité” e liberarle dalla piccola minoranza che impone la legge. La tragica morte di due giovani adolescenti, i quali, inseguiti o meno dalla polizia, sono entrati in una zona pericolosa - peraltro ben segnalata e protetta - è servita di pretesto per la fiammata di violenze. Il suo prolungamento, i “casseurs” non rispondono più a motivazioni di insoddisfazione politica, ma partecipano ora ad un gioco pericoloso e irresponsabile. Ne sono la prova i sempre più numerosi minori fermati dalla polizia che, anche al di fuori delle città con problemi, partecipano al grande concorso delle macchine bruciate, sotto l’occhio compassionevole dei giornalisti delle televisioni del mondo intero, come ad una vera sequenza di reality show. Non bisogna dimenticare le organizzazioni, più o meno clandestine, che usano i manifestanti per coprire azioni di provocazione (anarchici, radicali islamici, l’estrema destra ). Il fronte unito dei politici , fratelli nemici, è sincero o demagogico? Gli impegni solenni, presi durante i dibattiti televisivi, di lavorare insieme al di là delle etichette politiche, resisteranno alle prossime campagne elettorali? Auguriamocelo perché altrimenti questa volta la rivolta potrebbe infiammare il Paese. Speriamo che questo grido sia stato udito non solo dai responsabili ma anche dall’insieme dei francesi. Niente sarebbe più pericoloso che confondere le grida di disperazione delle periferie e le azioni criminali di pochi individui. Ogni cittadino deve fare la sua parte affinché “Liberté, Egalité Fraternité” diventino una realtà quotidiana. *professeur d’economie Université de Versailles

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25/11/2005

La grande Europa nell’era della globalizzazione

1. La globalizzazione apre nuovi spazi all’iniziativa europea. Apre i mercati, accresce la circolazione di merci, servizi, capitali, persone, idee. Mette in tensione gli stati nazionali e le organizzazioni internazionali. E’ potenzialmente un fattore di democratizzazione della comunità internazionale. La globalizzazione ha dei soggetti promotori che operano all’interno del mercato cercando di determinarne i processi. Sono le imprese multinazionali e transnazionali che perseguono una loro politica e sviluppano un loro apparato ideologico, ma conservano il legame per quanto tenue con il referente territoriale: lo stato che ospita la casa madre o il cui diritto interno regge la multinazionale. L’impresa multinazionale si situa a cavallo del diritto interno e del diritto internazionale, in una posizione sfuggente che le permette di valersi della norma più favorevole. L’adesione all’OMC di tutti i paesi sviluppati dovrebbe restringere il margine di manovra delle multinazionali perché, nel dubbio sul diritto da applicare, vige il diritto dell’organizzazione, per quanto esso a volte sia soft oppure oggetto di interpretazione da parte della giurisdizione OMC. Alcuni stati territoriali tendono ad agire da protagonisti sulla scena internazionale in virtù del loro peso politico e militare e grazie alla forza finanziaria delle loro imprese. Essi curano l’aspetto ideologico della loro influenza promuovendo la propria lingua come veicolare e diffondendo i propri modelli di comportamento come i soli moderni. Mirano a rendere etiche e profittevoli le relazioni internazionali combinando la teoria ricardiana dei costi comparati e la teoria hegeliana dello stato etico. Le organizzazioni internazionali a dimensione universale faticano a reggere il ritmo impresso dalla globalizzazione e dal tendenziale unilateralismo dei paesi protagonisti della globalizzazione, i cosiddetti attori globali. O si adeguano alla mutevole volontà degli attori globali, e affievoliscono il loro carattere universalistico, o insistono nella retorica per perdere di efficacia. Per contro le organizzazioni internazionali a carattere regionale avanzano e si rafforzano. Storie di successo si raccontano in America Latina ma anche in Africa, e tutte si richiamano al modello europeo. La globalizzazione dei nostri giorni è diversa dalle forme di internazionalizzazione che il mondo ha conosciuto: dalle talassocrazie mediterranee, a partire dalla fenicia e dalla greca, fino ai colonialismi misti di pubblico e privato dell’impero britannico e della Compagnia delle Indie. Essa si differenzia per un fattore di velocità e per un fattore di intensità. La globalizzazione è qualcosa di più dell’economia globale in quanto investe la cultura, la produzione e la circolazione delle idee, i movimenti migratori, il “meticciato”, lo scontro di civiltà. Il fenomeno pone problemi enormi agli stati nazionali, stretti come sono fra localismo e multilateralismo, fra liberismo e tentativi di protezionismo. A meno che non si tratti di stati “imperiali” come Stati Uniti, Cina, India, ovvero di stati “nicchia” con forte coesione interna come la Scandinavia e la Svizzera. Ma anche gli esperimenti regionali, di cui l’Unione è il modello più riuscito e sofisticato, si trovano di fronte a problemi nuovi: ad esempio come assicurare la legittimità democratica e l’accettabilità sociale di decisioni che richiedono una forte dose di centralizzazione (in materia commerciale e monetaria), come spiegare gli effetti asimmetrici per gli stati membri ed insieme l’esigenza di un’azione unitaria e solidale in istanze internazionali come le IFI e l’OMC. In sostanza, la governance della globalizzazione resterà hobbesiana finché non si profilano soggetti capaci di contrastare l’unitaleralismo degli attori globali senza cadere nelle utopie dell’alternativa per l’alternativa. L’Unione europea dà l’impressione di subire la globalizzazione, ovvero una certa idea della globalizzazione modellata sugli interessi delle imprese multinazionali e transnazionali. Questa idea, di cui alcuni stati membri si fanno portatori, rischia di minare la base della costruzione comunitaria perché mette in discussione il modello sociale europeo ed erode il consenso dei cittadini. Ecco il nodo che si pone all’iniziativa europea: sviluppare una propria visione della globalizzazione con una strategia che ne rilevi gli aspetti positivi partendo dall’acquis di cinquant’anni di processo di integrazione. 2. La Commissione Prodi pubblicò nel 2001 il Libro bianco sulla governance, essendo consapevole che bisognava porre rimedio all’apparente paradosso: il divario fra quello che l’Unione fa e la percezione che i cittadini hanno dell’importanza di Bruxelles. Da un lato, i cittadini chiedono all’UE di affrontare se non risolvere i grandi problemi; dall’altro essi nutrono scarsa fiducia nelle istituzioni e nelle politiche al punto che alcuni elettorati bocciano il Trattato costituzionale. L’allargamento a 25 stati membri, la prospettiva di portarli a 27 nel 2007, a 29 se non più in un futuro comunque prossimo, accrescono il divario fra la necessità dell’azione e la percezione della sua efficacia. Il ripiegamento su se stessa nell’epoca della globalizzazione è l’indizio della crisi seria dell’Unione. Ne dobbiamo uscire prima che diventi irreversibile. L’allargamento è difficile da spiegare. Altrettanto difficile è presentare l’opportunità che i Balcani e la Turchia aderiscano all’Unione, che il Mediterraneo debba occupare uno spazio rilevante nell’azione esterna dell’Unione, che si imposti una iniziativa verso i grandi paesi asiatici senza subire la retorica del libero scambio. La deriva dello spirito europeo porta alla profonda divergenza sulle grandi finalità europee. La crisi non è dovuta alle divergenze in quanto tali, ma al fatto che si rifugge dal dibattito profondo sulle ragioni della crisi e dunque dalla ricerca di un nuovo consenso. Questo potrebbe articolarsi attorno ad alcuni elementi: il fattore della pace e della sicurezza internazionale; la governance della globalizzazione; i progetti di società. Il primo elemento rimanda al dibattito su soft power e hard power. L’Unione ha già l’una e l’altra e deve svilupparle entrambe per essere soggetto sempre più credibile: per essere l’attore globale di una sua partitura delle relazioni internazionali. Il secondo elemento rimanda all’azione europea nei fori multilaterali: dall’OMC alle IFI, all’ONU. Dove si porrà il problema della partecipazione europea in quanto tale dopo la mancata riforma del Consiglio di Sicurezza ed il diverso orientamento di Berlino. Il secondo elemento rimanda al pensiero unico sul libero scambio. Il laissez faire non porta di per sé al progresso generalizzato. Occorre distinguere fra paesi emergenti e paesi in via di sviluppo. L’agricoltura non è un’attività economica come le altre. L’ambiente e lo sviluppo sostenibile devono permeare tutte le politiche. Il terzo elemento infine rimanda alla diversità dei modelli sociali e culturali, il cui rispetto non può prescindere dall’accordo su una soglia minima di cooperazione economica e dal diritto dell’Unione di promuovere ovunque le libertà fondamentali e la dignità umana. 3. La globalizzazione si alimenta dello sviluppo tecnologico, che favorisce la crescita attraverso la riduzione dei costi di trasporto e produzione. Pone il problema di un sistema di regole comuni, da decidere a livello multilaterale e tali da assicurare una effettiva concorrenza basata sul libero scambio e sui valori condivisi. Si pensi anzitutto alle norme internazionali sul lavoro. I PVS devono partecipare alla definizione delle regole. Necessitano dell’assistenza dei paesi sviluppati anche solo per negoziare nel modo più efficace. L’obiettivo di fondo è di pervenire ad un regime di scambi commerciali giusto ed equo, tale da diffondere a tutti i vantaggi della globalizzazione, in un quadro di sviluppo sostenibile. In conclusione, l’azione della grande Europa nell’era della globalizzazione deve puntare a tre grandi obiettivi: la pace e la sicurezza; il reciproco riconoscimento delle culture e delle civiltà nel quadro del diritto internazionale; la crescita durevole e sostenibile.

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Di Il Cosmopolita il 25/11/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

25/11/2005

I segnali di Mar del Plata

Sembra un paradosso. Il vertice delle Americhe di Mar del Plata ha mostrato che il Paese della dottrina di Monroe proprio in casa ha le maggiori difficoltà ad imporre la propria egemonia. Nelle altre parti del Mondo, laddove non si arriva con le strategie politiche, militari e soprattutto commerciali, si esporta la democrazia, anche se con metodi ben poco democratici. Ma che importa se il resto del mondo che conta plaude servile, inventando storie mediatiche per l’opinione pubblica, o tace impotente? Le avvisaglie dello scacco subito in Argentina già si erano viste nei mesi passati. Nell’ elezione alla segreteria dell’ OSA ( Organizzazione degli Stati Americani ), al candidato sponsorizzato dagli Stati Uniti, il messicano Luis Derbez, era stato preferito Josè Miguel Insulza, già ministro all’epoca di Allende e poi nel governo Lagos, nonché membro autorevole della coalizione progressista della Concertaciòn. Altro schiaffo al Vertice Iberoamericano di Salamanca del mese passato, con la contestazione della politica statunitense nei confronti di Cuba, che aveva trovato espressione persino nelle dichiarazioni finali. Tutto questo è innanzitutto il prodotto dell’assenza di strategia politica dell’ Amministrazione Bush nei confronti dell’America Latina. Esiste si il progetto di completo asservimento economico, di cui l’ALCA è il braccio commerciale, ma perseguito con la tipica rozza arroganza del Presidente texano ed ora senza nemmeno più soldi da offrire. E già, perché l’ occupazione dell’ Iraq ed i problemi interni, accresciuti dalle devastazioni degli uragani, pesano molto sul bilancio federale. E’ venuta così alla luce l’incongruenza della politica di Bush che nel 2005 e per la seconda volta, ha tagliato i fondi per la cooperazione con l’America Latina per poi presentarsi candidamente al Vertice convocato per “creare lavoro, per combattere la povertà e rafforzare la governabilità democratica” con l’unico scopo di imporre un trattato conveniente solo per gli Stati Uniti, visto che su quegli argomenti di così drammatica attualità per le popolazioni latinoamericane non ha nulla da proporre e nemmeno un “sogno” da vendere. Fortunatamente negli Stati Uniti non tutti la pensano come Bush. L’opposizione democratica, per bocca del leader al Senato, Harry Reid, aveva ammonito Bush sui rischi di un fallimento se “continuerà a credere che tutti i problemi dell’America Latina si risolvono firmando un trattato di libero commercio. Quei Paesi hanno bisogno di molto di più”. Del resto, il Presidente argentino Kirchner ha dimostrato come la sua opposizione all’ALCA non obbedisce ad un disegno ideologico, ma è frutto di un’accurata analisi di costi e benefici. Un’indagine condotta dal Centro di Economia Internazionale del Ministero degli esteri argentino ha simulato l’andamento dell’economia di quel Paese dopo la creazione dell’area di libero scambio, giungendo alla conclusione che la bilancia commerciale globale dell’Argentina subirebbe una perdita netta di 126 milioni di dollari l’anno, composti da 111 milioni di nuove importazioni e 15 milioni in meno di esportazioni. Ma il danno globale per l’economia argentina sarebbe ancora maggiore, potendosi determinare con l’adesione all’ALCA una disintegrazione dello spazio regionale del Mercosud, una spinta verso la reprimarizzazione, a scapito dello sviluppo industriale e dell’occupazione, una maggiore concentrazione di ricchezza, un incremento delle disuguaglianze ed in ultima analisi un peggioramento della qualità della vita. Se Lula è stato il trionfatore politico del Vertice e Chavez il trionfatore mediatico, riuscendo a partecipare contemporaneamente anche alle imponenti manifestazioni popolari e guadagnandosi i titoli dei quotidiani di tutto il Mondo, Kirchner ha fatto ancora una volta mostra di notevoli doti di prammatismo. Ora gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono chiamati a dare risposte alla prossima riunione del WTO ad Hong Kong. La sostanza dei problemi sarà la stessa: da una parte i Paesi del G8 che vogliono continuare ad imporre le politiche economiche neo liberiste, predicando apertura dei mercati ma continuando a proteggere quelli interni, senza retrocedere di un millimetro sulle proprie sovvenzioni agricole e dall’altra Paesi e popolazioni che vogliono avere accesso a condizioni di vita migliori. A Mar del Plata il campanello d’allarme è suonato forte per gli Stati Uniti. E la deriva a cui Bush sta conducendo la società statunitense non si misura solo con il fallimento delle politiche economiche. Il sentimento anti-americano sta crescendo sempre più forte nei popoli latinoamericani. Fanno riflettere le parole di Tomàs Eloy Martinez, uno dei più prestigiosi scrittori argentini, che è tornato a vivere in Argentina dopo molti anni passati negli Stati Uniti: “George Bush ha cambiato la cultura nordamericana in una maniera forse irreparabile. Qualunque persona diversa può essere vista ora come un nemico. Me ne sono andato da lì perché l’aria è diventata irrespirabile. Perché rimanere in un Paese che si sta rapidamente ammalando e dove quasi non rimane più ossigeno?”.

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Di Il Cosmopolita il 25/11/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/11/2005

La diplomazia mediatica

“Chi non salta, juventino è”. Se il calcio è la metafora della politica, la televisione è il campo di gioco. La politica estera è una partita di questo campionato virtuale. Il Direttore del Foglio decreta dalle colonne del suo giornale e dalla poltrona della sua videoconferenza permanente che la politica estera italiana in Medio Oriente e nel Golfo ha bisogno di una scossa. Basta compromessi, critiche a mezza bocca, modi discreti della diplomazia. No, l’Italia scenda in prima linea a manifestare il sostegno al diritto alla vita di Israele. E chi non manifesta, ovvero non salta, juventino è. E’ antiisraeliano, antisionista e – perché no? – antisemita. Ora, non è strano che un giornalista d’assalto pretenda di assalire metaforicamente, e sulla base di giuste considerazioni, l’Ambasciata di un Paese col quale pure intratteniamo normali relazioni diplomatiche. Anzi, potremmo auspicare che tale passione si diffondesse per diffondere un po’ di sapienza internazionale nelle coscienze dei cittadini. Ma è singolare che tutte le forze politiche si schierino in relazione all’appello adoperando, per aderire pienamente o parzialmente, gli stessi argomenti che il giornalista propone. E’ preoccupante che all’operazione si prestino Ministri di governo, che solo all’ultimo momento – “per non ledere l’interesse nazionale” – si astengono dal partecipare. Ma lasciano trapelare che l’avrebbero fatto volentieri se non gravati dalle responsabilità istituzionali. Il Presidente del Consiglio puntualmente li elogia per il senso di responsabilità, dimenticando che forse gli sarebbe spettato determinare prima la linea comune. Stando ad alcuni quotidiani, a pesare sul loro ripensamento sarebbe stato l’atteggiamento di ambienti della Farnesina. Ebbene, vada il nostro plauso ai diplomatici che hanno manifestato conoscenza delle relazioni internazionali. In precedenza Il Cosmopolita aveva notato che la politica estera è sempre più l’appendice della politica interna e perciò declinata in chiave smaccatamente elettorale. Con l’episodio del 3 novembre 2005 abbiamo rischiato di andare aldilà di quella che già sembrava una analisi impietosa. La politica estera non la si fa in Parlamento, in Consiglio dei Ministri, alla Farnesina. Non si costruiscono alleanze né strategie a favore o contro certe ipotesi in sede multilaterale. A Bruxelles si va malvolentieri e solo per il tempo della colazione di lavoro. No, la politica estera la si fa nei salotti televisivi dove, incalzati o blanditi dal conduttore di turno, si dichiara, si auspica, si critica. Insomma, si prende posizione. Alla politica estera dell’Unione europea si muove la critica che è “declaratoria”. La critica ha un fondamento. Ma almeno la diplomazia europea “dichiara” laddove è doveroso farlo: nella sede del Consiglio dei Ministri. I giornalisti, gli operatori televisivi sono lasciati all’ingresso del Palazzo Justus Lipsius ed ammessi all’interno solo per l’incontro stampa. In Italia i giornalisti televisivi non aspettano le decisioni di politica estera, le confezionano in diretta nel reality show della diplomazia mediatica. Se questo episodio non resta isolato ma indica una tendenza, allora è lecito attendersi di peggio nel corso di questa campagna elettorale cominciata troppo presto. Mesi di passione ci aspettano. Speriamo che la diplomazia tradizionale ed alcuni esponenti dell’opposizione reggano se non altro per salvare il bon ton.

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Di Il Cosmopolita il 14/11/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/11/2005

Mantra e modernismo

L’intervento di Vincenzo Grassi e Giovanni Santini ha il merito di sollecitare contributi su temi molto importanti quali la modernizzazione della rete estera della Farnesina ma soprattutto quello di spingere verso un approccio che, superando le critiche generiche, sia più propositivo e dinamico. Credo che sia senz’altro un invito da seguire. Che la rete dei nostri Uffici all’estero segua modelli ormai superati e inadeguati ai mutamenti intervenuti sulla scena mondiale negli ultimi venti anni, è evidente. Come è possibile che un Consolato come quello di Shangai che dovrebbe coordinare le iniziative italiane nell’immenso mercato cinese disponga unicamente di 17 unità ( fra cui un solo commissario finanziario-commerciale) a fronte delle 19 unità che prestano servizio a Lugano per occuparsi della collettività italiana residente nel Canton Ticino? Si tratta solo di miopia, di conservatorismo, di difesa di privilegi? E’ questo quello che ha impedito un “travaso“ di personale da Lugano a Shanghai? La situazione è senz’altro più complessa e i cambiamenti da perseguire abbracciano ambiti più vasti. Occorrerebbe infatti rivedere le competenze degli Uffici consolari, definire i servizi che devono fornire e le modalità di erogazione, utilizzare un’organizzazione del lavoro moderna con un personale adeguatamente formato (evitando le assunzioni clientelari all’estero molto diffuse). E se vogliano andare ancora più in profondità bisognerebbe forse partire da un ripensamento su alcune leggi in particole quella sulla cittadinanza e il voto all’estero. In un quadro cosi complesso e con una amministrazione priva di progettualità e impegnata a “mettere pezze”, la richiesta più volta avanzata dalla CGIL Esteri, forse in forma troppo “timida”, per un tavolo congiunto allo scopo di elaborare una strategia condivisa di riforma e riorganizzazione della rete, è caduta nel vuoto. Credo quindi che in generale non possa parlarsi di una scelta conservatrice da parte della CGIl a difesa della conservazione o di privilegi per gli iscritti quanto piuttosto di rifiuto a procedere a vista su una strada non tracciata. Riorganizzare la rete estera richiede risorse umane aggiuntive e una strategia complessiva. Al di fuori di alcuni possibili piccoli aggiustamenti, una revisione strategica della rete che comporti un ribilanciamento delle presenze con un rafforzamento ad esempio delle sedi asiatiche e un ridimensionamento delle sedi europee - e in particolare della rete consolare italiana nei Paesi dell’Unione europea - presuppone che vengano preliminarmente affrontati i nodi delle modalità dei servizi da erogare, del bacino di utenza, della collaborazione con le Autorità locali. Altrimenti si verificherebbe la paralisi dei consolati tenuto conto dei tagli di personale già subiti in questi ultimi anni , del conseguente aumento esponenziale dei carichi di lavoro in molte sedi e delle ricadute per il personale in termini di disagio, stress e maggiore conflittualità. La sfida per la CGIl è quella di portare avanti con impegno sempre maggiore la riflessione per l’elaborazione di proposte complessive e concrete e sollecitare l’Amministrazione e le forze politiche affinché affrontino finalmente con consapevolezza e determinazione la questione della riorganizzazione del Ministero a cominciare dalla rete estera.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 14/11/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/11/2005

La città e i carrettieri

Il carrettiere, nell’immaginario collettivo, evoca una figura antica, quasi scomparsa anche dal ricordo dei più anziani, di una persona umile che trasportava con un cavallo la mercanzia o quant’altro gli fosse stato affidato. A memoria della scrivente i rimproveri familiari e le similitudini con la categoria erano frequenti, per ricordare che l’uso di toni pacati ci distingueva per l’appunto da una simile figura. In Argentina e in particolare nelle città di provincia, i carrettieri esistono ancora. Escono simultaneamente nelle strade all’imbrunire, quasi mossi da un ipotetico appuntamento, con il ronzino di turno che traina il carretto, il suo “fantino” e un carico familiare generalmente composto da bambini che, all’occorrenza, scende frettolosamente dal carro, setaccia e raccoglie gli scarti maggiormente vendibili quali ad esempio cartoni, latte e metalli. La concorrenza tra carrettieri o cartoneros - letteralmente coloro che raccolgono cartone - aumenta di giorno in giorno con l’aumentare di un’impietosa inflazione che spinge il 38,5% della popolazione, sotto la linea della povertà. Sono infatti 8,9 milioni le persone che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. I dati statistici sulla povertà - forniti dall’Istituto Statistico e Censo argentino – INDEC - relativi al primo semestre di quest’anno - rilevano che gli alimenti di base contenuti nel paniere sono aumentati del 2,2% salendo a 126,2 dollari, con un’impennata, dall’inizio del 2005, del 10,9%. Il valore complessivo del paniere, che oltre agli alimenti di base include beni e servizi quali trasporto, istruzione, sanità e abbigliamento, è attualmente di 801,82 pesos, pari a 272,7 dollari. I cartoneros- attraverso i loro piccoli commerci - certamente non riescono a guadagnare una cifra simile; forse anche per questo, nelle grandi città, il cavallo è stato abolito. All’imbrunire l’assalto alla spazzatura viene fatto a piedi, è l’uomo a trascinare un enorme sacco di iuta colmo di scarti altrui, merce che forse gli eviterà di lottare ai piedi del camion della spazzatura, per accaparrarsi almeno quel che resta di frutta e verdura, prima che venga triturata. La ferrovia municipale di Buenos Aires - TBA - ha messo a disposizione di questi diseredati un treno bianco, dipinto a calce e senza sedili che trasporta quotidianamente il suo carico di cartoneros dalle bidonville alla stazione principale dei treni, per riportarlo poi a notte fonda a destinazione, per la modica cifra di 12,50 pesos quindicinali. I parametri di valutazione forniti dall’ INDEC a detta di molti non sono realistici, nella vita quotidiana infatti si consumano prodotti che spesso non sono inclusi nel paniere, certamente non è il caso dei cartoneros abituati a consumare gli scarti dei consumi altrui e a vivere una vita invisibile, come un esercito di ombre ai margini della vita sia lavorativa che sociale ma che, nella capitale, hanno il privilegio di viaggiare in treno e di pagare un regolare biglietto.

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Di Il Cosmopolita il 14/11/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/11/2005

La III Cumbre dei Popoli

Cinquantamila persone hanno salutato la fine della terza Cumbre de los Pueblos, l’importante riunione che si è svolta a Mar del Plata, in Argentina, 450 chilometri a sud di Buenos Aires. Lo stadio della città, gremito all’inverosimile ha accolto per tre giorni dibattiti, interventi spettacoli e conclusioni dell’altra America, mentre in contemporanea andava in scena il grande appuntamento, l’incontro di 33 presidenti dell’America Latina oltre il presidente degli Stati Uniti e quello del Canada. I temi trattati nelle due riunioni sono stati gli stessi, lotta alla povertà, diritto al lavoro, giustizia sociale, commercio sostenibile, indebitamento dei Paesi latino americani con le economie più forti, distribuzione democratica della ricchezza, riforma agraria, diverse sono state pero’ le conclusioni. Il documento di chiusura della terza Cumbre, presenziata dal presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha sottolineato la condanna dell’adesione all’Area del Libero Commericio delle Americhe – ALCA - e la necessità che tutti i trattati sottoscritti dalle nazioni siano basati sul rispetto dei diritti umani, delle sovranità nazionali, in considerazione delle frequenti asimmetrie che spesso caratterizzano i paesi in via di sviluppo. L’altra Cumbre, quella dei Grandi, ha cercato fino all’ultimo un’intesa fra i 32 Paesi rappresentati per sottoscrivere l’adesione all’ALCA, fortemente voluta dagli Stai Uniti e dal Messico. I Paesi del Mercosur e gli altri hanno respinto l’accordo del libero commercio emisferico, sostenendo che ancora non sussistono le condizioni per una convenzione equa ed equilibrata per l’accesso ai mercati priva di asimmetrie e di aiuti, questa volta tenendo in conto le decisioni dei popoli latinoamericani. Mar del Plata, sede delle due manifestazioni, è rimasta blindata per sette giorni; il quartiere - sede dell’incontro ufficiale - stretto in tre cerchi concentrici da cancelli di ferro e poliziotti armati, - è stato protetto con puntigliosa rigidità e minuziosa supervisione da parte dei servizi nord americani. Tutta la popolazione, residente e non, schedata e riconoscibile. Noi cittadini comuni abbiamo circolato grazie a uno speciale tesserino fattoci pervenire dalla polizia locale, i delegati della IV Cumbre, gli addetti, i giornalisti, i tecnici con un passi appeso al collo, i presidenti e le loro spose con una spilletta d’argento, coniata ad hoc da un famoso orafo argentino, sulla giacca; le associazioni non governative e quelle delle comunità indigene, i gruppi sindacali, le madri di Plaza de Mayo e tutti coloro che hanno partecipato alla Cumbre dei Popoli, con una maglietta dalla scritta No Bush. Il risultato veramente positivo è stato per la città che, attraverso i media internazionali, ha rilanciato la propria immagine oltre confine, dimostrando di essere in grado di accogliere migliaia di ospiti con grande responsabilità e uno spiccato senso civico e di aver saputo contenere gli sparuti atti vandalici che caratterizzano appuntamenti di tale levatura.

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Di Il Cosmopolita il 14/11/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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