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Post di dicembre

22/12/2005

L’Italia è più forte in Europa e più rispettata nel mondo?

Il manifesto gigante con la faccia gigante del Presidente del Consiglio declama questa frase magniloquente – ovviamente senza il punto interrogativo - dagli angoli delle strade di Roma. Non puoi non leggere l’epigrafe mentre attraversi il ponte in direzione Farnesina dove entri al solito orario. E dove saresti tentato di verificare col guardiano se per caso non ti trovi altrove: al Ministero della Pubblica Istruzione, al Dipartimento delle pari opportunità, in qualche luogo istituzionale che non tratta politica estera ma affari interni. L’effetto di straniamento ti prende perché le parole del Presidente del Consiglio, per definizione autorevoli, non le trovi confermate nella pratica di tutti i giorni. Prendiamo l’Europa, che presumibilmente egli assimila all’Unione europea. Ebbene, in Europa c’è poco da stare allegri. La Commissione apre la procedura d’informazione sulla difesa della “italianità” delle banche. La Banca Centrale europea riapre il fascicolo Banca d’Italia per l’appoggio alla scalata dei “furbetti del quartierino” e spinge il Governatore alle dimissioni. L’accordo sulle prospettive finanziarie, che interviene mentre il nostro Presidente è infastidito dalle lungaggini bruxellesi, ci penalizza sul piano finanziario senza aprire effettivi spazi per il rilancio delle politiche comuni. Barroso, la cui elezione a Presidente è dovuta all nostra azione gregaria rispetto a Blair, nomina ai vertici della Commissione i funzionari britannici mentre arretrano gli italiani alcuni dei quali pericolosamente contigui al centrosinistra. L’Istituto Universitario Europeo, che pure ha sede a Fiesole, boccia il nostro candidato ufficiale e congela il posto di segretario generale da sempre appannaggio dell’Italia. E via scomparendo. Nel “formato” mondo ci siamo salvati all’ONU grazie ad un colpo di fortuna ed alle resistenze incrociate di alcuni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dove il seggio alla Germania è ora messo in discussione dalla stessa Cancelliera Merkel. A proposito della quale è interessante notare come abbia svolto il solito giro pastorale di presa di contatto che l’ha portata inizialmente a Parigi, Bruxelles, Londra e Varsavia.. Ma non a Roma dove arriva solo ora visto che tardivamente si è posto il problema di invitarla o di renderle visita. Ora, si può capire che il nostro governo avesse difficoltà a sintonizzarsi con i rossoverdi di Schroeder e Fischer. Si capisce meno che abbia difficoltà a sintonizzarsi con una grossekoalition guidata da una esponente dello stesso partito, il PPE, cui aderisce Forza Italia. Quale la morale da trarre? Se la gigantografia del Presidente dichiara la verità, quanto ci passa sotto gli occhi consegue ad una nostra deformazione della realtà se non a pregiudizio dogmatico. Se viceversa siamo empirici, ci avvediamo che il divario fra propaganda e realtà tende a crescere ancora. Che viviamo in un paese dei sogni da cui qualcuno prima o poi ci sveglierà. Non certamente i nostrani maitres à penser, né i “terzisti” così in auge qancora qualche mese fa. Tra i primi Bruno Vespa ci ammannisce l’ultima lezione di storia spiegando che fino alle leggi razziali Mussolini non era ostile agli ebrei mentre Giuliano Ferrara al massimo ci può guidare nella fiaccolata di San Silvestro. Quanto ai secondi è evidente quanto siano occupati a scongiurare il ritorno di “mani pulite” e di quel “giustizialismo” da cui Fazio si è salvato in extremis. Forse la Commissione dell’ “amico” Barroso o la BCE di Trichet o qualcun altro che neppure immaginiamo. Ad ogni modo non si pensi che il ritorno alla realtà sarà lieve. Rientrare nel novero di chi conta a Bruxelles non è facile, e Prodi, se sarà lui a vincere le elezioni, lo sa bene. Ed infine, quanto al rispetto del mondo, cancellare le ultime vicende – e soprattutto ciò che le ha precedute su tutti i terreni della credibilità internazionale – sarà ancora più difficile: infatti se i “cugini”europei erano in qualche modo pronti a scusare, almeno a comprendere, l’anomalia italiana altra storia è quella che si gioca nel vasto scenario di una globalizzazione che ha da tempo varcato il “corral” del ranch di Crawford. E – anche qui – qualcuno ce lo farà ricordare, difficilmente gratis.

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Di Il Cosmopolita il 22/12/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

22/12/2005

L’erba nazionale

Il mate, in Argentina, si beve a tutte le ore più per tradizione, che per le sue proprietà nutritive e curative. Gli indios Guaranì, molto tempo prima della colonizzazione spagnola, masticavano l’erba nei lunghi percorsi nella selva, per ridurre la fatica della raccolta. Anche gli spagnoli, all’epoca della conquista, si resero conto delle proprietà stimolanti dell’erba e l’adottarono in forma d’infuso. Successivamente furono i gesuiti a farsi tentare dalla bevanda, alla fine del sedicesimo secolo, che però sottoposero al tribunale della Santa Inquisizione di Lima nel 1610, perché ritenuta pericolosamente benefica. Solamente nel XVII secolo furono autorizzati a coltivarla. L’erba mate è il risultato di un lungo processo di elaborazione che vede protagonista un albero, simile al lauro, crescere in zone boscose e temperate quali i boschi subtropicali del nord del Paese, dal quale si staccano fino a trenta chilogrammi di foglie per volta. Alle ventiquattrore dalla raccolta inizia il processo di disidratazione con il vapore e con il calore per conservarne il colore ed eliminarne l’umidità. Terminata la triturazione meccanica, l’erba viene lasciata stagionare sei mesi, un anno, prima di essere setacciata, classificata e immessa sul mercato. Nel 2004 sedici milioni di argentini hanno consumato 326.428.805 chili di erba, le imprese produttrici registrate sono state 125 - più di una è stata distributrice di varie marche. Il mercato interno ha assorbito il 70% della produzione, il restante 30% è stato esportato in Siria, Cile, Brasile, Uruguay, Stati Uniti, Italia e Spagna. (Dati Indec). Nel 2005 cinquecento grammi di mate costano mediamente 1 euro e quindi il prodotto è accessibile a tutte le tasche. Per le sue proprietà energetiche, rigenerative, diuretiche, vitaminiche e antiossidanti inoltre, la bevanda viene spesso prescritta nelle diete ipocaloriche; per le sue proprietà aggreganti è particolarmente indicata nelle riunioni conviviali. Il recipiente tradizionale, per bere l’infuso caldo, consiste in una piccola zucca secca, svuotata del suo interno e ripetutamente aromatizzata con l’erba stessa, da cui si sugge la bevanda con una cannuccia, o uno strumento similare in acciaio, alpaca e nei casi più rari in argento. Al nord del Paese, per combattere il caldo, il mate si beve freddo e la bevanda si chiama tenerè. Molto diffusi in commercio sono i porta mate, contenitori specifici in pelle di capretto o carpincho manufatti per trasportare la zucca, la cannuccia e il termos con l’acqua bollente o gelata. Sono generalmente le donne addette al servizio della bevanda all’esterno, mentre gli uomini si preoccupano di preparare adeguatamente il recipiente. In casa, con gli amici o a passeggio la domenica pomeriggio, il mate non manca mai, gli argentini lo condividono anche con gli estranei che, non si stupiscono di tanta intimità di suzione, al contrario degli stranieri che si ritraggono perplessi ringraziando. Nel rituale del mate anche il ringraziamento è un codice e i nativi ringraziano per passare la mano.

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12/12/2005

L’Europa – Icaro e il Mediterraneo

Il mito di Icaro come tutti i miti classici nasce sulle coste del Mediterraneo. Nei millenni lo si indica come il simbolo di chi troppo osa senza avere i mezzi per riuscire. L’Unione europea soffre della sindrome di Icaro nella Conferenza euro – mediterranea di Barcellona chiamata a celebrare il decennale della Dichiarazione che, nella Catalogna del 1995, diede il via alla strategia euro – mediterranea. La presidenza britannica del Consiglio trascina l’Unione in un volo che finisce per ammarare senza mai decollare davvero. Eppure, per chi abbia dimestichezza di diplomazia multilaterale, i diplomatici britannici sono considerati dei fuoriclasse: uomini e donne con uso di mondo, che parlano l’inglese con scioltezza, che si atteggiano a ragionieri quando trattano di bilancio comunitario ma volano alto quando si tratta di relazioni internazionali. Come sono caduti nell’infortunio di Barcellona trascinando il loro Primo Ministro e Presidente di turno dei Venticinque ed i Trentacinque appresso? La ragione va forse cercata nell’eccesso di sicurezza che sfiora la presunzione. La convinzione che un’abile mise en scène mediatica possa sopperire alla modestia dei contenuti e superare d’un balzo difficoltà enormi. La crisi irachena è lungi dal concludersi a Baghdad mentre a Bruxelles i Venticinque non superano ancora la contrapposizione del 2003. Il processo di pace in Medio Oriente si ravviva solo grazie ai sussulti della politica israeliana. I paesi della sponda sud, salvo qualche timido tentativo, stentano sulla via della democrazia, dei diritti umani, delle libertà fondamentali, che pure era delineata nella Dichiarazione del 1995. Ebbene, Londra pensa positivo: invitiamo tutti i protagonisti a Barcellona, proiettiamo una insolita e perciò storica immagine di familiarità fra i Trentacinque, apriamo le porte alla Lega Araba, all’Unione del Maghreb Arabo, all’Iraq liberato. La moltitudine dei delegati riempirà la foto di gruppo, e poco male se il dibattito sarà cacofonico. Alcune personalità accolgono l’invito della presidenza, altri – e fra i più attesi – lo declinano. Sharon è impegnato nella campagna acquisti per Kadima, alcuni presidenti e sovrani arabi preferiscono evitare l’imbarazzo della foto comune col Vice Primo Ministro di Israele e col Ministro degli Esteri di Iraq. Tutti comunque, assenti e presenti, si aspettano dall’Unione il profilo politico che non ha chiaramente, e sono delusi che si presenti al vertice priva del suo argomento più convincente: la cooperazione finanziaria. Il negoziato a Venticinque sulle prospettive finanziarie 2007 – 2013 è bloccato perché fra l’altro il Regno Unito non rinuncia neppure a parte del rimborso che gli spetta dall’epoca Thatcher. Lo stallo rende incerta la dotazione dello strumento per i partners mediterranei che deve rimpiazzare il programma MEDA. Le conclusioni del vertice – il primo del genere fra i Trentacinque – risentono di tante dissonanze. I documenti più importanti, fra cui la Visione Comune, sono diramati sotto la responsabilità della presidenza. Soltanto i testi meno controversi si valgono del consenso unanime. Un mezzo smacco per i pessimisti, un mezzo successo per gli ottimisti. Per Il Cosmopolita è la prova che la presidenza britannica, annunciata con le dichiarazioni magniloquenti e “moderne” di Blair al Parlamento europeo, manca gli obiettivi importanti e che nel suo campo di elezione, la politica estera, vanta solo l’avvio dei negoziati di adesione con la Turchia. Poca cosa. Il magro bilancio non dà ai progressisti europei alcuna soddisfazione, neppure quella, invero meschina, di “l’avevo detto io” rispetto a certi commenti di sinistra che avevano salutato il discorso del Primo Ministro come prova di leadership. Se anche Barroso lo paragona allo Sceriffo di Nottingham, significa che si intacca la fascia di consenso attorno al Regno Unito. E’ il momento di guardare altrove per salvare il salvabile del processo euro – mediterraneo, delle prospettive finanziarie, del sistema europeo.

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Di Il Cosmopolita il 12/12/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/12/2005

Un volantino della CGIL coordinamento Esteri

In chiusura delle Giornate della Cooperazione Italiana intendiamo esprimere all'opinione pubblica il nostro punto di vista su quello che sta accadendo dietro le quinte di questa grande kermesse mediatica. L'immagine che la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (DGCS) - attraverso questa autocelebrazione - intende offrire è in netto contrasto con l'attuale realtà della Cooperazione italiana. Alla costante riduzione dei fondi governativi da destinare all'Aiuto Pubblico allo Sviluppo, che ha portato il nostro Paese all'ultimo posto – in termini percentuali rispetto al PIL - nella classifica dei donatori internazionali, si associa una gestione della DGCS caratterizzata dalla generale tendenza a stravolgere (quando non ad ignorare) le procedure vigenti. In particolare: - La programmazione delle iniziative da realizzare non viene più presentata al Comitato Direzionale, pertanto né discussa né pubblicata; le decisioni sono invece dettate, in molti casi, da mera superficialità o scelte politiche di convenienza; - Sono assenti strategie in grado di ottimizzare le poche risorse finanziarie ancora disponibili e di destinarle alle reali priorità dei Paesi beneficiari; - Il Nucleo di Valutazione Tecnica (organo consultivo e di garanzia) è stato pressoché svuotato della sua funzione istituzionale e le rispettive competenze sono state di fatto assunte dal Direttore Generale o dal Sottosegretario di turno; si è così privato il Comitato Direzionale (l’organo decisionale collegiale previsto dalla legge 49/87) del supporto tecnico previsto per legge; - Non si è mai provveduto ad reintegrare il numero degli Esperti DGCS, oggi ridotto a meno della metà del contingente previsto dalla legge 49/87; - Si assiste ad un progressivo ma massiccio affidamento di compiti, che la legge attribuisce a figure professionali interne assunte con procedure concorsuali pubbliche, a personale e/o istituti esterni non sempre dotati delle competenze specifiche con conseguente forte aumento dei costi a carico della cooperazione; - Non si intravedono miglioramenti della qualità dei progetti e della funzionalità della struttura. Lo scorso anno la DGCS commissionò ad una società privata uno studio finalizzato ad analizzare i punti deboli dell'attività di cooperazione e proporre adeguati correttivi. I risultati di tale studio, peraltro ben pagato, non sono mai stati resi noti. Anche le raccomandazioni dell'OCSE relative alla Cooperazione italiana sono rimaste disattese. Infine, si sottolinea la totale assenza di attività di monitoraggio e valutazione delle iniziative, nonostante la recente pubblicazione di uno specifico manuale che resta, pertanto, uno strumento puramente teorico; - In contrasto con i principi delle più recenti norme in materia di dirigenza pubblica si assiste ad un progressivo accentramento del potere decisionale nelle mani del Direttore Generale il quale assume l’interim di un Ufficio importante come l’XI (consegnatario, gestione e manutenzione beni); tra l’altro finora abbiamo assistito all’allontanamento di quei funzionari non graditi al Direttore Generale; - Si registra un'accentuata tendenza ad un uso anomalo dei 'contributi volontari' erogati dalla DGCS ad Organismi Internazionali; i più compiacenti sono spesso utilizzati per eludere qualunque forma di controllo tecnico ed amministrativo; - Si registra inoltre un discutibile utilizzo dei fondi per spese di funzionamento come nel caso del faraonico, quanto inutile, 'restiling' degli uffici del quinto piano. Sembra dunque evidente che la dirigenza della DGCS non sia affatto interessata alle sorti dei diseredati del Terzo Mondo né tantomeno alla valorizzazione professionale dei suoi operatori i quali, nonostante tutto, hanno saputo in questi anni conseguire alcuni risultati positivi ad un costo certamente inferiore rispetto a tante vuote operazioni mediatiche o di pura immagine.

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06/12/2005

Diritto negato, anzi stravolto

L’editoriale del Cosmopolita del 10 giugno scorso si concludeva con la domanda, retorica, su quali correttivi il Governo intendesse apportare al sistema del voto all’estero per assicurarne l’esercizio a tutti e garantirne regolarità e credibilità. Come era facile prevedere, in questi sei mesi non è successo nulla. Ma saremmo ingenerosi e disfattisti – “i soliti comunisti” – a criticare per questo il nostro Governo, occupato come era in ben più importanti provvedimenti come la “devolution”, la legge elettorale, la ex Cirielli, demolitori – sorry, “riformatori” – del nostro sistema costituzionale. E immaginiamo quali grida al sabotaggio ed alla negazione dei sacrosanti diritti degli italiani all’estero si sarebbero levate da parte della destra se i partiti di centro-sinistra avessero proposto modifiche al meccanismo di voto – ad esempio l’opzione – per rendere effettivo e più sicuro tale diritto. Ma oltre alle anomalie ed incongruenze denunciate con il precedente editoriale, ve n’è un’altra, particolarmente rilevante per tutto il personale di questo Ministero, su cui vale la pena ritornare e continuare a dibattere. E’ la questione relativa all’esercizio del diritto di voto del nostro personale in servizio all’estero già affrontata nel precedente articolo “diritto negato”. Il nostro personale all’estero non potendo votare per corrispondenza e dovendo assicurare le operazioni di voto dei connazionali per le circoscrizioni estere è di fatto impedito nell’esercizio del diritto di voto. Inoltre, anche ove le esigenze di servizio consentano loro di venire in Italia con i familiari, i costi dei biglietti aerei, soprattutto per le sedi extraeuropee, sono tali da rendere tale possibilità impraticabile. In questi mesi nonostante le segnalazioni dei Sindacati delle Farnesina alle forze politiche e gli interventi dell’Amministrazione presso gli altri Ministeri interessati nulla si è mosso. Continua la resistenza a modifiche in tal senso della legge 459 da parte del Ministero dell’Interno contrario, per motivi sia di ordine generale che tecnici, a prevedere che i dipendenti pubblici e militari in servizio all’estero possano esprimere l’opzione di votare all’estero, per corrispondenza, per i parlamentari delle rispettive circoscrizioni elettorali. Gli Interni sarebbero invece favorevoli a consentire a tutti i residenti temporanei all’estero di votare per le circoscrizioni estere. Ma in tale ipotesi dove va a finire quella corrispondenza fra eletto e elettore prevista dal dettato costituzionale? Il nostro personale deve essere messo in condizione di votare per le proprie circoscrizioni di competenza che peraltro, nel caso venga approvata la nuova legge, sono destinate a ridursi notevolmente di numero. L’ipotesi prospettata dal Ministero dell’Interno appare, anche in una prospettiva transitoria, una soluzione pasticciata e pericolosa come precedente. E’ meglio continuare a battersi per assicurare ai colleghi all’estero un “vero” diritto di voto attraverso le opportune modifiche della legge 459 che peraltro, sulla base delle esperienze già acquisite e di quelle che risulteranno in occasione delle prossime lezioni, sicuramente avrà bisogno di essere rivista anche in altre sue parti per renderne l’applicazione più puntuale e trasparente. Diversa è la questione del voto per i referendum poiché in questo caso non ci sono circoscrizioni ed unica è la scheda elettorale. Nulla dovrebbe quindi frapporsi all’esercizio del voto per corrispondenza anche per il nostro personale. Allora cosa si aspetta? Verrà negato a chi, per l’esercizio delle proprie funzioni, non può abbandonare la sede di lavoro di esprimersi sulla riforma della costituzione? Non dimentichiamo che questo diritto è invece assicurato, per effetto della legge sulla cittadinanza, anche ai “nipotini” di discendenti italiani cioè a coloro che da generazioni vivono all’estero e non hanno più alcun legame con l’Italia.

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06/12/2005

Kadima

Kadima (Avanti) è il nome della nuova formazione politica, immancabilmente di centro, che il Primo Ministro Ariel Sharon fonda con esuli del Likud e del Labour, fra i quali, ma come indipendente, Shimon Peres. I laburisti decidono di uscire dal governo di unità nazionale. Il Presidente Katzav scioglie la Knesset e convoca elezioni anticipate in marzo. I sondaggi premiano subito Sharon, che potrà così adoprarsi a ricostituire l’unità nazionale con Amir Peretz, senza i riottosi ex compagni del Likud e la destra nazionalista e religiosa. Amos Oz, che pure non è mai stato d’accordo con Sharon, si dichiara per una volta d’accordo con lui. Finalmente Israele avrà un governo laico e solidale in politica interna, pragmatico in politica estera specie riguardo alla questione palestinese. Sulla stessa lunghezza d’onda si collocano gli altri grandi scrittori e maitres à penser della sinistra israeliana e europea, David Grossman e Abraham Yehoshua. Sì, perché la sinistra europea e italiana è molto influenzata dai loro scritti quanto lo è da quelli di Tahar ben Jelloun. Una bella prova, una volta tanto, di apertura al pensiero mediterraneo. Se ci giunge col timbro di Oz, Yehoshua e Grossman, la svolta di Sharon va salutata con favore. Introduce un elemento di novità in una situazione altrimenti bloccata. Testimonia della vivacità politica di Israele che appare ancora più lucida per contrasto alla stagnazione dei paesi vicini, dove il potere repubblicano rinnova se stesso coi plebisciti (Egitto) o si trasmette per via dinastica (Siria). Insomma, un segno di democrazia in un’area che ha difficoltà a ritenerne i principi fondamentali. Tutto bene allora. Se non che la mossa di Sharon prova anche la unilateralità del processo decisionale di Israele. Unilateralità che è legittima riguardo alle scelte di politica interna: unità nazionale, gioco fra sinistra e destra risolto dalla nuova formazione di centro. Ma che è discutibile quando riguarda le relazioni esterne. Il ritiro da Gaza, la vera miccia dell’attuale sconquasso politico, è stato deciso dal governo di Israele al di fuori di un quadro negoziale con la controparte. Perché la controparte non è pienamente accettata come tale da Israele. L’operazione Gaza rimanda all’operazione Libano voluta nel 2000 dall’allora Primo Ministro Ehud Barak per ragioni non dissimili: l’insostenibilità dello sforzo militare a fronte di problemi sul piano interno. Si tratta di operazioni dettate da considerazioni di “economia” militare piuttosto che di ordine diplomatico. La domanda allora è: il processo di pace in Medio Oriente è possibile in un quadro di fatti compiuti? Sopravvive una dimensione negoziale del processo in cui non solo il Quartetto ma l’Unione in quanto tale hanno qualcosa da dire? Nell’immediato l’Unione qualcosa da fare ce l’ha: vigilare sul valico di Rafah, che dovrebbe funzionare “ h 24” e che per restare aperto tutto il giorno prima che gli israeliani lo blocchino di nuovo, ha bisogno di carabinieri e di altre polizie europee. Basta controllare il traffico a Rafah per dichiarare di avere un ruolo politico e militare in Medio Oriente? Ecco un’altra domanda cui bisognerebbe rispondere. A nostro parere non basta. L’Unione ha molto di più da fare per dare senso alla sua enorme esposizione finanziaria verso la zona. Una cooperazione che sarà chiamata a qualificare ed incrementare con le prospettive finanziarie 2007 – 2013 e col nuovo strumento di partenariato e vicinato. Le circostanze stesse spingono verso una diplomazia europea che riduca le vanitose competizioni fra diplomazie nazionali. Lo sforzo richiesto nel Mediterraneo è tale che la politica ha da essere autenticamente europea o non è. La fiacchezza con cui si è celebrato il decennale della Dichiarazione di Barcellona, sta lì a rammentarlo.

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