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Pace e guerra

PACE E GUERRA

Speranze ed incognite in Medio Oriente

Le analisi ottimistiche sembrano al momento prevalere rispetto a valutazioni più prudenti e meditate sulla situazione e sulle prospettive nelle due principali aree di crisi che ci troviamo ad affrontare: quella irachena e quella israelo -palestinese.
E’ indubbio che lo svolgimento delle elezioni in Iraq e gli incontri di Sharm el Sheikh costituiscano due importanti fattori che possono marcare una svolta per entrambe le situazioni; è peraltro altrettanto evidente che siamo semplicemente all’inizio di un percorso che non può che essere definito lungo e tortuoso, per quanto banale possa apparire tale valutazione.

Le reciproche aperture di Abu Mazen e Sharon costituiscono segnali di rilievo perché entrambi i leader possono contare su un sostegno ampio e rafforzato: con il recente processo elettorale per quanto riguarda il primo, con la coalizione allargata nel caso del Primo Ministro israeliano. Le affermazioni delle liste di Hamas a Gaza e le manifestazioni dei coloni a Gerusalemme sono peraltro segnali che indicano con chiarezza la complessità delle prove da affrontare prima di poter affermare di essere di nuovo sulla strada del dialogo e di un negoziato concreto, tale da restituire speranza ai palestinesi e sicurezza agli israeliani.. Sullo sfondo rimangono infatti le incognite della situazione di Gerusalemme Est, degli insediamenti in Cisgiordania e del diritto al ritorno dei palestinesi della diaspora.
Gli israeliani continuano a ribadire con forza la determinazione a fare della Città Santa la loro capitale “esclusiva”, proseguendo inoltre nella loro azione amministrativa e legale mirata alla progressiva appropriazione di porzioni di territorio nelle zone centrali; con altrettanta determinazione da parte palestinese viene ribadito il concetto di voler fare dell’area Est di Gerusalemme la capitale del nuovo Stato. Quanto le abili mosse israeliane di ampliare – sempre sotto il profilo amministrativo – l’area della Grande Gerusalemme possano facilitare l’avvio di una discussione al riguardo e lasciar trasparire, sia pure in prospettiva, una soluzione al riguardo lo sapremo nei prossimi mesi.

Gli oltre duecentocinquantamila coloni presenti in Cisgiordania rappresentano invece un problema che le due parti non potranno risolvere senza il sostegno internazionale; anche a voler considerare soltanto gli aspetti economici - trascurando quindi la difficoltà di trasferimenti di popolazioni che in molti casi richiederebbero l’uso dell’esercito - appare infatti evidente come gli indennizzi da riconoscere ai coloni potranno essere corrisposti soltanto facendo ricorso agli aiuti internazionali, secondo formule che al momento nessuno appare in grado di delineare.

Per la diaspora palestinese la questione appare rovesciata rispetto a quella precedente: i simboli e la componente politica sono dominanti rispetto alla dimensione economica; anche in questo caso l’individuazione di soluzioni tali da non superare la soglia della “non accettabilità” per la maggioranza degli esuli non appare semplice. Il ricorso alle formule, appena abbozzate, dell’esercizio di Ginevra non appare infatti praticabile, almeno nel breve periodo e richiederebbe comunque un forte impulso esterno che al momento né gli Stati Uniti né l’Unione Europea – per non menzionare la Lega Araba – appaiono desiderosi o in grado di imprimere.

Ancora una volta quindi, le ali moderate dei due schieramenti si trovano ad affrontare una situazione incancrenita dal perdurare dell’occupazione e dal conseguente innescarsi della micidiale ed inarrestabile catena del terrorismo e delle rappresaglie. Quali spiragli riusciranno ad attivare ed ampliare i negoziatori israelo – palestinesi non è possibile prevedere; c’è solo da augurare che gli altri principali attori del gioco non si limitino al ruolo di semplici osservatori ma partecipino attivamente alla ricerca di una soluzione. Le emozioni che avvertono gli spettatori di un recente film di successo proprio sulla situazione in Palestina non possono, ovviamente, essere di guida per i governi; è però essenziale che soprattutto a Washington e Bruxelles venga percepita pienamente la tensione che anima nuovamente i responsabili di Tel Aviv e Ramallah per rimettere in moto un meccanismo fermo da troppo tempo.
Le altre elezioni svoltesi sotto occupazione, quelle in Iraq, hanno suscitato commenti generalmente positivi, pur in presenza di forti e legittimi dubbi su liste elettorali di incerta origine e consistenza, assenza di osservatori internazionali, astensione di una larga maggioranza della componente sunnita. Su questo quadro, di per sé non incoraggiante, aleggia inoltre il tentativo del Presidente Bush (e dei suoi alleati) di far dimenticare che le premesse sulle quali era fondata la giustificazione per l’intervento militare sono risultate del tutto errate o, meglio, false.

Nel momento in cui viene avviato un esperimento di “processo democratico”, sia pure parziale e distorto, in un Paese la cui storia e composizione etnica è di grande rilievo per tutta l’area circostante, appare essenziale individuare alcuni punti di riferimento, alcune linee guida per evitare altre deviazioni ed errori, tali da compromettere ulteriormente la stabilità della regione. Il carattere di “lotta del bene contro il male“ attribuito dalla dirigenza statunitense, quanto meno dalla componente più radicale, all’intervento in Iraq è un concetto lontano ed incomprensibile per la quasi totalità della popolazione irachena; la presenza di numerose componenti etniche, ripartite a loro volta in molteplici gruppi tribali, ha da sempre costituito una ricchezza (ed un problema) per il Paese. Gli equilibri politici, economici e sociali venivano infatti raggiunti a seguito di consultazioni e dibattiti interni ad ogni gruppo e successivamente mediati su scala nazionale, secondo un approccio certamente arcaico e non democratico secondo i principi occidentali; ma in ogni caso rispettoso delle tradizioni e dei valori assimilati da secoli in quelle popolazioni.

La rottura traumatica di tali equilibri non può che provocare instabilità, con il conseguente diffondersi di fenomeni terroristici e di delinquenza comune che gli eventi in Iraq testimoniano drammaticamente. Ricucire in breve tempo il tessuto di una società già provata e devitalizzata da un regime dittatoriale pluridecennale è impresa impossibile; di ciò dovrebbero prendere atto gli americani che già devono rispondere della pesante responsabilità di aver ingannato l’opinione pubblica internazionale ed illuso le popolazioni irachene.
E’ evidente quindi l’esigenza di lanciare segnali concreti in direzione di un disimpegno (= ritiro delle truppe) che non può essere rinviato a date incerte se si vuole ottenere che gli iracheni collaborino davvero nella lotta al terrorismo. Parallelamente dovrà essere delineato un piano di progressivo trasferimento di sovranità “reale” al nuovo governo iracheno, in particolare modificando molti degli “editti” dell’epoca di Bremer che hanno di fatto assicurato agli americani il controllo assoluto dell’economia irachena.

Si tratta di meccanismi da attivare con grande delicatezza, per tener conto, da un lato, delle esigenze di sicurezza che un ritiro affrettato potrebbe compromettere e, dall’altro, di rendere troppo evidente agli occhi “dell’agricoltore del Mid West” le perdite che, anche sotto il profilo economico, l’intervento in Iraq ha provocato in alcuni settori dell’economia statunitense.
Il fattore tempo costituisce sempre più un elemento essenziale nella vicenda irachena: la rapidità con la quale gli americani sapranno sfruttare il positivo elemento introdotto dalle elezioni, consentirà di segnare un vero punto di svolta nella vicenda; se a Washington dovessero invece prevalere – e questo sembra purtroppo il caso – i gruppi di pressione interessati ad utilizzare l’intervento in Iraq secondo logiche di crociata contro il male o di puro interesse economico, la partita diventerà molto più complessa e pericolosa. In un simile contesto l’azione dei Paesi amici ed alleati degli Stati Uniti si rivelerà essenziale: non a caso il Primo Ministro inglese ha da tempo avviato un’azione moderatrice mirata a prevenire azioni intempestive nei confronti di Teheran.

Sarebbe forse il caso di riflettere, anche per quanto riguarda il nostro Paese, sulla possibilità di indicare con chiarezza ai nostri alleati il percorso che ci sembra più idoneo ad uscire dalla crisi irachena; gli sterili dibattiti parlamentari in occasione del periodico rinnovo del decreto che autorizza la permanenza delle nostre truppe in Iraq non aiutano certo il nostro governo in tale direzione. Non appare utopistico peraltro immaginare un lavoro condiviso con l’opposizione per giungere ad una proposta organica, da sostenere con coerenza in ambito internazionale.
Avviare un’iniziativa in tal senso costituirebbe la migliore risposta al neo Segretario di Stato americano che, invertendo la classica formula di von Clausewitz, ha recentemente annunciato l’avvento del tempo della diplomazia.

(14 febbraio 2005)

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