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Post di gennaio

24/01/2006

L’esempio danese ed il mercato del lavoro

Negli ultimi mesi il dibattito sul modello del mercato del lavoro danese ha subito una netta accelerazione da parte di giornalisti ed esperti italiani. Il concetto della “sicurezza flessibile” applicato in Danimarca ha alimentato la discussione di esponenti universitari, economisti di partito e rappresentanti sindacali.Vediamo di analizzare tale esempio in un paese che ammette i licenziamenti, garantisce una continua formazione professionale per i disoccupati che ricevono per ben 4 anni il 90% del loro ultimo salario. 16.1.2006 – Nelle ultime settimane si è assistito ad un crescente interesse per l’esempio economico-sociale rappresentato dal sistema danese. Articoli sono apparsi su alcuni quotidiani italiani – tra gli altri Repubblica e Manifesto – su quel modello di stato sociale. E’ stato segnalata soprattutto la cosiddetta “sicurezza flessibile” nel settore occupazionale, rappresentata da una legislazione del lavoro che permette la libertà di licenziamento dei dipendenti temperata da un forte intervento dello stato sociale. Per comprendere la relativa ampiezza del fenomeno occorre ricordare che la Danimarca ha una superfice inferiore a quella complessiva di Calabria e Basilicata ed una popolazione superiore a 5 milioni di abitanti pari a quella della Liguria. E’ un paese che non há vissuto i drammi della seconda guerra mondiale in virtù di un patto di neutralità firmato con i tedeschi e che negli anni settanta há goduto dei vantaggi della scoperta del petrolio nel Mar Baltico, oltre a possedere un sistema economico integrato con gli altri paesi scandinavi (Norvegia, Svezia e Finlandia) e di confinare esclusivamente con i paesi della UE. Al di là dei dati macroeconomici del 2005 – incremento del 2,4% del PIL, aumento dei consumi privati al 4,3%, degli investimenti fissi lordi al 5,5%, delle esportazioni al 4,6%, crescita delle costruzioni di tipo residenziale del 5,0 %, positivo saldo della bilancia commerciale, riduzione delle imposte sul reddito, bassi tassi di interesse al 2%, incremento degli investimenti pubblici al 4,7% - va segnalato che l’economia danese è strettamente integrata nello scacchiere scandinavo nel quale solamente la Finlandia mostra segnali di una certa autonomia (accettando l’EURO e gestendo ad esempio una compagnia aerea nazionale a differenza della SAS di Danimarca, Svezia e Norvegia). Tra l’altro è di questi giorni la notizia che nel paese finnico la rappresentante socialdemocratica Tarja Halonen ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali con il 46.3% dei consensi contro il 24.1% del conservatore Sauli Niinisto. Il ballottaggio avrà luogo il prossimo 29 gennaio. Inoltre anche le caratteristiche delle leggi fondamentali di questi 4 paesi (che contano una popolazione totale di circa 24 milioni di abitanti) godono di alcune deroghe, in particolare la Danimarca (che applica il sistema dell’”opt-out”: decisione di non partecipazione), alle leggi dell’Unione Europea che non potranno essere mantenute a lungo; nessuno tra i paesi scandinavi adotta l’EURO tranne la Finlandia, la Danimarca non applica le convenzioni NATO per l’utilizzo dell’esercito, ha una legislazione restrittiva per la cittadinanza (non accetta la doppia cittadinanza se non alla nascita) ed è estremamente rigida sulle leggi di immigrazione. Tra l’altro esistono grandi distese di territorio danese come la Groenlandia e le Isole Far Oer che non fanno parte della UE in seguito a referendum abrogativi. Ma anche se l’economia danese rimane così forte, mantenendo un tasso di disoccupazione relativamente basso al 5% fino al 2007, la vera realtà è quella che emerge da uno studio dal National Institute of Social Research che, in una recente conferenza, ha informato che sono stati ridotti i benefici per i nuovi immigrati e rifugiati politici. Nello stesso tempo le organizzazioni dedite agli interventi di assistenza sociale hanno segnalato un forte incremento di nuclei familiari con un solo genitore in situazioni di grossa difficoltà economica. Un dato che non emerge dalle statistiche economiche e’ il fatto che l’organizzazione danese “Salvation Army” ha visto aumentare nel corso del 2005 gli aiuti ai poveri da 3.900 a 5.500 unita’. E’ stato anche hanno segnalato che “gli immigranti in Danimarca hanno meno disponibilità economiche per vivere al confronto con altre situazioni europee, secondo quanto pubblicato in una ricerca della Fondazione Rockwool” (da un articolo del quotdiano Politiken del 30.11.2005). Alcune scelte economiche interne stanno modificando il tradizionale quadro d’insieme: è di questi giorni la minaccia di azioni di lotta e di sciopero da parte delle organizzazioni sindacali delle linee aeree scandinave (SAS) se verra’ confermata l’assunzione di personale cinese a bassi salari. Anche dal punto di vista occupazionale il dato è più contradditorio: secondo gli ultimi dati circa 38.000 disoccupati richiedono i sussidi di disoccupazione mensili nonostante non risultino iscritti nei locali centri di collocamento come richiesto dalle leggi danesi. Secondo la Confederazione delle Associazioni Imprenditoriali, una sorta di Confindustria locale, questo gruppo di disoccupati non è stato mai incluso negli ultimi dati ufficiali che stimano in 151.600 il livello di disoccupazione. Di consequenza il Ministro del Lavoro Clus Hjort Frederiksen ha definito “grottesco” il fatto che un così alto numero di lavoratori risultino dispersi nel sistema statistico danese, soprattutto in un momento nel quale i datori di lavoro cercano mano d’opera. Ma anche la situazione dell’invecchiamento delle popolazioni dei paesi scandinavi presenta non poche preoccupazioni. Secondo uno studio di un centro demografico danese la quantità di popolazione del paese scenderà di circa il 15% nei prossimi 40 anni, mentre i cittadini stranieri, attualmente stimabili a 270.000 unità saliranno a 900.000. Il vero problema, secondo i demografi locali, è che il tasso di rimpiazzo attuale è di 1,75 a coppia mentre quello necessario per mantenere la stessa quantità di popolazione è di 2,5. Gli studiosi prevedono che mantenendo tale tendenza nel 2045 la maggioranza della popolazione danese sarà oriunda, con il declino demografico che inizierà inesorabilmente a partire dal 2017. Un altro aspetto che emerge da un esame più attento della situazione è che un quarto della popolazione attiva – 900.000 cittadini compresi tra i 15 ed i 64 anni – sono ai margini del mercato del lavoro e richiedono frequentemente il ricorso a benefici sociali nonostante esistano attualmente 100.000 posti di lavoro disponibili. Questi dati sono stati pubblicati il 3 dicembre 2005 dalla Commissione Parlamentare sul Welfare in un lungo rapporto di 1.000 pagine. I risultati del rapporto –“Il futuro del welfare, una nostra scelta” – prevedono 100 raccomandazioni per “riparare un malridotto stato sociale”. I risultati che emergono sono in qualche maniera sconvolgenti, rispetto ad una situazione sociale storicamente molto bene organizzata su un patto di solidarietà tra deboli e forti e non sulla competizione tra le classi, se l’economista Peter Birch Sorensen ha affermato che “occorre limitare il ricorso all’assistenza sociale nel futuro”. La quota del livello base dell’indennità di disoccupazione ammonta al 138% del salario medio di un operaio in Turchia. Da questo dato emerge la convinzione che la riduzione di tale sussidio al 65% limiterebbe l’arrivo di emigranti da quel paese che rappresenta di fatto il flusso più alto di arrivi dall’estero. L’altro aspetto di forte tensione politica è rappresentato dalla proposta di riforma del sistema pensionistico fatta dalla sinistra attualmente all’opposizione – con l’indicazione di elevare l’età pensionabile di anzianità nel pubblico impiego (efterløn) da 60 a 62 anni, oltre a quella dell’età pensionabile di vecchiaia da 65 a 67 anni - che ha causato una pioggia di critiche ed una forte caduta di consenso alla nuova leader del Partito Socialdemocratico Helle Thorning Schmidt. Va detto che tale impostazione è stata ripresa in questi giorni dal partito di estrema destra Danish People Party (DF) che la sosterrà nel corso dei negoziati che il governo sosterrà durante la prossima estate e che potrà essere oggetto di forte tensione nel panorama socio-politico danese. Se questo è il quadro di riferimento non si può che riflettere sul fatto che la situazione in Danimarca è ben differente da come economisti e studiosi l’hanno descritta. Certamente la economia del paese è una delle piu ricche e produttive del mondo, ma si assiste anche in questo paese scandinavo al medesimo fenomeno, presente in altre realtà occidentali, di una costante differenziazione delle condizioni economiche e sociali tra le classi. Anche in Danimarca si va sempre più allargando il divario fra i ricchi ed i poveri. E mentre si assiste ad una costate diminuzione della tassazione sui redditi e sulle imprese si è in presenza di circa 25.000 persone senza fissa dimora con la povertà di nuovo in forte crescita. Anche in Danimarca la “vecchia/nuova” cultura neoliberista è in marcia.

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 24/01/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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