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Post di febbraio

06/02/2006

Una Farnesina da ricostruire

A poco più di due mesi da una attesa prova elettorale, la politica estera italiana è ormai sempre più impercettibile nel resto del Mondo (sintomatiche al riguardo le dichiarazioni di alcuni frequentatori dell’aeropago mondialista di Davos che ci qualificano come “Paese di calcio e cucina”) mentre la Farnesina, strumento istituzionale della diplomazia nazionale, versa in uno stato di inedia finanziaria dai connotati ormai quasi dickensiani. In tale contesto (varie volte denunciato da questa testata), le decisioni del Consiglio Ministri del 19 gennaio segnano, pur con qualche lodevole eccezione, un’altra pagina di autoreferenzialità per l’Amministrazione degli Esteri, utile forse per operazioni di cosmesi mediatica (veglie tsunami, Ambasciatori “rosa”, largo ai giovani) ma inidonea a risolvere la crisi in atto. Anzi per molti aspetti funzionale alla sua perpetuazione. Essere tornati all’attenzione della stampa nazionale non già per i fattori di crisi – e le prospettive di soluzione – di un così importante comparto della Pubblica Amministrazione (quello che dovrebbe segnare la “prima linea” nella gestione dei processi di globalizzazione) bensì per un arrembaggio a favore di funzionari a forte protezione di Ministri del Governo uscente rappresenta un ulteriore fattore di sconforto per quanti operano alla Farnesina e per quanti fuori di essa ancora auspicano un dignitoso ruolo internazionale dell’Italia a difesa dei valori proclamati dalla nostra Costituzione (sulla quale giurano Ministri e funzionari). I fenomeni che vengono ora a maturazione non sorprendono e si iscrivono in una china che “Il Cosmopolita” viene descrivendo fin dalla sua uscita oltre due anni or sono. Lungi dal raccogliere la sfide della società delle interdipendenze globali e del confronto/scontro tra culture e civiltà attrezzandosi sul versante economico-commerciale, migratorio, culturale e di cooperazione (tutti settori la cui drammatica crisi è sotto gli occhi di tutti), il vertice amministrativo del Ministero – dopo aver partecipato al decennio del dissennato e vacuo vitalismo vattaniano – appare ora mosso da riflessi di opportunismo e trasformismo che conducono ad ennesime spartizioni di nomine, sedi, promozione in vista di futuri rimbalzi ma senza nessuna preoccupazione di garantire la continuità, la coerenza, la buona gestione della “Casa”. La vera e propria spoliazione di un’Amministrazione a suo modo “principe” nel comparto pubblico italiano, è stata negli ultimi mesi accelerata dall’immotivato ampliamento nell’organico degli Ambasciatori di grado fino al numero record di 26 e dall’ormai sistematica assegnazione di incarichi e gradi apicali a funzionari privi del necessario curriculum o sulla mera base dell’input di un “Ministro protettore”. Il “racket” dei fuori ruolo e la crescente indifferenza per chi svolge compiti di estrema responsabilità all’estero (anche in aree delicate) rappresentano scelte che non possono conciliarsi con la tutela e la promozione della dignità e funzionalità della Farnesina il cui attuale vertice amministrativo sembra essersi trasformato in un “mega-gabinetto” volto ad assecondare (talora suggerendo) impulsi politici senza più svolgere alcuna funzione di garanzia. E’ dunque evidente che il problema sul tappeto è quello di una vera e propria ricostruzione alla quale sarà verosimilmente chiamato dal voto del 9 aprile un Governo espressione di una nuova maggioranza politica. E’ cruciale che tale Esecutivo abbia ben presente non solo la prioritaria esigenza di riequilibrare la nostra politica estera su temi chiave (Medio Oriente, integrazione europea) ma anche quella –altrettanto essenziale – di procedere alla necessaria ricognizione delle risorse umane, strutturali e finanziarie della Farnesina indicando obiettivi, criteri di razionalizzazione ed attuando senza indugio misure di rinnovamento così a lungo frustrate in nome di più che provati interessi personali. Del resto, su questi temi la CGIL aveva già chiamato al confronto le forze politiche con le “Giornate della Globalizzazione”. Qualsiasi tentazione di “continuismo” (a vantaggio dei soliti noti e delle loro agili contorsioni) costituirebbe ulteriore passo verso l’irrilevanza della Farnesina nel contesto politico-amministrativo del Paese ed un indebolimento oggettivo della capacità dell’Italia di “fare” una politica estera di contenuti e non più di soli sorrisi, pacche sulle spalle e villeggiature in Sardegna.

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Di Il Cosmopolita il 06/02/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

06/02/2006

La vittoria di Hamas e i paradossi della democrazia

Hamas vince le elezioni legislative palestinesi con una maggioranza talmente ampia che esso stesso neppure immaginava alla vigilia. I Fratelli Musulmani, pur tra le mille difficoltà di cui è disseminata la loro attività, conquistano una robusta minoranza in Egitto. I partiti di ispirazione sciita sono maggioranza in Iraq. E’ lecito ritenere che se nel resto del mondo arabo si votasse liberamente, l’avanzata dei partiti religiosi sarebbe incontenibile. Sovviene d’altronde il ricordo della vittoria del FIS in Algeria, vittoria che fu “confiscata” dai militari e generò la più grave ondata di terrorismo nella recente e triste storia del fenomeno. Il primo paradosso è allora che democrazia e Islam sono compatibili, ma nella fase elettorale. Nel senso che i partiti “islamisti”, come sono chiamate le formazioni dell’Islam politico, si valgono delle regole della democrazia per prendere il potere e, una volta insediati al comando, si adoprano ad impoverire le regole della democrazia in omaggio appunto all’Islam politico. Il cui primo corollario è il riconoscere alla sharia’a lo status di fonte primaria del diritto. Le conseguenze sono imprevedibili perché possono toccare non solo l’ordinamento giuridico interno ed il costume ma anche i rapporti esterni mettendo in discussione alcuni principi del diritto internazionale. Il secondo paradosso è che se i regimi al potere tengono a freno i partiti islamisti, si espongono alle critiche. Quelle di provenienza euroccidentale: non rispettano la democrazia, devono viceversa sottostare alla condizionalità politica quando non militare. Quelle di provenienza interna: non possono impedire alla popolazione di simpatizzare per movimenti che agiscono nel corpo sociale con azioni di propaganda e con iniziative assistenziali e caritative, affatto diverse dalla distanza dei regimi rispetto alle masse. Il terzo paradosso è che una volta vinte le elezioni democraticamente, i partiti islamisti sono invitati dalla comunità internazionale ad autolimitare il proprio margine di manovra assumendo impegni di ordine interno e soprattutto di ordine esterno. E’ il caso di Hamas. Vince le elezioni, malgrado che i primi sondaggi la dessero di poco perdente; ma erano evidentemente sondaggi effettuati da Fatah e per Fatah. Proclama che intende costruire lo stato palestinese dotandolo di un esercito nazionale che integri le milizie dello stesso Hamas. Che inoltre si propone di liberare la Palestina. Sono i proclami che lo mettono subito in rotta di collisione con Israele e con la comunità internazionale. E’ un dato acquisito dal processo di Oslo e dagli accordi di Parigi che ANP e Israele si riconoscono reciprocamente e che grazie al riconoscimento reciproco, l’Autorità palestinese riceve gli aiuti e l’incoraggiamento ad uscire dalla condizione provvisoria per farsi stato. Se cade il sinallagma del reciproco riconoscimento, cadono le conseguenze. Ecco il punto il punto su cui il Quartetto è chiamato a misurare la sua credibilità. Ecco il punto su cui dovrebbe insistere Solana se vorrà valorizzare gli effetti dell’assegno che l’Unione stacca ogni anno a favore della popolazione palestinese. Per lui valga il modello Ucraina, dove nel dicembre 2004 si recò per restarci per tutto il tempo che ci volle ad assecondare la transizione pacifica dal vecchio al nuovo presidente della rivoluzione arancione. L’Unione deve restare in Palestina malgrado che la sua sede di Gaza sia minacciata e che manifestazioni si susseguano ovunque contro le vignette blasfeme.

ARCHIVIATO IN Internazionale

Di Il Cosmopolita il 06/02/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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