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Post di marzo

23/03/2006

Liquidazione o ricostruzione?

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un processo di smantellamento sistematico del Ministero degli Esteri attraverso lo svuotamento dei suoi compiti istituzionali e la riduzione progressiva degli stanziamenti di bilancio, giunti con la ultima legge finanziaria a livelli tali da non garantire neanche la pura sopravvivenza ancor più messa a repentaglio dall’insufficienza dei fondi per la sicurezza. I fatti di Bengasi delle scorse settimane e il prossimo voto all’estero che impegnerà tutti i nostri Uffici consolari evidenziano la centralità della Farnesina e i rischi della rete diplomatico-consolare, e fanno da drammatico contrappunto al fenomeno che si è descritto. La situazione drammatica della Farnesina da un punto di vista sia funzionale che finanziario ha molteplici cause difficilmente definibili come accidentali o ascrivibili ad un malriposto “rigore finanziario” del Governo. Citiamo a titolo di esempio: - l’avocazione e la spettacolarizzazione da parte della Presidenza del Consiglio dei più importanti dossier di politica estera - le duplicazioni politiche ed operative del Ministro per gli italiani nel Mondo e la parziale fagocitazione delle competenze della corrispondente Direzione Generale del MAE - l’assunzione de facto da parte del Ministero dell’Economia delle principali decisioni sui finanziamenti di Cooperazione allo Sviluppo che è peraltro ridotta ad autocelebrarsi nel Museo sottostante all’Altare della Patria proprio quando l’ONU l’accusa di aver cancellato i contributi ad Istituzioni quali l’UNICEF, l’Organizzazione Mondiale della Sanità o il Programma Alimentare Mondiale. - la confusione di ruoli e responsabilità generata dalla creazione dello sportello unico all’estero che limita il ruolo delle Ambasciate nella promozione economico-commerciale (in parallelo al crollo del nostro export) affidandola ad un costituendo mix pubblico-privato - la chiusura per mancanza di fondi di circa il 10% degli Istituti di Cultura all’interno di una rete già insufficiente. - la costante riduzione degli organici che ha una ricaduta particolarmente drammatica sul funzionamento degli Uffici diplomatico-consolari e degli Istituti di Cultura fronte di un aumento significativo di competenze. - il progressivo affidamento ad esterni di compiti e funzioni proprie del personale del Ministero che comporta perdita di trasparenza dell’azione amministrativa senza garantire minori costi e maggiore efficienza (vedi casi noti legati al rilascio dei visti come Shangai). In questo quadro i tagli dell’ultima finanziaria – in ossequio al principio enunciato dall’attuale Presidente del Consiglio della riduzione automatica dei pubblici dipendenti e delle risorse per il settore pubblico – assume i connotati di un’eutanasia per la Farnesina e la rete diplomatico-consolare. Ciò inoltre in perfetta contraddizione con il consolidato impegno parlamentare affinchè l’Italia mantenga una presenza internazionale pari a quella degli altri Paesi europei. Ci si può domandare se ciò sia dovuto ad un disegno politico e/o all’insipienza dei responsabili politici ed amministrativi della Farnesina, oppure se la deriva sia stata determinata da fattori esterni. Se insomma il progressivo indebolimento del MAE sia un fenomeno voluto o subìto e, ancora, se ciò sia un bene – vale a dire un’evoluzione dettata da reali esigenze che inducono una mutazione evolutiva degli strumenti della nostra azione esterna - o un male, nel senso che in tal modo si è impoverito il paese indebolendo uno strumento essenziale per la difesa dei propri interessi. Certo è che il nostro Paese è l’unico a privarsi deliberatamente di uno strumento pubblico indispensabile per misurarsi in tutti i settori, interessi e conflitti in cui si articola oggi il frammentato panorama internazionale. La cronaca della legislatura che si va concludendo può fornire una chiave di lettura con il succedersi di ben quattro Ministri degli Esteri, tutti per le più varie ragioni privi di una adeguata volontà politica atta ad intervenire in una crisi e a recuperare un ritardo entrambi strutturali. L’Amministrazione – dal canto suo – si è acconciata ad uno stato di cose che avrebbe dovuto viceversa denunciare con più determinazione anche allo scopo di preservare uno strumento indispensabile per la proiezione internazionale del Paese. Di fronte ad una simile situazione, il dilemma al quale abbiamo dedicato questa conferenza stampa si connota come una domanda retorica: in un contesto politico, culturale ed economico sempre più globalizzato e globalizzante occorre essere presenti in maniera coordinata, massimizzando le sinergie di sistema, evitando di proiettare l’immagine di un paese disordinato, senza indirizzi né strategie precise. Tale obiettivo può essere ottenuto solo per il tramite di uno strumento adeguato: strumento che esiste, ha solide tradizioni e comprovata esperienza, competenze umane e di sistema, un’imponente rete all’estero che chiede solo di essere utilizzata per le sue potenzialità. Se non ne riconosciamo il pur evidente ruolo di coordinatore dell’azione del Paese all’estero, la funzione del MAE apparirà ridondante e pleonastica. Se attribuiamo ad altri competenze che solo il MAE può avere (i servizi per gli italiani all’estero e – ancor più - la piena valorizzazione del loro ruolo a sostegno degli interessi generali del paese; la politica di cooperazione allo sviluppo, di cui sorprende come si possa non considerarla parte integrante della politica estera nazionale; la promozione della cultura all’estero anche come strumento del dialogo interculturale; l’armonizzazione delle azioni di internazionalizzazione delle imprese, ecc. ecc.) si rende la crisi irreversibile. Ma noi non lo crediamo e non lo vogliamo. Occorre che il prossimo Parlamento e il prossimo Governo riprendano in mano le redini della situazione facendo recuperare alla politica estera italiana una dimensione responsabile e realmente funzionale agli interessi del Paese. Di conseguenza procedano alla ricostruzione e al rilancio del Ministero degli Esteri, mettendo in atto subito misure congiunturali (evitandoci ulteriore discredito internazionale e garantendo la sicurezza del personale all’estero) e avviando quelle strutturali sintetizzabili con la ripresa del processo di riforma, chiesto dal Parlamento e dalle più varie forze politiche e d’opinione da ormai quasi mezzo secolo, che era stato iniziato nella precedente legislatura e che è stato tradito. La CGIL sta lavorando, partendo dal proprio patrimonio di elaborazioni ed esperienze, per superare la fase della denuncia - pur importante come nel caso del dossier sulla Cooperazione che abbiamo portato all’attenzione della stampa- e fare la sua parte, attraverso proposte concrete, per l’avvio della fase della ricostruzione.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2006

I Provvedimenti della Fiananziaria

Scheda bilancio La Legge di bilancio e la Legge Finanziaria 2006, approvate il 23 dicembre scorso, hanno creato i presupposti per una paralisi operativa del Ministero degli Affari Esteri, sia incidendo pesantemente sulle risorse già decurtate negli anni passati, sia prevedendo limitazioni e procedure amministrative onerose nella gestione di tali risorse. Vediamo i principali provvedimenti della Finanziaria che incideranno fortemente sulla gestione del Ministero. 1) Gli stanziamenti per il funzionamento dell'amministrazione centrale e della rete estera sono stati mediamente ridotti del 50%. Già nell'esercizio passato molti uffici all'estero, pur riducendo drasticamente i consumi, non sono riusciti a pagare le ultime bollette, riportandole all'anno successivo. E' facile preconizzare, in mancanza di interventi correttivi, una paralisi di molte sedi estere già a metà anno. Che senso ha tenere aperte sedi in cui il personale, a partire dall'ambasciatore, non puo' esercitare le proprie funzioni perchè senza luce o senza telefono o senza collegamenti informatici o, peggio ancora in quanto riguarda l'incolumità fisica, perchè il soffitto del suo ufficio si stacca cadendo al suolo? E non si è Cassandra paventando quest'ultimo pericolo perchè casi del genere si sono già verificati. 2) All' assoluta scarsità di fondi per la manutenzione ordinaria delle sedi estere si aggiunge l'assenza di stanziamenti per l'acquisto e la ristrutturazione degli immobili demaniali all'estero. E' incredibilmente inesplicabile come lo Stato non sappia o non voglia prendersi cura dei propri beni. Si rischieranno crolli, si rischierà di lasciare a metà ristrutturazioni già avviate, di abbandonare progetti su cui si è speso molto, di continuare a pagare irrazionalmente costosissimi canoni di affitto, come per la Rappresentanza Onu a New York, senza che il Governo faccia nulla! 3) Il fondo per le misure di sicurezza delle sedi estere è sceso da 10 a 5,9 milioni di Euro, con una contrazione del 40%. E' irragionevole e foriero di gravi conseguenze per l'incolumità del personale all'estero pensare che siano diminuite le ragioni di ostilità al nostro Paese, soprattutto nell’attuale congiuntura politica, come i recenti avvenimenti di Bendasi ci hanno drammaticamente dimostrato. 4) I fondi per l'aiuto pubblico ai paesi in via di sviluppo hanno subito un'ulteriore riduzione del 33%, passando da 588 milioni a 392 milioni, ottenendo così almeno tre risultati negativi: si limita il pur infimo contributo alla possibilità di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni più povere del pianeta; si disattendono impegni internazionali; si rinuncia ad un importante strumento di politica estera nei confronti di molti stati. 5) Il capitolo di spesa per le missioni all'estero, che costituiscono ovviamente uno degli strumenti principali dell'attività del Ministero, è stato ridotto del 60%. 6) Gli stanziamenti previsti dalla Legge di Bilancio per il Ministero degli Affari Esteri rimangono in realtà congelati dal MEF, potendo essere impegnati solo per un dodicesimo per ciascun mese, a parte alcune spese obbligatorie. Anche in questo caso non si è fatta valere la peculiarità della tipologia di spesa del MAE. Basti pensare alla necessità di finanziamento della rete estera, agli obblighi derivanti dalla normativa comunitaria e dalla partecipazione agli altri organismi internazionali, agli impegni che scaturiscono da accordi e trattati internazionali. Non solo, nel caso dei capitoli di bilancio con gli stanziamenti più esigui, la frammentazione della spesa rischia di rendere antieconomico l'utilizzo dei fondi. 7) Il principale strumento di flessibilità di cui ci si era avvalsi negli esercizi scorsi, le variazioni compensative di bilancio tra diverse unità previsionali di base, non puo' più essere utilizzato o quantomeno avrà maggiori vincoli e tempi più lunghi. La firma dei relativi decreti, infatti, prima del Ministro degli Esteri, è stata ricondotta alla competenza del Ministro dell'Economia e delle Finanze. 8) Anche in un provvedimento da salutare con favore nell'ottica della lotta agli sprechi, si riscontra una certa logica vessatoria nei confronti del MAE o quantomeno una scarsa considerazione della sua peculiarità. Ci riferiamo alla limitazione al rimborso per la classe economica di tutti i viaggi all'estero dei dipendenti pubblici, frutto di un colpo di mano dell'ultim'ora, mentre la proposta originaria lo limitava ai voli inferiori alle tre ore. Ovviamente tale misura colpisce la nostra amministrazione più che le altre.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2006

Servizi consolari: Criticità e proposte

Servizi consolari: Criticità e proposte Manca il personale, sono state tagliate drasticamente le risorse: come riuscire ad erogare servizi e far comunque funzionare le strutture operative? La Farnesina è ormai costantemente alla ricerca di soluzioni “tampone” o di alchimie contabili che consentano di poter continuare a svolgere le proprie funzioni istituzionali. Nessuno sembra cosciente dell’improcrastinabile necessità di un progetto, di una strategia di largo respiro, in altre parole: non ci si può più limitare ad amministrare la classica coperta troppo corta che, lasciando inevitabilmente al freddo qualche parte del corpo, finisce per far ammalare l’intero organismo. In sostanza si continua con una logica inerziale che non riesce neanche ad individuare quali servizi si debbano erogare e con quale organizzazione, prima di stabilire con quali mezzi finanziari e quali risorse umane. La risposta “tattica” dell’Amministrazione ai tagli consiste principalmente nell’utilizzo di personale o strutture esterne. Vediamo come con quali costi, con quali rischi e con quali risorse. Esistono dei settori di attività del MAE che possono rivelarsi delle vere cartine di tornasole. Innanzitutto dobbiamo constatare che le figure dei consulenti e/o esperti in questi anni di “magra” sono aumentati in modo esponenziale, verosimilmente sembra che non sia stato difficile reperire, nelle pieghe di un bilancio sempre più castigato, fondi più o meno dichiarati per far fronte a questa “necessità”. Non si sa bene con quali ricadute positive in termini di economicità e buon andamento dell’Amministrazione come se il rapporto qualità-prezzo delle prestazioni non avesse alcun rilievo. Altro segnale di assoluta miopia è costituito dall’utilizzo dissennato e spesso mortificante dei giovani “stagisti” che, attraverso convenzioni con la CRUI , vengono prestati gratuitamente al Ministero degli Esteri per perfezionare la propria formazione: spesso si ritrovano a svolgere lavori di segreteria (rispondere al telefono, inviare fax e fare fotocopie per i funzionari). Che dire poi del personale militare che il Ministero della Difesa fornisce agli Uffici diplomatico-consolari, adibito troppo spesso non a compiti di sorveglianza ma anche come supporto per la trattazione di pratiche? Si tratta delle famose “punte di iceberg” di una situazione che sembra essere completamente sfuggita di mano. Rimanendo nel concreto analizziamo due aspetti particolarmente attuali dell’attività della nostra rete diplomatico consolare: il rilascio dei visti e le attività di Anagrafe e Stato Civile. Si tratta di materie emblematiche perché riguardano da vicino la realtà di un paese che da un lato continua ad alimentare la retorica dell’emigrante con la valigia di cartone (istituendo addirittura un Ministero degli Italiani nel Mondo avente come scopo principale quello di veicolare consensi ed alimentare clientele in vista del voto degli italiani all’estero) e dall’altro non è ancora in grado di prendere coscienza della nuova condizione di paese di immigrazione. La situazione degli Uffici visti merita un’attenzione particolare trattandosi di una vera e propria emergenza. Le procedure comuni del sistema Schengen diventano, per motivi di sicurezza, sempre più complesse e onerose e rendono ogni giorno più difficile il funzionamento degli Uffici visti che si ritrovano con un organico totalmente insufficiente per far fronte non solo alle nuove procedure ma anche ad una domanda di visti sia turistici che per affari in continua crescita. I numeri parlano da soli: più di 160.000 visti rilasciati a Mosca nel 2004, il Consolato Generale d’Italia a Shangai ha visto quasi raddoppiato il volume dei visti rilasciati (circa 32.000) con una previsione, nel giro di tre anni, di avere 100.000 richiedenti. In Marocco, il Consolato d’Italia a Casablanca (unico per tutto il Marocco) è letteralmente assediato tutti i giorni da centinaia di marocchini che iniziano a far la fila all’alba - e la loro attesa può durare anche alcuni giorni - per legalizzare i documenti utili ad ottenere il ricongiungimento in Italia con un familiare residente. Per l’esasperazione si verificano disordini nelle strade e il personale del Consolato, impotente, vive una situazione di forte disagio e paura. Per far fronte ad una “emergenza” - in realtà ben prevedibile e calcolabile - una prima risposta è quella di sfruttare il più possibile il personale in servizio presso le sedi estere che ha la “sfortuna” di essere assegnato all’Ufficio visti. Ma la “spremitura” risulta insufficiente e quindi occorre rivolgersi a personale esterno a cominciare dai contrattisti “prestati” dall’ENIT. Ovviamente questo personale non ha i requisiti di legge per aver accesso all’area riservata né può sostituire il personale incaricato dello Stato al quale unicamente spetta il processo decisionale che porta all’emissione o al rifiuto dei visti. I contrattisti ENIT dovrebbero collaborare nella fase di predisposizione unicamente delle pratiche per il rilascio dei visti turistici ma in realtà un improprio utilizzo è prassi costante. Altra iniziativa, già in atto in alcune sedi “calde” e che peraltro ha sollevato non poche perplessità in sede europea, è quella dell’outsoursing cioè incaricare una società esterna di ricevere le domande di visti, verificare i documenti e riscuotere la tassa. I rischi di una tale operazione sono possono sfuggire. Ultimissima soluzione proposta dall’Amministrazione Esteri (certamente su impulso del Ministro per gli Italiani nel Mondo): convenzioni con i Patronati per l’erogazione di servizi consolari (assistenza e informazione per pratiche di cittadinanza, rilascio passaporti, iscrizione AIRE ecc.) comprese anche attività relative al settore visti. Sono queste soluzioni tampone - che peraltro possono dare adito a situazioni di illegalità - inadeguate a risolvere la criticità del settore. Il taglio dei fondi in questo particolare settore dimostra la miopia di questo Governo. Fornire risorse adeguate agli Esteri per il funzionamento degli Uffici visti vuol dire non solo rispettare gli impegni presi a livello europeo garantendo la sicurezza degli ingressi di stranieri nell’area Schengen, ma anche dotarsi di un strumento efficace di politica estera che ha importanti ricadute commerciali, culturali, economiche in particolare per quanto riguarda i flussi turistici. Peraltro la necessità di convogliare la maggior parte del personale disponibile per rispondere alle esigenze in ambito visti, comporta di fatto che vengano tralasciati settori fondamentali quali quelli commerciali: si pensi ad esempio alla Cina ove Consolati a “vocazione commerciale” come Shangai, Canton, Hong Kong si sono trasformati in “vistifici”. AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) Nonostante i lodevoli sforzi compiuti negli ultimi anni soprattutto dal Ministero degli Affari Esteri e dalle sue sedi periferiche, ma anche dal Ministero dell’ Interno e dai Comuni, le Anagrafi degli italiani all’estero attualmente esistenti presso i Comuni e presso i Consolati non solo non coincidono, ma sono entrambe inaffidabili, con vizi quasi impossibili da sanare. Prima del 1988, anno di entrata in vigore della legge 470, i fascicoli dei singoli connazionali residenti all’estero in possesso degli uffici consolari erano esclusivamente cartacei, e in essi si ritrovavano spesso pochi dati incompleti. E’ poi faticosamente iniziato un processo di informatizzazione degli schedari - non ancora concluso e che continua ad assorbire, in epoca di “vacche magre” ingentissime risorse finanziarie ed umane - affidato prevalentemente ad operatori esterni (i cd. digitatori). Questa operazione di “data entry”, svolta in modo superficiale e affrettato, ha portato ad ulteriori confusioni a causa dell’inserimento di molti nuovi dati erronei che hanno spesso reso così ancora più difficile la riduzione dei famosi “disallineamenti” cioè la differenza fra i dati degli iscritti nelle Anagrafi consolari ed quelli degli iscritti presso l’AIRE dei Comuni. Le periodiche guerre di cifre ed i tentativi delle singole Amministrazioni coinvolte di scaricarsi reciprocamente le responsabilità danno la chiara dimensione di un fenomeno che é ormai sfuggito di mano. In realtà bisogna avere il coraggio di dire che qualsiasi operazione di bonifica, (mailings, campagne pubblicitarie, concorsi a premi ecc..) pur condotta con i migliori strumenti informatici e con fondi adeguati (ciò che non è attualmente il caso), é condannata all’insuccesso senza il concorso attivo degli interessati. Occorre introdurre meccanismi precisi ed affidabili che contemplino la partecipazione obbligatoria dei connazionali residenti all’estero (stabilmente o temporaneamente). Ad esempio, in termini tecnici, l’attuale impostazione della legge sul voto all’estero andrebbe capovolta. La legge prevede infatti che chi non “opta” per venire a votare in Italia automaticamente deve essere iscritto negli elenchi dei connazionali che votano per corrispondenza per la circoscrizione estera. Capovolgendo l’impostazione, al connazionale che vuole votare per la circoscrizione estera dovrebbe essere richiesta un’opzione in tal senso. Al momento dell’opzione il connazionale comunicherebbe cosi i propri dati anagrafici aggiornati e basterebbe quindi procedere alle opportune verifiche sul possesso dell’elettorato attivo di ciascuno per predisporre un registro degli aventi diritto al voto. Tale ipotesi potrebbe sicuramente favorire la creazione di un’Anagrafe Unica degli italiani all’estero, e quindi non solo elettorale, svincolata dalle singole AIRE dei Comuni, come ad esempio già fa la Francia con buoni risultati. Un’unica Anagrafe Centrale, soggetto unico con cui dialogherebbero informaticamente le Sedi consolari, invece di avere oltre 8100 interlocutori, quanti sono i Comuni italiani, comporterebbe enormi vantaggi per la celerità e affidabilità delle operazioni. Voto e cittadinanza La legge 459 del 2001 sul voto all’estero ha reso effettivo un diritto costituzionalmente garantito permettendo concretamente l’ esercizio del voto “in loco” ai connazionali residenti all’ estero, applicando un principio di equità ed allineando la nostra legislazione a quella dei principali Paesi democratici. Non ci si può tuttavia nascondere che in un contesto, caratterizzato come si è detto da una notevole confusione la prima operazione logica da compiere sarebbe stata quella di individuare esattamente il corpo elettorale che partecipa all’esercizio. Teoricamente, il problema non dovrebbe neppure porsi: sono elettori tutti i maggiorenni in possesso della cittadinanza italiana e che risiedono stabilmente all’estero. In realtà, nessuno è attualmente in grado di fornire la cifra complessiva reale di questa parte del corpo elettorale italiano, né di comporre un elenco nominativo affidabile degli aventi diritto e chi lo fa...mente sapendo di mentire! La nostra legge sulla cittadinanza può del resto essere in qualche modo assimilata ad una legge priva di copertura finanziaria perché determina l’automatica possibilità di essere italiani per molti discendenti di emigrati in possesso di altre cittadinanze, ormai completamente integrati nel Paese in cui vivono, assolutamente alieni alla realtà italiana ed addirittura alla nostra lingua. In particolare, il principio dello ius sanguinis è ormai diventato un evanescente fil-rouge che unisce ancora l’italiano partito con un piroscafo ai primi del ‘900 ed i suoi bis-bis-bis nipoti che vivono oggi a Sidney, San Paolo, Buenos Aires o Toronto. Proprio nel momento in cui per la prima volta gli italiani all’estero potranno finalmente esprimersi su chi debba governare il Paese va evidenziato il fatto che quando si passa quindi dall’enunciazione di un diritto - sicuramente sacrosanto - all’applicazione pratica di esso, non ci si può permettere di ignorare o sottovalutare i problemi che inevitabilmente si pongono quando si trasferisce sul piano mondiale una disciplina elettorale nata per il territorio nazionale. Un’altra considerazione, non proprio marginale considerati i costi di certe operazioni, riguarda le prospettive di effettiva partecipazione al voto dei connazionali all’estero, e cioè la percentuale di “affluenza alle urne”, anche se tecnicamente, come si sa, di urne non ve ne saranno. La realtà mostra che molti Uffici di Stato Civile dei Consolati stanno lavorando da anni, soprattutto in America latina, alla ricostruzione della cittadinanza di numerosissimi italiani cosiddetti “strumentali”, e cioè discendenti di terza o quarta generazione che, pur avendo sempre avuto il diritto a richiedere il riconoscimento, solo oggi lo esercitano, spinti dalle ricorrenti crisi economiche e dall’intenzione di stabilirsi in un Paese dell’Unione Europea (fra l’altro più la Spagna che l’Italia) con un passaporto italiano. E lo stesso discorso può ripetersi per i rampanti neo-laureati americani o canadesi, che hanno interesse a trasferirsi senza ostacoli a Londra per lavorare nella City. E’ molto verosimile che tali “nuovi” italiani, motivati come detto da ragioni esclusivamente strumentali, non avranno alcun interesse a partecipare alla vita politica italiana con il proprio voto, ma entreranno automaticamente nel corpo elettorale della circoscrizione estero, facendo scendere in misura considerevole, con il mancato voto, la percentuale dei votanti sugli aventi diritto. Questo fenomeno potrebbe essere più circoscritto se il corpo elettorale fosse definito sulla base di un’opzione volontaria, in quanto dovrebbe ragionevolmente presumersi che chi si è manifestato in tal senso sia effettivamente interessato poi ad esprimere il proprio voto.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2006

Internazionalizzazione del sistema produttivo italiano

Sul versante dell’internazionalizzazione del sistema produttivo italiano i tagli di bilancio, sui già inadeguati stanziamenti degli anni precedenti, sembrano dimostrare, al di là dei roboanti annunci del Presidente del Consiglio, uno scarso interesse del Governo italiano. Tre esempi emblematici sugli stanziamenti di alcune sedi per l’anno 2005, che verranno sicuramente dimezzati nel 2006: • Ambasciata d’Italia a Tel Aviv, euro 5.000 • Consolato Generale d’Italia a New York, euro 2.000 • Consolato Generale d’Italia a Montreal, euro 3.000 Con queste cifre, che si commentano da sole, gli uffici commerciali all’estero dovrebbero occuparsi di promuovere il Sistema Italia, tutelare gli interessi delle nostre imprese, dotarsi degli strumenti (acquisto pubblicazioni, pagare le bollette telefoniche e fax, consulenze legali, ecc) per operare... Per non parlare poi dei Consolati a “vocazione commerciale”, ad esempio in Cina o in Romania, egemonizzati dal rilascio dei visti, competenza che assorbe la quasi totalità delle risorse umane e finanziarie. In questo quadro già desolante l’anno scorso è stata approvata la L. 56/05 sull’internazionalizzazione del sistema produttivo italiano che avrebbe dovuto istituire gli sportelli unici all’estero per fornire un valido strumento di sostegno alle nostre PMI da tempo in perdita di competitività sui mercati esteri. Sportelli che dovrebbero cambiare il modo di lavorare all’estero riunendo in un’unica struttura soggetti pubblici e privati (Ufficio commerciale dell’Ambasciata o del Consolato, ICE, ENIT, Camera di Commercio, Sviluppo Italia ed Enti locali). Alla legge doveva seguire l’approvazione di un regolamento, per lungo tempo bloccato dal Ministero Economia e Finanze ma che ora pare in dirittura d’arrivo. Forse perchè ci si è accorti che la legge, i cui costi sono di gran lunga superiori a quelli preventivati, viene a incidere prevalentemente sul già spennacchiato bilancio della Farnesina, come ad esempio le spese per gli adeguamenti logistici e per gli affitti dei locali, capitoli di spesa abbondantemente tagliati dall’ultima Finanziaria: su questo stesso capitolo gravano anche le spese di manutenzione e sicurezza dell’intera rete diplomatico-consolare. Altro aspetto spinoso è quello della scelta dei responsabili degli sportelli. Su tale “nodo” si è cercato, all’interno del regolamento, di individuare terminologie che rafforzassero il ruolo decisionale della Farnesina, attualmente scarso (si tratta pur sempre di strutture che dovrebbero operare sotto la regia dell’ambasciatore). Infatti, la legge, così come il regolamento, non dice molto sui requisiti di professionalità che dovrebbero caratterizzare la scelta dei candidati, lasciando un varco a nomine che poco avrebbero a che fare con l’internazionalizzazione del sistema produttivo. Hanno ormai fatto storia alla Farnesina, per quello che riguarda i “chiara fama” a capo degli Istituti Italiani di Cultura, le nomine di illustri sconosciuti (come l’ex direttore a Madrid, tecnico della Telecom) o peggio ancora di faccendieri come per Mosca. Lo sportello unico che dovrebbe operare in modo imparziale a favore degli interessi economici e commerciali italiani, corre, invece, il pericolo di diventare uno strumento in balia di alcuni gruppi imprenditoriali o di singole Regioni.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2006

Cooperazione allo sviluppo: un grande ritorno alla “miseria” del femminile e alla misoginia istituzionale

Le “politiche di genere e sviluppo” della DGCS rappresentano ormai una emergenza nell’emergenza complessiva . Infatti, sin dal 2000 a partire dalla “restaurazione” di un Ufficio specifico per “Studi e proposte per la promozione del ruolo della donna nei paesi in via di sviluppo nell’ambito della politica di cooperazione. Tutela dei minori e dei portatori di handicap nel medesimo contesto” si è avviata la distruzione progressiva delle strategie che faticosamente, alle avevano portato la cooperazione italiana a confrontarsi su questo tema con gli altri donatori bilaterali e multilaterali. Non è solo il taglio sistematico alle spese per i programmi rivolti alle donne, ma soprattutto il ritorno di uno spirito assistenziale che per molti anni aveva tenuto questi temi in subordine al cosiddetto settore socio-sanitario e alle iniziative caritatevoli per le donne, intese come povere vittime senza parola. Insomma proprio il contrario di quanto sta avvenendo a livello internazionale dove si cerca di esaltare il ruolo delle donne nella soluzione dei conflitti e si continua a lavorare per fare in modo di ampliare la partecipazione delle donne a tutte le attività di cooperazione e nella scena internazionale. Peccato, perché le donne italiane attraverso le proprie attività hanno mostrato la capacità di costruire ponti di scambio e cultura con le popolazioni mediterranee e nelle aree di conflitto. Forse non dovremmo stupirci perché la politicità di queste tematiche è parte integrante della complessità dei nostri tempi. Anche in questo caso dunque, la cooperazione è il sintomo di una politica inadeguata al nostro paese. Una inadeguatezza che occorre risanare al più presto, ma è indubbiamente molto difficile, dopo più di cinque anni di politiche governative errate. Una difficoltà che si sente soprattutto all’interno di una struttura “patriarcale” come il Ministero degli Affari Esteri dove il conflitto tra i generi non assume neanche le caratteristiche di uno scontro, ma piuttosto di una forte emarginazione delle capacità e delle personalità delle donne, in qualsiasi ordine di carriera. Pochi capi delegazione “illuminati” capiscono che il confronto con gli altri paesi si gioca anche sulla capacità di valorizzare le donne diplomatiche e dirigenti, mentre la maggioranza, di qualsiasi appartenenza politica, si alimenta di pregiudizi e di anacronistici modelli comportamentali. Questo è particolarmente grave quando accade nelle attività di cooperazione allo sviluppo dove, specialmente in questi ultimi anni, le donne si sono trovate al centro del dibattito dei diritti umani e del supposto scontro di civiltà. In moltissimi casi il maschilismo, sopito nell’istituzione MAE/DGCS per un breve periodo, ma sempre preponderante, ha agito da deterrente contro le iniziative in tema di politiche di genere e promozione del ruolo delle donne, favorendone la sostituzione con progetti a favore dei “minori” , degli handicappati o di altri “soggetti vulnerabili”. In altri casi si è interpretato il divieto vaticano e americano contro i “diritti riproduttivi” per tagliare risorse alle agenzie multilaterali delle donne come UNIFEM e UNFPA e per spostarle su agenzie meno ingombranti politicamente come l’UNICRI o l’UNICEF. Tuttavia la DGCS non ha perso occasione di mettere in mostra, con un inutile dispendio di risorse in “cooperazione Roma su Roma”, i pochi interventi realizzati nelle aree di conflitto e per le vittime della tratta, più per fare “colore” che per rispondere agli obiettivi del Millennio che raccomandano di raggiungere l’uguaglianza tra i generi e la promozione delle donne. A fronte di un tale arretramento italiano non si può fare a meno di proporre soluzioni drastiche come, ad esempio: la chiusura del citato ufficio, impresentabile a livello internazionale, anche per la sua composizione; l’assunzione delle tematiche di genere nelle strategie generali di una DGCS riformata con la conseguente valorizzazione delle poche competenze interne; la collaborazione con altre direzioni del MAE, in particolare la DGAPDU per avere maggiore capacità di orientare nelle sedi internazionali le istituzioni per le Pari Opportunità, incapaci nell’ultimo periodo di esprimere “politiche di genere” adeguate al ruolo dell’Italia nel nuovo clima “globale”.

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23/03/2006

Un po’ di cultura non si nega a nessuno

• La cultura è l’ oro nero del paese • l’Italia possiede la più alta concentrazione di beni artistici ed architettonici al mondo • l’Italia paese chiave all’interno dell’Unesco • noi, i caschi blu della cultura • In campo culturale la superpotenza siamo noi Affermazioni sentite mille volte. E L’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma i fatti parlano chiaro. Il bilancio dela Farnesina è tra i più magri dell’intero bilancio dello Stato, e di questo bilancio solo il 10% va alla promozione culturale all’estero. Non appena tira aria di crisi e si cerca di far cassa, il pensiero corre alla cenerentola cultura: è di questi giorni il progetto di chiudere nove Istituti di Cultura nel mondo, il 10% dell’intera rete di 90 uffici, mentre numerosi capitoli che finanziano le attività vengono aggrediti con forti tagli che arrivano in alcuni casi al 40%. I fondi stanziati per la promozione culturale e linguisitica all’estero sono sì aumentati in termini assoluti, ma continuano ad essere considerevolmente inferiori rispetto a quelli dei principali partner europei, Francia, Gran Bretagna, Germania, senza dimenticare che anche la Spagna si sta avvicinando ai nostri livelli minacciando di superarci. Ma come si distribuisce questa spesa? Una fetta consistente di questo bilancio va nella gestione delle scuole italiane all’estero, un comparto certo importante ma non monitorato a sufficienza sia a livello di costi-benefici che della qualità didattica, e con un deficit di trasparenza nella gestione del personale. Analogamente cospicui fondi vanno per l’assistenza scolastica per i connazionali (legge 153/71): una previsione lodevole al tempo in cui fu varata, ma che oggi sembra anacronistica. Troppo dispersiva è la loro distribuzione a favore di una miriade di enti gestori non facilmente controllabili. Un’ultima parte di fondi finanzia un numero crescente di lettori presso le università straniere per assistere le cattedre di lingua italiana, la cui distribuzione non ha però seguito un piano strategico ma è sembrata dipendere troppo spesso dall’occasionalità della domanda. Questi tre settori da soli occupano più del 50% delle risorse annuali, in quanto amministrano oltre 1600 unità di personale in servizio all’estero. Nel campo delle borse di studio con le quali il nostro paese si propone di aprirsi ai giovani studenti stranieri, cercando di farne degli ambasciatori dell’Italia al momento del loro ritorno a casa, non si è registrato nessun colpo d’ala: il caso più eclatante è quello degli studenti cinesi che affollano le università francesi, inglesi e tedesche e da noi latitano, nonostante i proclami di investimento verso la Cina. Lodevolmente, aiutiamo la traduzione del libro italiano nel mondo, ma distribuiamo a pioggia modeste somme senza un piano di largo respiro che interessi di volta in volta specifiche aree geografiche e possa coinvolgere editori e distributori stranieri. Una fetta non trascurabile del bilancio va a favore della Dante Alighieri, istituzione certamente meritoria, senza che però esercitare un minimo controllo volto a verificare la reale consistenza e valenza dei suoi molti comitati e ad assicurare una reale integrazione sinergica con la rete degli Istituti Italiani di Cultura, evitando situazioni inutilmente concorrenziali. E’ da tempo che non si mette mano a una razionale ridistribuzione di tutte queste risorse, frutto di un serio ripensamento che individui priorità e capisaldi della nostra politica culturale all’estero, incrementando alcuni settori (Istituti, missioni archeologiche, conservazione del patrimonio, accordi di cooperazione scientifica) ed eliminando sprechi. C’è un evidente stato di autoreferenzialità della nostra politica culturale all’estero: non esiste più la concertazione che un tempo imponeva di concordare strategie nelle commissioni interministeriali e le decisioni vengono prese in autonomia ma senza alcun vaglio e senza guidelines. Bisogna, a nostro parere partire da un documento fondante di politica culturale di largo respiro che stabilisca, almeno per un decennio, in una visione geopolitica globale, le dimensioni della nostra rete di Istituti, che determini di conseguenza in modo chiaro e razionale una distribuzione ponderata di risorse umane e finanziarie (oggi la dotazione media annua per Istituto sfiora i 200.000 Euro, che a volte valgono appena a coprire le mere spese di funzionamento, senza margini per le attività; non si riesce neppure a garantire una presenza minima di due funzionari di carriera per sede, siamo fermi a 1,5; la metà degli Istituti è concentrata in Europa e l’unico modo per aprirne di nuovi in area extraeuropea è quello di chiuderne un egual numero in Europa). Durante l’ultima legislatura, e in larga misura nell’era Frattini-Baccini, si è fatto un largo uso, marcatamente clientelare, di nomine di direttori di “chiara fama”, di esperti, di consulenti esterni per la partecipazione ad organi collegiali e per funzioni proprie del personale dell’Amministrazione, senza che ne venisse fornita adeguata motivazione, in barba alla legge sulla trasparenza. Nonostante i pochi fondi a disposizione, si sono imposte, con il “compiacente” assenso degli organi di controllo che non hanno mosso obiezioni, dispendiose manifestazioni culturali all’estero che non rispondevano alle finalità della Legge 401/90, quali le celebrazioni per il venticinquesimo anniversario del Pontificato di Papa Giovanni Paolo II, un capo di stato straniero di eccezionale rilevanza storica, non v’è dubbio, ma che difficilmente si concilia con la promozione della cultura italiana all’estero, e con le finalità attribuite dalla legge ai capitoli di bilancio utilizzati. La cultura sarà pure il nostro biglietto da visita, ma a quanto pare stiamo sbagliando la tipografia che ce lo stampa. Se poi il Ministro dell’Economia dichiara che i soldi spesi per la cultura sono uno spreco al pari delle auto blu, se il Fondo Unico per lo spettacolo viene quasi dimezzato, se abbiamo perso 4 milioni di turisti negli ultimi anni, se lo sciagurato Codice dei beni culturali ne ha consentito la svendita ai privati, se nel programma di governo della Casa delle Libertà la parola cultura compare solo una volta per lodare le presunte virtù del Codice Urbani, e se in quello dell’Unione c’è sì un capitolo che si intitola “La ricchezza della cultura” nel quale ci si prefigge il lodevole obiettivo di investire nel settore l’1% del PIL, ma è l’ultimo, e in 12 pagine vi sono solo due generici cenni alla necessità di promuovere all’estero “lo spettacolo dal vivo e le fondazioni lirico sinfoniche”, non ci si può attendere molto in termini di prospettive per la diplomazia culturale. Una cosa è certa: toccherà alla prossima legislatura il compito ineludibile di affrontare la riforma della Legge sulla politica culturale all’estero (401/90), ormai vecchia di 16 anni, ma bisognerà trovare il coraggio di volare alto, coinvolgendo nella fabbrica del testo forze esterne che possano dare apporti vitali, dal Ministero dei Beni Culturali alla Confindustria, senza sterili difese “corporative”. Cosa ci si aspetta da una nuova legge? • Che definisca un quadro normativo capace di mobilitare tutte le risorse e le strutture pubbliche e private che si occupano di cultura nel nostro paese, oggi ben più numerose e consistenti di quelle degli anni 90 e purtroppo inutilizzate nella proiezione verso l’estero. • Che favorisca uno stretto coordinamento tra Stato, Regioni ed Enti locali in materia di promozione della cultura all’estero. • Che crei le premesse per un potenziamento delle dotazioni finanziarie per l’attività degli Istituti – con il coinvolgimento di capitali privati, incentivati con le necessarie politiche di defiscalizzazione - e che stabilisca con trasparenza i criteri di assegnazione dei fondi alle sedi (oggi perlopiù inesistenti). • Che preveda decreti organizzativi che potenzino presso l’Amministrazione centrale gli uffici di indirizzo, valutazione e monitoraggio dell’intero comparto, dotandoli di competente personale dirigenziale, di guidelines definite e di strumenti adeguati. • Che riconosca la specificità dell’Area della Promozione Culturale, definendo con chiarezza i requisiti per l’accesso dall’esterno. Attraverso successivi strumenti normativi e contrattuali verrano realizzati la formazione e valorizzazione professionale del personale, rendendo trasparenti i criteri di attribuzione degli incarichi (assegnati oggi premiando le clientele e non il merito). • Che riconosca, attraverso procedure concorsuali pubbliche, la dirigenza a chi dirige gli Istituti - vale a dire a quegli operatori che amministrano beni e finanze dello stato, stipulano contratti con il personale assunto localmente, stipulano accordi con istituzioni locali, reperiscono sponsorizzazioni e vendono servizi, elaborano programmi culturali annuali e hanno forte proiezione esterna. • Che subordini all’esistenza di specifiche e motivate considerazioni di politica culturale bilaterale o di specifici progetti la possibilità per il Ministro di nominare, per limitati periodi, personalità del mondo della cultura alla direzione degli Istituti, di conclamata esperienza e managerialità, assicurando che i criteri di scelta siano resi oltremodo trasparenti e in linea con il progetto specifico, e che la loro performance venga puntualmente monitorata. • Che unifichi la materia della diffusione della lingua italiana all’estero in un unico centro, che ripensi a fondo le sinergie tra lettorati ed Istituti, affidando i primi ai secondi, che standardizzi la metodologia dell’insegnamento dell’Italiano a stranieri in accordo con il Quadro Comune di Riferimento Europeo, che risolva l’annoso problema del reperimento ed assunzione di docenti qualificati per i corsi di lingua per stranieri organizzati dagli Istituti, proteggendo questi ultimi da complicazioni giuridiche e favorendo sbocchi professionali ai laureati in glottodidattica. E’ fondamentale che l’Amministrazione si attenga alle regole sulla trasparenza - che le impongono, di fornire sempre adeguate motivazioni alle scelte che effettua - che troppo facilmente viola: sta anche qui l’origine di molta dell’inefficienza che blocca l’azione di un paese leader nel campo della cultura come il nostro.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2006

Il posto dell’Italia: dove se non in Europa? La politica estera nell’era della globalizzazione

1. Il nuovo bipolarismo. La globalizzazione impone un nuovo metodo di azione alla politica europea. Apre i mercati, accresce la circolazione di merci, servizi, capitali, persone, idee; ma mette in tensione gli stati nazionali e le organizzazioni internazionali. E’ potenzialmente un fattore di democratizzazione della comunità internazionale; ma è terreno di scontro fra interessi diversi, fra modernità e tradizione. Il bipolarismo della guerra fredda, che si concluse con il cosiddetto secolo breve, nel nuovo secolo diviene il bipolarismo delle concezioni circa le regole della convivenza internazionale. La globalizzazione ha dei soggetti promotori che operano all’interno del mercato cercando di determinarne i processi. Sono le imprese multinazionali e transnazionali che perseguono una loro politica e sviluppano un loro apparato ideologico e normativo. Il loro legame col territorio è debole perché tendono ad agire in uno spazio paraterritoriale, sebbene per esigenze giuridiche fissino la sede presso lo stato che ospita la casa madre. L’impresa multinazionale si situa a cavallo del diritto interno e del diritto internazionale, in una posizione sfuggente che le permette di valersi sempre della norma più favorevole. L’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio di tutti i paesi sviluppati allarga il dominio del diritto convenzionale e può ridurre il margine di manovra delle multinazionali. L’intreccio fra imprese multinazionali e alcuni stati ha natura particolare. I dirigenti delle prime diventano dirigenti dei secondi e, terminato il mandato politico, tornano alle aziende di provenienza. Il passaggio da una sfera all’altra è significativo nel sistema statunitense ed è modello per altri sistemi. Alcuni stati agiscono da protagonisti sulla scena internazionale in virtù del loro peso politico e militare e grazie alla forza finanziaria delle loro imprese. Essi curano l’aspetto ideologico della loro influenza promuovendo la propria lingua come veicolare e diffondendo i propri modelli di comportamento come i soli moderni. Le organizzazioni internazionali a dimensione universale faticano a reggere il ritmo impresso dalla globalizzazione e dal tendenziale unilateralismo degli attori globali. O si adeguano alla mutevole volontà degli attori globali, e affievoliscono il loro carattere universalistico, o insistono nella retorica e perdono di efficacia. La globalizzazione dei nostri giorni è diversa dalle forme di internazionalizzazione che il mondo ha conosciuto. Si differenzia per velocità e intensità. E’ qualcosa di più dell’economia globale in quanto investe la cultura, la produzione e la circolazione delle idee, i movimenti migratori, il “meticciato”, il confronto di civiltà. Il fenomeno pone problemi enormi agli stati nazionali, stretti come sono fra localismo e multilateralismo, fra liberismo e tentativi di protezionismo. A meno che non si tratti di stati “imperiali” come Stati Uniti, Cina, India, ovvero di stati “nicchia” con forte coesione interna come gli scandinavi e la Svizzera. Ma anche gli esperimenti regionali, di cui l’Unione è il modello più riuscito e sofisticato, si trovano di fronte a problemi nuovi: come assicurare la legittimità democratica e l’accettabilità sociale di decisioni che richiedono una forte dose di centralizzazione, ad esempio in materia commerciale e monetaria; come spiegare gli effetti asimmetrici per gli stati membri ed insieme l’esigenza di un’azione unitaria e solidale in istanze internazionali come le IFI e l’OMC. L’Unione europea dà l’impressione di subire la globalizzazione, ovvero una certa idea della globalizzazione modellata sugli interessi delle imprese multinazionali e transnazionali. Questa idea, di cui alcuni stati membri si fanno portatori, rischia di minare la base della costruzione comunitaria perché mette in discussione il modello sociale europeo ed erode il consenso dei cittadini. Ecco il nodo che si pone all’iniziativa europea: sviluppare una propria visione della globalizzazione con una strategia che ne rilevi gli aspetti positivi partendo dall’acquis di cinquant’anni di processo di integrazione. 2. Soft power e hard power. La Commissione Prodi pubblicò nel 2001 il Libro bianco sulla governance, essendo consapevole che bisognava porre rimedio all’apparente paradosso: il divario fra quello che l’Unione fa e la percezione che i cittadini hanno dell’importanza di Bruxelles. Da un lato, i cittadini chiedono all’UE di affrontare se non risolvere i grandi problemi; dall’altro essi nutrono scarsa fiducia nelle istituzioni e nelle politiche europee al punto che alcuni elettorati bocciano il trattato costituzionale. L’allargamento a 25 stati membri, la prospettiva di portarli a 27 nel 2007, a 29 se non più in un futuro comunque prossimo, accrescono il divario fra la necessità dell’azione e la percezione della sua efficacia. Il ripiegamento su se stessa nell’epoca della globalizzazione è l’indizio della crisi seria dell’Unione. Ne dobbiamo uscire prima che diventi irreversibile. L’unificazione europea è la più bella pagina della politica estera dell’Unione ed i suoi vantaggi si manifestano in tutti i campi. L’allargamento alla Croazia, ai paesi balcanici, alla Turchia dovrebbe proseguire il processo. La deriva dello spirito europeo porta alla profonda divergenza sulle grandi finalità del continente. La crisi non è dovuta alle divergenze in quanto tali, ma al fatto che si rifugge dal dibattito profondo sulle ragioni della crisi e dunque dalla ricerca di un nuovo consenso. Questo potrebbe articolarsi attorno ad alcuni elementi: il fattore della pace e della sicurezza internazionale; la governance della globalizzazione; i progetti di società. Il primo elemento rimanda al dibattito su soft power e hard power. L’Unione ha già l’una e l’altra e deve svilupparle entrambe per essere soggetto sempre più credibile: per essere l’attore globale di una sua partitura delle relazioni internazionali. Il secondo elemento rimanda all’azione europea nei fori multilaterali: dall’OMC alle IFI, all’ONU. Dove si porrà il problema della partecipazione europea in quanto tale in seno al Consiglio di Sicurezza. Il secondo elemento rimanda al pensiero unico sul libero scambio. Il laissez faire non porta di per sé al progresso generalizzato. Occorre distinguere fra paesi emergenti e paesi in via di sviluppo. L’agricoltura non è un’attività economica come le altre. L’ambiente e lo sviluppo sostenibile devono permeare tutte le politiche. Il terzo elemento infine rimanda alla diversità dei modelli sociali e culturali, il cui rispetto non può prescindere dall’accordo su una soglia minima di cooperazione economica e dal diritto - dovere dell’Unione di promuovere ovunque le libertà fondamentali e la dignità umana. La globalizzazione si alimenta dello sviluppo tecnologico, che favorisce la crescita attraverso la riduzione dei costi di trasporto e produzione. Pone il problema di un sistema di regole comuni, da decidere a livello multilaterale e tali da assicurare una effettiva concorrenza basata sul libero scambio e sui valori condivisi. Si pensi anzitutto alle norme internazionali sul lavoro. I PVS devono partecipare alla definizione delle regole. Necessitano dell’assistenza dei paesi sviluppati anche solo per negoziare nel modo più efficace. L’obiettivo di fondo è di pervenire ad un regime di scambi commerciali giusto ed equo, tale da diffondere a tutti i vantaggi della globalizzazione in un quadro di sviluppo sostenibile. In conclusione, l’azione dell’Europa nell’era della globalizzazione deve puntare a tre grandi obiettivi: la pace e la sicurezza; il reciproco riconoscimento delle culture e delle civiltà nel quadro del diritto internazionale; la crescita durevole e sostenibile. 3. Il posto dell’Italia. Dove se non in Europa? La politica estera dell’Italia, e di qualsiasi stato membro, nell’era della globalizzazione è sterile al di fuori della cornice europea. Qualunque essa sia: se ancora basata sui trattati vigenti o sulla anticipazione “volontaria” di alcune clausole del trattato costituzionale. L’azione esterna italiana deve passare attraverso il rapporto con gli altri stati membri e con l’Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza (PESC). La diplomazia italiana deve sviluppare le intese con gli stati membri più avanzati in materia di politica estera. di sicurezza, di difesa per dare vita a cooperazioni rafforzate. Le priorità da affermare riguardano il processo di allargamento con le adesioni di Bulgaria e Romania, i negoziati con Croazia e Turchia, l’apertura di trattative con altri paesi dell’area di stabilizzazione e associazione. La politica di vicinato deve rafforzare i legami coi paesi terzi del Mediterraneo valorizzando il patrimonio di Barcellona. In questo campo occorre seguire la posizione di equidistanza fra i soggetti del processo di pace in Medio Oriente per avere credibilità nei confronti di ambedue. E’ problematica l’estensione della condizionalità politica, che ha funzionato egregiamente nell’est europeo ma che nel sud può produrre instabilità. L’affermazione dell’universalità delle libertà fondamentali e dei diritti umani non può tuttavia arrestarsi alla sponda nord del Mediterraneo. Il rapporto con la Russia non può essere separato da quello con altri paesi ex sovietici. L’apertura a Cina e India deve proseguire ma senza cedere alla retorica del liberismo ad ogni costo. Sulle relazioni transatlantiche grava il lascito della crisi irachena. Finché le sue conseguenze non saranno superate in seno all’Unione, sarà difficile recuperare condizioni accettabili di cooperazione e solidarietà. 4. Farnesina europea. L’Italia deve contribuire a rilanciare l’integrazione europea collocandosi nella corrente principale del convinto europeismo. La Farnesina deve rimanere centrale per la corretta gestione della politica estera pubblica. Ma si porta dietro il fardello di omissioni ed errori, le cui responsabilità cadono sopratutto sulle ultime direzioni politiche. L’attuale si segnala per l’instabilità e l’incoerenza fra proclami e attuazioni concrete. Oggi la Farnesina è inadeguata ad una attività all’altezza delle ambizioni di un paese di media grandezza: soprattutto a sostenere il sistema italiano, già gracile di suo, nella sfida della globalizzazione. Anni di tagli di bilancio, di riforme malamente realizzate, di baronie clientelari, hanno fortemente intaccato la funzionalità della macchina. I principi di trasparenza e responsabilità, essenziali alla sana gestione della cosa pubblica, sono sacrificati. Le inefficienze sono imputate alla cosiddetta responsabilità politica. La carriera diplomatica ne risente e si chiude nelle logiche interne fatte di avanzamenti e di assegnazioni. Il suo bagaglio culturale e professionale declina per l’insufficienza dei contatti con l’esterno e per inadeguata formazione. Il personale amministrativo è demotivato e disorientato. E’ necessario cambiare rotta. Alcune misure sono possibili subito per ridare slancio alla Farnesina senza attendere nuove e difficili riforme: 1) restituire condizioni finanziarie tali da garantire, nell’immediato, la funzionalità minima dell’apparato e, nel medio periodo, da metterlo al pari con quelli degli stati membri più avanzati; 2) preservare la correttezza amministrativa e di gestione; 3) praticare la formazione permanente a tutti i livelli professionali. Occorre insistere su questi punti perché il nostro Paese ha bisogno di un servizio estero che esprima al meglio le istanze democratiche e europeiste proprie della società italiana. L’Italia è fra gli stati fondatori della Comunità – Unione e perciò ha responsabilità speciali, anzitutto di contribuire al compimento del disegno dell’Europa unita. La Farnesina nel suo insieme deve lavorare allo scopo senza flessioni.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2006

Liquidazione o ricostruzione?

Il titolo “Liquidazione o ricostruzione?” che la CGIL Esteri ha dato alla conferenza stampa del 9 marzo 2006 pone un interrogativo solo in apparenza alternativo. In un caso o nell’altro, di liquidazione o di ricostruzione, la Farnesina è comunque messa male. Si tratta solo di stabilire se affrettarne la scomparsa, ricorrendo semmai all’eutanasia legiferata nei Paesi Bassi e bollata di nazista dal solito ilare Ministro di questo governo, oppure se un governo di segno diverso voglia ripristinare le condizioni minime di funzionalità. L’allarme sui conti del Ministero è generale. La crisi non è frutto solo dell’austerità che Bruxelles impone anche al bilancio italiano: tale austerità non si esercita affatto né con lo stesso livore in altri settori statali. No, la crisi risponde alla volontà di deprimere l’attività della Farnesina nel suo insieme. Nelle relazioni internazionali il vuoto non esiste. La posizione lasciata vacante dal Ministero degli Esteri è riempita da altri soggetti: la Presidenza del Consiglio naturalmente, il Ministero dell’Economia e Finanze, il Ministero della Difesa, vari soggetti istituzionali e non. Questi ultimi – patronati, associazioni di categoria - in omaggio alla “buona pratica” delle esternalizzazioni. Insomma un attacco convergente portato da chi centralizza la politica estera per renderla spettacolare e da chi la decentralizza per renderla profittevole. In nessun caso i risultati premiano le intenzioni, giacché l’Italia perde posizioni sia sul piano bilaterale che su quello multilaterale. Bino Olivi, autore del manuale più diffuso di storia dell’integrazione europea, descrive il rango dell’Italia in Europa come il più basso che egli ricordi sotto il profilo del peso politico della nostra delegazione e della collocazione dei funzionari italiani in seno alle istituzioni. La memoria di Olivi copre l’attività europea dal 1951 ai giorni nostri. Una campagna stampa, che ha fatto seguito alla conferenza del 9 marzo, da ragione all’allarme lanciato dalla CGIL ed a volte rincara i toni, come L’espresso con l’articolo sugli “Sconsolati d’Italia”. Un presagio felice, il suo, perché subito dopo è circolato alla Farnesina un non paper che nelle intenzioni liquida consolati e rimpiazza personale di ruolo, a prescindere dal confronto con le rappresentanze dei lavoratori. Ma lo fa con anglosassone eleganza ricorrendo alla fraseologia manageriale dell’outsourcing e delle best practices. Bisogna essere prudenti quando si ospitano voci pessimistiche. L’accusa è di fomentare la “cultura del declino” che, come una profezia che si avvera da sola, chiama il declino e lo aggrava. Ecco perché la CGIL evita di schierarsi dalla parte di chi il declino lo vede ormai irreversibile. Non sarebbe giusto anzitutto nei confronti di quanti credono nella funzione pubblica della politica estera e operano perché la diplomazia sia al servizio della Repubblica. Ma l’accorto realismo deve dominare le nostre riflessioni. I punti di attacco sono volutamente ridotti all’essenziale. Ripristinare subito condizioni di bilancio che permettano di arrivare a fine anno senza operazioni umilianti quali la chiusura degli uffici al pubblico. Aggiustare i conti nelle prossime finanziarie fino a portare la Farnesina tendenzialmente prossima ai Ministeri dei grandi paesi europei. Diffondere la correttezza amministrativa e la trasparenza di gestione. Recuperare funzioni oggi disperse qua e là, in primis quelle degli italiani all’estero e della cooperazione allo sviluppo. Rilanciare e non sacrificare la rete degli istituti di cultura. Ristrutturare la rete consolare per la migliore presenza in tutte le aree. Giocare la carta del grande multilaterale: Nazioni Unite, Unione europea. Sembrano obiettivi di senso comune per un paese di media grandezza che nelle relazioni internazionali voglia stare al centro e non ai margini. A ben vedere, sono obiettivi altamente ambiziosi se si considera il punto minimo da cui partiamo. Il tempo scarseggia, ma la volontà non ci fa difetto.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2006

L'ipocrisia e l'ignoranza

La crisi delle vignette danesi sembra avere superato il punto di maggior tensione ma lascia dietro di sé non soltanto una scia di morti ma anche delle fratture che sarà difficile ricomporre in poco tempo. Occorrerebbe innanzitutto verificare con calma i dati della questione, che continuano ad essere confusi ed inseriti in contesti che in molti casi nulla hanno a che vedere con il vero problema: un confronto fra due o più serie di valori a volte coincidenti ed a volte contrapposti. La emblematica contraddizione della vicenda è mostrata con chiarezza da due elementi in particolare: l'occidente moderno e tecnologico si dibatte intorno a dei concetti (immagini sacre, valori religiosi) sui quali da tempo non veniva effettuata una riflessione approfondita; il mondo musulmano, ritenuto arretrato e 'pre-capitalista', fa ricorso invece ad uno degli strumenti tipici dell'economia globalizzata, quello del boicottaggio. In un tale contesto si impone anche un’altra osservazione: la ritardata reazione alla pubblicazione delle vignette viene considerata come la prova dell'esistenza di “un complotto' da parte di centri legati al terrorismo internazionale che riuscirebbero così ad approfondire vieppiù il fossato fra Islam ed Occidente cristiano. Con perfetta simmetria non pochi osservatori musulmani considerano da parte loro la provocazione del (fino ad oggi) sconosciuto giornale satirico danese come la dimostrazione dell'esistenza di circoli reazionari e razzisti legati a quelle frange politiche che mirano a raccogliere l'insofferenza di quanti, nei Paesi occidentali, sono maggiormente confrontati alle difficoltà della coesistenza con gli immigrati. Il dibattito viene così distorto e strumentalizzato, trasformandosi in un confronto inestricabile, pieno di asprezze e toni da evento bellico che nulla hanno a che vedere con un approccio razionale e lungimirante. Facendo astrazione dai dettagli, sia pure importanti, relativi alla tempistica dei diversi elementi, rimane pur sempre centrale il dato della ferita inferta ai credenti dell'Islam con la profanazione del loro simbolo più sacro. È questo il punto intorno al quale dobbiamo avviare una riflessione che, per quanto riguarda il nostro mondo, porta a domandarsi se e quali siano i limiti alla libertà di parola e di stampa. Gli altri avvenimenti di questi giorni vanno invece analizzati sotto una angolazione politica ed economica: sia per quanto riguarda le provocazioni dell'ex ministro Calderoli, le violenze in Siria, Libano, Libia, Nigeria e Pakistan, la visita di Solana nella regione, sia i mille altri eventi che possono essere fatti risalire alla vicenda. Siamo quindi di fronte ad un confronto di valori: da un lato un simbolo sacro, dall'altro un elemento fondante delle democrazie occidentali. Sono pertanto fattori appartenenti a categorie diverse, difficilmente confrontabili; essi vanno quindi esaminati secondo schemi che facciano emergere i punti di possibile convergenza, isolando invece quelli di maggiore divergenza. Soltanto analisi più approfondite e protratte nel tempo potranno portare a risultati meno affrettati e non influenzati da elementi passionali, presenti invece in modo massiccio nella vicenda che stiamo vivendo. E’ comunque evidente, dalla lettura dei principali organi di informazione dei due “blocchi” e dall’ascolto / visione dei rispettivi notiziari radiotelevisivi che le divergenze sono state amplificate da due fattori di particolare rilievo: da un lato, quello islamico, l’impossibilità / incapacità – salvo rarissime eccezioni - di ammettere che la facile presa dell’estremismo sulle masse popolari è indissolubilmente legata ad un’arretratezza economica e sociale dovuta anche ad una visione religiosa della cosa pubblica insita in un certo insegnamento coranico; dall’altro, quello occidentale, l’arroganza derivante da una pretesa superiorità del proprio modello di vita e l’ignoranza – profonda – degli elementi fondanti di una fede che nulla ha da invidiare a quella cristiana. La contrapposizione o, meglio, la combinazione di questi due elementi – l’ipocrisia e l’ignoranza – ha facilitato il propagarsi di una crisi che avrebbe richiesto visione e coraggio per essere mantenuta sotto controllo. I consueti peripli di Solana nella regione e le dissonanze fra i governi europei si sono accompagnati ad una posizione statunitense che soltanto con molta buona volontà si può definire pilatesca. Un altro piccolo fossato è stato così creato ma, soprattutto, si è perduta una buona occasione per lavorare uniti intorno ad una tematica di grande rilievo ed impatto. Anche il nostro piccolo e provinciale mondo politico - diplomatico si è allineato supinamente a tale approccio, non riuscendo (o non volendo) lanciare iniziative che – soprattutto per la nostra grande esperienza nell’area mediorientale – avrebbero potuto consentirci di riprendere posizioni di rilievo perdute – nonostante propagandistiche (ma interessate) dichiarazioni – in campo internazionale in questi ultimi anni. C'è da chiedersi al riguardo se non sia il caso, per la nuova Farnesina che auspicabilmente vedrà la luce nei prossimi mesi, di utilizzare meglio la trentina di organismi e centri universitari e di ricerca che in Italia si occupano di Paesi arabi e, più in generale, islamici.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2006

La contrattazione decentrata strumento di svolta radicale

Lo strumento più innovativo ed in prospettiva realmente radicale introdotto daí contratti nazionali della Pubblica Amministrazione è quello della Contrattazione decentrata di secondo livello per intervenire in tutti i pubblici servizi. A che punto siamo e riusciamo ad utilizzare tale strumento al fine di rendere più efficente il funzionamento delle nostre 180 strutture di politica estera - 16 direzioni generali, uffici, servizi e Istituto Agronomico in Italia e 164 Ambasciate, Rappresentanze, Consolati - e per garantire migliori servizi a vantaggio delle collettività italiane nel mondo? 22.2.2006 – Nell’ultimo contratto collettivo nazionali di lavoro – Comparto dei ministeri - troviamo un articolo che se utilizzato in forma corretta può dare l’avvio ad un radicale rinnovamento nel funzionamento delle nostre rappresentanze diplomatiche e migliorare la qualità dei servizi ai cittadini italiani all’estero. Nel corso del Coordinamento CGIL 2005 è stato ribadito il ruolo importante rivestito dalla contrattazione di secondo livello e la necessità di un suo rilancio con l’individuazione di due o tre sedi pilota nelle quali far decollare la negoziazione, sulla base di specifiche piattaforme che affrontino localmente tutte le materie che ne sono interessate. Inoltre per garantire l’efficacia dell’azione sindacale è stata ribadita l’opportunità di prevedere corsi di formazione sindacale per i Rappresentanti Sindacali Unitari eletti. Nello stesso momento questa innovazione rende indispensabile che l’Amministrazione investa in maniera capillare sulla figura di responsabile e gestore degli uffici all’estero nella prospettiva di mettere a disposizione quadri dirigenti con piu’ alti livelli di efficienza. Se è il caso si dovrà anche affrontare in maniera radicale il problema dei meccanismi retributivi all’estero, al fine di incentivare anche gli assegni di sede con elementi di produttività. Anche se è realmente e concretamente verificabile nelle microstrutture diplomatico-consolari all’estero la misurazione di carichi di lavoro e di produttività, i responsabili diplomatico-amministrativi non sono mai stati chiamati a rispondere finora sul livello del rendimento produttivo e sulla qualità dei servizi erogati alla collettivà in ogni singola sede. E’ necessario affrontare tale argomento se non vogliamo continuare a rivendicare aumenti di finanziamenti slegati dal livello della qualità del servizio reso. Occorre allora sottolineare che il diritto alla contrattazione è sancito dalla legislazione nazionale. E qualsiasi sia la conclusione della vertenza deve essere “redatto verbale dal quale risultino le posizioni delle parti nelle materie oggetto della stessa” (art. 6 punto B CCNL 98/01). E’ il caso per questo di indicare integralmente la seconda parte dell’art. 4 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro 2002-2005: Presso ogni sede centrale o sede distaccata di amministrazione centrale e ufficio periferico individuato come sede di contrattazione a seguito della elezione delle RSU: - applicazione e gestione in sede locale della disciplina definita dal comma 2 (sistemi di incentivazione del personale sulla base di obiettivi e programmi di incremento della produttivita’ e di miglioramento della qualità del servizio, definisce i criteri generali delle metodologie di valutazione ed indica i criteri di ripartizione delle risorse del fondo unico di amministrazione) - i criteri di applicazione, con riferimento ai tempi ed alle modalità, delle normative relative all’igiene, all’ambiente sicurezza e prevenzione nei luoghi di lavoro, nonché alle misure necessarie per facilitare il lavoro dei dipendenti disabili; - modalità attuative dei criteri in materia di mobilità esterna, definiti a livello di Ministero; - l’articolazione delle tipologie dell’orario di lavoro.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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