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Post di aprile

27/04/2006

Ignoranza e superficialità

“Un deliberato tentativo di provocazione”, questo è il giudizio dato dagli esperti che partecipavano ad una trasmissione della BBC di domenica 19 marzo con ospite Desmond Tutu, premio Nobel della Pace. Ma anche la maggioranza dei danesi comprende l’ira dei musulmani per le “vignette satiriche” su Maometto. Lo rivela un sondaggio condotto da Gallup per il giornale locale “Berlinske Tidende”, secondo cui il 56% degli intervistati comprende che gli islamici si siano sentiti offesi daí disegni pubblicati una prima volta dal giornale di Copenaghen e poi ripresi daí giornali di tutto il mondo. 27.2.2006 – Occorre partire da qui per analizzare i fatti connessi alla pubblicazione delle vignette di Maometto da parte della stampa danese, ripercorrendo anche la vicenda che è iniziata alla fine dell’estate 2005. A metà febbraio del 2006 un’intera pagina del quotidiano Panarabo Asharq al Awasat (stampato negli Emirati) aveva pubblicato una richiesta di scuse a tutti i musulmani per la rabbia ed il risentimento scatenati dalla pubblicazione delle vignette su Maometto. Il quotidiano danese “Jylland-Posten” aveva scelto questo modo per tentare di placare le proteste che avevano causato incidenti con decine di morti e feriti. Il messaggio aveva rappresentato la più forte espressione di rammarico da parte degli autori della pubblicazione delle vignette anche se non si è trattato di vero atto di scuse limitandosi ad esprimere “forte condanna per qualsiasi passo che attacchi specifiche religioni, gruppi etnici o popoli”. “Questi disegni apparentemente hanno offeso milioni di musulmani in tutto il mondo, quindi ora offriamo le nostre scuse ed il nostro rammarico per ciò che è accaduto perchè era lontano dalle intenzioni del giornale” si legge nel testo firmato dal direttore del giornale Carsten Juste. “Non era nostra intenzione offendere o insultare alcuna religione – conclude il messaggio – ci scusiamo per essere stati fraintesi e spero che questo chiarisca il malinteso, con la benedizione di Dio”. E’ il caso di ripercorrere brevemente le fasi di questa vicenda che inizia ufficialmente il 30 settembre 2005 quando il quotidiano conservatore danese “Jyllands-Posten” pubblica con il titolo “Les visages de Mahomet” 12 disegni di caricature. I responsabili musulmani in Danimarca chiedono le scuse dal giornale per l’offesa contro la propria religione. Il 12 ottobre il capo redattore del “Jyllands-Posten” denuncia di aver ricevuto minacce di morte. Il 14 ottobre si svolge a Copenaghen una manifestazione di protesta di alcune migliaia di musulmani. Undici ambasciatori dei paesi arabi inviano un messaggio di protesta al primo ministro Anders Fogh Rasmussen il 20 ottobre. Condanna delle caricature da parte dei ministri degli esteri arabi riuniti nella sede della lega araba del Cairo il 29 dicembre. Il primo ministro danese condanna le caricature il 5 gennaio 2006 difendendo il diritto di espressione. Il 10 gennaio la rivista cristiana norvegese “Magazinet” a sua volta pubblica le stesse caricature. Gli ulema musulmani riuniti al Cairo il 21 gennaio invitano “i milioni di musulmani nel mondo a boicottare i prodotti e le attività danesi e norvegesi”. Il 26 gennaio l’Arabia Saudita richiama il suo Ambasciatore a Copenaghen. In Danimarca si ripete il 29 gennaio che “il governo non può in nessun caso intervenire sui media locali”. Il 30 gennaio il danese Jyllands-Posten presenta le sue “scuse” e lo stesso avviene il giorno appresso con il norvegese “Magazinet”. Contemporaneamente i ministri degli Interni dei paesi arabi richiedono sanzioni più efficaci. Il 1 febbraio numerosi fogli europei pubblicano a loro volta le caricature di Maometto. In realtà l’intera vicenda è stata accesa quando, l’11 dicembre 2005, alcuni mesi dopo la pubblicazione delle vignette una delegazione di musulmani composta da Ahmed Abdel Rahman Abu Laban, militante dei Fratelli Musulmani, e Ahmed Akkari, rappresentante della organizzazione dei musulmani danesi, partono per Il Cairo. I rappresentanti musulmani danesi ritengono che “quelle vignette sono state un passo imperdonabile”; in realtà l’equilibrio politico locale è diventato più precario da quando, esattamente dopo le elezioni del 2001, la maggioranza liberale si è alleata politicamente con lo xenofobo Partito Popolare danese di estrema destra. La propaganda di odio infiamma il panorama politico locale. Il governo rifiuta di scusarsi con l’opinione pubblica musulmana interna ed internazionale. “ Se il governo si fosse scusato subito non avremmo avuto bisogno di andare all’estero per fare sentire le nostre ragioni” sottolinea Akkari, proponendo a Rasmussen un confronto televisivo “per chiarire e sanare l’offesa”, che viene rifiutato. L’incendio si e’ velocemente propagato nei paesi islamici obbligando a chiudere le ambasciate danesi in Egitto, Turchia, Pakistan, Iran ed Indonesia ed a richiamare gli Ambasciatori a Copenaghen. Certamente il caso danese rappresenta un estremo che è sfuggito di mano al gruppo dirigente i carica in maniera maldestra ed alquanto superficiale e per questo il dibattito politico interno è pervaso da ricorrenti accuse all’interno della stessa maggioranza di centro destra ed in maniera crescente dall’opposizione. Di certo che la Danimarca dovrà decidersi quanto prima di associare le sue politche finanziarie, economiche e sociali all’Unione Europea rinunciando alle sue quattro opzioni interne (cosiddetti “opt-out”: ossia decisione di non partecipazione), accettando definitivamente l’EURO come valuta nazionale e ratificando in maniera globale tutte le direttive giuridiche e legali europee. E anche il dibattito interno si sta indirizzando sempre di più verso un aspro confronto dai toni sempre più accesi: la rappresentante del Partito Socialista Liberale, in costante crescita elettorale, ha indirizzato un duro attacco al Primo Ministro Rasmussen definendolo “arrogante, imbarazzante e pericoloso per la Danimarca...il suo stile di governo rappresenta una profonda tragedia per la Danimarca” provocando sconcerto nel panorama politico interno ed una dura risposta da parte del Partito Popolare (DF) di centro destra e alleato di governo. Ma è anche vero che gli equilibri mondiali ereditati dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalla guerra fredda vanno ridisegnati in maniera radicale tenendo in debito conto che abbiamo assistito nell’ultimo decennio ad una serie di avvenimenti sconvolgenti – le due guerre del golfo, il conflitto in Cecenia, la comparsa del terrorismo di Al Quaeda, l’attentato alle Torri Gemelle, Madrid e Londra, la guerra israelo-palestinese e la vittoria elettorale di Hamas – ed all’apparizione di un ordine mondiale con differenti protagonisti – Cina, India, Iran, Sud Africa ed una nuova e democratica America Latina. E per confermare che tutti le realtà nel mondo – di qualunque estrazione sociale, etnica e religiosa – possono utilizzare, in forma corretta e con grande impatto mediatico, tutta la strumentazione giuridica a disposizione, la comunità musulmana danese ha deciso di ricorrere all’ONU per il caso delle vignette satiriche sul profeta Maometto da loro considerate blasfeme. Insoddisfatti della decisione della magistratura danese – resa pubblica recentemente – di non istruire un processo contro contro il quotidiano “Jylland-Posten” i responsabili della comunità musulmana danese porteranno il caso di fronte alla Commissione per i Diritti Umani di Ginevra. “L’ONU è il naturale destinatario delle nostre lamentele” há dichiarato Kasem Said Ahmad, portavoce dell’associazione che rappresenta i 200.000 musulmani presenti in Danimarca (circa il 4% della popolazione). E con una evidente forzatura propagandista, visto che l’atteggiamento di tutte le istituzioni politiche e religiose europee è stato di netta chiusura rispetto a manifestazioni di intolleranza religiosa, ha concluso:“ Abbiamo più fiducia delle Nazioni Unite che dell’Unione Europea, quella dei giudici danesi è stata una decisione vile”. Un altro fatto rende il caso delle “vignette danesi” sempre più contorto a 6 mesi dalla loro pubblicazione: il deputato socialista-liberale danese Naser Khader, di origini medio-orientali, ha dichiarato alla stampa “la necessità di riflettere sulla situazione dopo mesi di pressione e di sentire il bisogno di prendersi uno spazio di tempo per stare in famiglia”. Di fatto si è allontanato dal parlamento per un periodo indeterminato.

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Di Il Cosmopolita il 27/04/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

26/04/2006

Il rilancio della Farnesina

La chiusura – almeno tale è per coloro che come noi conservano carità di patria – certificata dalla Cassazione della farsa post-elettorale impone il rapido richiamo di considerazioni che “IlCosmopolita” ha più volte offerto alla pubblica riflessione e al dibattito decisionale. In primo luogo la centralità dell’Amministrazione degli Esteri nella duplice componente della Farnesina e della rete delle Ambasciate e dei Consolati: questi ultimi, poi, proprio mentre se ne ventilava una drastica contrazione accompagnata da ulteriori misure di “privatizzazione”, si sono rivelati essenziali non soltanto per l’esercizio del voto all’estero ma anche per l’esito stesso della consultazione. Esito che ha sfatato il mito degli Italiani nei cinque continenti con il ritratto di Mussolini – o di Tremaglia - in cima al letto. Peraltro, il Ministro per gli Italiani all’estero dapprima ha lodato lo splendido lavoro di Consolati e Uffici ministeriali per le elezioni e poi, a scrutini ultimati e solo allora, ha scoperto “insanabili irregolarità”. Evidentemente nella sua concezione la macchina elettorale funziona bene solo se garantisce il risultato sperato. Quanto alle Ambasciate, queste dovranno da subito portare un indispensabile apporto a quel recupero di immagine (per la sostanza i tempi non saranno così brevi) così duramente messa alla prova dal narcisismo provinciale e dall’opportunismo dell’ex Presidente del Consiglio. Naturalmente questi sono soltanto i dati superficiali del problema così come l’immediato ripristino delle risorse decurtate dal querulo Ministro Tremonti (risorse di funzionamento, di sicurezza, di cooperazione internazionale e via smantellando) costituisce non più che la premessa necessaria per il ritorno alla normalità nella proiezione internazionale istituzionale del nostro Paese, poi occorrerà rimettere in moto quel processo di modernizzazione e riforma bloccato per un intero decennio. Quello cioè in cui tutti gli altri Paesi avanzati si sono attrezzati a misurarsi con tutti i fasci di relazioni inerenti alla globalizzazione e al post ’89; senza contare che questi partivano da una condizione di modernità e funzionalità delle strutture da noi sconosciuta. Così, mentre i Ministri degli Esteri – dall’interinale Berlusconi, al funzionariale Frattini, all’impettito Fini – portavano avanti la riduzione di un’Amministrazione già “corpo d’élite” dello Stato italiano ad una sgangherata imitazione della “Saatchi & Saatchi” (ovvero PR e rappresentanza mediatica), gli altri Paesi d’Europa affrontavano le sfide di una realtà internazionale sempre più complessa e sempre più intercomunicante. Di più, in quel revival dello Stato-nazione contrapposto alla integrazione e financo alla cooperazione messo in luce dalle ultime analisi di Dahrendorf, l’Italia fungeva da patetico battistrada: basti ricordare il disgraziato semestre di Presidenza dell’UE o la “guerra alla Cina” di Tremonti e della Lega fino ai “bambini bolliti” di Berlusconi. Dunque anche qui – proprio quando l’Italia rischia la marginalizzazione in ragione della sua crisi economica innovativa e di bilancio – l’inversione di tendenza deve essere rapida e decisa, ma certo non facile. Agli Esteri continuano ad esistere le risorse umane e professionali per contribuire a questa impresa (“nazionale” nel senso alto del termine) troppo a lungo rinviata e messa tra parentesi: certo è che il Governo Prodi nel suo complesso ed il nuovo Ministro degli Esteri in particolare non potranno neppure per un giorno adottare una linea di “business as usual” bensì intervenire da subito – facendo leva sulle risorse professionali oscurate dallo sciagurato decennio vattaniano – per agevolare (non diversamente da quanto è avvenuto con le vicende in Banca d’Italia) per riassegnare a questo indispensabile strumento pubblico le funzioni ad esso proprie. Un piccolo elenco preliminare d’agenda: rilanciare la cooperazione allo sviluppo, portandola a livelli consoni alla nostra posizione nella comunità internazionale; ristrutturare il supporto alla cooperazione commerciale e di internazionalizzazione dell’economia; rivitalizzare, fondandola su nuove basi, la cooperazione culturale e soprattutto interculturale; modernizzare i servizi per gli Italiani all’estero e gli accessi degli stranieri. Chi, come noi e soprattutto come il Sindacato che ha voluto portare avanti questa riflessione per un intero decennio rifiutando le sirene corporative, reclama questa immediata inversione di tendenza negli interessi del Paese non si accontenterà di misure cosmetiche né – tanto meno – di un trasformismo dell’ultim’ora.

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Di Il Cosmopolita il 26/04/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

26/04/2006

Il giorno del ricordo

A trent’anni dal golpe militare del 1976, gli argentini hanno finalmente il diritto di ricordare. Il governo ha infatti istituito la festività nazionale del 24 marzo e il Paese ha risposto con affollatissime manifestazioni nelle principali piazze delle sue città, per non dimenticare “l’impero dell’orrore”, della paura paralizzante che generò tanta sfiducia sistematica nel futuro. I diritti umani che, per otto lunghi anni furono ignorati e calpestati e il genocidio così a lungo perpetrato, hanno reso gli argentini reticenti sulla propria storia, per vergogna o per inconfessabili sensi di colpa. Con il giorno del ricordo il governo nazionale ha voluto dare il segno che il Paese può voltare pagina, attraverso un processo di pur lenta maturazione politica che consentirà di disseppellire la memoria dei governanti e della gente comune. A partire dalla pubblicazione del Nunca Mas, il Rapporto sulla Scomparsa delle Persone a cura della Commissione Nazionale omonima - Conadep - pubblicato nel 1985 - era stata già alimentata una sorta di presa di coscienza, ma la denuncia tuttavia, non era riuscita ad incidere profondamente nella coscienza collettiva. Il 24 marzo si celebrerà d’ora in avanti il ricordo di quanti hanno pagato con la vita i propri ideali di libertà e di giustizia, per dar modo di trasmetterli ai più giovani e alle generazioni future, nella speranza che simili orrori non accadano Mai Più. Certamente non basterà l’istituzione di una festività nazionale per cambiare un Paese che fa fatica a fare i conti con la propria democrazia; un Paese in cui il tasso di disoccupazione è a due cifre e il 46% della sua popolazione è al di sotto della soglia di povertà. Le denunce delle organizzazioni per i diritti umani e dei sindacati puntano il dito contro l’allora ministro dell’economia della dittatura militare, ancora coinvolto nell’economia argentina, contro la politica regionale degli Stati Uniti, contro l’Associazione per il Libero Commercio in America, contro il barcollante ordinamento della giustizia nazionale, ma i trentamila desaparecidos non potevano continuare a non far parlare di sé. I media hanno dato risalto alla difficoltà delle nonne di Plaza de Mayo - presenti in molte delle manifestazioni del 24 marzo - a prendere la parola o a condividire i lunghi documenti letti dai disoccupati organizzati o dai Piqueteros. Il cammino della neonata democrazia argentina è ancora lungo ma appare importante che la gente, dopo trent’anni, abbia il diritto di manifestare il proprio Nunca Mas.

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Di Il Cosmopolita il 26/04/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

13/04/2006

Quale Ministro per quale Farnesina?

Dalla sua fondazione Il Cosmopolita esprime la necessità di rilanciare la politica estera italiana ed il suo principale strumento, il Ministero degli Affari Esteri. Partiamo dalla premessa che nell’attuale quadro internazionale - di globalizzazione, di instabilità politiche vicine e lontane, di flussi migratori, di necessità di promuovere immagine, prodotti e servizi italiani all’estero – la politica estera riveste un’importanza cruciale per gli interessi del Paese. L’Italia deve tornare nel cuore degli affari europei specie ora che ci apprestiamo a festeggiare il cinquantenario dei Trattati di Roma. All’indomani delle elezioni legislative esprimiamo l’attesa che al tema della politica estera sia data la massima attenzione da parte di Governo e Parlamento: che considerino i finanziamenti per la politica estera come investimenti inevitabili e lungimiranti, suscettibili di ritorni di fondamentale importanza. Il segnale di discontinuità deve venire subito, nei primi cento giorni. Abbiamo denunciato ripetutamente i malanni della Farnesina e manifestato alcune idee sui possibili rimedi. Ne ribadiamo alcune, a nostro avviso quelle che immediatamente possono valorizzare il servizio del Ministero nell’interesse della Repubblica: • sottolineare che il MAE è centrale nella gestione della politica estera pubblica e nel coordinamento delle attività esterne di enti e soggetti che si affacciano con prepotenza sulla scena internazionale; • evitare la duplicazione di funzioni rappresentate dal Ministro per gli italiani nel mondo; • ripristinare correttezza e trasparenza alla cooperazione allo sviluppo, invertire la tendenza all’assunzione da parte del Ministero dell’Economia delle principali decisioni sui relativi finanziamenti, affidare la direzione politica ad un Vice Ministro o Sottosegretario agli Esteri ad evitare che la creazione di un nuovo centro di potere comporti problemi di coordinamento con il MAE; • porre rimedio alla confusione di ruoli e responsabilità generata dalla creazione dello sportello unico all’estero; • completare la riforma del 99/2000, che la stessa Amministrazione ha tradito perché permane al vertice un atteggiamento contrario al suo potenziale innovativo e decentralizzante; • rendere più efficiente la rete all’estero, che ha dato buona prova di sé nelle elezioni dei connazionali ed adeguarla alle nuove esigenze; • rilanciare la promozione culturale con nuove linee direttive ed una diversa organizzazione funzionale della Direzione Generale e della rete degli Istituti di Cultura, alcuni dei quali sono stati colpevolmente chiusi per mancanza di fondi. Bisogna guardare alle professionalità della Farnesina con spirito aperto e costruttivo, pronti ad investire il necessario per la formazione e la mobilità. Restituire entusiasmo e certezze al personale. Accrescere nel tempo gli organici per adeguarli all’aumento delle funzioni. Porre fine alla “esternalizzazione” di compiti propri del personale del Ministero, che comporta perdita di trasparenza dell’azione amministrativa senza garantire minori costi né maggiore efficienza.

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Di Il Cosmopolita il 13/04/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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