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29/05/2006

Cooperazione allo sviluppo italiana: crisi ed emergenza

Le ragioni della crisi Nonostante i costosi programmi mediatici promossi recentemente dalla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (DGCS) del Ministero degli Affari Esteri è evidente che la Cooperazione italiana è immersa in una crisi profonda che rischia, come in un perverso gioco dell’oca, di distruggere quello che faticosamente si è tentato di costruire negli ultimi venti anni. La storia italiana in questo settore è piuttosto tardiva rispetto a quella di tutti gli altri paesi europei e solo con la legge 49 del 1987, sono state regolate le attività di Aiuto Pubblico allo Sviluppo italiano ed è stata istituita al Ministero degli Affari Esteri la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo. Negli anni novanta, dopo la crisi di Mani pulite c’è stato un rinnovato interesse per gli strumenti dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo, dovuto principalmente all’inizio della cosiddetta “globalizzazione”. Successivamente i governi di centro sinistra hanno cercato di realizzare una lettura critica dei numerosi processi che si stavano determinando e di misurarne le conseguenze nell’operato di cooperazione allo sviluppo. Si sono così avviate delle ipotesi di riforma che, non essendo riusciti a dare omogeneità ai molteplici interessi in gioco, non si sono realizzate. La mancanza di un intervento organico ha consentito l’attuazione di una serie di misure di “controriforma”, che hanno di fatto snaturato lo spirito della 49 e prodotto gravi danni al funzionamento della DGCS. In particolare è stato poco a poco indebolito l’operato tecnico della Direzione, attraverso una progressiva marginalizzazione del ruolo professionale degli esperti di cooperazione allo sviluppo; sempre più allargata risulta la sfera di discrezionalità della dirigenza diplomatica che, per sua formazione, non ha le capacità tecniche per operare una valutazione e selezione trasparente dei programmi di cooperazione ed è quindi maggiormente esposta a pressione politiche e clientelari. Nel biennio 2004-2005 la DGCS è ricorsa in modo massiccio sia all’uso di convenzioni con Enti esterni che a contratti con personale reclutato in modo anomalo, con il risultato di produrre una consistente esternalizzazione delle funzioni proprie del personale di cooperazione previsto dalla legge 49/87. Non meraviglia dunque che oggi, in un clima di debolezza complessivo della Farnesina, molte delle competenze della cooperazione allo sviluppo vengano cedute ad altri ministeri o altri corpi dello stato e che la DGCS faccia sempre più fatica a esprimere una politica di cooperazione. In questo quadro la crisi appare ben più profonda di una contingenza negativa di bilancio, anche se neanche questa è da sottovalutare. In questo quadro è inquietante che l’unica preoccupazione del management attuale sia quella di evitare i normali processi di valutazione e di controllo considerati un insopportabile vincolo alla discrezionalità personale e politica. L’Italia da due anni è all’ultimo posto tra i paesi donatori per il rapporto di Aiuto Pubblico allo Sviluppo in relazione al PIL, ma quello che più conta è ormai incapace di esprimere strategie di cooperazione in ambito multilaterale e dare continuità alle iniziative realizzate attraverso l’aiuto bilaterale. Le ridotte disponibilità finanziarie vengono in gran parte dirottate su attività che poco hanno a che fare con la cooperazione (restauri, convegni sui mosaici, incentivazione alla penetrazione commerciale delle nostre imprese), o servono per distribuire fondi, incarichi di consulenza e di studio ad una rete di società “amiche”. Emergenza : un intervento immediato prima della crisi totale della DGCS E’ indubbio che tra gli scarsi risultati attuali dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) italiano e una possibile ripresa, vi siano delle distanze abissali che richiedono un mutamento politico generale. Tuttavia la stato attuale della direzione è tale da richiedere un intervento d’eccezione e non più rinviabile. La DGCS non può essere lasciata alla attuale deriva che la sta completamente divorando, sotto qualche spot di facciata. I sindacati confederali hanno denunciato il crescendo delle “irregolarità” che vengono quotidianamente compiute : l’uso indiscriminato ed estremamente dispendioso di consulenze esterne, individuate senza una selezione e anche in settori in cui esiste all’interno del MAE il personale che potrebbe fornire gli stessi servizi, la mancanza di trasparenza, favorita dalla crescente confusione dei ruoli e dalla perdita di competenze da parte degli esperti di cooperazione, che si rispecchia nella modifica delle procedure operative, la realizzazione di iniziative spesso inutili e sovrastimate nei costi. Tutto questo mentre il rapporto OCSE/DAC di valutazione dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo italiano, redatto nel 2004, indicava la necessità di esprimere al più presto delle linee guida per l’azione di cooperazione allo sviluppo, dichiarava l’urgenza di promuovere procedure più semplici e più trasparenti e raccomandava di far uscire dalla ghettizzazione il personale tecnico. I responsabili della cooperazione incapaci di analizzare l’ampiezza della crisi si dedicano soprattutto a una politica di immagine e la gestione personalistica dei fondi di bilancio dell’attuale Direttore Generale della DGCS non ha certo giovato alla cooperazione ed all’immagine dell’Italia all’estero. La situazione è tale che potrebbero tornare di attualità quelle misure che vennero adottate a metà degli anni novanta per la malacooperazione e il commissariamento, attraverso un decreto ad hoc, in attesa di tempi migliori e di una politica rinnovata nelle finalità e nella dirigenza, potrebbe essere considerata una proposta adeguata all’emergenza. 2. Sperperi In un panorama di costante riduzione dei fondi governativi da destinare all’APS si registra da una parte l’inesorabile diminuzione dei capitoli finalizzati al finanziamento di iniziative e programmi e dall’altra un aumento vertiginoso delle spese di funzionamento. - Come spendere SEI MILIONI di Euro per la ristrutturazione delle stanze del Direttore Generale e della Segreteria della DGCS (e vivere impuniti…): • “restiling” per la ristrutturazione degli uffici della Direzione Generale € 3.350.083 • direzione dei lavori di cui sopra per circa € 278.146,52 • acquisto apparecchiature informatiche, video wall € 1.152.000 • direzione artistica per ristrutturazione di locali € 41.771,37 • acquisto di attrezzature e gestione di una sala grafica all’interno della DGCS € 819.749 - Le palazzine dell’ex-CIVIS Nel 2003, la Direzione Generale ha commissionato l’elaborazione di un progetto dell’importo di 5.522.869 Euro per di lavori di ristrutturazione del fabbricato ex-Civis (occupato da studenti universitari) di proprietà del Ministero Affari Esteri (e non della DGCS). Il Direttore Generale senza che il decreto di impegno fosse approvato dagli organi di controllo ha affidato alla Società “Costruzioni & Servizi S.p.A”, l’incarico dei lavori. Dopo un rilievo della Ragioneria i lavori sono stati interrotti. La società, che aveva già iniziato i lavori ha adito alle vie legali, chiedendo la somma di Euro 2.322.000. La ditta ha ottenuto quanto richiesto. - Altri sperperi: • partecipazione della Cooperazione italiana al Meeting di Rimini per l’amicizia tra i popoli costato almeno € 715.755 ; • campagne mediatiche e pubblicitarie, pubblicazioni sull’attività di cooperazione per almeno € 1.454.387; • mostra al Vittoriano di fotografie dal titolo “Solidarietà e Sviluppo”, costata € 202.000; • conferenza “Mosaico mediterraneo”, voluta dal Sottosegretario Drago e svoltasi nella sua città natale, Modica, in Sicilia. Questa giornata, pagata con i contributi volontari italiani all’UNESCO, è costata alla Cooperazione € 77.000; • il film “All the invisibile children”, i costi - a carico dei contributi volontari ad PAM - ammontano a circa € 5.000.000; L’utilizzo dei contributi volontari da parte della DGCS La media dei contributi volontari concessi dalla DGCS ogni anno agli Organismi Internazionali è di circa 140 milioni di euro, con un incremento nel 2005 di circa 60 milioni di Euro ed una riduzione quest’anno pari a circa il 75%. I contributi volontari non hanno necessità di controlli contabili o tecnici e tutte le spese vengono inserite nel bilancio generale dell’Organismo. Tali contributi sono stati spesso utilizzati in modo improprio, per consentire, ovviando ai controlli, la realizzazione di attività altrimenti non finanziabili, o per pagare consulenti UNIDO, OIL, IUCN, FAO che vengono poi inseriti e lavorano presso la Direzione Generale . L’Organismo Internazionale, non adeguatamente informato da parte italiana, spesso ignora che la DGCS non rispetti le adeguate procedure di controllo. In particolare completamente “fuori tema” per le finalità della cooperazione allo sviluppo, appaiono le proposte concordate con l’Istituto Italo-Latino Americano, Organismo Internazionale che riceve contributi solo dall’Italia. Da quando è stato nominato, nel consiglio dei delegati dell’IILA, il collaboratore dell’ex sottosegretario Mario Baccini, Sig. Luca Simoni, sono notevolmente aumentati i contributi volontari assegnati all’Istituto. Con i contributi volontari dati all’UNIDO si è proposto di aprire un nuovo ufficio a Roma, senza una reale motivazione, se non quella evidente di assumere personale. Notevole e’ il carteggio che ha permesso l’apertura del nuovo ufficio a capo del quale è stata insediata la moglie dell’allora Sottosegretario agli Esteri Mario Baccini, Sig.ra Diana Battaggia. Con un altro di questi Organismi l’ IMG (International Management Group), la DGCS ha firmato un Accordo quadro dal quale scaturiscono contributi volontari che risultano ammontare rispettivamente nel 2004 a circa € 5 milioni, nel 2005 a circa € 12.500.000 e nel 2006 a ulteriori € 28 milioni (deliberati a febbraio ma ancora da erogare). Nell’ambito dell’ultimo contributo di 28 milioni di Euro, l’Organismo dovrà utilizzare 20 milioni per costruire in Albania un ospedale richiesto non dalle Autorità albanesi bensì dall’IDI, Istituto Dermopatico dell’Immacolata gestito dalla Congregazione Figli dell’Immacolata Concezione; si noti che l’Avvocato della Confraternita risulta essere il Dr. Pietro Deodato, fratello del Direttore Generale Giuseppe Deodato. Si noti che L’IMG è una struttura di assistenza tecnica internazionale creata da diversi Stati per la ricostruzione post-bellica in Bosnia Erzegovina; si tratta pertanto di un Organismo con competenze ed esperienze geograficamente limitate, il quale tra l’altro si caratterizza per la poca chiarezza nell’utilizzo dei fondi assegnati. l’Accordo con la C.A.F. (Corporaciòn Andina de Fomento) La CAF è una Banca multilaterale, con cinque soci azionisti di serie “A” (i cinque Paesi della Comunità andina: Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela), altri 12 Paesi latinoamericani soci azionisti di serie “B” e 22 Banche private. La Banca finanzia, soprattutto, opere infrastrutturali nei Paesi latinoamericani. E’ stato approvato dalla DGCS un contributo volontario di € 5.000.000 , che prevede la creazione di fondi fiduciari presso la Banca e di accordi di cofinanziamento. L’operazione che avviene con i fondi reperiti sugli stanziamenti per la Cooperazione allo Sviluppo è esplicitamente finalizzata ad ottenere consistenti commesse per le grandi imprese italiane. Un altro accordo Un ulteriore esempio di questo arrembaggio è il testo di un Accordo tra il CARICOM (Comunità dei Paesi Caraibici) e la DGCS per la mitigazione e monitoraggio delle catastrofi naturali nell’area. La bozza di Accordo (che si prevede verrà firmata a brevissima scadenza) si ispira alla legge 49 ed è intestata alla DGCS; tuttavia nelle premesse viene enunciato quanto segue: “Considerato l’impegno delle Autorità italiane di rendere il presente accordo efficace attraverso l’implementazione di progetti di cooperazione utili ad entrambe le Parti, capaci di rispondere ai bisogni più urgenti della comunità dei Caraibi e, allo stesso tempo, cogliere le opportunità di una migliore penetrazione nel mercato del CARICOM per il settore industriale italiano” Cooperazione bilaterale Un’analisi a parte, adeguatamente approfondita, meriterà la cooperazione bilaterale, alla quale in questa sede si accenna con alcuni significativi esempi. Etiopia – La centrale elettrica di Gigel-Gibe II Nell’ottobre 2004 è stato approvato un credito d’aiuto a favore dell’Etiopia di 220 milioni di Euro (accompagnato da un dono di 505.000 di Euro), finalizzato alla realizzazione della centrale idroelettrica di Gilgel-Gibe II. Si tratta di uno tra i più alti finanziamenti a credito mai concessi dalla DGCS, e presenta alcune particolarità interessanti. La DGCS “assume” gli oneri di un contratto che il Governo etiope aveva già stipulato con la Società italiana “Salini” per la costruzione della centrale. Si tratta di una procedura veramente singolare: il Governo dell’Etiopia, uno dei Paesi più poveri dell’Africa, firma un contratto multimiliardario con un’impresa estera, disponendo solo del 30,4% della copertura finanziaria necessaria. Il nucleo di valutazione della DGCS aveva riscontrato numerose incongruenze nelle procedure e richiesto una serie di approfondimenti prima di procedere all’erogazione del credito. Questo parere non venne fatto circolare –come di prassi- prima della seduta del Comitato Direzionale. Resta anche da spiegare, come osserva il Nucleo di Valutazione nel suo quasi completamente ignorato documento, il motivo per cui il Governo etiopico abbia accettato di firmare nel 2003, ancor prima del contratto e prima di inserire l’opera nel Piano Nazionale di Sviluppo, un “Memorandum of Understanding” con la Società Salini che si dichiarava interessata alla stipula di un contratto “chiavi in mano”, riservandosi di produrre solo in seguito la relativa bozza di progetto. I lavori della centrale idroelettrica sono comunque iniziati e la Salini ha subappaltato parte delle attività all’impresa SELI che ha avviato nel marzo 2005 lo scavo della galleria idroelettrica. Ci si chiede cosa sarebbe accaduto se il Comitato Direzionale, prendendo atto delle gravi irregolarità esistenti, non avesse approvato la concessione del credito. Mozambico Lo stesso meccanismo usato per l’Etiopia si sta tentando in Mozambico. Risulta infatti che sia stato avviato un negoziato destinato a far sì che il Governo del Mozambico richieda alla Cooperazione italiana un credito d’aiuto per un valore complessivo di € 60.000.000 per la realizzazione di infrastrutture nel settore idrico e sanitario. Il Mozambico ha di recente beneficiato della cancellazione del debito ex legge 209, pertanto la concessione di nuovi crediti di aiuto (sempre ai sensi della legge 209) è limitata a casi eccezionali ed a condizioni di particolare favore, con tassi di concessionalità non inferiori all’80%. Dalla bozza di accordo proposta al Governo mozambicano, si apprende che la DGCS intenderebbe proporre al Mozambico un tasso di concessionalità utile a favorire le imprese italiane su questo possibile credito d’aiuto. Si consideri, peraltro, che quanto più si abbassa il tasso di concessionalità, tanto più si accresce l’indebitamento del Paese. Gara per apertura di un centro servizi destinato alle imprese del tessile - abbigliamento in Giordania) Il 9 maggio 2005 viene pubblicato il Bando di gara dalla DGCS – Ufficio III , con termine di presentazione delle domande all’8 giugno 2005, poi prorogato al 22 giugno 2005. Alla gara partecipano 4 società ma il 24 giugno, dopo la scadenza della presentazione delle offerte, la DGCS ha informato le 4 società della riapertura dei termini del bando, con un messaggio inviato tramite posta elettronica, senza addurre alcuna motivazione. Il nuovo termine di presentazione è fissato per il 3 agosto 2005. Il 16 ottobre la Commissione di valutazione presso la DGCS comunica la graduatoria provvisoria dove viene indicato che la società ATI (capogruppo Business Value) è prima in graduatoria. Nel novembre 2005, la Commissione ha annullato gli esiti del lavoro e invitato il Direttore Generale a secretare la documentazione di gara ed a nominare una nuova Commissione. Tale Commissione si è riunita il 23 dicembre 2005. Successivamente la stessa Commissione, il 9 gennaio 2006 ha ”annullato” formalmente la convocazione della riunione precedente. Progetti degli Organismi Non Governativi (ONG) Il 25.10.2005 il Comitato Direzionale ha approvato con delibera n. 134 la concessione di un contributo per il programma “Argentina – Rafforzamento del tessuto associativo e produttivo dei riciclatori informali del Gran Buenos Aires” promosso dalle ONG PROSUD (capofila) e CINS (consorziata) per un importo di 1.433.807 euro. I progetti promossi da Ong, in base a quanto disposto dallo stesso Comitato Direzionale (delibera 104 del 16.03.2005) devono essere presentati per l’approvazione dal Capo dell’Ufficio competente corredati di una valutazione tecnica dell’UTC. Nel caso di questo progetto l’UTC aveva espresso forti perplessità avendo riscontrato elementi in contrasto con la normativa vigente. Nonostante questo la proposta è stata comunque presentata al Comitato Direzionale omettendo la valutazione tecnica. CON GLI STESSI COSTI, A VOLTE SI È FATTO DI MEGLIO: Con l’equivalente dei 3.350.000 euro impiegati per il restyling dei locali di parte della Direzione Generale, si è potuto finanziare: - nel 2002, in Afghanistan o progetti di emergenza nell’area urbana di Kabul (Euro 1.600.000,00): - interventi nel settore dell’educazione, con la ristrutturazione di quattro scuole, il sostegno ad attività di insegnamento e fornitura di materiale scolastico (Euro 900.000,00); - organizzazione del servizio di emergenza sanitaria , costruzione e la dotazione di dieci poliambulatori attrezzati in particolare per interventi di salute riproduttiva (euro 500.000,00); - interventi per il recupero dei bambini di strada e per la lotta alla disabilità (Euro 200.000,00); o Interventi in tre diversi distretti, ognuno per il valore complessivo di (euro 536.000,00), finalizzati alla: - costruzione di strutture per ospitare temporaneamente i rifugiati in rientro dal Pakistan e dall’Iran; - acquisto di beni di prima necessità, - appoggio alla ristrutturazione di almeno due unità sanitarie per distretto, organizzazione di un centro nutrizionale per distretto, - riattivazione del servizio scolastico in ciascun distretto. Con l’equivalente di euro 1.152.000, utilizzati per attrezzare la sola sala riunioni della DGCS, sono stati realizzati: - nel 2003, in Sudan, interventi per contrastare l’emergenza umanitaria in Darfur: riabilitazione di poliambulatori in tre differenti province, ristrutturazione del sistema di approvvigionamento idrico, sostegno al settore dell’istruzione attraverso la costruzione di scuole e fornitura di materiale scolastico, sostegno alla ripresa di microattività sostenibili di produzione di reddito familiare. - nel 2002, un programma di emergenza in favore della popolazione vittima del terremoto di Qazvin in Iran (euro 1.128.000,00), grazie al quale sono stati ricostruiti e riabilitati 20 ambulatori e 5 poliambulatori e ricostruito il sistema di approvvigionamento idrico a fini civili e irrigui. - Sempre nel 2002, un programma di emergenza in favore della popolazione afgana vittima di un terremoto per un valore di euro 500.000 grazie al quale è stato ricostruito e attrezzato un poliambulatorio dotato di reparto maternità, laboratorio di analisi, ambulanza 4x4, impianto di approvvigionamento idrico autonomo e alloggi per il personale sanitario nonché un edificio scolastico con forniture di arredi e materiali didattici. Il costo dell’invio di un aereo contenente aiuti di prima necessità da inviare in regione colpite da catastrofi naturali o guerre è, in media, di circa euro 250.000,00. Nel 2003 è stato approvato un programma di emergenza in Brasile del valore di euro 2.000.000,00 per il sostegno di iniziative volte a contrastare l’emarginazione sociale dei bambini e dei giovani, lo sfruttamento sessuale e la violenza nei confronti delle donne e dei minori, il traffico degli esseri umani. VERSO UNA NUOVA COOPERAZIONE Parlare oggi di cooperazione allo sviluppo tuttavia, significa entrare in un dibattito che ha per oggetto argomenti come: emergenze umanitarie, migrazioni, soluzione dei conflitti, diritti umani e lotta alla povertà. Insomma i grandi mali che affliggono la contemporaneità e che si sono riproposti, in modo amplificato rispetto al passato, anche in occasione del World Summit del Settembre 2005. L’Italia da qualche anno è quasi assente da tutte le sedi internazionali, perché la DGCS non esprime alcuna strategia livello internazionale in quanto mette tutta le sue scarse risorse nelle auto-celebrazioni nostrane.Tenuto conto di tutto ciò appare ovvio che la crisi della cooperazione italiana possa essere risolta solo attraverso una doppia azione: il risanamento interno e la ricerca di connessione con il contesto internazionale. Nel breve periodo sono necessari alcuni atti coraggiosi come ad esempio: - Definizione immediata, tecnica e politica di un quadro di iniziative coerenti con le politiche di cooperazione internazionale;; - Riorganizzazione delle modalità dell’emergenza delle strutture nazionali; - Avvio di un processo di coordinamento della cooperazione decentrata e delle ONG ; Parallelamente, nel più lungo periodo, occorrerebbe, al fine di confrontarsi con il contesto internazionale con la autorevolezza propria di un Paese del G8, avviare una serie di laboratori e di esperienze pilota quali: • Avvio di un FORUM per il dialogo con la società civile, per dar voce a forze nuove nella definizione di nuovi obiettivi e strumenti per una convivenza mondiale • Definizione di un programma pilota multi-livello (Locale, nazionale e globale) ovvero un Programma innovativo MAE/Nazioni Unite/Regioni/Enti Locali/Università/Organizzazioni del Settore Privato/Sindacati/Associazioni nazionali/ONG, capace di combinare in modo complementare l’utilizzazione del canale bilaterale e di quello multilaterale. Attraverso questo processo si potrebbe avviare un NEW DEAL della cooperazione allo sviluppo, con un piano di alleanze strategiche a livello internazionale per ripensare interamente la filosofia e gli strumenti della stessa , anche alla luce degli avvenimenti internazionali.

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Di Il Cosmopolita il 29/05/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/05/2006

Cento giorni per la Farnesina

All’indomani dell’assunzione delle proprie responsabilità da parte del nuovo Governo – a cui vanno gli auguri del Cosmopolita - diamo seguito alle critiche sulla gestione della Farnesina, che sin dalla fondazione hanno caratterizzato la linea della rivista, fornendo alcuni spunti per il rilancio del Ministero degli Esteri. Pur senza l’ambizione di essere esaustivi, e tanto meno esclusivi, vorremmo però essere concreti, per dare un senso tangibile di come le cose al Ministero degli Esteri possano essere rapidamente (nei fatidici cento giorni) avviate verso una nuova e diversa funzionalità. Un Ministero di servizi Il Ministero degli Esteri ha come missione non solo di occuparsi di grandi temi della politica internazionale e di curare i rapporti con gli altri Stati – attività comunque centrali agli interessi economici, di sicurezza ed anche ideali del Paese - ma è chiamato anche ad erogare direttamente una serie di servizi oltre che ai fruitori istituzionali ad enti pubblici e privati, a cittadini ed imprese. Questa funzione, trascurata negli ultimi anni e messa a repentaglio dalla scarsità delle risorse finanziarie, può e deve essere rinforzata ed adeguata alle esigenze in evoluzione del Paese ed allo scenario politico, economico e culturale internazionale, anch’esso in rapido mutamento. 1) La proiezione esterna del Paese: per il più efficace perseguimento dell’interesse nazionale, inteso come unicum, dovranno essere posti in essere strumenti adeguati per garantire che la molteplicità degli attori nazionali che si presentano sulla scena internazionale agiscano in maniera concertata e sinergica. La creazione presso il Mae di adeguati fori di raccordo favorirà anche la circolazione delle informazioni nelle due direzioni. Dovranno essere messi a punto strumenti di assistenza per la proiezione esterna di istituzioni ed enti pubblici e privati; 2) Il supporto pubblico all'internazionalizzazione dell'economia nazionale: per realizzare una vera sinergia fra le molteplici istituzioni pubbliche e private attive nel settore, le lacune ed ambiguità della legge sui cosiddetti 'sportelli unici”– quanto a responsabilità di direzione e gestione, natura dei servizi da erogare, organizzazione funzionale – andranno rapidamente riviste in fase di predisposizione del regolamento attuativo. La rete diplomatico-consolare dispone delle competenze e degli strumenti necessari per esserne il perno, il supporto all'internazionalizzazione dell'economia nazionale essendo sempre stato una delle precipue finalità dell’azione del ministero. 3) La prospettiva dalla quale si guarda agli italiani nel mondo va rovesciata: essi costituiscono una risorsa straordinaria da valorizzare nell’interesse complessivo del Paese, attraverso la predisposizione di servizi che innovino la tradizione assistenzialista. Ai tradizionali servizi consolari vanno affiancate nuove politiche per la valorizzazione delle collettività italiane, attivando ad esempio strumenti che facilitino a imprenditori, professionisti, scienziati, ricercatori, investitori di origine italiana o residenti all’estero legami privilegiati con i corrispondenti ambienti italiani. 4) Il dialogo fra culture e la cultura italiana all’estero: occorre elaborare ed implementare politiche più efficaci ed innovative, che superino l’attuale logica meramente “promozionale”. La legge 401/1990 necessita una riforma come pure sarà opportuno ridefinire, in base ad aggiornate priorità politico-geografiche, la rete culturale all’estero ed anche lo status ed il percorso professionale degli addetti al settore. Il coinvolgimento di valide esperienze esterne non potrà continuare ad essere alternativo, ma integrativo rispetto ad un’autonoma attività di elaborazione e di sintesi interna. Investire di più, con lungimiranza, abbandonando un’ottica residua di piccolo cabotaggio e sviluppando punti di forza su cui agire (la modernità del paese, la sua creatività, il suo patrimonio di cultura aperta e democratica….). 5) Cooperazione allo sviluppo: va dato un segnale forte di discontinuità. L’Italia deve tornare ad essere un paese di prima grandezza, sia dal punto di vista dei finanziamenti che da quello politico e del contributo di idee alla riflessione internazionale. La legge 49/1987 , ora largamente disattesa, permane un utile strumento per regolamentare la materia. E’ importante restituire massima trasparenza nella gestione dei fondi di cooperazione e del loro utilizzo. Sotto il profilo della struttura emergenza e solidarietà possono convivere nello stesso Ministero e nella stessa struttura amministrativa e ben venga una figura politica unica di riferimento all’interno del Mae.. Le competenze politico-diplomatiche e quelle tecniche del “management di cooperazione” possono trovare un’armonizzazione, superando un’annosa quanto artificiosa contrapposizione. Gli strumenti Per acquisire nuova efficacia sul piano dei servizi, va avviata una urgente e profonda azione di rinnovamento, riorientamento e rilancio delle strutture ministeriali. (Della Cooperazione e dei Culturali si è detto sopra). 6) La ristrutturazione della rete diplomatica e consolare è improrogabile. Preceduta da una decisione politica che definisca gli orizzonti e le priorità della politica estera, dev’essere realizzata attraverso il dialogo con le organizzazioni sindacali, nella consapevolezza che essa non può avere il solo obiettivo del risparmio, bensì quello della razionalizzazione. La chiusura di uffici non più prioritari consentirà di liberare risorse per aprire sedi nei nuovi centri della produzione e del commercio internazionale e per meglio attrezzare il resto della rete. Nel caso si decidesse di chiudere alcune ambasciate, potranno essere attivati strumenti che consentano di non scomparire del tutto dalle aree di seconda priorità, quali ambasciatori itineranti, ambasciate d’area, ambasciate accreditate in paesi terzi che si avvalgono di strutture (Ambasciate o Consolati) presenti in paesi vicini. 7) L’attuale struttura piramidale con al vertice il Segretario Generale potrebbe beneficiare di un ripensamento : si potrebbero ipotizzare alcune posizioni di Capi di Dipartimento, incaricati di coordinare le Direzioni Generali raggruppate per competenza, nel rispetto del principio del decentramento operativo e decisionale. 8) Il completamento della riforma del 2000. a) Occorre mettere le direzioni geografiche in grado di funzionare; dare le giuste dimensioni operative ai relativi uffici – da affidarsi in alcuni casi funzionari di grado elevato - aumentandone responsabilità e personale e suddividendoli in un numero adeguato di strutture quali reparti o meglio desks; coordinare le decisioni in materia di cooperazione e di promozione culturale all’interno delle direzioni geografiche. b) L’elaborazione di idee: il Ministero ha urgente bisogno di una struttura che possa dedicarsi – come avviene in tutti i paesi occidentali – esclusivamente ed autorevolmente all’analisi ed alla programmazione di politica estera. 9) Le risorse umane. a) Regole certe e dichiarate per la carriera diplomatica e trasparenza nell’applicarle. Per restituire certezza e motivazione a tutti i livelli della carriera e ristabilire un funzionariato libero da condizionamenti la nuova amministrazione potrà ad esempio iniziare col rendere noti i criteri con cui intende interpretare le norme di legge relative a avanzamenti, incarichi, destinazioni ed impegnarsi a mantenerli invariati almeno per 5 anni. b) La valorizzazione del personale non diplomatico, che costituisce una risorsa fondamentale, indispensabile per il funzionamento della struttura e per l’erogazione dei servizi. Occorre ricostituire le pianta organiche delle aree funzionali, depauperata da lunghi periodi senza assunzioni, rivedendo anche i requisiti di reclutamento e le modalità di riqualificazione. Nell’ottica di una moderna gestione delle risorse umane, l’attuale organizzazione del lavoro, ancora rigidamente gerarchica, deve essere superata. Va salvaguardato il giusto equilibrio di presenze nella rete diplomatico-consolare fra personale di ruolo e personale a contratto. Le forti situazioni di squilibrio esistenti da un punto di vista sia funzionale che economico (per questo ultimo punto in particolare fra la carriera diplomatica e le aree funzionali in servizio a Roma) debbono essere sanate. c) La formazione, specifica per ciascuna categoria di personale, dai diplomatici fino ai contrattisti locali, costituisce una delle leve fondamentali per la modernizzazione del Ministero e il suo rilancio. 10) Le modalità operative e di amministrazione: più elasticità, decentramento, responsabilizzazione diffusa, controlli ex post a campione corredati da meccanismi sanzionatori rigorosi ed imparziali.

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Di Il Cosmopolita il 24/05/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/05/2006

Le priorità dell’agenda del Min. D’Alema e la questione palestinese

E’ consuetudine che i primi passi di ogni nuovo Ministro degli Esteri si indirizzino verso l’Europa e gli Stati Uniti. Ciò appare del tutto normale, soprattutto dopo un significativo cambio di maggioranza qual è quello rappresentato dal Governo Prodi rispetto a quello Berlusconi. Nonostante le rassicuranti dichiarazioni iniziali, la precedente maggioranza ha infatti apportato rilevanti cambiamenti di rotta alla nostra politica estera: soprattutto per le tematiche europee e nella regione mediorientale. E’ quindi importante che la parentesi berlusconiana venga chiusa in tempi rapidi al fine di consentire al nostro Paese di riprendere quel cammino virtuoso, non soltanto in campo economico, che ha sempre caratterizzato la nostra posizione in ambito europeo e mediorientale. Si tratta di un compito che dovrebbe essere particolarmente gradito al nostro neo-Ministro, al quale molti in Europa e negli Stati Uniti riconoscono l’importante ruolo svolto in occasione dell’intervento nei Balcani per risolvere la crisi umanitaria in Kossovo. Si trattò di una prova molto impegnativa anche sul fronte interno e di ciò, come della vicenda Ocalan, il Min. D’Alema non può non aver tratto insegnamenti utili per il suo nuovo impegnativo incarico. C’è da sperare che anche altri gruppi della maggioranza siano pienamente consapevoli delle responsabilità che incombono sul Governo e che evitino pertanto iniziative non ben ponderate. L’opposizione ed il variegato mondo “terzista” non attendono altro che una mossa sbagliata per rendere ancora più violenta la campagna di delegittimazione o più semplicemente di denigrazione della nuova squadra di governo. Il campo della politica estera si presta molto bene a tale disegno ed è pertanto essenziale che venga posta molta cura nell’avviare l’indispensabile processo di revisione – rapida – della nostra azione sullo scenario internazionale. Sin dai primi incontri con i suoi colleghi europei il nostro Ministro troverà sul tappeto una spinosa questione: quella dei rapporti con Hamas. Su questo fronte vi è una precisa presa di posizione dell’Unione Europea, ancorata alle ben note condizioni poste al nuovo Governo palestinese per la ripresa degli aiuti internazionali; si tratta peraltro di un’impostazione che comincia ad evidenziare qualche controindicazione e che non appare ancora ben definita in tutti i suoi aspetti, come la recente vicenda della visita di un importante esponente di Hamas in Svezia e Germania ha posto in luce. Molti governi europei manifestano inoltre crescenti perplessità per una situazione che vede – nella percezione dei partner arabi - l’U.E. accomunata agli Stati Uniti nel blocco degli aiuti; Bruxelles ha invece sospeso soltanto gli aiuti diretti al governo mentre quelli indiretti – circa l’80% del totale – continuano ad essere utilizzati nei programmi e per le iniziative già in corso. Vi sono quindi le premesse perché da parte europea, senza stravolgere la presa di posizione assunta verso Hamas, si approfondisca una riflessione per uscire da una situazione sempre più drammatica e gravida di ripercussioni negative per tutto lo scacchiere mediorientale. L’arrivo al potere di Hamas, a seguito di un processo elettorale che tutti gli osservatori internazionali hanno giudicato trasparente e pienamente democratico, ha posto in particolare gli americani e gli israeliani di fronte ad una situazione di difficile gestione. Si è pertanto cercato di costruire intorno al nuovo governo palestinese una sorta di cordone sanitario costituito da due elementi principali: uno politico, relativo alle condizioni citate; l’altro economico, rappresentato dalla drastica riduzione degli aiuti internazionali. Tale approccio, in apparenza logico e rispondente all’esigenza di responsabilizzare il neonato governo palestinese rispetto agli impegni internazionali assunti da quelli precedenti, contrasta però frontalmente con una realtà incontrovertibile: gli eredi dello Sceicco Jassin sono giunti al potere perché la maggioranza della popolazione palestinese ha voluto punire i successori di Arafat non solo per la loro corruzione ma anche perché interpreti di una linea politica ritenuta eccessivamente morbida nei confronti di Israele. Siamo così di fronte ad un nodo inestricabile, per l’ovvio corollario che induce a ritenere non realistica l’attesa di un atteggiamento meno rigido da parte di Hamas, che si sente legittimata dal risultato elettorale a negoziare da una posizione di forza. E’ evidente che l’asimmetria delle forze in campo – con riferimento ai parametri economici – è di rilievo tale da prevedere un progressivo indebolimento del governo attuale, confrontato all’impossibilità di assicurare un normale funzionamento dell’economia. I primi confronti armati fra uomini di Fatah e quelli di Hamas non sono soltanto uno scontro per le tematiche relative alle forze di sicurezza; essi rappresentano anche l’avvio di una lotta fra chi si appresta a resistere alle “imposizioni” dei nemici esterni e quanti sarebbero più inclini ad un compromesso con Israele. La strada per un’ulteriore radicalizzazione del confronto – non solo tra le diverse fazioni palestinesi ma anche con gli israeliani - appare quindi aperta, se non proprio spalancata. Rimangono ristretti spazi di manovra ed ancor più ridotti margini temporali per evitare un’esplosione dalle imprevedibili ripercussioni in una a regione dove le incognite irachene ed iraniane, solo per menzionare le più rilevanti, pesano enormemente nella ricerca di un punto di equilibrio. Il Min. D’Alema si trova già confrontato ad una sorta di fuoco di sbarramento preventivo che ha portato addirittura alla ribalta un episodio – mai del tutto accertato – del 1999 per dimostrare la sua scelta di campo pro-palestinese. C’è da confidare che per un uomo politico dall’esperienza consolidata qual è quella del neo responsabile della Farnesina tali elementi non pesino molto; sono peraltro segnali inquietanti, a dimostrazione del tentativo di creare un clima favorevole non ad analisi meditate quanto a scelte di campo fideistiche. In ambito europeo vi sono i margini – e le risorse - per far prevalere le ragioni della politica: molti analisti ed esponenti di diversa estrazione politica hanno avviato una riflessione critica sui benefici di in progressivo isolamento di Hamas, al quale si contrappone non un’apertura da parte israeliane ma un’accentuazione dell’unilateralismo avviato da Sharon e fatto proprio, con le dovute distinzioni, dal duo Olmert – Peretz. Tale situazione va affrontata con iniziative incisive, mirate soprattutto a dimostrare ai palestinesi che almeno da parte europea non vi saranno cedimenti verso Israele su alcuni punti prioritari: la condanna della costruzione del muro di separazione su terre al di là della linea di demarcazione del 67; il mantenimento di insediamenti in Cisgiordania a meno che non vi sia un accordo specifico con i palestinesi; l’esigenza di uno Stato palestinese pienamente autonomo e “funzionale” in termini di continuità territoriale e di frontiere esterne, comprese quelle marittime; l’abbandono delle politiche di progressiva ghettizzazione di Gerusalemme Est. Una dichiarazione europea che ribadisca tali concetti potrebbe lanciare un messaggio di apertura ad Hamas, che avrebbe modo di verificare concretamente come esistano delle condizioni preliminari che ambedue le parti in conflitto devono rispettare. Servirebbe inoltre a far comprendere agli israeliani che, almeno in Europa, la strada dell’unilateralismo non è considerata una soluzione accettabile. Si tratta in definitiva di cogliere l’occasione per sfatare – presso i palestinesi ma, più in generale, presso gli arabi ed i musulmani – il mito del doppio metro di misura adoperato dall’Occidente nella vicenda; vi saranno certamente molti che grideranno allo scandalo per un atteggiamento “pro-palestinese” ma l’affermazione dei diritti di un popolo, in questo caso quello palestinese, non è mai fatta a scapito dei diritti di un altro popolo, in questo caso quello israeliano. Si tratta invece di un contributo mirato a riprendere insieme il cammino della pace, nel reciproco rispetto e con la consapevolezza che le separazioni, anche quelle imposte dal più spietato dei terrorismi, sono sempre circoscritte nel tempo e nello spazio.

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Di Il Cosmopolita il 24/05/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/05/2006

La regina di Gualeguaychù

Grandi onori sono stati tributati alla regina del carnevale di Gualeguaychù, al suo rientro in patria. La venticinquenne protagonista di tanto clamore, Evangelina Carrozo, studia scienza dell’alimentazione all’università ed è colei che si è esibita in bikini, a Vienna, alla conclusione IV Summit dei capi di stato latino americani, dei Paesi dei Caraibi ed europei, lo scorso venerdì 12 maggio, per ricordare al mondo, insieme a Greenpeace, il problema che sta affliggendo da oltre 24 mesi la regione argentina di Entre Rios e la città di Gualeguaychù, . La giovane ambientalista ha raccontato ai media la scarica di adrenalina che l’ha sostenuta quando, travestita da giornalista accreditata, si è rapidamente trasformata in bagnante facendo irruzione al Summit, con il cartello “Basta con le cartiere contaminanti”, davanti a 60 capi di stato in posa per la foto di rito, declinando con voce ferma le proprie generalità e affermando la sua protesta contro la costruzione delle cartiere uruguaiane a ridosso della sua bella e tranquilla Gualeguaychù; la cittadina bagnata dal fiume omonimo e dal fiume Uruguay conta settantamila abitanti, dista 230 Km da Buenos Aires e fino al momento della costruzione delle cartiere, ENCE e Botnia in Uruguay e all’azione dell’ardita Evangelina, era conosciuta solamente per la naturalezza dei suoi paesaggi e per il suo sfarzoso carnevale. L’intervento di Evangelina è stato preparato da Greenpeace venti giorni prima del Summit di Vienna. La mamma della ragazza racconta l’entusiasmo della figlia, nell’aderire alla causa ambientalista e l’ingegno occorso, per cucirle un cappotto in grado di depistare i metal detector della sicurezza austriaca. Che la provocazione di Evangelina Carrozzo riesca a risolvere una controversia fra i due stati contendenti, l’Argentina e l’Uruguay, è tutto da vedere, sta di fatto che le proteste degli abitanti della regione argentina e del suo governatore vanno avanti da oltre due anni, soprattutto durante l’alta stagione, con la costante interruzione del tratto di strada verso la frontiera uruguaiana di Fray Bentos, causando non pochi danni economici a uno dei settori fondamentali dell’Uruguay quale il turismo e più di qualche incrinatura nei rapporti bilaterali, nell’ambito del Mercosur. I detrattori del presidente argentino fanno notare che, nel Paese, esistono una dozzina di cartiere costruite già da trent’anni senza una tecnologia avanzata, tantomeno precedute da studi d’impatto ambientale. I più, aspettando le decisioni della Corte Internazionale dell’Aia - cui l’Argentina si è rivolta per redimere il conflitto con i vicini di casa - si limitano a festeggiare il ritorno della bella regina del carnevale.

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Di Il Cosmopolita il 24/05/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/05/2006

Per una politica estera al servizio del Paese

Le vicende di questi giorni, certamente tormentate e poco comprensibili alla stragrande maggioranza dei cittadini, e che si sono concluse con l’elezione alla presidenza della Repubblica di Giorgio Napolitano al quale vanno le nostre congratulazioni ed i nostri auguri, ripropongono con forza un quesito centrale della politica italiana e – a fortiori – della politica estera del Paese, ovvero il nodo della condivisione, della “bipartisanship”. Infatti, a partire dall’assioma della ripartizione in due metà di consistenza assai simile del consenso (il contrario avrebbe semmai dovuto stupire in un regime comunque bipolare quale il nostro) si sono costruiti teoremi che in qualunque altra democrazia avrebbero suscitato ilarità: viceversa spetta a chi governa ristabilire – sui dossier più che sulle persone – un grado sufficiente di ricomposizione e armonia nella gestione degli interessi del Paese. E’ peraltro quanto è già stato fatto con l’indicazione del presidente Napolitano. Quanto poi alla politica internazionale questo dovrà essere fatto – e non dubitiamo lo sarà – ripristinando un processo decisionale ed attuativo, con così gravi conseguenze cortocircuitato dal cosiddetto decisionismo berlusconiano e dall’acquiescenza dei suoi alleati. Detto semplicemente, ritorno ad un meccanismo di trasparenza nei dati e visibilità delle scelte: dalla Farnesina alle Commissioni parlamentari al Governo al Parlamento nel suo complesso gli strumenti esistono per una “bipartisanship” da periodo di “ricostruzione” e si tratta solo di rimetterli in moto. Su questo ci permettiamo modestamente di consentire e anzi sollecitare. Viceversa dissentiamo da qualunque “continuismo” che, a prescindere dall’applicabilità di norme regolatorie quali quelle dello “spoil system”, serva di fatto a ritardare il non procrastinabile rilancio del Paese e della sua proiezione internazionale. All’eversivo (e largamente applicato) “non faremo prigionieri” dell’ex Ministro Previti, andrà sostituito un ricambio e un pieno utilizzo di risorse conculcate nell’ultimo decennio. Alla Farnesina, una struttura che ha particolarmente patito dell’era Berlusconi (con danni rilevanti per il Paese tutto) questa scelta si presenta non eludibile e andrà accompagnata da misure puntuali ed incisive che sole potranno ricostituire un corretto e fisiologico processo di politica internazionale e che illustreremo più dettagliatamente nei prossimi numeri. “Bipartisan” nella misura del possibile, ma certamente conforme agli interessi nazionali.

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Di Il Cosmopolita il 10/05/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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