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Post di giugno

20/06/2006

Con i più deboli

Da qualche mese è aperto il dibattito su cosa dovrebbe fare il nuovo Governo in politica estera per invertire quella rotta che tanto discredito ed insuccessi ha portato al nostro Paese nel quinquennio berlusconiano. Gli argomenti sono tanti ed il Cosmopolita li ha elencati, avanzando in alcuni casi puntuali proposte sulle azioni da intraprendere e le possibili soluzioni. Ma alla base di tutto e se vogliamo in modo semplicistico, ma diretto e di immediata comprensione, c’è un interrogativo di fondo: il governo italiano di centro-sinistra si schiererà con i potenti del Mondo o con i più poveri? In fin dei conti, in questa nostra epoca di globalizzazione, a questo si può ridurre – naturalmente con quante si vogliano sfumature e distinguo – la politica internazionale. In nessun periodo della storia dell’Umanità sembra possibile – pur nella ovvia assenza di statistiche esatte in ere remote – rinvenire una così marcata distanza tra Paesi e popolazioni ricche e quelle povere. E la differenza tra ricchi e poveri diventa ancora più rilevante e decisiva dei destini delle persone nel momento in cui il progresso ha “creato” tanti beni e prodotti a cui può accedere solo chi ha disponibilità finanziaria. La disuguaglianza di reddito tra i vari Paesi è in crescita costante da due secoli. Nel 1820 il rapporto tra lo Stato più ricco e quello più povero era di 3 a 1, nel 1913 di 11 a 1, nel 1950 di 35 a 1 e nel 1992 di 72 a 1 ( fonte Università di Oxford ). A sessanta anni di costante crescita della prosperità globale corrispondono oggi quasi tre miliardi di persone che sopravvivono con meno di 2 dollari al giorno, una fetta di umanità superiore all’intera popolazione mondiale nel 1950 ( fonte Banca Mondiale ). In sostanza, negli ultimi decenni il “progresso” ed i modelli di “sviluppo” adottati, invece di creare un Mondo più paritario, hanno, da una parte, accentuato il divario tra i Paesi più sviluppati e quelli meno sviluppati e dall’altra hanno prodotto, all’interno di ciascun Paese, piccoli arcipelaghi di ricchezza circondati da un’umanità impoverita. Con un’aggravante drammatica per quest’ultima: mentre il ricco americano, cinese, indiano ed africano formano gìa un’elite transazionale in parte omogenea e solidale attorno alle tematiche e priorità dell’economia globalizzata ( espansione e liberalizzazione a senso unico dei mercati, mobilità del lavoro, nuove forme di “productivity drive ), i poveri stentano a sviluppare aggregazioni influenti. In altre parole, assistiamo oggi ad una saldatura del peggio del capitalismo con il peggio del comunismo reale, di cui la Cina rappresenta un paradigma, a dimostrazione che le battaglie ideologiche sono spesso pretesto per il perseguimento degli interessi economici più biechi. Tutte le grandi tematiche nell’agenda internazionale dipendono e sono condizionate dagli attuali squilibri nel Mondo. Anche le preoccupazioni e le incognite che si addensano sulle future generazioni verrebbero viste con minor pessimismo se vivessimo in un Mondo più equilibrato e giusto. La contrapposizione tra culture e religioni diverse sarebbe meno drammatica e ci sarebbe maggiore spazio per il dialogo e la conciliazione. Il terrorismo internazionale non troverebbe quel terreno fertile per il proselitismo ed il reclutamento che oggi garantiscono non solo i credi religiosi ed ideologici, ma anche le misere condizioni di vita, confrontate, grazie ai mezzi di comunicazione, con il mondo dorato di alcuni Paesi. Naturalmente, diminuirebbe anche la pressione migratoria di popolazioni che avrebbero nella propria terra le opportunità di condurre una vita decente per sé e per i propri figli. Uno sviluppo più equilibrato paradossalmente, riducendo il fabbisogno energetico degli Stati più sviluppati, renderebbe meno spasmodica e meno disposta all’uso di qualunque mezzo, anche la guerra, la lotta per l’accaparramento delle fonti energetiche del Pianeta, producendo, tra l’altro, minori danni all’ambiente. Appare chiaro come la lotta alla povertà ed al sottosviluppo e l’impegno per un Mondo più giusto ed equilibrato non possano essere demandati esclusivamente alla cooperazione allo sviluppo che ne costituisce solo un tassello, ma devono essere presenti nelle politiche internazionali condotte in tutti i settori ed in tutte le istanze mondiali. In altre parole, ci si attende dal futuro Governo comportamenti e linee politiche coerenti nelle Nazioni Unite come nel G8, nell’Unione Europea come nell’OMC, nei rapporti bilaterali come in quelli multilaterali, per far sì che si aprano per le popolazioni più povere tutte quelle prospettive di sviluppo autonomo che oggi sono negate dalle politiche del mercato mondiale, attento esclusivamente agli interessi delle grandi società nazionali e multinazionali. Secondo l’ultimo rapporto della FAO, ogni giorno muoiono nel Mondo 35 mila bambini. La drammaticità di questo dato rende imprescindibile la sua considerazione nell’elaborazione di qualunque linea di politica estera. Confidiamo sulla volontà e capacità del nuovo Governo di trovare il giusto equilibrio tra il pragmatismo a cui a volte devono essere necessariamente improntate le decisioni e gli schieramenti di campo e l’ispirazione di fondo ad un Mondo più giusto, in cui alle disuguaglianze si sostituiscano la crescita e lo sviluppo equilibrati e solidali, alle ingiustizie storico-politiche si trovino soluzioni eque e durature ed alla logica neocolonialista dello scontro di civiltà si sostituisca quella del dialogo e della cooperazione internazionale.

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Di Il Cosmopolita il 20/06/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2006

Tra cosmesi e interventi strutturali

Come accade da ormai troppi anni, riprende periodicamente il dibattito sulla ristrutturazione della nostra rete all’estero che, salvo qualche timido ritocco cosmetico e qualche inevitabile adattamento ai mutamenti geopolitici, è rimasta sostanzialmente inalterata nell’ultimo mezzo secolo. E puntualmente ci si ritrova a doversi difendere dalle tentazioni ragionieristiche, dai criteri ispirati alla partita doppia o al “non ce lo possiamo permettere” che finiscono per banalizzare qualsiasi analisi puntuale delle situazioni ingabbiandole in un abusato quanto fuorviante mito del “costo zero”. Tutti sappiamo che determinati servizi ed attività istituzionali - in uno Stato che non ritenga di dover rinunciare a sé stesso - sono imprescindibili in quanto tali e vanno dunque ponderati in base all’effettiva utilità per il paese e non in valore assoluto. Possiamo e dobbiamo discutere se è utile ed opportuna la nostra presenza diplomatica, consolare, strategica, commerciale, culturale ecc…in determinate aree ma - una volta risolta affermativamente la questione - non si può pretendere di risparmiare non accendendo il riscaldamento o l’aria condizionata o distribuendo “a pioggia” finanziamenti per le attività di istituto talmente irrisori da diventare ridicoli e pertanto realmente “sprecati”. Il programma del nuovo Governo, al di là di alcune questioni un po’ fumose (frutto di complesse mediazioni) ruota intorno ad alcuni punti forti, molto concreti e altrettanto comprensibili che, sul piano della politica economica e sociale, si possono ricondurre essenzialmente ad un ripristino delle “regole” ed alla difesa delle fasce più deboli della popolazione: il taglio di 5 punti del cuneo fiscale, la 'questione retributiva' da affrontare con la cessione di quote di produttività ai salari, la revisione del criterio dell'inflazione programmata nei contratti e la lotta alla precarietà del lavoro, la reintroduzione del credito d'imposta per chi assume a tempo indeterminato e l'eliminazione delle forme contrattuali più instabili (lavoro a progetto e interinale) sono altrettante indicazioni chiare e concretamente realizzabili. In un tale contesto appare assolutamente inaccettabile la tentazione, che sembra avere più di un simpatizzante al MAE, di istituzionalizzare il ricorso al lavoro precario. Nell’ambito della Pubblica Amministrazione, forse più che altrove, è invece indispensabile chiudere una stagione che ha portato, in un Paese già complicato di suo, solo conflitti, confusione ed ulteriori perdite di produttività. Le ristrettezze di bilancio non possono del resto costituire un alibi per appaltare a privati (o addirittura abbandonare) precise funzioni istituzionali in omaggio al concetto di Amministrazione “leggera” che finirebbe, prima o poi, per snaturare il ruolo di tutte le carriere, compresa la carriera diplomatica che, a costi “stracciati”, potrebbero essere progressivamente sostituite da tecnici a contratto, esperti economici, giovani laureati, stagisti, altre risorse interne alla Pubblica Amministrazione ecc… Non occorre certo dilungarsi molto per evidenziare ancora una volta come, negli ultimi anni, sia radicalmente cambiata la gamma di interventi cui è chiamato il Ministero degli Esteri, in dipendenza della globalizzazione, del superamento dell’ordine mondiale post-bellico, della nascita di nuovi stati, dell’allargamento dell’Unione Europea e degli altri processi di integrazione regionale. Eppure nulla si è mosso in direzione dell’adeguamento della nostra rete diplomatico-consolare alle fortemente accresciute esigenze operative, sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo. Il recente risultato in termini di partecipazione del voto degli italiani all’estero ha inoltre riportato prepotentemente alla ribalta la necessità di una struttura volta non solo al perseguimento degli obiettivi di politica estera e di sostegno alle imprese ma anche all’organizzazione di un’efficiente rete di servizi alle nostre collettività all’estero. Se a ciò si aggiunge il progressivo inesorabile depauperamento delle risorse economiche del MAE cui si assiste ormai da troppi anni, il panorama che ne scaturisce è a dir poco desolante. Dal nuovo Governo ci si attende quindi, ancora una volta, quantomeno un segnale di discontinuità avviando un processo di revisione complessiva della rete ponderato in una prima fase sugli attuali vincoli finanziari e dunque realizzato mediante compensazioni interne, da integrare e consolidare progressivamente con le risorse aggiuntive che si potranno via, via ottenere. Per poter realizzare un moderno sistema di rappresentanza politica, di promozione economico-commerciale e culturale e di servizi per gli italiani all’estero, bisogna innanzitutto individuare quali siano le aree prioritarie di intervento e la prima indicazione che sembra imporsi nella realtà dei fatti riguarda innanzitutto sugli uffici che si trovano a dover svolgere la propria attività al di sotto della soglia minima di operatività: tali strutture vanno immediatamente potenziate o risolutamente soppresse. In tal senso e al di là di puntuali interventi in alcune aree, le misure più significative dovranno essere adottate nei Paesi dell’Unione Europea dove ormai è possibile far riferimento in molti casi alle strutture ed alle autorità locali, prevedendo eventualmente il parallelo potenziamento dell’offerta di servizi on-line (omogenei e raggiungibili agevolmente da parte degli utenti) della presenza sul territorio di strutture istituzionali leggere e/o itineranti. Altrettanto evidente appare in altre aree (Cindia, Paesi Emergenti dell’Estremo Oriente, dell’Europa Orientale, dell’area balcanica e mediterranea e dell’America Latina) la necessità di potenziare la nostra presenza e la tutela dei nostri interessi politici, economici e culturali. In entrambi i casi appare indispensabile individuare un metodo di intervento basato sulla concertazione con le istanze appropriate e lo sviluppo di piani operativi, paese per paese, con chiare modalità e tempi di attuazione che permettano di operare la razionalizzazione attraverso provvedimenti bilanciati di che inducano ed accompagnino anche gli indispensabili adeguamenti in termini di organici, strutture e risorse economiche. Affinché tale esercizio risulti serio e realisticamente in grado di innescare un significativo rilancio dell’azione del MAE, non si potrà prescindere, in prospettiva da interventi legislativi, regolamentari ed amministrativi che possano servire a rimuovere gli ostacoli per la nostra azione ed a renderla più efficace e meno onerosa (p.es. legge sulla Cittadinanza, Anagrafe Unica degli Italiani all’Estero, integrazione dell’Ice nel Mae, ristrutturazione degli Istituti di Cultura, sportelli elettronici ecc…)

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 20/06/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2006

Gli gnomi della Patagonia

La Patagonia argentina, oltre ad offrire i suoi conosciutissimi paesaggi mozzafiato, è sulle pagine di numerosi quotidiani, per il successo di un prodotto atipico, gli gnomi. L’idea di realizzare un cartone animato sui fantasiosi abitanti della regione è nata nel 2002, quando ancora alle prese con il default, il Paese non offriva molte occasione lavorative e per tanti, la sola alternativa era l’espatrio. Christian Olmos, uno dei creativi del progetto, decise di rimboccarsi le maniche e di dar fondo alla sua immaginazione, creando insieme ad un gruppo di amici e familiari Los Peques, gli gnomi animati di Neuquen. I piccoli esseri birichini, inquieti contemporanei, videro la luce dopo un anno e mezzo di lavoro e di arrampicate sugli specchi, per via di un Pentium III obsoleto con solamente 128 MB di Ram di memoria, racconta oggi l’autore. Grazie a un prestito di centomila dollari inizió così la sua avventura, ampliando la sua agenzia pubblicitaria Power Comunicaciones e trasmettendo la prima serie televisiva via cavo, nella televisione locale di Neuquen in Patagonia. Gli gnomi di trenta centimetri iniziarono via via a prendere corpo, mentre la risoluzione dei paesaggi, aggiunge Olmos, richiese molto piu’ impegno proprio perché i computer a disposizione non sopportavano archivi pesanti; guardandosi intorno si resero conto che l’ambiente esclusivamente patagonico fatto di foreste, montagne, laghi e ghiacciai sarebbe stato quello giusto e i piccoli esseri mossi da un forte spirito ecologista, iniziarono ad indossare gli indumenti degli indios Mapuche, come gli stivali di cuoio con l’alluce scoperto, usati dai Konan, i guerrieri a cavallo. Los Peques difendono le diversità delle razze e delle idee, si organizzano per combattere inondazioni, incendi e tutto quel che affligge la natura. L’organizzazione sociale rispecchia quella Mapuche, in cui gli anziani occupano un posto speciale e vengono chiamati affettuosamente “Nonos”; tifano per la squadra del cuore e guardando la televisione dalla finestra del guardaboschi. Il segreto del loro successo risiede nella rappresentazione, con sembianze fantastiche, di noi esseri umani, conclude l’autore, con i conflitti ed i difetti che ci caratterizzano, indicando sovente una soluzione per risolverli. Nell’Argentina di oggi, in cui una famiglia tipo ha bisogno di 265,80 dollari per non retrocedere sotto la linea della povertà e in cui il paniere alimentare minimo mensile ammonta a 122,80 dollari, (dati INDEC - febbraio 2006), l’idea di Christian Olmos si è rivelata geniale, anche dal punto di vista economico. Egli ha creato inoltre “l’angolo degli gnomi”, una bottega virtuale in cui abbondano magliette con i famosi personaggi, diari, penne, zainetti e gadget di ogni tipo, acquistabili via Internet e un franchising in tutto il Paese. I video vanno a ruba e gli autori, fieri di vivere in Patagonia, sono certi di continuare a produrre nuovi personaggi, grazie anche all’ambientazione ideata ad hoc. Il successo delle mini serie televisive oramai è a livello nazionale e l’ambizione degli autori sarebbe quella di passare al grande schermo, continuando a mantenere viva l’attività pubblicitaria dell’agenzia Power Comunicaciones. Il sogno di un giovane grande uomo del sud del mondo è divenuto una realtà economica di tutto rispetto, grazie a tanta fantasia, impegno e soprattutto alla determinazione di voler continuare a lavorare nel proprio Paese.

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05/06/2006

Quale modello per la Farnesina?

La stampa quotidiana più avvertita ha invitato il nuovo Governo a mostrare con forza la propria politica estera, se ne ha una credibile ed alternativa al centro-destra, questo ci spinge ad alcune urgenti considerazioni. Peraltro, alla Farnesina si vocifera che il Segretario Generale avrebbe inoltrato al neo-Ministro d’Alema un articolato rapporto che conterrebbe note e “rivelazioni” (da noi messe in luce da almeno un decennio) cruciali, quali la debolezza strutturale e l’inconsistenza di risorse dell’Amministrazione degli Esteri della Repubblica italiana (esempio: l’Italia ha un budget per la politica internazionale pari in media ad un terzo di tutti gli altri Paesi europei, ovvero che la promozione economico-commerciale si dovrebbe realizzare con 1800 – mille e ottocento - euro annui per Ambasciata…), rischia di essere da una parte un “placebo” per i mali interni e, dall’altra, una auto-assoluzione preventiva per l’inerzia di almeno un intero decennio. Quello cioè in cui ci si sarebbe dovuti attrezzare per una politica estera a 360 gradi, cioè bene al di là del rimpallo tra i doppi ancoraggi di Washington e Bruxelles. La spinosa questione dell’Iraq (uscire) e dell’Afganistan (restare) conferma ciò che veniamo affermando fin dal primo numero de “IlCosmopolita” ovvero che la politica internazionale dell’ultimo decennio – e anche prima - è stata concepita in termini militari e non già politico-diplomatici: come dire che la Farnesina si è acconciata al trend della militarizzazione delle relazioni internazionali senza opporvi né progetto, né messe in guardia. D’altra parte, il Rapporto non conterrebbe neppure un accenno alle grandi aree geo-economiche (e/o strategiche) con cui anche l’Italia deve per varie ragioni confrontarsi (Asia, America Latina, Africa). In verità, forse, includerle tra i parametri di un possibile rilancio sarebbe stato illusorio considerata la quasi impossibile reversibilità della rinuncia di presenza compiuta da tempo. Nel frattempo, archiviata la parentesi del mediatismo Berlusconi/Fini, i primi segnali di pur indubbio dinamismo appaiono concretizzarsi più sotto il segno di una “cucina fusion” (agenda europea, chiarificazione con Washington, sortite medio-orientali, ecc.) più che di una “vision” magari scadenzata su tempi e possibilità ma comunque improntata ad un ripensamento di strategia sulla proiezione esterna dell’Italia, di come essa coopera e come si integra ed in quale prospettiva internazionale: ciò non dipende evidentemente dal solo Ministro degli Esteri (tenuto anche conto del drastico dimagrimento di competenze della Farnesina culminato nel trascorso quinquennio) ma piuttosto anche – almeno lo speriamo – dall’urgenza di indicare, almeno, l’inversione di tendenza. Certo è che, affinchè questa si concretizzi ed assuma (per quanto possibile tenuto dell’arcobaleno in coalizione e fuori) quelle caratteristiche di “vision”, la crisi della Farnesina rimane – nell’ambito del ripristino del processo istituzionale di definizione ed attuazione della politica estera – un nodo primario e preliminare. Non affrontarlo da subito non comporterebbe soltanto il paventato spegnimento delle luci nelle Ambasciate e nei Consolati (forse male minore) quanto piuttosto ipotecare all’infinito il risanamento di uno strumento unico ed insostituibile per gli interessi esterni del Paese. E, in sostanza, affidarsi ai virtuosimi di mestiere di una piccola parte della “corporazione” per la sola pulizia di un circoscritto “tappeto rosso” fuori del quale tutto resterà come prima, peggio di prima. Speriamo che né il nuovo Ministro, né il Governo di cui è espressione siano disposti a simili soluzioni; certo non lo è il Sindacato, né la grande maggioranza dei lavoratori degli Esteri – diplomatici e delle altre carriere – ottusamente declassati da risorsa a precaria comparsa.

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Di Il Cosmopolita il 05/06/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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