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Post di luglio

25/07/2006

Segni concreti di discontinuità

Dopo 5 anni passati in un nirvana mediatico rappresentato dagli allestimenti holliwoodiani della conferenza di Pratica di Mare (tanto ricco di scenografie quanto povero di contenuti), completati dalle altisonanti promesse di finanziamenti alla lotta all’AIDS nel mondo (tanto consistenti quanto non erogati) e dalle autorevoli dichiarazioni sulla peraltro mai prima esistita centralità del nostro Paese nella politica internazionale (tanto autoreferenti e autoreferenziali quanto false), il tutto destinato a fornire un ruolo altrettanto mediatico di foglia di fico per coprire le pudenda della scelta militare preminente per la soluzione dei conflitti. Dopo 5 anni passati vedendo l’acuirsi delle tensioni internazionali e la moltiplicazioni delle aree di crisi, nell’ovvio fallimento dell’opzione della forza, capace solo di innescare ulteriori e più complessi conflitti, assistendo immobili alla delegittimazione e lo svuotamento degli organismi multilaterali. Dopo questi 5 anni si rimane favorevolmente stupiti quando il nostro Paese promuove un tavolo di confronto multilaterale per la soluzione del conflitto in Libano. Forse non è la “cosa di sinistra” che il regista Moretti chiedeva di dire a D’Alema pochi anni or sono, ma è sicuramente un atto concreto di netta discontinuità sul ruolo del nostro Paese nel confronto tra gli stati; ed è un segno di discontinuità, o meglio di controtendenza, anche nello scenario internazionale: cercare in un momento di massima tensione e di conflitto militare in atto di contrapporre la forza della ragione alle ragioni della forza.

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Di Il Cosmopolita il 25/07/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

25/07/2006

Il valore dell’equidistanza

Il surreale dibattito svoltosi in Italia intorno alla contrapposizione equidistanza / equivicinanza è emblematico della predilezione che troppo spesso ancora si nutre nel nostro Paese verso le questioni di forma, tralasciando invece di approfondire quelle di sostanza. Ad un neo – Ministro degli Esteri impegnato in un’agenda al tempo stesso complessa e priva di ampi margini temporali, dovrebbe essere consentito di introdurre nuovi concetti e definizioni per meglio illustrare quell’azione innovativa che, anche in politica estera, il nuovo esecutivo afferma di voler introdurre; ed invece, anziché concentrarsi sul contenuto di quello che, ad esempio, si sta facendo per la crisi mediorientale, molti hanno ritenuto preferibile avviare un dibattito sui vantaggi dell’equidistanza rispetto all’equivicinanza! Premesso che nella nostra valutazione - in contrasto con l’opinione del diretto interessato - il concetto di equidistanza si presta meglio di quello dell’equivicinanza ad illustrare quanto sta facendo l’On. D’Alema, sarebbe forse opportuno sgomberare il campo da tale falso dibattito e vedere più da vicino la realtà dell’azione di Palazzo Chigi e della Farnesina nello scenario mediorientale. Il filo conduttore della nostra politica estera in Medio Oriente è sempre stato quello di un dialogo aperto a tutti gli interlocutori, anche quelli più difficili o scomodi; tale costante ha ispirato anche in tempi recenti, quelli del Min. Dini per intenderci, la nostra linea di condotta, allorché le aperture verso gli “Stati canaglia” trovarono la massima espressione nel dialogo critico avviato dall’Unione Europea, soprattutto su pressione italiana, con l’Iran (ma non solo). Nel corso degli anni questo approccio si è rivelato se non vincente quanto meno proficuo: il reinserimento della Libia nel consesso internazionale, il sostegno ai riformatori iraniani nei confronti dell’ala dura del regime, le timide aperture di Damasco verso posizioni meno intransigenti, sono tutti segnali che dimostrano i vantaggi di una politica di apertura rispetto ad una di chiusura e confronto duro. La direzione indicata dal Min. D’Alema con l’adozione del “nuovo” concetto di equivicinanza si iscrive nell’ambito sopra delineato: la ricerca di contatti e colloqui con un governo democraticamente eletto (Hamas) e con rappresentanti di una forza politica (Hezbollah) presente nel Parlamento libanese; dando per scontato, sull’altro versante, il solido legame che unisce l’Italia ad Israele e che non è mai venuto meno, neanche negli anni più difficili dell’invasione del Libano e dei massicci insediamenti in Cisgiordania, facilitati da finanziamenti decisi dai governi israeliani, laburisti o del Likud, succedutisi negli ultimi venti anni. La discontinuità di cui tanto si discute i questi giorni a proposito dell’Afghanistan è in effetti qualcosa di perfettamente percepibile sullo scacchiere mediorientale, dove il nostro ritiro dall’Iraq è stato giudicato dai Paesi arabi come il naturale epilogo di un’iniziativa assunta dal governo Berlusconi contro la volontà della maggioranza degli italiani. Il logico corollario delle prospettive aperte dal nuovo approccio di Roma è rappresentato dalla Conferenza internazionale per il Libano: che, verosimilmente, non otterrà nell’immediato risultati decisivi ma che certamente consentirà di esercitare adeguate pressioni sui contendenti per indurli ad atteggiamenti più collaborativi e meno inclini a privilegiare le opzioni militari rispetto al confronto negoziale. E’ infatti evidente che il formato dell’incontro di Roma – che vede assenti proprio i principali attori del conflitto – potrà portare soltanto a fissare delle linee guida di un intervento internazionale indispensabile a consentire un contatto – diretto od indiretto lo si potrà vedere soltanto in una seconda fase – tra le parti coinvolte. E’ pertanto quanto mai delicato il passaggio relativo alla valutazione di Hezbollah quale forza politica rappresentativa di una parte della popolazione libanese o quale gruppo terroristico; l’esperienza vissuta con Hamas, governo democraticamente eletto con il quale non si può peraltro dialogare direttamente, dovrebbe aver insegnato, si spera, qualcosa. Così come passate esperienze dovrebbero consentire di individuare, ai negoziatori occidentali assistiti da quelli dei Paesi arabi moderati, le tecniche dilatorie di quanti mirano a riportare indietro il calendario della storia per discutere intorno ad una carta geografica senza Israele. L’Unione Europea ha le capacità economiche e tecniche per dare vita ad un processo cha gradualmente consenta di riportare la fiducia tra campi in questo momento profondamente avversi; occorre però che alla base di tale processo vi sia un disegno politico globale, che privilegi un’agenda mirata a concessioni reciproche lungo un percorso caratterizzato da incentivi sempre più significativi per rendere più convenienti – in termini politici ed economici - le diverse fasi del programma. Non si tratta di un ritorno alla Road Map, da tutti considerata superata, quanto di un approccio di sicurezza regionale declinato nei diversi capitoli richiesti dalla tormentata realtà dell’area. A quel punto i professionisti dei dibattiti sull’equidistanza (o equivicinanza?) si ritroveranno forse disoccupati ma potranno sempre ritornare all’intramontabile confronto sul sesso degli angeli.

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Di Il Cosmopolita il 25/07/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

25/07/2006

Futuro prossimo: che fare dell’APS nel 2007

L’Italia da due anni è all’ultimo posto tra i paesi donatori per il rapporto di Aiuto Pubblico allo Sviluppo in relazione al PIL, ma quello che più conta è che la crisi della cooperazione allo sviluppo, sia a livello mondiale che italiano, rimanda dunque tutti gli operatori italiani di cooperazione a una doppia azione: il risanamento e la finalizzazione di questa politica, ormai divenuta necessaria in ambito internazionale. L’UNIONE ha dedicato alla riforma dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo un punto specifico del programma in cui si accenna alla necessità di produrre entro breve tempo un nuovo assetto. La società civile da qualche mese ha organizzato dibattiti che hanno consentito di analizzare le forze in campo e di avanzare una serie di proposte. Recentemente il Libro Bianco 2006 della campagna “Sbilanciamoci” ha affrontato con una ricca analisi alcuni punti nodali di una riforma radicale dell’APS capace di avviare un processo di costruzione di nuove strategie in ambito internazionale avviando una nuova fase di “cooperazione globale”. In questo scenario il Governo Prodi ha messo in campo una grande novità la Vice-ministra per la cooperazione allo sviluppo a cui spetta di guidare il processo di cambiamento, con idee precise, innovative e importanti, avviando il prima possibile un tavolo per la riforma dell’APS . Occorre tuttavia, che nel frattempo, la DGCS sappia, attraverso la dialettica interna con i sindacati e attraverso un mutato atteggiamento della dirigenza, mettere in campo delle risposte che consentano nel breve periodo di risanare la struttura, anche in vista di una sua trasformazione radicale. Ci sono alcuni punti di prioritaria importanza, dopo il rinnovo del contratto degli esperti, che è già stati realizzato e ha riportato la speranza alla DGCS. In primo luogo occorre ripristinare le condizioni per una gestione trasparente, valutando complessivamente l’operato della DGCS negli ultimi due anni. A tal fine si potrebbe avviare l’ipotesi di alcuni Decreti ministeriali immediati e relativi al personale esperto e al riordino del Decreto di riorganizzazione interna del MAE realizzato nel 1999/2000 che toglie ogni efficacia al di valutazione tecnica delle priorità della cooperazione. Infatti la legge 49/87 tutt’ora in vigore, è stata nei fatti completamente stravolta nelle sue strutture decisionali e nel processo di valutazione. Senza il processo di valutazione, a cui appartengono anche la attività di programmazione, la direzione politica della cooperazione è destinata a perdere di efficacia e a disperdere denaro pubblico in mille rivoli, come è accaduto negli ultimi tre anni. Su questo punto d’altro canto esistono le osservazioni della Peer Review dell’OCSE/DAC del 2004 che offrono materiale di riflessione. Per l’immediato alcuni suggerimenti, quali: nuovi decreti relativi al trattamento sindacale del personale esperto; modifica dell’articolo del Decreto del 10 Luglio 2003 sulla organizzazione degli Uffici MAE per la parte relativa alla DGCS in modo da valorizzare l’UTC, come motore centrale della stessa Direzione; attivazione da subito dell’Unità di Valutazione come strumento di miglioramento della qualità dell’APS; nuova modalità di programmazione per il 2007, anno ancora difficile sotto il profilo della quantità delle risorse , al fine di avere programmazione trasparente e coerente con le priorità politiche verranno indicate dalla Vice-ministra, da far conoscere nei “fora” internazionali; la nuova dirigenza DGCS dovrebbe tenere conto della possibilità di organizzare l’UTC come una agenzia interna, sfruttando gli spazi offerti dalla stessa legge. Corollario finale e essenziale di una prima mossa di risanamento è quello di avviare da subito, in accordo con i sindacati, una riorganizzazione interna che premi le professionalità diverse e le capacità del personale della DGCS, finora circondato da un mare di consulenti selezionati “non per caso”, ma neanche per necessità.

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Di Il Cosmopolita il 25/07/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/07/2006

La “discontinuità” alla Farnesina

Con un certo orgoglio il Ministro D’Alema ha affermato pubblicamente che “… nel giro di un mese l’Italia è riuscita ad avviare una ricollocazione strategica della sua politica estera”. Tale compiacimento è verosimilmente da ascrivere anche alla difficoltà del compito, come le fibrillazioni parlamentari sulla questione afghana confermano. L’On. D’Alema conosce bene d’altra parte la complessità dei problemi di politica estera da affrontare: ridare slancio alla partecipazione dell’Italia all’Unione Europea; riequilibrare la nostra posizione nella vicenda mediorientale; far sì che il ritiro delle truppe dall’Irak non venga utilizzato da Washington e Londra per ridurre il nostro ruolo al momento della ricostruzione del Paese dei due fiumi. Si tratta soltanto di alcuni esempi delle mille insidie da tener presenti nel delicato meccanismo delle alleanze internazionali: lo stesso D’Alema non può aver dimenticato la vicenda Ocalan o la guerra in difesa della minoranza albanese in Kossovo. Sotto questo profilo è da auspicare che le esperienze acquisite spingano il neo – Ministro degli Esteri ad applicare, almeno nei passaggi più importanti, il metodo di un ampio confronto, parlamentare e con la società civile, per far sì che la politica estera diventi sempre più un fattore di dibattito e condivisione e si sottragga alle secche del provincialismo ed all’esoterismo degli addetti ai lavori. Superata questa prima fase di grande intensità politica, è da immaginare ed auspicare che l’On. D’Alema ed i suoi più stretti collaboratori – interni ed esterni alla Farnesina – rivolgano le loro attenzioni anche alla “macchina ministeriale” per cercare di farla uscire dalla crisi precipitata con il quinquennio berlusconiano (e il decennio vattaniano) e di rilanciare il processo di rinnovamento avviato con la riforma del 2000, poi rapidamente neutralizzata. Molti, nel bianco parallelepipedo d’oltre Tevere e nei centri di analisi di politica estera, danno del resto per scontato che D’Alema – a differenza di Napoleone – sia consapevole di quant’è illusorio, in particolare alla Farnesina, ritenere che “l’intendenza seguirà”; ad evitare che anche l’azione di un Ministro progressista e, soprattutto, competente si riveli impotente contro l’inerzia di una dirigenza diplomatica autoreferenziale, conservatrice e conforme alla direzione politica soltanto nella misura in cui ne assecondi la vocazione di “destra”. Occorre pertanto che non vi siano ritardi nell’assunzione della crisi complessiva della Farnesina (su cui qui non torneremo avendone negli ultimi mesi evidenziato la drammaticità) come terreno di intervento urgente da gestire secondo un metodo – un formato – che non solo corrisponde agli impegni programmatici dell’Unione, ma è anche il solo che storicamente ha inciso sul Ministero degli Esteri e la sua congruità a corrispondere alle finalità che gli sono proprie di servizio per il Paese. E’ quello, per intenderci, seguito oltre un trentennio or sono da un grande Ministro degli Esteri (Aldo Moro) che ad un’ampia visione di politica estera affiancò processi di ammodernamento strutturale interno consensuali e costruiti con il confronto diretto, non soltanto con uno sparuto gruppo di vertice bensì con l’insieme delle forze sociali della Farnesina: non è un caso che perfino il meccanismo normativo dei trasferimenti nacque in quell’epoca. Per far fronte all’inquietudine di quanti temono che “il qualcosa di sinistra che stiamo facendo in politica estera” si arresti alle porte della Farnesina è quindi urgente che il Min. D’Alema avvii un confronto operativo con le forze innovative e propositive che – a tutti i livelli – esistono in consistente misura al MAE. I temporeggiamenti favoriscono infatti tutti coloro che, non contenti di avere sottovalutato il degrado, mancato di seguire la crescente complessità delle relazioni internazionali, assecondato la peggiore mediatizzazione della politica estera ed assistito impassibili allo svuotamento delle competenze del MAE, (ecc. ecc.) hanno ora il coraggio (il collega del Min. D’Alema, Di Pietro, direbbe la faccia di bronzo) di presentare anche il conto, magari sussurrando nei corridoi perplessità sull’”affidabilità” della nuova dirigenza politica e del suo entourage. Non male per chi si è felicemente adattato a Speroni e Berlusconi. E, d’altro canto, sarebbe inspiegabile farvi ancora una volta affidamento, attingendo per un eventuale rinnovamento al quadro dirigente da essi stessi precostituito con il consueto, ma sempre valido, sistema dell’omologazione-cooptazione. Infatti, se è facile prevedere che la politica estera terrà ancora il banco dell’attenzione politica, non è superfluo ricordare che la dirigenza politica deve poter contare su di un apporto di pensiero competente ed esperto, ma anche originale ed indipendente. Questo è quanto essa deve chiedere alla nostra diplomazia, ma non è ancora dato conoscere se i “cento giorni” porteranno gli auspicabili segni di “discontinuità” interna. Una discontinuità che, per noi, che storici non siamo ma la nostra storia conosciamo e rispettiamo, si definisce con non solo con il ritorno a metodi e stili diversi da quelli delle più recenti cronache dalla Farnesina, ma anche con l’avvio di politiche di gestione della macchina amministrativa più in linea con l’evoluzione del contesto internazionale. Anche per queste ragioni e nella consapevolezza dello stretto nesso tra le prospettive sindacali e la gestione degli inevitabili processi di ristrutturazione (e di verifica di riforma) che la CGIL Esteri ha deciso di promuovere a breve insieme a “Il Cosmopolita” un’iniziativa pubblica di confronto.

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Di Il Cosmopolita il 12/07/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/07/2006

Tre domande (di cui una all’on. Ministro)

Dobbiamo ancora una volta illustrare il crollo di credibilità, d’influenza e d’immagine subito dal nostro Paese nel passato Quinquennio? Ci pare di no. Basta e avanza passare in rassegna la grande stampa estera, in particolare quella liberal-conservatrice, che per cinque anni ha messo alla berlina la “anomalia” del Belpaese. Basta e avanza leggere le graduatorie stilate dai più rispettati istituti “classificatori”, che mediamente hanno dimezzato il punteggio dell’Italia sotto ogni profilo, dall’indice di competitività a quello della corruzione percepita. Basta e avanza constatare che negli ultimi cinque anni il governo non ha portato a casa una sola candidatura internazionale, ha anzi perso i posti che aveva, tanto che – questo si dice in giro - l’unica personalità italiana rimasta in posizione di comando in un qualsiasi centro nevralgico del pianeta è Sonia Gandhi. Insomma, molto si è già scritto e documentato sullo scadimento del Paese da “media potenza” ad “entité négligeable” nell’arena del mondo. Le dichiarazioni del Presidente Prodi e del Vicepresidente D’Alema l’hanno più volte attestato. Qual è stato il ruolo e la responsabilità del Ministero degli Esteri in questo plateale fallimento della politica estera italiana? Nessuno: tale è il convincimento degli alti gradi della Farnesina, i quali addossano a Palazzo Chigi tutte le responsabilità. Ebbene, se così fosse significherebbe che il Ministero è diventato ininfluente nella conduzione della politica estera. Oh, come aveva ragione Tremonti – allora – a decurtarne il bilancio! Ma così non è, evidentemente, perché i diplomatici svolgono un ruolo un pochino più “politico” degli impiegati del catasto. Come minimo sono tenuti ad espletare tre funzioni: informare, consigliare, eseguire. Informare? Apriamo dunque gli archivi per verificare se i rapporti da noi inviati a Roma registravano fedelmente il pensiero critico espresso da esponenti politici, imprenditoriali, intellettuali dei Paesi dove eravamo accreditati. Consigliare? Riapriamo gli archivi per leggere le note interne con cui gli alti gradi della Farnesina davano retti consigli al Ministro sul che dire o che fare per salvare la nostra politica estera dal fallimento. Eseguire? Chiediamoci se un diplomatico sagace non è per caso tenuto ad interpretare ed eseguire le direttive del Ministro nell’interesse piuttosto che contro l’interesse del Paese. Chiediamoci infine se esiste una linea deontologica da non oltrepassare nell’esercizio dell’obbedienza, quella che il Ministro D’Alema ha sintetizzato il 19 giugno scorso in una bella frase: “credere in una politica estera che sia anche eticamente ispirata”. Ora ci rivolgiamo all’On. Ministro: “una politica estera che sia eticamente ispirata” può essere implementata sul campo dagli stessi pretoriani che hanno strettamente collaborato con i protagonisti politici del fallimentare Quinquennio? Evidentemente no, perché non è possibile disgiungere l’obiettivo di una “diplomazia etica” (come diceva il compianto Robin Cook) dalla “macchina ministeriale” adoperata per raggiungere l’obiettivo. Il fatto è che chi stava sulla plancia di comando della Farnesina ha direttamente contribuito a farla affondare; ed è perfettamente conscio di essere corresponsabile dell’affondamento; tanto è vero che dall’anno scorso - allorché si è profilata la vittoria del centrosinistra alle elezioni del 2006 - si è messo in moto quel cauto, ignobile riposizionamento dei “collaborazionisti” sempre pronti a lanciarsi in soccorso del vincitore. Pretendere di riscattare la politica estera italiana affidandosi a costoro equivale a legarsi mani e piedi all’eterno ricatto della “macchina”. Riscatto attraverso il ricatto? Mah, strano che l’attuale dirigenza politica dimentichi che Fanfani riuscì ad ammodernare il Ministero soltanto facendo piazza pulita della antiquata aristocrazia (ma almeno quella aveva stile e coerenza). Se poi il precedente storico di 40 anni fa appare troppo lontano nella nostra memoria, prendiamo esempio dal più recente governo spagnolo. In tre mesi Moratinos - pur non avendo il peso specifico di un politico di altissimo bordo come il nostro Ministro - ha sostituito i diplomatici nei posti chiave a cominciare dall’ambasciata a Washington, dove ha inviato un fuoriclasse come Carlos Westendorp invece di affidarsi a grigi e servili funzionari. Servili? Se ne guardi bene l’On. Ministro, affinché nessuno tra le giovani leve della Farnesina sia indotto a citare a proposito il “Giulio Cesare” di Shakespeare: “La colpa, caro Bruto, non sta nelle nostre stelle ma in noi stessi, che siamo servi”.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 12/07/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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