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Post di settembre

28/09/2006

D’Alema incontra i sindacati

L’incontro del 27 settembre del Ministro degli Esteri D’Alema con i Sindacati della Farnesina è capitato nel peggiore periodo possibile, nella fase in cui la Finanziaria entra nel vivo del dibattito e porta con sé la consueta litania dei tagli al settore pubblico, ivi incluso quello modesto (per spesa) ma sempre più cruciale (per gli interessi del Paese) dell’Amministrazione preposta alle relazioni internazionali. Che questa prima presa di contatto – o prodromi di concertazione – arrivi a poco meno di un semestre dall’insediamento del Governo di centro-sinistra era forse nelle cose e legata al peso di un contesto internazionale estremamente intenso e che ha visto il Ministro stesso e la Farnesina in un ruolo nient’affatto marginale. Di fatto però la riproposizione di un modello in “due tempi” ben noto ai Sindacati – tagli prima, innovazioni riformatrici poi o, al massimo, in “corso d’opera” – ha suscitato pochi entusiasmi e molte perplessità. In verità, oltre alla possibile decurtazione del dieci per cento ad un plafond di indennità estere (cioè le risorse che permettono al personale di operare nelle Ambasciate e Consolati) peraltro immobile da un quindicennio, ha nuociuto al confronto con il Ministro l’impressione che egli consideri il Ministero degli Esteri fondamentalmente “a regime” a partire dalla riforma del 1999 attuata dall’allora Segretario Generale Vattani, Presidente del Consiglio lo stesso D’Alema. Ogni “taglio” comporterà la ristrutturazione della rete, a fronte sia dell’ampiezza di questa, a suo tempo voluta dal Parlamento, sia della sua oggettiva vecchiezza dovuta al fatto che è legata al quadro di una emigrazione italiana che non c’è più (ma ci sono gli italiani all’estero che votano, difficile dimenticarlo) e di relazioni internazionali “preglobalizzate”. La ristrutturazione è possibile ma in un clima di concertazione e riforme. Senza contare che mentre da una parte si prevede di tagliare le risorse alla rete dall’altra, nel corso degli anni, si sono aggiunte sempre più competenze (e stiamo pensando, ad esempio, al fatto che alcuni consolati sono ormai ridotti a dei veri e propri “vistifici”) non ultima le ventilate liste di collocamento per gli immigrati presso i Consolati. Sembra tuttavia mancare, negli interventi di D’Alema, la consapevolezza di come un Ministero “d’eccellenza” (così da lui definito) abbia sostanzialmente fallito gli obiettivi imposti dal processo di globalizzazione “in mare aperto” seguito al 1989. Una cosa è affermare che la Farnesina dispone delle risorse umane e professionali necessarie a tale impegno, altra è presupporre che dispone delle strutture e delle risorse atte ad utilizzarle. Ed è esattamente ciò che crediamo di avere largamente illustrato nell’ultimo quindicennio intorno alla formula “rilancio o liquidazione”. Del resto è bene ricordare che la riforma del 1999, oltre ad essere poco più che un adeguamento formale agli standard degli altri Paesi, arrivava al termine di un quarto di secolo di dibattito aperto da forze sindacali e politiche e che porta nomi come quelli del Ministro Moro che istituì nel 197O la prima Commissione interna per la riforma (gruppo Fornari) e di Giorgio Napolitano che firmò nel I975 uno dei primi progetti geografici: peccato però che, quando tutto ciò arrivò ad una qualche conclusione e contro l’opposizione di vasti settori della “casa”, il contesto internazionale richiedeva ben altro in termini di analisi, proposta ed operatività di servizio. Di qui il sostanziale fallimento della “riforma”,peraltro mai attuata fino in fondo. Ora il Ministro, annunciando ampi interventi (sotto forma di possibile “delega”) per la riforma della Cooperazione, vi includerebbe la possibilità di una riflessione sulla “casa madre” ovvero il Ministero nel suo complesso. Ben venga la riflessione, alla quale parteciperemo. Resta però il fatto, confermato dall’incontro di ieri e in qualche misura fatto proprio dal Ministro, che si continua a ritenere che la diplomazia (in senso lato) sia “ciò che i diplomatici fanno” e non ciò che la struttura coordinando lavoro di tutte le figure professionali presenti,è chiamata a fare per le relazioni esterne del Paese e per i servizi da erogare. Resta poi aperto il quesito sulle persone da preporre a certi incarichi perché questi siano assolti in linea coi tempi. Insomma si ripropone l’abusato, ma non consunto, tema della discontinuità di politiche e gestioni. Quanto precede interseca una dialettica con le forze sindacali oggettivamente difficile: forze con le quali il Governo Prodi è comunque chiamato a misurarsi in una prospettiva più ampia della stabilizzazione e della congiuntura.

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Di Il Cosmopolita il 28/09/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/09/2006

Efficacia e funzionalità della Farnesina

Mentre all’Assemblea delle Nazioni Unite, e ai margini di questa, il disegno del Ministro D’Alema continua a precisarsi e ad approfondirsi secondo le note apprezzabili linee, ci piacerebbe che il clima interno alla Farnesina apparisse ispirato ad analogo spirito positivo. Infatti, la CGIL ritiene che sia vitale per ridare efficacia e funzionalità alla Farnesina affrontare in un clima di corretta concertazione con i sindacati (in passato disattesa e trascurata)le questioni relative al rilancio della rete all’estero, alle risorse e alla sicurezza delle sedi, al ristabilire l’equità funzionale e retributiva tra le carriere. Problemi di natura diversa, ma tutti concorrenti ad indicare come i primi cento – più cento – giorni del nuovo Governo non abbiano portato indicazioni innovative, vanno accumulandosi nelle “retrovie” dell’iniziativa diplomatica italiana e – almeno per quanto riguarda il nostro Sindacato – non potranno non figurare nell’agenda dell’imminente incontro con il Ministro degli Esteri Citiamo ad esempio: gli esiti della rimozione (peraltro dopo un periodo fisiologico di alcuni anni di funzione) del Direttore della Cooperazione, l’intorbidamento del clima politico interno con la ripetuta falsificazione di documenti CGIL, la prossima tornata di nomine ed avvicendamenti. Sul primo punto, l’assegnazione dell’ex Direttore ad Ambasciatore in Svizzera (nomina più che consolatoria considerato lo stato comatoso della Cooperazione italiana ormai ai minimi storici) varata dal Consiglio dei Ministri su proposta D’Alema e già comunicata alle Autorità elvetiche secondo indiscrezioni potrebbe trasformarsi in un prestigioso “fuori ruolo” presso una delle massime istituzioni della Repubblica. Può ciò essere consentito e con quale ricaduta di credibilità interna ed estera? Sul secondo, i fatti sono assai semplici e di una sgradevolezza inusitata anche per una “casa” non nota per la sua trasparenza. Ben cinque documenti artefatti (logo falso, testo insulso e provocatorio) sono stati diffusi alla Farnesina: tutte le richieste del Sindacato per un intervento di sicurezza e dell’Ispettorato sono cadute nel vuoto nonostante la diffusione manuale in centinaia di copie. Ed è questo che preoccupa come indicazione di non contrasto ad azioni che, oltre ad essere illegali, mirano ad inquinare un confronto che nelle prossime settimane non potrà non essere serrato e che – per quanto ci riguarda – sarà sempre ispirato a chiarezza e correttezza. Sul terzo, le preoccupazioni non sono minori tenuto conto che non è fin qui arrivata nessuna indicazione sull’adozione di criteri incentrati non solo e non tanto sul “rinnovamento” (e men che meno sulla deprecata “discontinuità”) quanto sull’esigenza di seguire competenze e percorsi professionali chiari e riconoscibili al fine non solo e non tanto di riconoscere ed utilizzare tutte le risorse esistenti e non un manipolo di “happy few” quanto di dare gambe e cervelli al rilancio politico testè avviato. Temi da affrontare e questioni da chiarire in un momento di così evidente crisi del Ministero, chiamato peraltro ad uno sforzo di servizio (per tutte le carriere) che non è circoscritto alle luci delle grandi iniziative ed è così necessario per il nostro Paese; questione da misurare sul parametro generale della congruità dei mezzi ai fini o di quello della improbabile coesistenza dell’ambizione della strategia con la povera routine della tattica. Il buon enologo, quello che sa fare il vino, sa anche buttare le botti “andate” (o, almeno, verificarle una ad una) e che rischiano di portare alla malora buone annate e al momento dato utilizzarne altre. Meglio ancora rinunciare ad un trattamento “in barriques” che fa sembrare uguali tutti i vini. Un consiglio de “IlCosmopolita” ad un reputato gastronomo.

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Di Il Cosmopolita il 21/09/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/09/2006

Da Ellis Island a Lampedusa

Il dibattito, dai toni spesso concitati se non addirittura apocalittici, sul disegno di legge governativo che modifica tempi e modalità di concessione della cittadinanza agli stranieri, non sembra aver colto una contraddizione socio-giuridica quasi schizofrenica e tipicamente italiana: la convivenza di emigrazione ed immigrazione, di italiani nel mondo e stranieri in Italia, in un’epoca di profonde trasformazioni, induce ed accompagna fenomeni estremamente delicati e complessi, che evidenziano come non mai l’endemico ritardo normativo e di analisi delle nuove realtà con cui dobbiamo confrontarci. Ci troviamo oggi di fronte alla doppia necessità di integrazione degli immigrati e di gestione di una enorme collettività all’estero, cresciuta a dismisura anche per l’anacronismo dello ius sanguinis, diventato ormai un evanescente fil rouge tra l’italiano partito con un piroscafo alla fine del secolo XIX ed i suoi bis-bis-bis nipoti che vivono a Sidney, San Paolo, Buenos Aires, New York o Toronto. Anche da un punto di vista numerico (sono poco più di tre milioni gli emigrati come gli immigrati) sembra esistere una singolare corrispondenza tra i due fenomeni, mentre si calcola che potrebbero essere addirittura più di 60 milioni gli oriundi aventi titolo al riconoscimento della cittadinanza italiana. In circa un secolo e mezzo si sono verificati oltre 28 milioni di espatri dal nostro Paese, dando origine ad una vera e propria epopea dell’emigrazione, un’enorme diaspora che fa ormai parte del nostro patrimonio storico, culturale e politico. Gli “Italiani nel mondo”- secondo la nuova accezione - rappresentano tuttavia, senza nulla togliere al loro ruolo di grande risorsa per il nostro Paese, non tanto una “Italia fuori dell’Italia” come vorrebbe la semplicistica retorica “tremagliana” ma un frastagliato arcipelago di vicissitudini, situazioni e percorsi estremamente diversificati, non riconducibili ad unità, se non a prezzo di artificiali forzature: dai cartoneros di Buenos Aires, che per mettere insieme pochi spiccioli rovistano tra i cartoni delle discariche, ai vari presidenti della Repubblica ministri e/o membri delle istituzioni di molti paesi di accoglienza, dai numerosi oriundi di seconda terza e quarta generazione diventati parte integrante dell'amministrazione, dei sindacati, della vita artistica e culturale, dell'imprenditoria a tutte le persone “normali” che, a milioni, sono semplicemente entrati a far parte, della società, ossia della “cittadinanza” locale. E’ evidente che il modello tradizionale di “cittadinanza” si trova di fronte ad una grave crisi nel momento in cui riconosce l'esistenza di un 'terzo', lo “straniero residente” o l’ “italiano potenziale” collocato praticamente a metà strada tra il cittadino e lo straniero. La cittadinanza, secondo la migliore dottrina del Diritto Internazionale, è infatti un criterio di collegamento tra l’individuo e lo Stato ed indica uno status al quale corrispondono precisi diritti e doveri: il diritto di libera circolazione nel territorio dello Stato, i diritti di partecipazione pubblica (elettorato attivo e passivo), il diritto di accedere a cariche e uffici pubblici, alcuni diritti sociali (assistenza sociale, mantenimento ecc), il dovere di fedeltà e, infine, il dovere di prestazioni personali (difesa del paese) e patrimoniali (tasse e contributi). La realtà mostra che molti Uffici di Stato Civile dei Consolati stanno lavorando da anni, soprattutto in America latina, alla ricostruzione della cittadinanza di numerosissimi italiani cosiddetti “strumentali”, e cioè discendenti di terza, quarta o quinta generazione che, pur avendo sempre avuto il diritto a richiedere il riconoscimento del nostro “status civitatis”, solo oggi lo esercitano, spinti dalle ricorrenti crisi economiche e dall’intenzione di stabilirsi in un Paese dell’Unione Europea (fra l’altro più la Spagna che l’Italia) con un passaporto italiano. E lo stesso discorso può ripetersi per i rampanti neo-laureati americani o canadesi, che hanno magari interesse a trasferirsi senza ostacoli a Londra per lavorare nella City. E’ molto verosimile che tali “nuovi” italiani, motivati da ragioni esclusivamente strumentali, non avranno alcun interesse a partecipare alla vita politica italiana con il proprio voto né ad assumere doveri connessi alla condizione di cittadino. E’ logico ed opportuno mantenere in funzione dei “cittadinifici” permanenti senza mai interrogarsi sul significato e sulle prospettive di tutto ciò? Come facciamo ad esigere agli stranieri di parlare la nostra lingua o di sottoporsi a non meglio precisati “test d’integrazione”, quando non siamo in grado di assicurare un sufficiente grado di integrazione linguistica, culturale e civica di coloro che, a migliaia ogni anno, rivendicano un’appartenenza “di sangue” (quindi sostanzialmente “etnica”) al nostro Paese? E siamo sicuri che ciò debba avvenire senza altro onere se non quello di fornire una prova ancorché remota della propria discendenza da antenati che popolavano un’Italia magari pre-unitaria? L'attività dei consolati si è svolta per decenni e continua a svolgersi in una situazione di spaventosa carenza di organico e di strategia, sotto la forte pressione della “domanda” di cittadinanza e la conseguente impossibilità di esaudire tutte le richieste. Dal punto di vista legislativo si è cercato più volte, senza successo, di introdurre qualche meccanismo (la c.d. opzione) capace di limitare gli automatismi della normativa sulla cittadinanza, anche per non snaturare il concetto stesso di appartenenza al nostro Paese. Sono andati invece regolarmente a buon fine tutti i tentativi di estendere quanto più possibile l’applicazione dello “ius sanguinis” (da ultimo la legge 14 dicembre 2000, n. 379, concernente disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenenti all'impero austro-ungarico ed ai loro discendenti). Nessuno immaginava che il voto degli italiani all’estero sarebbe stato così decisivo per le sorti della politica nazionale ed il fatto che - quasi miracolosamente – il MAE sia riuscito a gestire l’operazione con efficienza, non ci esime dall’evidenziare i punti critici di un impianto normativo che non può essere certo considerato un modello di modernità e coerenza. Stiamo parlando, come del resto nel caso del diritto all’integrazione dello straniero legalmente residente in Italia, di diritti fondamentali, che non possono essere limitati o resi inaccessibili per difetto di elaborazione giuridica teorica e/o pratica. Ebbene, quando si passa dall’enunciazione di un diritto, sicuramente sacrosanto come quello di voto, all’applicazione pratica di esso, non si può prescindere dagli inevitabili problemi connessi al trasferimento sul piano mondiale di una disciplina elettorale nata per il territorio nazionale e dall’applicazione di norme sulla cittadinanza obsolete, sostanzialmente finalizzate a preservare almeno un’illusione di appartenenza all’Italia per gli emigrati transoceanici. La prima operazione logica da compiere è per esempio quella di individuare esattamente il corpo elettorale che partecipa all’esercizio. Teoricamente, il problema non dovrebbe neppure porsi: sono elettori tutti i maggiorenni in possesso della cittadinanza italiana e che risiedono legalmente all’estero. In realtà, nessuno è attualmente in grado di fornire la cifra complessiva degli aventi diritto, né di prevedere quali potrebbero essere gli sviluppi a breve, medio e lungo termine della consistenza di questo corpo elettorale (se per assurdo gli oltre 60 milioni di oriundi decidessero di andare a votare, dovremo “raddoppiare” il Parlamento? Se volessimo adeguare la rete consolare alla quantità di “aspiranti cittadini” dovremmo aprire qualche migliaio di Uffici?) Prima del 1988, anno di entrata in vigore della legge 470 sull’Anagrafe Consolare, i fascicoli dei singoli connazionali residenti all’estero in possesso degli uffici consolari erano esclusivamente cartacei, e in essi si ritrovavano spesso pochi dati incompleti. E’ poi faticosamente iniziato un processo di informatizzazione degli schedari - non ancora concluso e che continua ad assorbire, in epoca di “vacche magre” ingentissime risorse finanziarie ed umane - affidato prevalentemente ad operatori esterni (i cd. digitatori) . Il risultato di questa interminabile, superficiale ed indiscriminata operazione di “data entry” ha portato ad ulteriori confusioni con l’inserimento di molti nuovi dati erronei, che hanno spesso vanificato la riduzione dei famosi “disallineamenti” fra le cifre degli iscritti nelle Anagrafi consolari ed iscritti presso l’AIRE dei Comuni. Le periodiche guerre di cifre ed i tentativi delle singole Amministrazioni coinvolte di scaricarsi reciprocamente le responsabilità danno la chiara dimensione di un fenomeno che é lungi dall’essere risolto. Bisogna quindi finalmente avere il coraggio e l’onestà di dire che qualsiasi operazione di bonifica, (mailings, campagne pubblicitarie, concorsi a premi ecc..) pur condotta con i migliori strumenti informatici e con fondi adeguati, é condannata all’insuccesso senza il concorso attivo degli interessati. Ammesso e non concesso che si riuscisse oggi ad avere una Anagrafe perfetta ed efficiente cosa succederebbe di qui a qualche anno in mancanzadi meccanismi di aggiornamento? L’ unica soluzione é quella di introdurre meccanismi precisi ed affidabili che contemplino la partecipazione obbligatoria dei connazionali residenti all’estero (stabilmente o temporaneamente). Ciò vorrebbe dire, in termini tecnici, che l’ attuale impostazione della legge sul voto all’estero e della legge sulla cittadinanza andrebbero capovolte, inserendo meccanismi semplici e chiari di “opzione”. Si eviterebbe cosí la cittadinanza puramente “strumentale” e si avrebbe un corpo elettorale definito su base volontaria e ragionevolmente molto più motivato e consapevole nell’esprimere il proprio voto. Questa ipotesi potrebbe comportare inoltre il vantaggio di costituire una base solida per la gestione di un’ Anagrafe Unica degli italiani all’estero, svincolata dalle singole AIRE dei Comuni, come già avviene in Francia con buoni risultati. Si avrebbe un’ Anagrafe Centrale in Italia, soggetto unico con cui dialogherebbero informaticamente tutte le Sedi consolari, invece di avere oltre 8100 interlocutori, quanti sono i Comuni italiani, con enormi vantaggi per la celerità e affidabilità delle operazioni, nonché per una eventuale futura realizzazione del voto elettronico. In sostanza, si avrebbe una platea di cittadini ed elettori forse più ridotta, ma certamente più rappresentativa e con percentuali di partecipazione sicuramente maggiori. Essa, inoltre, risulterebbe raggiungibile con affidabilità (visto che gli indirizzi sarebbero forniti dagli stessi interessati), innescando un meccanismo di responsabile coinvolgimento dei connazionali nella vita pubblica del nostro Paese e permettendo un’erogazione di servizi, da parte della nostra rete diplomatico-consolare, sicuramente più mirata ed efficace, oltre che, molto probabilmente, meno dispendiosa.

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Di Il Cosmopolita il 21/09/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/09/2006

Cittadinanza e integrazione

Il consiglio dei ministri ha approvato il 4 agosto scorso un disegno di legge che modifica le condizioni di acquisto della cittadinanza italiana da parte degli stranieri. Le novità sostanziali della nuova normativa, che consta di soli sei articoli, riguardano la riduzione da 10 a 5 anni del periodo di soggiorno legale ininterrotto richiesto agli stranieri extracomunitari per poter avanzare domanda di cittadinanza e l'introduzione di un 'test di integrazione' i cui contenuti dovranno essere meglio precisati ma che implicherà sicuramente una 'perfetta padronanza' della lingua italiana. Saranno inoltre previste anche se non ancora definite, delle non meglio precisate verifiche della 'serietà delle intenzioni' dell'aspirante cittadino. Per capire l’importanza di questa modifica è bene ricordare che oggi, su tre milioni di immigrati regolari, circa il 30 per cento risiede stabilmente in Italia da almeno cinque anni. Il disegno di legge stabilisce inoltre che i nati in Italia da genitori stranieri, di cui almeno uno residente legalmente in Italia da più di cinque anni, acquistino immediatamente la nostra cittadinanza senza dover aspettare la maggiore età, come è previsto dalle norme attualmente vigenti. Viene introdotta poi un’ulteriore possibilità: può chiedere il passaporto italiano “chi nasce in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno, residente legalmente all’atto della nascita del figlio, sia nato in Italia”. Il requisito della nascita in Italia del genitore, si spiega nella relazione introduttiva, come quello della residenza legale, è un indice della volontà del richiedente di “stabilmente dimorare nel nostro Paese e di inserirsi, con la propria discendenza, nel tessuto sociale creando le condizioni per una reale integrazione”. Cittadino italiano potrà diventare anche il minore che vive da cinque anni in Italia (pur senza essere nato qui), e “che ha frequentato un ciclo scolastico o un corso di formazione professionale o ha svolto regolare attività lavorativa per almeno un anno”. L’acquisizione della cittadinanza italiana, che sarà concessa con decreto del ministro dell’Interno e non più del Presidente della Repubblica, verrà sottoposta alla verifica della “reale integrazione dello straniero nel territorio dello Stato”. La legge punta anche a contrastare il fenomeno dei “matrimoni di convenienza”, rendendo più difficile acquisire la cittadinanza grazie alle nozze con un italiano. Si stabilisce che “il coniuge straniero o apolide, di cittadino italiano acquista la cittadinanza quando, dopo il matrimonio, risieda legalmente due anni (finora bastavano sei mesi) nel territorio della Repubblica”. Sull’iniziativa legislativa c’è già un dibattito abbastanza articolato e qualche problema di carattere amministrativo (la Ragioneria Generale dello Stato avrebbe dato parere negativo al provvedimento in quanto non sarebbe a costo zero). La riduzione a cinque anni del periodo di permanenza legale in Italia, che ha suscitato le critiche più aspre, non sembra in realtà particolarmente innovativa: la legge anteriore all’ultima riforma in materia di cittadinanza, avvenuta nel 1992, prevedeva già un termine di cinque anni per poter richiedere la naturalizzazione, cinque anni sono richiesti dalle legislazioni francese e britannica mentre la stessa legge n.91 del 1992 prevede varie ipotesi di abbreviazione dei termini (tre anni di residenza legale per i discendenti di ex cittadini italiani per nascita fino al secondo grado e per gli stranieri nati sul territorio italiano; quattro anni di residenza legale per i cittadini di uno Stato appartenente alle Comunità Europee; cinque anni di residenza legale per gli apolidi e i rifugiati, così come per gli stranieri maggiorenni adottati da cittadini italiani ecc…) Alla base delle polemiche più genuine ed illuminate (e quindi non di quelle più rozze razziste e xenofobe che purtroppo godono più facilmente del favore dei media) si fronteggiano le due classiche visioni della cittadinanza: quelle di tipo identitario e quella contrattualistica. Per le prime, cittadinanza e nazionalità tendono a coincidere: è cittadino italiano chi nasce da genitori italiani, e c'è poco spazio per le eccezioni. Per le seconde, la cittadinanza è essenzialmente un patto tra gli individui di una comunità che decidono di legarsi gli uni agli altri in un ordinamento giuridico comune. La legge sulla cittadinanza misura in qualche modo il livello di civiltà giuridica e democratica di un ordinamento ed è sicuramente auspicabile anche nel nostro il superamento dello “ius sanguinis”, principio sostanzialmente “etnico”, in favore di una concezione più moderna e cosmopolita che riconosca agli stranieri una capacità giuridica sostanziale. Più complesso appare l’elemento della “dimostrata volontà di integrazione” dello straniero, che appare per altro eccessivamente indeterminato e pertanto di difficile o troppo discrezionale applicazione. La conoscenza della lingua è di certo un requisito fondamentale, ma sarebbe opportuno esplicitarne chiaramente degli altri, per contribuire ad affermare l’idea che l’acquisto della nuova cittadinanza non è un atto di natura esclusivamente giuridica, o ancor peggio burocratica, ma implica (e dunque richiede) l’adesione a valori storico-politici che sono carichi anche di conseguenze morali e culturali. La cittadinanza, per lo straniero non comunitario, non significa solo diritto di voto, ma anche uscire dal tunnel della pesante burocrazia cui sono particolarmente soggetti, tra un rinnovo del permesso di soggiorno e l'altro, e poter accedere a posizioni lavorative e benefici che la legge riserva ai soli cittadini. Se non si vuole perpetuare un odioso e permanente regime di separatismo e sfruttamento a danno di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, l’unica soluzione è di cercare di integrarli nel modo più ampio e radicale, come solo il godimento della cittadinanza può fare. Al di là dell’aspetto giuridico è evidente che esiste oggi anche in Italia un problema di convivenza tra culture diverse che per poter comunicare tra loro hanno bisogno di riconoscere nelle leggi dello stato un parametro di riferimento chiaro e sicuro. Il criterio della cittadinanza va in tal senso accompagnato da un sistema di garanzie che potremmo definire di “qualità di vita”, basato sui principi fondamentali che la semplice appartenenza giuridica al nostro paese di per sé non garantisce. La cittadinanza non ha del resto impedito la messa a ferro e fuoco delle banlieue francesi o addirittura le bombe nella metropolitana di Londra. Rendere più accessibile l’acquisto della cittadinanza é quindi sicuramente di un passo importante che però è ben lungi dal garantire un processo di integrazione. Se le comunità di immigrati con tanto di cittadinanza italiana rimangono nei ghetti e non hanno prospettive di lavoro si sentiranno sempre “altro” rispetto al paese in cui vivono. Si tratta di un tema molto profondo e delicato con il quale non si può fare a meno di confrontarsi perché, come tutti sanno, esistono religioni e culture patriarcali ed arcaiche, che molte comunità portano con sé, che fanno a pugni con i principi ispiratori delle nostre leggi o con i percorsi di progresso civile che in Italia sono stati fatti. Non si tratta di insistere sulle battaglie “immigrati dentro o fuori” come si fa ormai da troppi anni: i recenti tragici fatti di cronaca dimostrano che convivono già nel nostro paese realtà ed individui perfettamente in regola dal punto di vista formale (il padre della pakistana Hina era considerato quasi un cittadino modello) con tradizioni, culture e modalità, in particolare di sottomissione delle donne, che sono assolutamente intollerabili per la nostra cultura. Ciò va fatto tuttavia con intelligenza ed umiltà senza mai dimenticare che non tantissimi anni fa nel nostro paese esistevano situazioni sostanzialmente analoghe, riconosciute non solo dal costume ma anche, in molti casi, dalla legge. Il dialogo tra comunità diverse è estremamente difficile ed anche collaudati modelli di società “multiculturale” come quello del Regno Unito (dove esiste, sulla scorta di quanto era stato realizzato nelle colonie, una sorta di patto tra Stato e le varie comunità che garantisce, in cambio di un’autonomia nelle decisioni interne alla vita della comunità, i comportamenti dei singoli verso il resto della società) appaiono insufficienti in un mondo in cui gli “input” fondamentalisti o comunque antisociali superano agevolmente qualsiasi confine di comunità ed arrivano attraverso internet. Le regole devono riguardare ciascuno singolarmente: bisogna parlare ai singoli, confrontarsi con le loro culture ed avere anche il coraggio di criticarle apertamente: non è che non ci possano essere scuole islamiche ma sicuramente ciò non può comportare l’accettazione di pratiche barbariche (p.es. l’infibulazione o più semplicemente i matrimoni forzati per impedire i quali in Francia è stata fatta una legge “ad hoc”). Il percorso che porta alla cittadinanza non è del resto mai automatico ma sempre legato alla volontà del singolo. Quando chiediamo agli stranieri di fare un giuramento di fedeltà alle leggi dello Stato non dobbiamo chiedergli di aderire ai valori della nostra civiltà ma fare riferimento in modo inequivocabile ai valori della nostra Costituzione, cioè di accettare e rispettare i valori fondanti della nostra legislazione che sono basati sull’eguaglianza, sulla tolleranza e sulla democrazia. Le politiche per l’Immigrazione vanno studiate e coordinate su diversi piani che non sempre sono vicinissimi tra loro. Non sarebbe sbagliato prevedere un vero Servizio o addirittura un ministero dell’Immigrazione, come avviene in altri paesi, con persone adeguatamente preparate ad affrontare le complesse problematiche dell’integrazione e che non siano semplicemente, come avviene oggi, particelle di una incredibile frammentazione di competenze fra ministeri, questure, enti territoriali.

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Di Il Cosmopolita il 21/09/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/09/2006

Come accompagnare la transizione a Cuba

A prescindere dall’epilogo della malattia di Fidel Castro, è opinione comune che la sua successione, probabilmente preparata da tempo dal Lider Màximo, non sia solo temporanea e che in realtà sia destinata a trasformarsi rapidamente in una transizione irreversibile. Molto meno prevedibile è l’approdo che essa avrà. La notizia delle gravi condizioni di salute di Fidel ha scatenato una ridda di congetture, speculazioni e manovre. Senza spostarci sulle rive della Florida, in cui le manifestazioni di giubilo degli esuli cubani erano scontate, basti pensare alla notizia – diffusa dal Centro per una “Cuba Libre” di Washington prima della malattia di Castro - di una riunione a Praga che alcuni Paesi europei dell’est, i più vicini agli USA sulla questione cubana, starebbero preparando per definire i termini di una nuova campagna tendente ad ottenere la “libertad de Cuba”. E’, invece, apparso molto equilibrato ed ispirato alla primaria esigenza di preservare la tranquillità e le condizioni di pacifica convivenza nel Paese, un breve comunicato emesso dai vescovi cubani e letto in tutte le chiese dell’isola subito dopo la notizia dell’intervento subito da Castro. Gli obiettivi essenziali per cui dovrebbe adoperarsi chi vuole il bene della popolazione cubana sono essenzialmente due: che la transizione avvenga in modo pacifico, senza interventi esterni, essendone principalmente artefice la medesima classe dirigente cubana, per molti anni all’ombra della straordinaria personalità di Fidel, ma sufficientemente matura, crediamo, per interpretare le istanze e le esigenze del popolo cubano ( con il tempo, la guida del processo di transizione dovrebbe essere assunta, più che da Raùl, da Carlos Lage, Vice Presidente del Consiglio di Stato e da Felipe Pèrez Roque, Ministro degli Esteri ); che la transizione approdi ad un regime democratico, in cui vi sia rispetto di tutti i diritti civili e politici, in cui non vi siano più detenuti per reati di opinione ed in cui le voci della dissidenza interna siano reintegrate a pieno titolo nella vita politica dell’isola, ma che preservi le conquiste sociali ottenute dal 1959 ad oggi, coniugando crescita economica con equa distribuzione della ricchezza, mantenendo così i presupposti per un loro ulteriore rafforzamento. Non dobbiamo infatti dimenticare che nel panorama di povertà offerto dall’America latina, a Cuba si registrano i migliori livelli di condizioni di vita in molti settori: tasso di mortalità infantile, tasso di alfabetizzazione, assistenza all’infanzia, istruzione, sanità e cultura. E’ questo il vero nodo che Fidel Castro, un po’ per sua colpa e timore, ma molto per i condizionamenti esterni che ha dovuto subire, non è mai riuscito a sciogliere. Come consentire aperture democratiche senza che questo ponesse il suo Paese alla mercè degli interessi dei mercati internazionali, primo tra tutti quello statunitense. L’impresa è quanto mai difficile nell’attuale economia globalizzata, ma Cuba può avvalersi del nuovo clima politico progressista in quasi tutti i Paesi dell’America latina e nell’interesse che essi hanno di non far cadere l’isola nell’orbita di gravità degli Stati Uniti. Del resto tutte le popolazioni latinoamericane hanno sempre guardato al regime cubano con simpatia e l’aiuto in questa difficile fase di transizione non può che essere accompagnato da un forte consenso popolare. Inoltre, altra circostanza favorevole a Cuba è che Washington, pur pressata dalla comunità cubana di Miami, difficilmente rischierebbe in questo momento un altro fiasco internazionale come quello dell’Iraq. Del resto, un terremoto di uguale, se non maggiore, portata Cuba lo ha affrontato nel 1989, quando, con la caduta del Muro di Berlino e del mondo comunista, suo naturale e storico punto di riferimento, ha visto dissolversi il 70% del suo commercio internazionale, ma ha saputo, con grandi sacrifici e sofferenze imposti alla popolazione, resistere e ricostruire la propria economia, a cominciare dal turismo. In quel frangente,oltretutto, il Governo cubano non ebbe la possibilità di appoggiarsi ad un solido partner economico come è oggi il Venezuela di Chàvez e dovette subire, oltre all’embargo commerciale statunitense, già in vigore dal 1962, gli effetti negativi delle leggi Torricelli e Helms-Burton che dagli anni novanta stanno tentando di inibire il commercio con Cuba anche agli altri Stati e che, nonostante le condanne dell’ONU ripetute ogni anno, sono ancora in vigore. Proprio per la difficoltà del cammino, Cuba va accompagnata e non spintonata verso la transizione. Qualunque soluzione diversa da un graduale cambiamento endogeno genererebbe un vortice all’interno dell’isola, con forti rischi di destabilizzazione di tutto il continente. Non è assolutamente scontato, almeno nel breve periodo, che la transizione porti a maggiori aperture democratiche, ma se nel gruppo dirigente che si va delineando esistono degli spiragli di apertura, il dialogo appare l’unico modo per favorirli. La speranza è che i governi europei più avveduti, a partire da Italia, Spagna e Francia, sappiano cogliere questa esigenza e non si lascino coinvolgere nel ruolo aggressivo che sembra vogliano giocare gli Stati Uniti nella partita cubana.

ARCHIVIATO IN Internazionale

Di Il Cosmopolita il 05/09/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/09/2006

In Libano una cooperazione trasformata

I quotidiani, con qualche rara eccezione, ne parlano poco o niente, ma uno degli elementi più interessanti del nuovo corso della politica estera italiana, che insieme al ritorno del ruolo delle Nazioni unite si è manifestata nella crisi Libanese, è il fatto che alla cooperazione allo sviluppo, sembra riconosciuta una maggiore autonomia dalla logica militare. A questo ha indubbiamente contribuito il dibattito che si è aperto nella società civile in occasione delle elezioni e che ha visto crescere il malcontento per il modo con cui la cooperazione e la solidarietà internazionale erano state trattate nel corso delle altre crisi in Afganistan e in Iraq. Infatti in quei casi le pur poche disponibilità dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo, sono state considerate quasi esclusivamente un sostegno alla strategia politico-militare con la conseguente perdita di efficacia e di coerenza rispetto alla missione della cooperazione . Missione che può essere sintetizzata nella necessità di favorire nuove uguaglianze e nuove forme di convivenza tra Nord e Sud del mondo. L’intervento di cooperazione in Libano si presenta invece con caratteristiche nuove che vanno colte immediatamente perché serviranno alla necessaria riforma della cooperazione italiana. La presenza di una Vice-ministra attenta alle voci della società civile, dei movimenti e delle ong, costituisce una grande opportunità che accresce il ruolo, ma anche la responsabilità delle strutture tecniche, in particolare della DGCS. Riuscire a coniugare le capacità tecniche con le istanze della società civile libanese, italiana e internazionale servirà anche avviare un diverso atteggiamento italiano nei confronti dell’intero sistema di cooperazione attuale in cui l’elemento della “sostenibilità” umana delle iniziative di emergenza e sviluppo sembra assolutamente subalterno a quello delle logiche militari e geopolitiche, specialmente nelle aree di conflitto. La DGCS dunque, da subito dovrà essere capace di innestare elementi di novità nella programmazione dell’intervento, pur operando con ostacoli interni. I trenta milioni di euro messi a disposizione per l’emergenza dovranno essere usati per interventi di ricostruzione di cui le comunità stesse possano controllare l’utilità. In particolare occorre sostenere le iniziative delle donne per evitare ogni deriva fondamentalista. Infatti, una maggiore trasparenza e il dialogo civile potranno essere utili al buon funzionamento dell’intera missione “di pace”. Un primo criterio dovrà dunque essere quello di coinvolgere la società civile, cercando di evitare il mercato dei progetti, ma utilizzando le opportunità offerte dal previsto “tavolo sul Libano” per concordare metodologie e ruoli capaci di promuovere la partecipazione e la responsabilizzazione dei partner, soprattutto locali. Un secondo criterio dovrà essere l’incremento della capacità “negoziale” italiana nei confronti delle agenzie delle Nazioni unite. Incremento ottenuto soprattutto attraverso una costante collaborazione e un monitoraggio delle iniziative non solo tecnico, ma partecipativo, ovvero operato dagli stessi attori coinvolti. Un terzo criterio, indispensabile, sarà quello di mantenere costantemente la capacità di “armonizzare” gli interventi italiani con quelli previsti dall’insieme della comunità internazionale, negoziando, soprattutto con i paesi membri dell’Unione europea e con le strutture di cooperazione della Commissione, non solo i settori, ma anche le modalità operative. Non sono, come si vede, obiettivi impossibili, ma certamente richiedono una nuova visione del lavoro all’interno della DGCS dove la componente tecnica non può essere subalterna a quella diplomatica nelle scelte di management. In questo senso dunque occorre ritornare al più presto allo spirito della legge 49/87, ampliandone l’apertura a nuovi soggetti per fare in modo di accrescere la trasparenza e l’efficacia degli interventi. Allo stesso scopo occorre limitare alcuni elementi di distorsione introdotti dalla passata dirigenza e più volte denunciati dal Comopolita. Tra questi i pericoli maggiori sono costituiti dall’utilizzo distorto delle agenzie multilaterali, spesso poco conosciute o di comodo, per creare “forzieri”, assolutamente non trasparenti e neanche “presentabili” a livello internazionale. Allo stesso modo sono pericolosi gli atteggiamenti “dirigisti”, e nel recente passato “clientelari”, nella scelta dei finanziamenti, poiché sottraggono ogni spessore alla programmazione e alla presenza italiana.. Vanno anche evitati i senzazionalismi nell’aiuto alle “vittime”, che per lo più umiliano la società locale e al massimo servono per l’informazione spettacolo. Indubbiamente l’informazione serve alla cooperazione, soprattutto per “bucare” la retorica dell’intervento militare, riportando alla luce le popolazioni e le loro capacità e sofferenze. Tuttavia anche su questo occorre far crescere il nostro paese e cercare una “corretta” informazione per una corretta cooperazione, così come richiesto recentemente dalla manifestazione per la pace di Assisi. Insomma, se la DGCS riuscirà a fare questo salto qualitativo in Libano potrà dare un segno di vitalità e guardare con una nuova dignità anche alle altre emergenze in corso, come l’Afganistan o il Darfur, dove un mutamento di rotta è assolutamente necessario. In Afganistan in particolare, occorre trasformare il ruolo della cooperazione italiana da ancella dell’interesse strategico- militare a sostegno della società nel suo complesso. E’ grave dire, come hanno fatto alcuni, che “..si stava meglio con i Talebani”, soprattutto perché solo un efferato maschilismo può essere cieco di fronte al massacro “istituzionalizzato” delle donne. Non si può tuttavia ignorare il problema dell’efficacia degli aiuti e della loro distorsione in quel paese, come coraggiosamente denunciano alcune parlamentari afgane. Occorre verificare il senso e l’efficacia degli aiuti italiani in Afganistan, all’interno del complessivo intervento internazionale. Anche in quel caso la DGCS ha un ruolo importante, in questa fase soprattutto tecnico. Va dunque fatta una valutazione “straordinaria”del programma-paese, orientandosi verso scelte di cooperazione civile, sempre attraverso il dialogo con gli attori locali e il confronto con gli interlocutori internazionali. Solo una cooperazione rafforzata e trasformata, soprattutto nelle aree di crisi, può fornire nuovi strumenti alla diplomazia e contribuire a identificare nuove strade per la pace. Se all’interno della classe politica italiana e dello stesso Ministero degli Esteri si acquisisse questa consapevolezza potremmo dire di avere fatto quasi metà del cammino per la riforma della cooperazione e potremmo presentarci con qualche “novità positiva” per nel contesto internazionale, facendo divenire la solidarietà internazionale una strategia d’azione multilaterale e non solo un obiettivo etico di una inascoltata avanguardia.

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 05/09/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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