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Post di ottobre

30/10/2006

L’autunno della Farnesina

Proprio mentre i giornali celebrano – forse con enfasi eccessiva - l’elezione dell’Italia ad un seggio non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le misure introdotte dalla legge Finanziaria minacciano di seppellire per sempre ogni prospettiva seria di rilancio della politica estera italiana; se è vero, come da sempre sostenuto dal Cosmopolita, che le posizioni internazionali si conquistano e si mantengono non tanto e non solo con le felici intuizioni politiche o le campagne all’ultima risorsa per l’acquisizione di seggi prestigiosi, ma con la quotidianità di una azione informata, competente e puntuale. Azione per la quale è imprescindibile disporre di strumenti adeguati. Impostazione peraltro condivisa e ben argomentata nel programma dell’Unione (Per il bene dell’Italia) nelle sezioni riguardanti più direttamente la politica estera (Per una politica estera europea, pagg. 89 / 94 - Noi e gli altri pagg. 95 / 110) ed in quelle che influenzano indirettamente le scelte internazionali (Una Pubblica Amministrazione di qualità – Le imprese italiane nel mondo - Il Mezzogiorno: una grande opportunità tra l’Europa ed il Mediterraneo – Gli italiani nel mondo – La ricchezza delle cultura). Programma la cui ispirazione non è purtroppo arrivata fino alla Finanziaria, che va in ben altra direzione, secondo l’esigenza di “riforme imposte dai risparmi“ piuttosto che l’auspicabile strategia di “risparmi (o maggiore efficienza) indotti da riforme ragionate. Né gli incontri del Ministro degli Esteri con le Organizzazioni Sindacali sembrano aver introdotto elementi di novità in questo desolante quadro autunnale. Alcuni elementi di fondo dovrebbero destare l’allarme di tutti coloro che sono interessati e coinvolti nell’azione internazionale dell’Italia. Nei primi mesi di attività il Ministro D’Alema ha giustamente attribuito priorità a questioni internazionali impellenti, rispetto a quelle meramente “amministrative”, secondo un approccio condiviso anche da quanti hanno dovuto frenare la propria (comprensibile) impazienza di fronte alle urgenti azioni da adottare per arrestare il declino subito dalla Farnesina nell’ultimo decennio. Alla vigilia della discussione parlamentare - e proprio per consentire al Ministro D’Alema ed alla sua squadra di svolgere al meglio la propria attività concentrandosi sulle questioni di prevalente pregnanza politica - non ci si può più permettere di eludere alcune questioni strutturali di assoluta priorità. Purtroppo il complesso problema della progressiva riduzione delle risorse a disposizione del settore pubblico viene affrontato secondo l’ottica del contenimento del danno piuttosto che con un’organica e motivata difesa di alcune ineludibili esigenze: ineludibili per il Paese, non solo per il personale della Farnesina. Perché l’impossibilità di svolgere un’adeguata promozione del nostro sistema produttivo e culturale, il progressivo deteriorarsi del patrimonio immobiliare all’estero ed altre analoghe “disfunzioni”, sono tutti elementi che colpiscono il sistema Paese, non soltanto il personale della Farnesina. Non si tratta peraltro di problemi che possano essere risolti con la semplice iniezione di maggiori risorse finanziarie; è invece un compito di proporzioni rilevanti, che richiede uno sforzo non comune di determinazione politica del Governo – su impulso del Ministro degli Esteri – nel ridisegnare un modello di analisi e gestione delle relazioni internazionali. In questa prospettiva sarebbe devastante una riforma (ma si rischia una controriforma di quella del 2000!) concepita sotto una spada di Damocle finanziaria, che ci dovremmo tenere nella sua frettolosa imperfezione anche quando venissero meno le ristrettezze finanziarie che l’hanno indotta. Un’ importante considerazione finale: l’analisi e la cura di una situazione di degrado comporta la valutazione ed la sanzione delle responsabilità, che al MAE vanno ripartite fra i precedenti titolari politici del dicastero, ben poco sensibili alle pur importanti tematiche dell’efficienza delle strutture amministrative, ed una classe dirigente per la quasi totalità avvezza a promuovere il proprio ruolo, mettendosi al servizio del potente di turno. Sono proprio i vertici alternatisi (?) alla Farnesina a portare infatti la maggior parte delle responsabilità citate, avendo mostrato evidenti lacune di capacità dirigenziali in due settori determinanti: la gestione delle risorse umane e quello delle risorse finanziarie. Viene così da auspicare che anche alla Farnesina si facciano avanti nuovi metodi per la selezione della classe dirigente, ad esempio introducendo meccanismi di trasparenza nelle scelte relative alle posizioni apicali disponibili e prevedendo audizioni parlamentari dei prescelti. Un simile approccio non potrebbe che favorire una migliore utilizzazione delle risorse umane del Ministero degli Esteri.

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Di Il Cosmopolita il 30/10/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

30/10/2006

I tagli alla Farnesina

Lo psicodramma che si sta vivendo nel bianco parallelepipedo d’oltre Tevere a causa dei tagli previsti dalla Finanziaria ha dei risvolti drammatici e, al tempo stesso, farseschi per quanti meglio conoscono le segrete cose della “Carriera”. In una casa nota, negli ultimi anni, per aver pilatescamente abbandonato – senza eccessive proteste – importanti competenze a beneficio di altri Dicasteri ed Organismi esterni, vi è infatti ora una vera e propria chiamata alle armi. Per la verità la Farnesina può contare su non pochi buoni argomenti per evidenziare come i tagli previsti (l’1% del valore complessivo della manovra) siano del tutto “anomali” (è il caso di riprendere la definizione dell’On. Ministro) rispetto alle legittime esigenze di contenimento della spesa pubblica. Occorre però avere il coraggio e, perché no, l’orgoglio di rivendicare la qualità delle prestazioni fornite all’utenza, non da un punto di vista puramente declamatorio quanto sotto il profilo dell’efficacia dell’azione e dell’efficienza dei servizi. E’ forse su questo punto che si possono registrare dei problemi: perché ancora molti nostri connazionali vedono negli uffici all’estero la meccanica trasposizione dei difetti della Pubblica Amministrazione (in un contesto di retribuzioni per gli addetti alquanto diverso); e perché molti, troppi dirigenti privilegiano le funzioni di eterea rappresentanza alle concrete attività di Ufficio. Vi è poi un altro aspetto non secondario di distorsione del sistema: la percentuale di servizio prestato all’estero è gradualmente diminuita rispetto ai periodi di presenza a Roma: con il risultato di avere ai vertici della Farnesina un crescente numero di funzionari che non conoscono, se non per sentito dire o per lontani ricordi, i reali problemi della conduzione degli Uffici all’estero. E così la (pretesa) capacità di districarsi tra i meandri della Pubblica Amministrazione romana fa premio sulle esperienze acquisite all’estero, a contatto con i veri “clienti” del Ministero: i nostri connazionali, gli imprenditori, gli esponenti del mondo della nostra cultura e della nostra arte; non dimenticando gli interlocutori stranieri, interessati a rafforzare e consolidare i rapporti con il nostro Paese. Questa situazione non spiega peraltro l’effetto - sorpresa che le misure della Finanziaria hanno provocato al MAE. Evidentemente quanti avrebbero dovuto mantenere adeguati contatti con gli ambienti del Ministero dell’Economia (e non solo) non sono riusciti ad ottenere informazioni adeguate; né, soprattutto, hanno svolto una campagna informativa “preventiva” mirata a spiegare i motivi che avrebbero dovuto portare all’esclusione della Farnesina dalla lista dei Dicasteri da “colpire”. Ora si tratta di affrontare un percorso in salita perché, parafrasando una recente dichiarazione del prof. Monti, occorrerà dimostrare che il MAE non fa parte di quel gruppo di “corporazioni e gruppi di pressione che si agitano per non partecipare al risanamento dei conti pubblici”. Le organizzazioni dei lavoratori della Farnesina – evitando, come sembrano piuttosto inclini certi sindacati autonomi, ricercare soluzioni per alleviare le ricadute negative scaricandole da una categoria all’altra - faranno quindi bene ad impegnarsi in una campagna per ricordare i servizi – e non sono pochi – che la rete diplomatico – consolare rende al sistema Paese e per stimolare il Governo ad una seria riflessione sui provvedimenti per il rilancio dello strumento naturale per la conduzione della nostra politica estera. Le ragioni di conflittualità non mancheranno del resto quando, in caso di sconfitta, bisognerà dissuadere i vertici dalla consueta “non scelta” (per non arrecare dispiacere a nessuno) di una riduzione lineare (eguale per tutti) di un facile congelamento dei posti ( e la funzionalità della rete ?), per privilegiare invece il coraggio delle scelte, naturalmente sulla base di parametri chiari, equi e trasparenti. E chi vorrà spiegare a quanti prestano servizio a Washignton che la riduzione dei loro emolumenti è superiore a quella operata a carico dei colleghi che lavorano a Dhaka?

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 30/10/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/10/2006

Il seggio al Consiglio di Sicurezza

Il voto che nei giorni scorsi ha assicurato all’Italia uno dei seggi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il biennio 2007/8 ha suscitato una assai condivisibile soddisfazione e costituisce senza dubbio un non secondario tassello per la crescente iniziativa diplomatica italiana e per l’impatto che tale presenza potrà avere nella difesa di soluzioni a noi meno sfavorevoli nella riforma della “membership” nel Consiglio stesso: insomma è una positiva tappa in una vicenda che viene da lontano e con la quale ci si misurerà ancora per un certo tempo. Tutto questo suggerisce l’utilità di riproporre sintetiche considerazioni, alcune – diciamo così – strutturali ed altre con cui ci si confronta in queste settimane alla Farnesina e, più in generale, nell’ambito del processo politico nazionale anche in relazione alla “finanziaria” 2007. I. L’affermazione italiana non va sopravvalutata, né sottovalutata, ad esempio enfatizzando un successo numerico dei consensi ottenuti dagli altri Stati membri: il voto avviene su base “regionale” e non universale e, dunque, posto che all’Europa spettano due seggi, uno questa volta è toccato a noi al termine di un processo di candidatura (e oggettiva alternanza) durato anni e seguito con capillare attenzione in tutti i Paesi in cui siamo rappresentati: altre volte (soprattutto quando ci siamo “inventati” candidature dell’ultimo momento) ci sono stati preferiti Paesi “minori” quali l’Irlanda o la Norvegia. II. Essere arrivati al voto parallelamente al ristabilimento di principi e valori “multilaterali” tradizionali dell’Italia post-bellica ed aggiornati alla luce dell’attacco che questi riferimenti hanno subito nella fase più aggressiva dell’unilateralismo (e dei vari bilateralismi) costituisce un valore aggiunto prezioso e, speriamo, non contingente. III. Purtroppo né l’ONU, né il Consiglio di Sicurezza costituiscono l’”ombelico del mondo”, né – tanto meno – l’embrione di un vagheggiato e vagheggiabile Governo mondiale: troppo forte e probabilmente strutturale è la crisi del sistema delle Istituzioni internazionali e, tuttavia, in rimarchevole parallelismo con l’evidente crisi delle forme di democrazia interne agli Stati nazionali, il “sistema” multilaterale non presenta alternative e, dunque, lavorarvi all’interno e preservarlo - possibilmente rilanciandolo - è indispensabile. IV. Come scriveva oltre un cinquantennio or sono uno dei “maestri” della diplomazia internazionale, Sir Harold Nicolson, “lo scopo della politica estera italiana è l’acquisizione sul terreno diplomatico di un’importanza maggiore di quella che possa esserle assicurata dalla sua potenza reale”. Detto in termini di oggi, l’Italia si aspetta dai “formati” (e dall’appartenervi ad ogni costo, tipo G8) più che dal proprio “peso specifico”, peraltro di volta in volta sopravvalutato o sottovalutato, raramente percepito per quello che esso è. Di qui, anche nelle fasi di “risveglio” della politica estera una sempiterna ipoteca al pieno sviluppo della nostra integrazione internazionale. V. Sempre Nicolson sottolinea al riguardo come la diplomazia italiana “pur non mancando di genialità, non rappresenta forse un bell’esempio dell’arte del negoziato… assomma da un lato le ambizioni e le pretese di una grande potenza e dall’altro i metodi di una piccola potenza. Così la sua politica non è solo volubile, ma anche transitoria”. Ma egli stesso si augura che, divenuta una “grande potenza”, acquisti una “diplomazia più stabile e dignitosa”. Il che è esattamente il problema all’ordine del giorno. VI. La costruzione, durata come si diceva diversi anni, dell’attuale successo (come pure del consenso intorno a soluzioni a noi non irreversibilmente sfavorevoli nel processo di riforma del Consiglio) ha avuto un pilastro – soprattutto per quanto attiene i medii e piccoli Paesi – nell’azione svolta dalle Ambasciate che ne hanno fatto la propria (talora unica… in assenza di una capillarità della politica internazionale dell’Italia) priorità d’azione. L’aneddotica è ampia come quella del Primo Ministro di uno Stato insulare del Pacifico (uno di quelli per intenderci destinati alla sparizione per il mutamento climatico e l’inalzamento degli oceani) che all’ambasciatore italiano consegnava come regalo/ricompensa per un viaggio fortunoso su aerei ad elica con canotto tra i sedili “ciò per cui sei venuto”, ovvero la lettera ufficiale di impegno al voto a nostro favore alle Nazioni Unite. VII. Fuori dall’aneddoto è evidente che portare avanti indefinitamente iniziative di questo tipo senza “paracadute” (e senza i petrodollari di Chavez) va perfino oltre le antiche critiche di Sir Nicolson e sconfina nel folklore italiano. Purtroppo non sembra – neppure oggi – essere emersa la consapevolezza politica e governativa che – in politica estera ancora più che in quella interna – non si possono fare “le nozze con i fichi secchi”: gli annunciati “tagli” colpiscono definitivamente tutta l’Amministrazione degli Esteri già colpevolmente e troppo a lungo gestita con un terzo di risorse rispetto alla media di tutti i Paesi europei. La riduzione della rete diplomatica a puri uffici di rappresentanza appare dunque l’esito finale di un atteggiamento da “miseria e nobiltà” per cui i denari per le mega (ed inutili) kermesse si trovano sempre e mai quelle di cui abbisogna un Paese “normale”: tutti i giorni. VIII. Dubbi suscita anche come ci si appresta a gestire la vittoria al Palazzo di Vetro: parrebbe che lo staff diplomatico della Rappresentanza italiana abbia raggiunto il record di ben venticinque funzionari. Un plotone - questo sì - non solo antieconomico ma anche adatto a produrre ovvie diseconomie di scala (per dirla elegantemente). Insomma, passata l’euforia una riflessione si impone sul senso di un biennio di maggior ruolo ma anche di maggiore consapevolezza. IX. Infine i nodi del nesso tra politica interna e politica estera, quello dei processi formativi delle opzioni e delle scelte, del rapporto tra integrazione e sovranità (meglio: tra “provincia” e mondo), tra “militarizzazione” e “diplomatizzazione” delle relazioni internazionali. E dietro tutto ciò la confusione – tutta italiana – tra mezzi e fini, come pure una “bipartisanship” che connota come “interessi nazionali” quelli di una bottega politica sempre più indistinta e sempre meno attenta quello che – appunto – giustamente divide. Tutti fattori di una confusione che ipoteca, e pesantemente, il presente successo.

ARCHIVIATO IN Governo mondiale

Di Il Cosmopolita il 23/10/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/10/2006

Un osservatorio sull’Afghanistan

Dopo l'ennesimo attentato avvenuto nei giorni scorsi nei pressi di Kabul, che ha comportato l'uccisione di un nostro militare ed il ferimento di altri cinque, e a oltre due mesi dal dibattito in Parlamento sul rifinanziamento delle missioni internazionali e di fronte alla significativa escalation dei talebani in Afghanistan, alcuni parlamentari appartenenti a diverse forze politiche dell'Unione (Iovene, Martone, Ferrante, Menapace, Pisa, De Petris, Mele e Palermi) hanno ritenuto opportuno chiedere, con una lettera inviata al Presidente del Senato Marini, un'analisi politica in Parlamento, delle politiche militari che ci vedono impegnati in quel territorio e sollecitare l'istituzione di quell'Osservatorio parlamentare sulle nostre missioni all'estero contenuto prevista dall'ordine del giorno approvato in quell'occasione. Siamo ormai in Afghanistan da cinque anni. Di fronte al ritorno ed alla crescente offensiva dei talebani, al fallimento dell'opzione militare, la comunità internazionale è chiamata ridefinire l’intero approccio verso la questione afghana. La fame e la povertà stanno alimentando la rabbia tra la popolazione e, nonostante i numerosi appelli ad aumentare gli aiuti umanitari sino ad ora la maggior parte dei fondi si concentra verso operazioni militari e di sicurezza. La spesa militare, infatti, ha superato del 900 per cento quella per lo sviluppo e la ricostruzione: dal 2002 sono stati spesi 82,5 miliardi di dollari per le operazioni militari in Afghanistan, rispetto ad appena 7,3 miliardi di dollari per lo sviluppo e la costruzione delle istituzioni democratiche. In questa fase è necessario che gli aiuti per contrastare l’emergenza povertà diventino la priorità assoluta, e solo così potremo parlare con efficacia di nation-building e di ricostruzione. Quotidianamente a Kandahar, a Kabul e ad Herat la popolazione scende in piazza per manifestare il proprio disagio, senza alcun controllo delle autorità locali e della stessa Forza militare internazionale della Nato. Un malessere dovuto all'illusione disattesa di trovare nell’era post talebana condizioni di vita migliori e garanzia di rispetto dei diritti. Contemporaneamente si è affermata una rinnovata egemonia nel paese di quelli che vengono definiti 'Signori della guerra'. L'intensificazione delle azioni suicide, gli attentati con ordigni improvvisati, il ricorso sempre più sistematico ai sequestri e aree sempre più vaste fuori dal controllo delle forze internazionali e delle autorità afgane, come ad esempio l'intero confine con il Pakistan, indicano chiaramente una sorta di 'irachizzazione' dell'Afghanistan. I rapporti di intelligence di questi giorni ci indicano che esiste una vera e propria intensificazione dell'attività terroristica nei confronti di personale ed interessi della Coalizione Internazionale e di ISAF, con una conseguente maggiore esposizione anche del nostro contingente lì impegnato. A questo si aggiunga che la totale instabilità del Paese può portare alla nascita di nuove formazioni terroristiche, create dalla saldatura tra gli estremisti presenti in Afghanistan e terroristi provenienti da altri paesi, che si costituiscono e si autofinanziano con la droga e altri traffici illeciti. Il sacrificio dei nostri militari a Kabul, la drammatica situazione della popolazione, la progressiva insorgenza di fazioni simpatizzanti con il vecchio regime talebano e la mutata situazione dell’intervento militare in Afghanistan rendono quanto mai opportuno, quindi, istituire in Parlamento quell'Osservatorio permanente per il monitoraggio di tutti gli impegni militari dell'Italia sul piano internazionale, incluso quello in Afghanistan, a cui si è fatto riferimento nelle scorse settimane. Istituzione contenuta nel dispositivo approvato nella seduta del Senato del 27 luglio scorso nel quale si impegna il Governo 'a mantenere uno stretto rapporto con il Parlamento, anche attraverso i nuovi strumenti di verifica di cui lo stesso può decidere di dotarsi in relazione alle missioni di pace internazionali, per consentirgli di esplicare con piena consapevolezza e responsabilità il suo compito di legislazione organica, di indirizzo e di controllo'. Un Osservatorio parlamentare per il monitoraggio permanente delle missioni internazionali di pace in cui l'Italia è impegnata che consentirà al Parlamento, attraverso missioni in loco e avvalendosi del contributo di personalità della società civile e di operatori umanitari impegnati nelle aree interessate, di verificare in maniera costante e puntuale il perseguimento degli obiettivi definiti dal Parlamento e dal Governo. Un Osservatorio, quindi, che verifichi, in stretto rapporto con le realtà della società civile operanti in quell'area, se la presenza dell'Italia e le sue attività siano coerenti con gli obiettivi fissati dal Governo, con la normalizzazione e pacificazione del Paese, in conformità con quanto è stato deciso dal Parlamento. *Senatore L'Ulivo

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 23/10/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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