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Post di novembre

30/11/2006

A proposito del Vertice sino-africano di Pechino

Tre settimane sono ormai trascorse dal Vertice sino-africano tenutosi a Pechino il 4 e 5 novembre (con una parallela Conferenza tra operatori economici cinesi e del continente africano) e questo lasso di tempo permette di contestualizzare l’evento – largamente ignorato dai media occidentali sempre occupati nella “caccia grossa” ai quotidiani fatti medio-orientali – nel più ampio respiro del definitivo, ma sempre crescente, “salto di qualità” della presenza internazionale della Cina. Ecco perché ci piace introdurre alcune sintetiche riflessioni con la celebre – e ovviamente profetica – frase pronunciata ormai due secoli or sono da Napoleone piuttosto che con lo stantio richiamo a processi e attori della globalizzazione o, peggio, sull’irreversibile emergenza del colosso asiatico e delle sue performances economiche. Certamente i dati che sottostanno all’avvenimento sono già di per sé significativi: 40 miliardi di dollari di interscambio, ovvero il quadruplo che nel 2000 e soprattutto la proiezione ad un centinaio di miliardi in poco più di un quinquennio impressionano tanto più se collocati in un quadro di relazioni economiche che vede ormai l’Asia (e al primo posto la Cina) su di un piano di parità con i tradizionali mercati di sbocco dell’export africano, ovvero Europa e Stati Uniti. I flussi di scambio non esauriscono certo neppure il solo orizzonte economico quando si consideri che l’”Anno dell’Africa” contempla impegni infrastrutturali cinesi per una decina di miliardi di dollari: detto in altri termini, mentre nell’ottica occidentale (passati i decenni di varie rivalità tra vecchi e nuovi “colonizzatori”) si consolida una logica dell’abbandono, la Cina aggiorna e sviluppa un’azione in atto ormai da un cinquantennio. Porti e raffinerie in Sudan, così in Nigeria più energia ed ammodernamento ferroviario, ecc. ecc., in una simbiosi tra cooperazione, investimento ed ampliamento strutturale dei mercati. E, sia detto per inciso, il raffronto con la cooperazione occidentale (per non parlare di quella agonizzante e abbastanza “arlecchinesca” italiana) fa spavento in termini di lungimiranza e produttività a medio-lungo termine. Senza naturalmente contare il dubbio impatto dei “linkages” occidentali di carattere politico, inclusi quelli in principio lodevoli in termini di diritti umani e di “governance”. Si è detto “cinquantennio” di relazioni, ovvero di quelle partite all’indomani di quella Conferenza di Bandung i cui seguiti – benchè incapsulati in un terzomondismo comunque subalterno e di fatto oscurato dalla fase terminale del confronto Est-Ovest e da quello energetico – sono da tempo riemersi molto al di là della pur valida cooperazione Sud-Sud. Così la costanza cinese si presenta a riscuotere il premio, in Africa ma anche in America Latina. Certo non si tratta più come negli anni ’60 e i primi ’70 del secolo scorso delle “campagne che accerchiano le città”, né di “medici a piedi scalzi” ma di una continuità di presenza che dovrebbe far spavento al miope congiunturalismo dispiegato dall’Occidente: a giudizio della stessa Banca Mondiale la Cina ha appunto superato il ruolo dei Paesi OCSE in ciò che più conta nei processi di sviluppo, ovvero il supporto infrastrutturale (come pure forniture di beni, anche a dono, a grande impatto sociale). A fronte di ciò, e a saldo di un quarantennio di politiche di cooperazione, restano fenomeni assistenziali tanto basici quanto precari come il Programma alimentare mondiale e “satrapie” come la romana FAO e le sue giaculatorie sulla riduzione delle morti per fame. Il “pacchetto” presentato da Hu Jintao anche attraverso il “Libro bianco” reso noto nel gennaio scorso e che va dal raddoppio dell’aiuto fino alla creazione di un Fondo di sviluppo Cina-Africa, alla liberalizzazione daziaria per merci africane e alla creazione di “zono di cooperazione commerciale ed economica” conferma un respiro strategico che non può essere ascritto al solo orizzonte economico e all’assicurarsi mercati di approvvigionamento e sbocco. E tutto ciò porta ad un paio di considerazioni di più ampia portata a partire dal raffronto con la miopia con cui il primo grande colosso asiatico, ovvero il Giappone, optò per la primazia sul mercato globale (ovviamente sempre mutevole) rinunciando di fatto sia al contesto regionale sia ai collegamenti strategici non basati sul solo orizzonte economico: ironicamente l’unica spiegazione plausibile e che Tokio pensasse di poter diventare il Paese leader dell’Occidente! Inoltre altre questioni si pongono (anche grazie – o a causa - della Cina) sull’approccio “militarista” nelle relazioni internazionali prevalente in Occidente nella fase che sta verosimilmente per affievolirsi: esso infatti non soltanto appare marcato da un congiunturalismo senza grandi speranze ma risulta aver aperto problemi più di quanti non ne abbia risolto. Viceversa l’articolazione geostrategica e la continuità anche nei confronti degli “attori minori” dispiegata dalla leadership cinese potrebbe suggerire una utile riflessione, perlomeno per coloro che non si accontentino di guardare l’albero invece della foresta, o – peggio – “il dito, invece della luna”. Ragionamenti – questi - da proseguire.

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Di Il Cosmopolita il 30/11/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

16/11/2006

Un tavolo di concertazione per il rilancio della Farnesina

Nel corso della nostra Conferenza Stampa /dibattito dell’ 8 novembre abbiamo chiesto che il Ministro degli Affari Esteri e Vice Presidente del Consiglio Massimo D’Alema costituisca urgentemente un gruppo di analisi ed apra un tavolo di concertazione sul rilancio della Farnesina. Le dichiarazioni da lui rilasciate alla Repubblica del 13 novembre evidenziano alcuni aspetti della nostra realtà sui quali siamo impegnati da anni ad attirare l’attenzione delle forze politiche e dell’opinione pubblica e ci offrono l’occasione per reiterare la richiesta. Oltre all’esiguità del bilancio del MAE (D’Alema ricorda di disporre di appena 1/3 delle risorse finanziarie del suo omologo francese) si fa cenno all’enorme ritardo delle nostre strutture consolari in Cina (appena 64.000 visti all’anno a fronte dei 180.000 dei tedeschi ed ai 150.000 dei francesi) ed alla presenza di appena un migliaio di studenti universitari cinesi in Italia contro gli oltre 70.000 in Inghilterra, i 40.000 in Germania ed in Francia. La situazione degli Uffici visti in gran parte della nostra rete all’estero costituisce da tempo una vera e propria emergenza. Le procedure comuni del sistema Schengen diventano sempre più complesse e onerose e rendono ogni giorno più difficile il funzionamento di Uffici con un organico totalmente insufficiente per far fronte, non solo alle nuove procedure ma ad una domanda di visti per turismo ed affari fisiologicamente elevata ed in vertiginosa crescita. I numeri parlano da soli: più di 160.000 i visti rilasciati a Mosca nel 2004 ed il Consolato Generale d’Italia a Shangai ha visto quasi raddoppiato il volume dei visti rilasciati (circa 32.000) con una previsione, nel giro di tre anni, di avere 100.000 richiedenti. Per fare fronte ad una “emergenza”- in realtà ben prevedibile e calcolabile – si è cercato finora di sfruttare il più possibile il personale che ha la “sfortuna” di prestare servizio in certe sedi e di fare ricorso all’outsorcing, cominciando dai contrattisti “prestati” dall’ENIT fino ad arrivare alle società private. Tale personale, che non si capisce bene con quale criterio e quale preparazione professionale venga reclutato, non ha i requisiti di legge per accedere alla documentazione ed alle aree riservate, né può in alcun modo sostituire il personale dello Stato al quale unicamente spetta il processo decisionale che porta all’emissione o al rifiuto dei visti. I rischi di una tale operazione sono evidenti e contagiosi. Si assiste infatti anche per altre materie consolari a pericolose forzature di “privatizzazione” del servizio pubblico attraverso convenzioni con i Patronati per l’erogazione di servizi di assistenza e informazione per pratiche di cittadinanza, passaporto, iscrizione AIRE ecc. Si tratta di soluzioni che, oltre a non essere frutto di una scelta strategica ragionata e ad aver stravolto il ruolo di Uffici creati con una vocazione eminentemente commerciale, risultano assolutamente inadeguate a risolvere le criticità di settore e possono dare adito a situazioni di illegalità che potrebbero ritorcersi proprio contro il personale direttivo del MAE. I media parlano continuamente di nuovi sbarchi a Lampedusa ma tacciono sul fatto che l’immigrazione clandestina è dovuta nel 90% dei casi al rilascio inadeguato dei visti ed al permanere in Italia di soggetti che hanno il visto turistico scaduto. Altro che barconi e scafisti. E’ sicuramente giunto il momento di dotarsi di strumenti e risorse adeguate per il funzionamento degli Uffici della rete diplomatico-consolare e ciò vuol dire non solo rispettare gli impegni presi a livello europeo garantendo la sicurezza degli ingressi di stranieri nell’area Schengen, ma anche dotarsi di un strumento efficace di politica estera che ha importanti ricadute commerciali, culturali, ed economiche.

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Di Il Cosmopolita il 16/11/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

16/11/2006

I numeri della fame

Il dibattito sulla globalizzazione è ad un punto morto. La politica internazionale, tra irrigidimenti ideologici e salvaguardia di molteplici interessi particolari, non sembra in grado di dare risposte adeguate o di poter pervenire ad un consenso sul cosiddetto “sviluppo sostenibile”. La discussione sulla riforma delle Nazioni Unite appare lontana anni luce dalle “riforme della vita reale” che miliardi di individui, in tutto il mondo, stanno aspettando mentre alcuni Stati cercano ostinatamente di eliminare ogni riferimento al Protocollo di Kyoto, al Tribunale penale internazionale, agli Obiettivi del Millennio, al disarmo, al deprezzamento dei farmaci antiretrovirali per l'Aids ed allo stanziamento dello 0,7% del PIL dei paesi ricchi per lo sviluppo ed al disarmo. A dieci anni dal vertice mondiale dell'alimentazione di Roma, nel quale 185 capi di stato e di governo firmarono una Dichiarazione contenente l'ambizioso obiettivo di riuscire a dimezzare il numero di affamati nel mondo entro il 2015 e portarlo a 412 milioni, il numero degli affamati è ulteriormente aumentato. Lo ha sottolineato proprio in questi giorni Jaques Diouf, direttore generale della Fao, alla presentazione del “Rapporto 2006 sullo Stato di insicurezza alimentare nel mondo” secondo il quale ci sono oggi oltre 854 milioni di persone che soffrono gravemente la fame. Tra il 1981 ed il 2001 la popolazione mondiale che vive con meno di 2 dollari al giorno è passata da 2.450 a 2.735 milioni di persone, oltre il 40% delle quali vive con meno di 1 dollaro al giorno (dati della Banca Mondiale). In base ad un recente Rapporto dell’OIL é chiaro inoltre che le attuali “politiche di contrasto alla povertà, intese ad accrescere la sicurezza delle persone e a rendere il mondo un luogo più sicuro, prospero e giusto”non stanno producendo i risultati sperati. Tale organismo segnala infatti che, a fronte di una crescita media del 4,7 % dell’economia mondiale, solo 14,5 milioni di persone sono riuscite, nel corso del 2005, a superare almeno la soglia di reddito di un dollaro al giorno. Si tratta delle solite statistiche sui poveri della terra che ci si ritrova puntualmente a sfogliare, distratti e spesso addirittura infastiditi perché – ha detto ironicamente qualcuno - come accade con le tecniche occulte di divinazione, il metodo statistico ha un gergo deliberatamente inventato per renderne oscuri i relativi metodi, che restano incomprensibili per i non addetti ai lavori. Se è lecito anche se non “politicamente corretto” indugiare su qualche nota umoristica, anche quando l’argomento riguarda tragedie immani, potremmo citare un’altra battuta che definisce la statistica come un bikini: ciò che rivela è suggestivo, ma ciò che nasconde è vitale. La concentrazione mondiale della ricchezza continua a crescere vertiginosamente ed il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così profondo. Sempre in base ai dati della Banca Mondiale, il PIL dei paesi appartenenti al G7 è passato dal 59% del totale mondiale del 1970, al 65 % del 2004. Se volessimo leggere in un altro modo queste cifre potremmo semplicemente osservare che: mentre nel 1970 la differenza di reddito pro-capite tra il paese più ricco (gli USA) ed il paese più povero (il Bangladesh) era di 88 volte, nel 2004 la differenza tra il Lussemburgo (reddito medio pro capite 62.988 dollari all’anno) e la Sierra Leone (548 dollari) è diventata di ben 114 volte. E ancora: vent’anni fa il reddito medio pro capite dei paesi dell’Africa sub-sahariana rappresentava il 3,1 % di quello dei paesi del G7, oggi non arriva neanche al 2%. Nel frattempo il patrimonio dei dieci magnati più ricchi della terra – Bill Gates in testa – secondo la classifica della rivista “Fortune”, ha raggiunto un livello equivalente al PIL complessivo dei 48 paesi più poveri del pianeta, dove soprav-vivono oltre 600 milioni di individui. Visto da un’altra angolazione: i 254.000 milioni di dollari che possiedono i dieci ricconi del mondo sono esattamente la stessa cifra di cui dispongono, in aree meno fortunate, oltre un miliardo e cento milioni di individui. Le statistiche ci dicono che l’unica eccezione alla paurosa tendenza all’impoverimento é rappresentata dalla Cina che, grazie alla spettacolare crescita economica degli ultimi vent’anni, ha potuto ridurre il numero dei propri poveri estremi da 860 a 600 milioni. Anche qui tuttavia il “bikini” finisce per nascondere l’essenziale: la crescita delle disuguaglianze in Cina non è affatto in diminuzione ma in preoccupante quanto irresistibile aumento, se è vero come è vero che: le vendite di diamanti fatturano oltre di 17.000 milioni di dollari all’anno; la crescita delle vendite di auto di lusso ha già raggiunto e superato il livello di quello tedesco, terzo fabbricante mondiale di automobili; in diverse città del gigante asiatico si stanno creando dei corpi di polizia riservati esclusivamente alla sicurezza degli uomini d’affari, molti dei quali sicuramente stranieri che lavorano per le multinazionali che ottengono incommensurabili benefici dalla de-localizzazione della produzione (è stato calcolato che di una bambola Barbie che si vende a 20 dollari sul mercato internazionale solo 35 centesimi rimangono in Cina) Che dire allora dei paesi meno fortunati (soprattutto nel continente africano) dove milioni di persone hanno come unica prospettiva quella di una emigrazione selvaggia verso i paesi ricchi,una fuga biblica, sempre più massiccia e disperata, per tentare di raccogliere qualche briciola di globalizzazione? Il pianeta terra è orribilmente diviso tra un inferno sempre più grande ed un paradiso sempre più piccolo: su circa 115 milioni di chilometri vivono circa 6 miliardi e mezzo di individui, dei quali oltre il 60 % in situazione di grave povertà o indigenza assoluta. Dal un punto di vista territoriale questo inferno è ancora più evidente:rappresenta oltre il 75% del territorio mondiale. Nel frattempo, molti mezzi di informazione dedicano titoli, dibattiti, rubriche, talk-show (con tanto di liti in diretta e possibili seguiti giudiziari) alla legittimità del velo per le donne musulmane. Viene da chiedersi: qual’è il pericolo più imminente, lo “scontro di civiltà” o lo scontro tra l’inferno ed il paradiso ?

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Di Il Cosmopolita il 16/11/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

08/11/2006

Dopo sei mesi di nuovo governo a che punto è la crisi del ministero degli Esteri?

La Finanziaria assorbe l’attenzione dell’opinione pubblica e del personale del Ministero non per quanto dichiara, la crescita, ma per quanto minaccia, i tagli al bilancio dei Ministeri e della Farnesina in particolare. La FP CGIL Esteri insieme alla CISL e UIL aveva anticipato questa reazione proclamando lo stato di agitazione tempo fa, appena si ebbe notizia di alcuni provvedimenti. Quello che la FP CGIL Esteri vuole – e non da oggi, ma con una azione che si dipana nel tempo e risale dalla sua stessa fondazione alla fine degli anni ’70, marcata da una serie di iniziative anche pubbliche e dalla realizzazione della prima rivista informatica del settore www.ilcosmopolita.it – è un Ministero che risponda alle esigenze della politica di proiezione internazionale del Paese, della sua economia, dei principi ispiratori della Costituzione, della sicurezza nazionale. La nostra posizione non è quindi corporativa né tende a difendere privilegi che sarebbero indifendibili in epoca di finanza stretta, ma chiede risorse adeguate agli interessi nazionali, spese meglio ed in maniera più razionale. Vorremmo poter consolidare il nuovo in politica estera che il Ministro D’Alema ed il Governo Prodi nel suo insieme hanno introdotto: l’accento sul multilateralismo, il richiamo alla centralità dell’Unione europea, l’attenzione al Mediterraneo. A poco servono le posizioni di principio del Governo se la macchina amministrativa non segue. Peggio, se è continuamente impoverita di mezzi e risorse, arranca e stramazza. L’immagine non è troppo forte. Rende bene l’idea che siamo confrontati ad esigenze di proiezione internazionale pressanti per l’interesse nazionale, ad concorrenza internazionale molto serrata su tutti gli scenari, mentre l’attesa di molti paesi nei nostri confronti si fa più alta. Siamo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, abbiamo rilanciato l’azione diplomatica per la soluzione del conflitto in Libano con una forza di interposizione in cui sono presenti le nostre truppe. Tanto per citare due casi. I tagli della Finanziaria intervengono su un corpo già ammalato e colpiscono le zone che maggiormente qualificano l’attività del Ministero: le spese di funzionamento sono state nel corso degli ultimi due anni pesantemente decurtate mettendo in forse il funzionamento stesso della struttura. D’altra parte il previsto taglio all’indennità di servizio all’estero (ISE), mai adeguate al costo della vita dal 1992, equivale – è opportuno chiarirlo! – a tagliare surrettiziamente la rete diplomatica e consolare, con provvedimenti che è legittimo prevedere non sufficientemente ragionati, spinti come sono dalla spada di Damocle del risparmio, che rischiano di diventare permanenti. L’ISE non significa “retribuzioni d’oro” per pochi eletti: è l’indennità che consente al personale del Ministero, nonché ai funzionari di altre Amministrazioni che sono inseriti nella rete, di vivere decorosamente all’estero sopportando i rischi, i disagi e le spese che questo comporta. L’esigenza del decoro per pubblici funzionari che rappresentano l’Italia è una esigenza del Paese nel suo complesso e non la smania di apparire di pochi. Una scheda illustrativa è a disposizione di chi voglia approfondire. L’ISE così com’è si presta a troppi malintesi: è ora di maggiore trasparenza, facilmente ottenibile attraverso una segmentazione che separi gli aspetti che compensano i disagi imposti a funzionari e famiglie da una vita randagia, da quelli di semplice rimborso delle maggiori spese cui essi vanno incontro nelle trasferte. La FP CGIL è come sempre portatrice di interessi generali che vanno anche aldilà delle rivendicazioni di categoria. Siamo consapevoli – e siamo sempre stati in prima linea a denunciarlo - che non tutte le risorse a nostra disposizione sono ben spese. Come siamo consapevoli che la rete estera va aggiornata alle nuove relazioni internazionali. Un esempio per tutti: da una parte la pletora di consolati in Europa dove le distanze sono ormai minime, dall’altra un pugno di impiegati che a Mosca e Pechino rilasciano decine di migliaia di visti all’anno. L’importanza delle Ambasciate, che si misura in termini di personale ad esse assegnato, sembra tarata sui parametri del Congresso di Vienna, non delle esigenze in continua evoluzione del mondo globalizzato. Il travaso di persone e mezzi da una sede all’altra secondo le nuove esigenze: ecco la vera ristrutturazione della rete e non la chiusura qui per non rafforzare là. Altri esempi di risparmio possiamo fare, e in certi casi si tratta di ripristinare semplicemente la buona amministrazione. Siamo certi che la Farnesina debba finanziare in Italia ed all’estero pubblicazioni ed agenzie di informazione di dubbia utilità che spesso scadono dalla notizia al pettegolezzo? Siamo certi che l’acquisto dell’edificio per il Consolato a Buenos Aires (costato circa 4 milioni di Euro) sia stato un buon investimento? E le spese della Cooperazione che pure rientrano in un altro ambito del bilancio sono state in passato tutte limpide? Gli esempi si possono moltiplicare. Quello che sorprende è che la dirigenza politica, salvo il tardivo intervento del Ministro D’Alema che speriamo sia il preludio di una reale azione politica riformista, e l’alta dirigenza amministrativa (sostanzialmente la stessa del quinquennio Berlusconi) non sembrano accorgersi della gravità della situazione. Le novità che la CGIL chiede sono: • in materia di bilancio – rilanciare la Farnesina come strumento principe della politica estera attribuendole le risorse necessarie, marcando così una decisiva inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni; • nella gestione amministrativa della Farnesina - rendere questa Amministrazione più moderna ed efficiente con una lotta agli sprechi e una migliore allocazione delle risorse, delineando una svolta autentica rispetto alle pratiche del passato; • nella gestione delle risorse umane - valorizzare tutte le professionalità presenti e avviare una perequazioni retributiva tenuto conto dei trattamenti economici diversissimi (derivanti da regimi legislativi altrettanto variegati), aumentando coesione e produttività. Per raggiungere tali scopi proponiamo l’apertura di un tavolo di confronto con il Ministro D’Alema che in tempi brevi e definiti elabori un progetto riformatore per la cui realizzazione dovranno essere ottenute le risorse aggiuntive necessarie.

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Di Il Cosmopolita il 08/11/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

08/11/2006

Rete diplomatico-consolare: tagli o riorganizzazione ?

Nel corso della conferenza dello scorso marzo avevamo segnalato la necessità di una strategia di largo respiro per la revisione della nostra rete estera partendo dall’individuazione di quali e quanti servizi si debbano erogare e con quale organizzazione in modo da poter stabilire con sufficiente precisione le risorse finanziarie ed umane necessarie. Ci troviamo invece ancora una volta a discutere di tagli e di come ridurne al minimo l’impatto su una struttura già depauperata ed asfittica. La Farnesina è ormai disperatamente alla ricerca di alchimie contabili che consentano di poter continuare a svolgere funzioni istituzionali sempre più complesse e delicate. I tagli previsti in finanziaria, ove non si riesca ad evitarli, avranno una ricaduta drammatica sulla rete. Sono infatti previsti ulteriori riduzioni delle spese di funzionamento (cosa possiamo ridurre se già lo scorso inverno alcune sedi sono state costrette a spegnere il riscaldamento ed altre a non potersi più servire dei telefoni?) e delle indennità percepite dal personale in servizio all’estero (il cui ammontare risulta difficilmente comprimibile non avendo subito alcun incremento negli ultimi 15 anni). Tutto ciò si tradurrà dunque, con ogni probabilità, in un drastico ridimensionamento o “congelamento” dei posti (se siamo di meno all’estero si spende di meno) camuffato più o meno enfaticamente come “riorganizzazione della rete”. Parallelamente, per consentire alla rete di “sopravvivere”, si punterà sull’utilizzo di personale a basso costo (contrattisti a tempo determinato, personale precario o interinale). Le già esigue risorse del MAE, pari allo 0,27 % del Bilancio dello Stato, nettamente inferiori a quelle di cui dispongono i Ministeri degli Esteri dei principali paesi industrializzati, sono state negli ultimi anni inesorabilmente ridotte. Nessuno sembra cosciente, per contro, dell’improcrastinabile necessità di un progetto, di una strategia ragionata. Gli interventi sono sempre congiunturali, “tattici” e prescindono da una qualsiasi ponderazione della spesa, da precise analisi costi-benefici e, addirittura, dalla puntuale ricognizione quantitativa e qualitativa dei servizi erogati o da erogare. In sostanza si continua con una logica inerziale che non riesce neanche ad individuare quali servizi si debbano erogare e con quale organizzazione, prima di stabilire con quali mezzi finanziari e quali risorse umane. Salvo qualche timido ritocco cosmetico e qualche inevitabile adattamento ai mutamenti geopolitici, la nostra rete all’estero è rimasta sostanzialmente inalterata nell’ultimo mezzo secolo. E puntualmente qualsiasi riflessione seria sull’argomento si è arenata in paludi ragionieristiche, che finiscono per banalizzare qualsiasi analisi puntuale delle situazioni ingabbiandole in un abusato quanto fuorviante mito del “risparmio”. Determinati servizi ed attività istituzionali vanno ponderati in base all’effettiva utilità per il paese, possiamo e dobbiamo discutere se è utile ed opportuna la nostra presenza diplomatica, consolare, strategica, commerciale, culturale in determinate aree ma - una volta risolta affermativamente la questione - non si può pretendere di risparmiare non accendendo l’aria condizionata o distribuendo “a pioggia” finanziamenti per le attività di istituto talmente irrisori da diventare ridicoli e quindi di fatto “sprecati”. Appare parimenti inaccettabile la tentazione, che sembra avere più di un simpatizzante al MAE, di istituzionalizzare il ricorso al lavoro precario perpetuando scelte che soprattutto nell’ambito della Pubblica Amministrazione, hanno portato, in un Paese già complicato di suo, solo conflitti, confusione ed ulteriori perdite di produttività. Le ristrettezze di bilancio non possono del resto costituire un alibi per appaltare a privati precise funzioni istituzionali finendo di fatto per snaturare lo stesso ruolo del personale appositamente formato per svolgere tali funzioni. Né si può pensare che le spese della rete siano comprimibili all’infinito: certo forse possiamo risparmiare optando per i viaggi in nave e in treno invece che in aereo per i trasferimenti e le missioni del nostro personale! Non occorre certo dilungarsi molto per evidenziare ancora una volta come, negli ultimi anni, sia radicalmente cambiata la gamma di interventi cui è chiamato il Ministero degli Esteri, in dipendenza della globalizzazione, del superamento dell’ordine mondiale post-bellico, della nascita di nuovi stati, dell’allargamento dell’Unione Europea e degli altri processi di integrazione regionale. Eppure nulla si è mosso per l’adeguamento della nostra rete diplomatico-consolare e per far fronte alle fortemente accresciute esigenze operative, né sul piano quantitativo né su quello qualitativo. Il recente risultato in termini di partecipazione del voto degli italiani all’estero ha inoltre riportato prepotentemente alla ribalta la necessità di una struttura volta non solo al perseguimento degli obiettivi di politica estera e di sostegno alle imprese ma anche all’organizzazione di un’efficiente rete di servizi alle nostre collettività all’estero. Dal nuovo Governo ci si aspettava un segnale di sensibilità nei confronti di una struttura che continua a dimostrare nonostante tutto – e le recenti vicende della nostra politica estera ( vedi ad esempio il seggio all’ONU) ne sono in qualche modo la migliore riprova – grande professionalità ed affidabilità. Prima di “tagliare” con la scure è indispensabile avviare finalmente un processo di revisione complessiva della rete ponderato in una prima fase sugli attuali vincoli finanziari e dunque realizzato mediante compensazioni interne, da integrare e consolidare progressivamente con le risorse aggiuntive che si potranno via, via ottenere. Per poter realizzare un moderno sistema di rappresentanza politica, di promozione economico-commerciale e culturale e di servizi per gli italiani all’estero, bisogna innanzitutto individuare quali siano le aree prioritarie di intervento. La prima indicazione che sembra imporsi riguarda innanzitutto gli uffici che si trovano a dover svolgere la propria attività al di sotto della soglia minima di operatività: tali strutture vanno immediatamente potenziate o risolutamente soppresse. In tal senso e al di là di puntuali interventi in alcune aree, le misure più significative dovranno essere adottate nei Paesi dell’Unione Europea dove ormai è possibile far riferimento in molti casi alle strutture ed alle autorità locali, prevedendo eventualmente il parallelo potenziamento dell’offerta di servizi on-line (omogenei e raggiungibili agevolmente da parte degli utenti) della presenza sul territorio di strutture istituzionali leggere e/o itineranti. Altrettanto evidente appare in altre aree (Cina, India, Paesi Emergenti dell’Estremo Oriente, dell’area balcanica e mediterranea e dell’America Latina) la necessità di potenziare la nostra presenza e la tutela dei nostri interessi politici, economici e culturali. In tutti i casi appare indispensabile individuare un metodo di intervento basato sulla concertazione con tutte le istanze interessate ( ovviamente i Sindacati debbono essere coinvolti in questo esercizio), e lo sviluppo di piani operativi, paese per paese, che prevedano tempi precisi di attuazione affinché la razionalizzazione avvenga attraverso provvedimenti bilanciati accompagnati anche dagli indispensabili adeguamenti in termini di organici, strutture e risorse economiche. Tale esercizio non potrà prescindere, in prospettiva, da interventi legislativi, regolamentari ed amministrativi che portino a semplificare l’azione amministrativa e a facilitare sia il lavoro degli addetti sia l’ottenimento dei servizi da parte degli utenti. Pensiamo ad interventi sulla legge sulla Cittadinanza, sul voto all’estero, sull’Anagrafe Unica degli Italiani all’Estero ecc.

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Di Il Cosmopolita il 08/11/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

08/11/2006

Scheda Indennità di servizio all’estero e stipendio metropolitano

Quale normativa disciplina il trattamento economico del personale del MAE in servizio all’estero? Il trattamento economico all’estero del personale del Ministero degli Esteri è regolato dall’art. 170 del D.P.R. 18 del 5 gennaio 1967. Tale norma stabilisce che “l’indennità di servizio all’estero (ISE) tiene conto della peculiarità della prestazione lavorativa all’estero, in relazione alle specifiche esigenze del servizio diplomatico-consolare”. Come viene calcolata l’ISE Per ogni posto funzione previsto negli Uffici all’estero, sono previste delle indennità di base tabellari. Esse vengono moltiplicate per un coefficiente variabile da sede a sede. A tale prodotto viene sommata l’indennità di base. L’indennità lorda così ottenuta viene moltiplicata per alcune percentuali che esprimono i seguenti valori: coefficiente di rischio e disagio (variabile da sede a sede, simile al sistema in uso presso la UE), più maggiorazione per il coniuge e per i figli. Il coefficiente di sede viene determinato in base a quanto previsto dall’art. 170, il cui testo trovate in calce alla presente scheda. Tale coefficiente serve a tenere conto, in una data sede, del costo della vita, del corso dei cambi nonché degli “oneri connessi con la vita all’estero, determinati in relazione al tenore di vita ed al decoro connesso con gli obblighi derivanti dalle funzioni esercitate”. La norma quindi sottolinea la peculiarità del servizio svolto all’estero dal personale che opera nell’ambito degli Uffici diplomatico-consolari. Con ciò intendiamo dire che tale assegno serve a compensare, similmente a quanto avviene per il personale espatriato presso filiali ed aziende multinazionali, il disagio subìto dal funzionario e dalla sua famiglia in occasione dei trasferimenti per motivi di servizio. Va in particolare ricordata l’impossibilità per il coniuge di svolgere con continuità un’attività professionale (con relativa conseguente perdita di reddito per il nucleo familiare). Oltre all’ISE, il personale del MAE all’estero percepisce altre indennità? Ai funzionari della carriera diplomatica ed alle altre categorie di personale indicate nell’art.171 bis del D.P.R. 18/67 è attribuito un assegno a titolo di contributo forfettario per lo svolgimento delle attività di rappresentanza. Tale assegno viene erogato per esclusivi motivi di servizio e ciò che di esso non viene speso per l’adempimento di funzioni ufficiali, deve essere restituito all’erario. Le spese effettuate con l’assegno di rappresentanza devono essere rendicontate e tutta la documentazione giustificativa conservata presso le Sedi a disposizione di eventuali ispezioni. Qualora il percettore spenda di più del suo assegno di rappresentanza, l’esborso supplementare resta a suo totale carico. Pertanto l’assegno di rappresentanza non serve, come erroneamente si pensa, ad “organizzare le feste dell’Ambasciatore” ma, come prevede la norma, a “stabilire ed intrattenere relazioni personali con le autorità, il corpo diplomatico e gli ambienti locali, per sviluppare iniziative e contatti di natura politica, economico-commerciale e culturale, per accedere a determinate fonti di informazione e per assicurare una efficace tutela delle collettività italiane all'estero”. Quando il personale Mae viene inviato all’estero riceve, al momento della partenza, altri emolumenti? Similmente a quanto avviene per il personale di una multinazionale inviato all’estero, al personale del Mae viene pagato il viaggio di trasferimento da Roma alla nuova Sede, il trasporto delle proprie masserizie da Roma alla nuova Sede, e riceve un “assegno di prima sistemazione” una tantum per affrontare le prime immediate spese una volta giunto sul posto. Praticamente l’intero assegno di prima sistemazione viene assorbito dalle spese di albergo che vanno sostenute durante la ricerca di un alloggio da affittare, nonché dalla sottoscrizione del contratto di affitto (depositi, cauzioni, spese di agenzia, ecc). Quando il personale Mae viene inviato all’estero, cosa paga con la propria ISE? Praticamente tutto. L’ISE è onnicomprensiva e serve per vivere in una nazione straniera. Con l’ISE il personale del Mae in servizio all’estero paga l’affitto dell’abitazione, le bollette per le utenze, le assicurazioni necessarie (ad esempio quella sanitaria), la scuola per i figli, i viaggi quando rientra in Italia con i suoi familiari, e così via. Quando il personale Mae viene inviato all’estero ha dei viaggi gratuiti per tornare in vacanza a Roma? No. Ha diritto, una sola volta ogni 18 mesi, al rimborso del 90% di un viaggio per sè ed i propri familiari con la classe più economica. Ogni viaggio supplementare effettuato per qualsiasi motivo è a carico del dipendente. L’ISE concorre alla formazione della pensione? No. L’ISE non serve a maturare una pensione più consistente. Essa non è pensionabile in quanto non ha natura retributiva. Il personale del MAE è il solo che all’estero percepisce l’ISE? No. L’indennità di servizio all’estero non è una prerogativa dei dipendenti del Ministero degli Esteri. Essa è percepita da tutto il personale delle amministrazioni pubbliche in servizio all’estero per conto dello Stato. Ad esempio tutto il personale che le Regioni italiane inviano all’estero viene pagato applicando lo stesso sistema di calcolo. L’ISE percepita all’estero aumenta ogni anno in base all’aumento del costo della vita rilevato nelle nazioni straniere? Purtroppo no. Da almeno 15 anni, causa mancanza di fondi, il livello delle ISE percepito dal personale del Mae all’estero è rimasto invariato. Anzi in alcuni casi è diminuito a seguito della pluriennale politica di tagli effettuati per tamponare, fuori da ogni logica strutturale, improvvise necessità di bilancio. Nelle Sedi in cui un adeguamento dell’ISE al costo della vita non era più rinviabile (il prezzo degli affitti, infatti, aumenta malgrado l’assenza di fondi in bilancio….) esso è stato sino ad ora effettuato diminuendo l’ISE in alcune nazioni e riassegnando i fondi a quelle Sedi che ne avevano maggiore necessità, cioè a “costo zero”. Quanto guadagna a Roma il personale del MAE? Coabitano alla Farnesina lavoratori i quali, pur impegnati, nell’ambito delle proprie peculiari responsabilità, al raggiungimento di un fine comune, percepiscono trattamenti economici diversissimi, derivanti da regimi legislativi altrettanto variegati. Di conseguenza il trattamento economico del personale diplomatico è regolato da un proprio Contratto nazionale di lavoro, il trattamento dei dirigenti amministrativi è parimenti regolato dal proprio CCNL, vi sono poi i “consulenti”, pagati con criteri sempre variabili e, buoni ultimi, tutti coloro che fanno parte delle Aree Funzionali. Costoro rientrano nel CCNL del Pubblico Impiego, con la differenza che il loro trattamento economico metropolitano, a causa della bassissima indennità di amministrazione, è tra i più bassi in assoluto all’interno del comparto Stato. Mediamente un lavoratore delle Aree Funzionali in servizio a Roma percepisce uno stipendio mensile oscillante tra i 1.000 ed i 1.300 euro mensili. Il che significa che percepisce una retribuzione che, se non lo situa ancora di pieno diritto all’interno della “fascia di povertà”, certamente lo caratterizza di certo come “lavoratore a basso reddito”. Di conseguenza il divario tra ciò che un diplomatico/dirigente/consulente ed un lavoratore delle Aree Funzionali percepisce a Roma non solo è ormai incolmabile, ma è anche vergognoso. E ciò spiega perché, per molti, “l’espatrio” è l’unico modo per ottenere un tenore di vita decoroso. Il personale del MAE appartenente alle Aree Funzionali non percepisce nulla a Roma, oltre allo stipendio? L’unica voce aggiuntiva è costituita dal FUA (Fondo Unico di Amministrazione) che, al pari di quanto accade per tutti i Ministeri e le altre Amministrazioni statali, consiste in uno stanziamento annuale da dividere, a mezzo di accordi decentrati di Ministero, tra tutti coloro che sono in servizio a Roma, ossia circa 2.200 lavoratori delle AAFF. Il FUA non è percepito all’estero. Per il 2005 lo stanziamento complessivo doveva essere pari a 11milioni di Euro lordi, prontamente decurtati a 9,5 milioni di Euro lordi in corso d’anno da parte del passato Governo. Di conseguenza il FUA 2005, che è stato uno dei più “ricchi” finora mai percepiti da chi vive e lavora a Roma, è ammontato mediamente a 359 euro mensili lordi a testa pagati, oltretutto, a settembre 2006, quindi con un anno e mezzo di ritardo. Va tenuto presente che il FUA è soggetto a tassazione separata, notevolmente più alta di quella ordinaria. Per cui il netto medio mensile a testa per il 2005 è stato di circa 240 euro. E a quanto ammonta lo stanziamento per il FUA del 2006? Al momento in cui leggete queste righe ancora non si sa. La cosa verrà decisa dalla legge di assestamento di bilancio, che dovrebbe essere finalizzata entro novembre. Si spera che non vi saranno altri tagli oltre al milione e mezzo già perso l’anno scorso. Tutto il personale delle AAFF si augura che vengano quanto meno stanziati gli 11 milioni lordi che erano previsti per lo scorso anno e che nessuno ha mai visto. Qualora ciò dovesse accadere sarebbe una festa grande per tutte le AAFF. In tal caso, infatti un lavoratore percepirebbe mediamente per il 2006, 416 euro lordi mensili, pagati, causa complessità dell’iter burocratico, sicuramente non prima della primavera/state del 2007. Al netto, quindi, nel migliore dei casi, dovremmo essere intorno ai 278 euro a testa al mese. Un record. Il bello di queste somme miserabili, pagate oltretutto un anno e mezzo dopo l’inizio dell’anno cui si riferiscono, è che esse dovrebbero costituire, nelle intenzioni, un “incentivo” alla meritocrazia e all’aumento dell’efficienza lavorativa. In realtà servono per fare la spesa al discount, arrivare a fine mese e mantenere una famiglia. Chi “taglia” sa quanto costa vivere a Roma? Abbiamo fatto alcune semplici comparazioni utilizzando dati non contestabili. Si tratta delle statistiche rilasciate dalla società di consulting Mercer, che ogni anno pubblica gratuitamente un campione di 50 città per le quali viene calcolato sia il costo che la qualità della vita. I dati sono stati rilasciati il 26 giugno 2006 e sono accessibili tramite questo link: http://www.mercerhr.com/referencecontent.jhtml?idContent=1142150 Per essere obbiettivi abbiamo controverificato, usando le statistiche OCSE sui livelli dei prezzi comparati tra tutte le nazioni che fanno parte di quell’organizzazione (dati agosto 2006) In entrambi i casi abbiamo scoperto cose curiose: Per la Mercer vivere a Roma è ormai più caro che vivere a Los Angeles, San Francisco, Stoccolma, Chicago, Miami, Amsterdam e Toronto. Fatta 100 New York, Roma si situa a 89,8. Solo un 10% ci separa ormai dal costo della vita nella Grande Mela. Stessa storia per quanto riguarda la qualità della vita in Italia. Per la Mercer la prima città italiana nella classifica è Milano, buona ultima al 51^ posto. Roma neppure è repertoriata nell’elenco. Per l’OCSE, fatta 100 l’Italia, scopriamo che sono più economiche le seguenti nazioni: Francia e Germania (93), Finlandia (83), Danimarca (74), Svizzera (76) e Gran Bretagna (92) Relativamente a quanto sopra saremmo curiosi di conoscere le valutazioni di coloro che sono tanto solerti nel tagliare quanto poco inclini a preoccuparsi di come possa vivere, con poco più di 1.000 euro mensili, una famiglia nella capitale di quella nazione che pur non mancando mai di presentarsi come diretta concorrente dei grandi Paesi del mondo, è però eternamente incapace di mettersi al passo. Per parte nostra è evidente che Roma dovrebbe essere considerata, almeno per tutti coloro che appartengono alle Aree Funzionali, “sede particolarmente disagiata”, con l’attribuzione di benefici economici ad hoc. Dubitiamo molto, infatti, che un nostro omologo, dipendente dei Ministeri degli Esteri di USA, Francia, Gran Bretagna, Svizzera e Finlandia percepisca in patria uno stipendio di 1.000 euro, più 200 di Fua pagati un anno e mezzo dopo.

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08/11/2006

Promozione e cooperazione culturale

La politica culturale costituisce uno strumento di affermata e crescente efficacia nell’azione di politica estera dell’Italia, paese privilegiato da un’immagine internazionale largamente connessa alla consistenza del suo patrimonio artistico-culturale; vivacità della sua produzione; ampiezza del suo contributo all’identità culturale europea e occidentale. A questo strumento, strategico e complementare all’azione politica – economica negli scenari di politica estera prioritari per il paese, è stato assegnato, negli ultimi esercizi, un bilancio assolutamente inadeguato mai aggiornato dalla fine degli anni ‘80, composto di capitoli di mero trasferimento finanziario e di capitoli di spesa effettiva. Su questi ultimi sono stati effettuati, già con la finanziaria del 2006, tagli pari al 40”. Eppure la crescente domanda di cultura nel grande mercato internazionale, derivata dallo sviluppo delle conoscenze anche in campo umanistico, presenta una forte opportunità per un Paese come l’Italia che vanta uno dei più ampi patrimoni culturali al mondo per densità e qualità. L’urgenza (manifestatasi negli ultimi 8-10 anni) di un’internazionalizzazione complessiva del nostro paese (del suo comparto economico e produttivo, innanzi tutto, ma anche dei suoi apparati scientifici e tecnologici e della sua offerta formativa largamente ignorata nei paesi che domineranno tra breve l’economia mondiale) ha indotto ad un’attenzione assai più viva sul ruolo della cultura come mezzo particolarmente efficace di autorappresentarsi validamente nel mondo. L’utilizzo di tale strumento non può pertanto che essere coerente con l’azione complessiva e con gli obiettivi generali di politica estera del paese. E’ ampiamente dimostrato come l’utilizzo di tale “linguaggio” sia stato, e continui ad essere, funzionale nel dialogo con realtà in cui sussistono oggettive difficoltà di comunicazione su altri piani. E’ per tale ragioni che la politica culturale all’estero è – e deve continuare ad essere - saldamente incardinata, funzionalmente ed amministrativamente, nel Ministero degli Affari Esteri onde garantire la necessaria corrispondenza tra l’azione e gli obbiettivi politici fissati dal Governo/Ministro. Di conseguenza, gli odierni, e mutati, scenari mondiali richiedono un riassetto del sistema della promozione culturale: vanno cioè ridefiniti gli obiettivi strategici che sorgono dai profondi mutamenti a cui oggi assistiamo nel contesto internazionale. La necessità di conferire efficacia agli strumenti/strutture a disposizione è impellente. Tale obbiettivo comporta: 1) Revisione e razionalizzazione della rete dei 90 Istituti di Cultura italiani nel mondo, così come delle Scuole italiane all’estero; della rete dei lettori presso Università straniere e degli Esperti di specifiche discipline presso la rete diplomatico-consolare. 2) Professionalizzazione degli operatori, oggi del tutto trascurata. E’ da notare che il profilo professionale dell’operatore culturale – Direttore o Addetto – è tra i più complessi ed innovativi. Esso richiede infatti • Interdisciplinarità • Mediazione tra culture • Acquisizione di professionalità multiple, che , a differenza di quanto avviene nei contesti nazionali, in questo caso sono necessariamente accentrate sul singolo operatore (programmazione, organizzazione, gestione, comunicazione). E’ necessario inoltre rivedere la natura e le caratteristiche della progressione di carriera del personale APC (area della promozione culturale), oggi relegato a qualifiche che poca o nessuna corrispondenza trovano nelle funzioni ad esso affidato; 3) Garanzia di un più organico e codificato apporto delle forze intellettuali del paese, attualmente ridotto ad erratiche nomine di così detti “chiara fama”, non collegate ad alcun progetto strategico od operativo (mediante una continua girandola di “upgrading” e “downgrading” dei relativi posti di Direzione, onde renderli confacenti al pre-designato, in una logica inversa e perversa). A fronte di queste ineludibili sfide, il bilancio per tale vitale settore corrisponde ad un misero 10% del bilancio della Farnesina, a sua volta uno dei più magri dell’intero bilancio dello Stato. Le risorse allocate alla Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale (DGPCC) vengono distribuite per quasi la metà alle scuole italiane all’estero, certamente una risorsa importante, ma di cui già da tempo si discute il rapporto costi-benefici. Il resto si suddivide tra il finanziamento alla rete dei novanta Istituti Italiani di Cultura (circa 18 milioni di Euro, di cui oltre il 70% è assorbito dalle spese di funzionamento degli istituti stessi) ed alla attività di promozione culturale direttamente gestita dalla DGPCC, direttamente o attraverso la rete delle nostre Rappresentanze diplomatico-consolari. A tale ultima attività è stato assegnato, negli ultimi esercizi, un bilancio globale mai superiore ad 1,5 milioni di Euro (e diminuito nel 2006 di un 40% rispetto all’anno precedente): un bilancio, per fare un esempio concreto, equivalente al costo di un’unica grande mostra. Se si considera la corrispondenza economica con la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 se ne evidenzia l’assoluta inadeguatezza. Comparativamente, anche i fondi stanziati ai novanta Istituti Italiani di Cultura, rimasti invariati in termini assoluti negli ultimi esercizi, risultano comunque ben inferiori a quelli delle principali “potenze” culturali europee Francia, Germania, Gran Bretagna e ultima la Spagna, tutte dotate di un ramificato e ben fornito network culturale in moltissimi Paesi del globo. Ciò ha comportato che le iniziative di grande respiro e finalizzate, in sinergia con azioni economico-industriali e commerciali, a specifici obbiettivi strategici (“Italia in Giappone 2001”, “Italia-Russia 2004-2005”, “Anno dell’Italia in Cina”, tuttora in corso) siano state possibili, pur avvalendosi di consistenti finanziamenti “esterni”, bloccando ogni altra attività di qualche rilievo sull’intera rete diplomatico-consolare-culturale italiana negli altri paesi, con le disastrose conseguenze in termini di immagine e di continuità di presenza che è facile immaginare. La prevista riduzione del 10% delle dotazioni dei capitoli di bilancio della DGPCC, dovrebbe per il momento comportare solo una diminuzione della presenza di lettori presso Università straniere direttamente inviati dal Ministero e di professori di ruolo nelle scuole italiane all’estero. Non è stata per il momento ancora toccata la rete degli Istituti Italiani di Cultura, ma certamente il clima di ristrettezza ed austerità che si viene creando, i condizionamenti nella emissione della spesa, la generale sensazione di dover risparmiare oltre i limiti stessi di una normale gestione finanziaria, contribuisce a porci nelle peggiori condizioni per affrontare le improrogabili scadenze che attendono l’Italia (basti pensare ai programmi che la UE egli Stati membri stanno predisponendo, a Bruxelles e nelle capitali,per il 50° anniversario della firma dei Trattati di Roma, a cui l’Italia, prima protagonista dell’Anniversario, potrà partecipare in modo assai modesto e del tutto inadeguato al suo ruolo). A nostro giudizio, una seria volontà di adeguare l’azione culturale all’estero e la rete alle impellenti necessità politiche ed operative deve passare per: 1) uno sforzo di analisi volto ad una razionalizzazione della rete, dei servizi (non escludendo formule innovative, che altri paesi stanno anch’essi sperimentando) e delle attività; 2) una riforma legislativa adeguata; 3) una idonea formazione degli operatori. Parrebbe inoltre assai opportuno riproporre la pratica, un tempo prescritta dalla Corte dei Conti, del documento annuale (potrebbe ipotizzarsi triennale) di “Istruzioni del Ministro” nelle materie di carattere discrezionale, che indicava le priorità politiche e gli obiettivi a cui doveva uniformarsi l’azione culturale all’estero. In definitiva gli strumenti per un salto di qualità esistono, basterebbe adeguarli al mutato contesto internazionale; razionalizzarne l’azione e le strutture; dotarli di risorse umane che abbiano acquisito il più efficace profilo professionale; valorizzarli ed accrescerne le potenzialità positive.

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08/11/2006

Resoconto sui provvedimenti della Commissione Esteri della Camera dei Deputati riguardanti il Mae contenuti nella legge finanziaria

Introduce il dibattito Valdo Spini relatore dell’Ulivo affermando che rispetto ai grandi compiti, non solo politici, ma anche economici sociali e culturali, della politica estera italiana, si è reso necessario segnalare anche in passato la grave inadeguatezza del bilancio del Ministero degli affari esteri, anche come percentuale del PIL, al confronto con i nostri partner europei. È questo lo stato di fatto su cui viene ad operare la manovra finanziaria per il 2007 che deve nel suo insieme rispondere alle esigenze europee di risanamento dei bilanci. È caratterizzante in senso positivo che il Governo abbia comunque deciso di incrementare le spese per la cooperazione allo sviluppo: si tratta di una scelta politica da condividere e sostenere. Rileva che, a fronte dei crescenti impegni di politica estera, i vincoli di bilancio hanno finora precluso la possibilità di un sostanziale incremento dei fondi a disposizione del Ministero degli affari esteri. Secondo i dati relativi all'esercizio 2004, l'Italia presentava un percentuale delle spese per gli esteri - al netto della cooperazione allo sviluppo - pari allo 0,24 per cento del totale del bilancio, contro lo 0,75 della Francia, lo 0,87 della Germania, lo 0,40 della Gran Bretagna. Nel bilancio di previsione per il 2007 tale percentuale - sempre calcolata al netto della cooperazione - si attesta sullo 0,33 per cento. Passando all'esame dello stato di previsione del Ministero degli Affari Esteri per il 2007, va sottolineato che gli stanziamenti per il 2007 sono pari a 1.894,3 milioni di euro, con un'incidenza sul totale delle spese finali del bilancio dello stato pari allo 0,4 per cento. Rispetto alle previsioni assestate 2006, gli stanziamenti fanno registrare una riduzione di 179,7 milioni di euro, quasi del tutto risultante dalla parte corrente (-176,5 milioni). Analizzando le specifiche previsioni di stanziamento per ciascun centro di responsabilità, si rileva che incrementi significativi delle dotazioni sono previste per il gabinetto e gli uffici di diretta collaborazione del ministro (da 10,3 a 12,4 milioni), per la Direzione del personale (da 24,4 a 27 milioni), per il Servizio informatica (da 20,4 a 33 milioni) e per la Direzione affari politici multilaterali e diritti umani (da 242,4 a 258 milioni). Le riduzioni più rilevanti riguardano la Direzione generale per gli affari amministrativi (da 758,7 a 690,8 milioni), la Direzione generale per la promozione culturale (da 196,5 a 183,7 milioni) e la Direzione generale per i paesi dell'Europa (da 48,2 a 42,9 milioni). Particolarmente dolorosa appare la riduzione alla Direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale, viste le caratteristiche del nostro paese e il benefico effetto che può derivare dalla politica culturale sulla politica estera, e considerato anche il divario con i principali paesi europei. È chiaro come una riduzione degli stanziamenti per l'ISE sia suscettibile di produrre un ridimensionamento delle presenze, e quindi delle attività, del personale in servizio presso le rappresentanze diplomatiche e consolari. Pur nella piena considerazione degli obbiettivi di contenimento della spesa pubblica che ispirano la manovra di finanza pubblica per il 2007, ritiene che sarebbe opportuno - anche da parte del Governo - riflettere sulla possibilità di reperire in altre parti del bilancio le risorse derivanti dalla predetta riduzione dell'ISE. Ricorda d'altra parte che la stessa natura della indennità in questione appare strettamente connessa alla concreta possibilità del personale di espletare nel modo migliore la propria attività istituzionale. I parametri sui quali viene calcolato l'importo dell'ISE per ciascuna sede sono infatti dati dal costo della vita, dagli oneri connessi con la vita all'estero e dal corso dei cambi, oltre ai coefficiente di maggiorazione per le sedi disagiate e per le sedi a rischio. Essa non ha natura in senso stretto retributiva, ma si configura come una forma di remunerazione delle specifiche situazioni di disagio o di pericolo subite dal dipendente per causa di servizio. Le previste riduzioni non possono quindi essere motivate nel quadro di interventi di razionalizzazione e contenimento del trattamento economico-retributivo, posto che, come già accennato, l'ISE non è a questo assimilabile. Rileva che sarebbe preferibile rendere più trasparente l'indennità di missione, anche attraverso una sua «segmentizzazione», piuttosto che colpire «nel mucchio» questa importante voce di incentivo alla qualità delle nostre rappresentanze all'estero Il Viceministro Ugo INTINI, analizzando i provvedimenti riguardanti il Ministero degli Esteri, sottolinea come vadano ad incidere in maniera significativa sui capitoli di bilancio che avevano già subito pesanti ridimensionamenti nel corso dei precedenti esercizi finanziari. Vi saranno altresì minori risorse per il trattamento economico del personale in servizio all'estero (-50 milioni, 40 milioni per il Ministero degli affari esteri e 10 milioni per i lettori e gli insegnanti all'estero, pari al 10 per cento circa). Entrando nel merito delle principali misure previste, le disposizioni di carattere generale sulla revisione degli assetti organizzativi, recate all'articolo 32, prevedono una riduzione lineare del numero degli uffici (-10 per cento degli uffici di livello dirigenziale generale, -5 per cento degli uffici di livello dirigenziale). L'esercizio non appare del tutto agevole, ma la Farnesina è già attivamente impegnata per condurlo nei tempi previsti ed avendo bene a mente l'esigenza di salvaguardare la collaudata fluidità dei processi decisionali e la rapidità operativa in scenari in rapido e continuo mutamento. Nel metodo, inoltre, aver posto a tutti i Ministeri lo stesso obiettivo quantitativo e temporale rappresenta un impegno complesso, soprattutto per strutture come quelle della Farnesina che hanno poche migliaia di dipendenti, cui sono assegnati compiti che coprono l'intero spettro delle attribuzioni statuali, senza limitazioni geografiche, e che ritengono, probabilmente non a torto, di potersi annoverare fra le organizzazioni virtuose. In conclusione, la legge finanziaria ed i provvedimenti collegati comportano, come si è visto, forti ed ulteriori sacrifici che le strutture della Farnesina si accingono ad affrontare con senso di responsabilità nell'auspicio che, quando ne ricorreranno le condizioni, il Paese torni ad investire nel settore strategico della politica estera. Infatti, come è noto a questa Commissione, le risorse dedicate dal bilancio statale al Ministero degli affari esteri rimangono ancora sensibilmente inferiori rispetto a quelle di cui dispongono le strutture dei nostri partner europei più significativi. In relazione al contenimento della spesa, l'importante riduzione sul capitolo per le indennità di servizio all'estero che già hanno suscitato tante giustificate e comprensibili preoccupazioni da parte del personale della Farnesina comporteranno altresì la necessità di una approfondita riflessione anche sulla rete diplomatico-consolare in vista di una sua razionalizzazione ed adeguamento alle sfide in corso e del prossimo futuro. In conclusione, la politica estera è da sempre decisiva. Nel mondo moderno lo è diventata anche e soprattutto per le prospettive economiche: la politica estera trascina l'economia. Ciò è ancora più decisivo per un paese come l'Italia che vive di relazioni economiche internazionali e che negli ultimi anni ha perso il 30 per cento della sua quota di mercato internazionale. Ciò significa che le spese per la politica estera sono un investimento produttivo nel quale il Ministero degli affari esteri deve essere centrale. Se ciò non potrà accadere non si spenderà di meno ma si spenderà peggio: le risorse saranno erogate a pioggia e senza coordinamento con le altre amministrazioni dello Stato e soprattutto con le regioni e i comuni. Franco Addolorato Giacinto NARDUCCI (Ulivo), condivide quanto illustrato in precedenza, e l'auspicio del relatore in ordine alla urgenza di una riforma del Ministero degli affari esteri che operi nel senso di una riqualificazione e ottimizzazione delle risorse umane esistenti, esprime preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti per l'ISE. La rete consolare ha potenzialità anche rispetto alla questione della gestione dei flussi migratori verso il nostro Paese. Ritiene, quindi, che il Governo dovrebbe valutare, in luogo della chiusura di uffici consolari finalizzata ad un risparmio immediato, di non compromettere un elemento centrale in termini di potenzialità e risorse per lo sviluppo competitivo del nostro Paese. Rileva, altresì, come la graduale erosione della percentuale di PIL destinata alla politica estera italiana renda le risorse disponibili profondamente inadeguate rispetto alle dinamiche di una società globalizzata.In generale, sottolinea come i consolati costituiscano una sorta di «biglietto da visita» del nostro Paese e siano al momento costretti ad operare in una insostenibile condizione di ristrettezza di risorse correnti. Occorre che, a suo avviso, il Governo tenga conto che la rete diplomatico-consolare deve essere considerata non un centro di costo ma un elemento di crescita complessiva. Condivide la preoccupazione del relatore per la riduzione dei fondi destinati alla Direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale del Ministero degli affari esteri. Prospetta, peraltro, la possibilità che la riduzione della efficienza della rete diplomatico-consolare debba essere considerata tra le possibili cause del calo dell'afflusso di turisti in Italia. Osserva che se i tagli medi, apportati alle risorse destinate al Ministero degli affari esteri, ammontano a circa l'1,2 per cento, i fondi per il settore degli italiani all'estero subiscono una riduzione pari a quasi il 10 per cento. Alla luce di quanto prospettato, preannuncia la presentazione di un ordine del giorno per ridare centralità alle politiche di promozione e cooperazione culturale all'estero. Sandra CIOFFI (Pop-Udeur) esprime soddisfazione pere quanto prospettato dal relatore, che ringrazia per il lavoro svolto, e dal rappresentante del Governo, pur rilevando il divario che separa l'Italia dagli altri paesi europei quanto a risorse destinate alla politica estera. Al riguardo sarebbero opportuni sforzi maggiori adeguati all'attuale ruolo internazionale dell'Italia. Ritiene che non corrisponda agli interessi del paese le riduzione dei fondi destinati agli istituti italiani di cultura, su cui è opportuno provvedere ad aggiustamenti del disegno di legge finanziaria per il 2007. Analoghe valutazioni possono essere svolte riguardo alle condizioni di estremo disagio in cui versa la rete diplomatico-consolare italiana. . Ramon MANTOVANI (RC-SE) osserva che il quadro di ridimensionamento delle attività e delle risorse finanziarie destinate al Ministero degli affari esteri, delineato dal Viceministro Intini, determina una reazione di solidarietà in una fase in cui il Governo italiano vanta la leva della politica estera per l'aumento del suo prestigio nell'area europea e mediterranea. È noto che i tagli alle spese sono il frutto di una logica interna al disegno di legge finanziaria e alla ristrutturazione della pubblica amministrazione. Tuttavia, a suo avviso, tale logica è anomala se applicata al Ministero degli affari esteri: la rete di consolati e ambasciate costituisce, infatti, una struttura terminale dello Stato e, come tale, riveste un ruolo prioritario rispetto ad altri settori. Rileva al riguardo che in generale la situazione dei consolati e delle ambasciate italiane è insostenibile, in particolare per quanto riguarda le sedi di rappresentanza presso importanti paesi extraeuropei. Si tratta di una questione su cui l'interesse dovrebbe essere bipartisan in quanto non è pensabile potenziare la politica estera operando costanti riduzioni delle risorse. . Nell'esprimere apprezzamento per quanto rilevato sul punto dal relatore Spini, sottolinea che è giunto il momento di promuovere un bilancio sulla riforma del Ministero degli affari esteri, che ha avuto luogo quasi sette anni fa. Tale sforzo potrebbe essere condotto anche nel quadro di un'indagine conoscitiva ad hoc al fine di evitare interventi disorganici e sollecitazioni pressanti all'esterno del Parlamento. Patrizia PAOLETTI TANGHERONI (FI), nel sottolineare come anche in passato non siano state risparmiate critiche doverose ai tagli delle risorse destinate al Ministero degli affari esteri, osserva che il disinteresse per tale funzione sia testimoniato anche dal fatto che lo stesso sito internet del Governo, che presenta i punti salienti della manovra finanziaria, non menziona la politica estera. Per quanto riguarda la questione della rete diplomatico-consolare, è noto come talune sedi siano più utili rispetto ad altre, per quanto tutte rappresentino articolazioni periferiche dello Stato. Tali sedi potrebbero svolgere ruoli più pregnanti rispetto ad obiettivi nuovi quali, ad esempio, l'adempimento delle procedure per le adozioni internazionali. Marco FEDI (Ulivo), nell'auspicare in generale l'aumento delle risorse finanziarie destinate al Ministero degli affari esteri, rileva come l'incremento dello 0,33 per cento costituisca un segnale positivo su cui riflettere. Ritiene condivisibile il monitoraggio sulla riforma del Ministero degli affari esteri al fine di eliminare gli accavallamenti di competenza tra le direzioni generali tematiche e quelle geografiche. Per quanto riguarda il Fondo speciale per la manutenzione degli immobili, contratti di servizio con agenzie di lavoro interinale ed attività di istituto, previsto all'articolo 213 del disegno di legge finanziaria, rileva le necessità di mantenere la flessibilità degli interventi di spesa. Ritiene necessario altresì riformare il sistema di corresponsione delle retribuzioni e delle indennità e condivide il mantenimento dell'ISE, che attualmente opera come meccanismo di incentivo o disincentivo. Per quanto riguarda la rete diplomatico-consolare, preannuncia la presentazione di un ordine del giorno per un monitoraggio delle esigenze reali degli italiani all'estero e per conferire a tali sedi una nuova, efficace impostazione anche sul versante delle tecnologie informatiche. Raffaello DE BRASI (Ulivo) sottolinea come fatto importante la priorità, evidenziata dal relatore e dal rappresentante del Governo, accordata alla razionalizzazione e alla riorganizzazione delle risorse del Ministero degli affari esteri. Tale impegno è da considerare fondamentale e non può essere condotto invocando un irrealistico balzo in avanti ma operando una significativa inversione di tendenza. anche nei parlamenti nazionali. Per quanto riguarda la riforma del Ministero degli affari esteri, ritiene opportuno introdurre l'obbligo di presentazione di una relazione al Parlamento sull'evoluzione di tale processo. Ritiene in generale che l'inversione di tendenza registrata sul versante della cooperazione allo sviluppo dovrebbe interessare anche altri settori come la salute, la tutela dei diritti umani e il raggiungimento degli obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite. Infine, auspica uno sforzo maggiore per la promozione della cultura italiana all'estero. Alessandro FORLANI (UDC) afferma che, per quanto riguarda il versante delle risorse finanziarie destinate al Ministero degli affari esteri, rileva che la politica italiana attraversa una fase particolarmente delicata ed occorre porre in essere tutti gli sforzi utili a riportare l'Italia al centro del processo di soluzione delle crisi internazionali. I tagli apportati al bilancio del Ministero degli affari esteri determinano quindi perplessità: la rete diplomatico-consolare è inadeguata non solo alle esigenze degli italiani all'estero ma anche degli stranieri che intendono fare ingresso nel nostro Paese. Per quanto concerne il Fondo speciale per la manutenzione degli immobili, contratti di servizio con agenzie di lavoro interinale ed attività di istituto, osserva che esso concorre a salvaguardare il sistema delle sedi di rappresentanza all'estero soprattutto in considerazione della presenza sempre più capillare ed efficace dei principali competitori asiatici nel mercato internazionale. Condivide il rammarico per la decurtazione dei fondi destinati alla Direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale del Ministero degli affari esteri. Ritiene che si tratti di una questione da non sottovalutare, anche alla luce dell'interesse che all'estero suscita l'apprendimento della lingua italiana come elemento di avvicinamento alla cultura del nostro Paese. Per tale motivo condivide la opportunità di valorizzare maggiormente il ruolo di soggetti come, ad esempio, la società «Dante Alighieri». A suo avviso l'attività di promozione della cultura italiana nel mondo deve tornare ad essere prioritaria.

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Di Il Cosmopolita il 08/11/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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