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Post di dicembre

19/12/2006

La situazione internazionale: dispersione versus globalizzazione: i nuovi bisogni della politica estera italiana

Le elezioni statunitensi di mid-term, collocate ed orientate in un inevitabile mutamento di strategia rispetto al cul de sac medio-orientale dell’Amministrazione Bush, registrano una situazione internazionale sempre più pericolosamente fluida e sempre meno “regolata”. Detto in altri termini, proprio mentre i focolai latenti e le crisi irrisolte si accendono e degenerano di giorno in giorno (uno per tutti l’Iraq, ma nell’insieme il Medio-Oriente al di là della “sola” questione palestinese) diventa visibile ad occhio nudo l’assenza di una chiara direzione di marcia nel controllo e nella regolazione dei medesimi: che questo sia lo sbocco - scritto nelle cose e da molti previsto - dell’unilateralismo statunitense è magra consolazione, ma siffatto vuoto politico potrebbe tuttavia nelle settimane di “attesa” che abbiamo di fronte contribuire ad una riflessione, anche e soprattutto in casa nostra, meno congiunturale di quelle a cui ci si è dovuti acconciare negli ultimi anni. Un’ulteriore ragione che milita a favore – e anzi lo necessita – di un rilancio delle politica estera dell’Italia consiste nell’ormai evidente discrasia tra la globalizzazione economica (e dei suoi meccanismi, per quanto parziali, di regolazione multilaterale) e quella politica: qui, tanto il “pivot” di mediazione universalistico (l’ONU, il Consiglio di Sicurezza), quanto quelli regionali rimangono palesemente in uno stato di crisi. Inevitabile, dunque, il ruolo – se non altro tampone – degli Stati nazionali, anche di quelli - come noi siamo – con relativamente modeste e certamente non globali capacità di presenza. Conforta che l’attuale Governo ed in particolare il suo Ministro degli Esteri vadano esprimendo un approccio consono alla non sottostimabile gravità della situazione internazionale, in primo luogo non limitandosi (come era il caso del precedente Gabinetto) ai “salotti buoni”, o a quelli ritenuti tali, ma accettando la complessità per quella che essa è: la tempestiva iniziativa libanese ne è stato un significativo biglietto da visita (come pure, aggiungeremo noi, il ritiro dall’Iraq), tuttavia il più resta da fare e le conferme dovranno venire nei prossimi mesi. In questa prospettiva, anche scontando l’attitudine politica (pur con tutte le riserve legate agli ideologismi spesso propagandistici della politica nazionale e anche della coalizione di Governo) ad una risposta “alta” ad un calendario i cui tempi ben raramente sono fissati a Roma, rimane sul tappeto il problema – non propriamente minore – della pregressa semi-liquidazione dell’Amministrazione degli Esteri: anche qui il fatto che il Ministro D’Alema sia pubblicamente consapevole che l’Italia destini a tale struttura un terzo percentuale di risorse della Germania (probabilmente meno “esposta” di noi alle bufere della globalizzazione e dei fasci di crisi) può confortare ed è stato utile nella sgradevole vicenda della “Finanziaria”, ma non appare tuttavia sufficiente senza ulteriori significativi interventi. La proposta dei Sindacati Confederali e della CGIL in particolare per un “tavolo” di confronto e rilancio della Farnesina e delle rete diplomatico-consolare appare utile e tempestiva sia per le assai ragionevoli iniziative adottate a margine del dibattito finanziario, che soprattutto per una elaborazione che ha preceduto e seguito la cosiddetta “riforma” del Ministero degli Esteri. Anzi appare necessaria – bene al di là dell’impegno “concertativo” del Governo Prodi - quando si consideri che l’Amministrazione, trovandosi in ritardo decennale rispetto alla riflessione operativa che avrebbe dovuto caratterizzare il post 1989 e avendo subito senza reagire una irragionevole spoliazione di competenze (a favore di soggetti inesistenti in campo internazionale), corra ai ripari con misure come l’”inzeppamento” di dozzine di funzionari alla Rappresentanza in New York per il biennio dell’Italia in Consiglio di Sicurezza. Fin troppo facile ironizzare su scelte che ricordano nella migliore delle ipotesi il camouflage berlusconiano delle fioriere al Vertice di Genova… Quanto precede farà oggetto – insieme ai temi sindacali in senso stretto – del Coordinamento CGIL-Esteri dei prossimi giorni (a cui parteciperanno delegati da tutto il mondo) ed è auspicabile, anche a fronte di controproducenti ed ingiustificate derive corporative emerse sulla “Finanziaria”, che tanto il Ministro che un’Amministrazione consapevole della posta in gioco rispondano propositivamente alla sfida che abbiamo davanti: altre pubbliche Amministrazioni (dagli allori ugualmente assai logorati come la Banca d’Italia) lo hanno fatto e bene sarà che altre tardive “roccaforti” – quali noi siamo – lo facciano da subito. Finita da tempo l’era dei quadri d’arte nei corridoi e dei climi oscuri di una ambigua e patetica monocrazia, il “passo” può finalmente cambiare anche alla Farnesina.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 19/12/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/12/2006

Gli orsi siberiani non vanno più in letargo

Si susseguono i rapporti allarmanti sul cosidetto “effetto serra” e più in generale sui danni che l’uomo sta causando al pianeta. L’aumento della desertificazione, l’innalzamento del livello del mare a causa dello scioglimento dei ghiacciai, il rischio sempre maggiore di alluvioni, il cambiamento del ciclo delle piogge, sono eventi climatici strettamente legati all’inquinamento atmosferico e destinati a far aumentare sempre di più il numero degli sfollati, affamati e malati del Sud del mondo. Secondo un recente studio del “World Metereological Organization” la presenza di anidride carbonica e bi-ossido di azoto nell’atmosfera continua ad aumentare mentre il Living Planet Report del Wwf e Greenpeace segnalano che, in mancanza di drastiche riduzioni delle emissioni entro il 2050, l’aumento della temperatura media del pianeta raggiungerà prima della fine del secolo un “peaking point” dalle conseguenze imprevedibili. Di fronte a tutte queste emergenze, la dodicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima ha creduto che valesse la pena di meditare per un altro anno. Gran parte degli oltre 180 Paesi riuniti a Nairobi dal 6 al 17 novembre, ha infatti preferito posticipare decisioni ed impegni al dicembre 2007 - quando si tornerà a discutere a Bali - piuttosto che lavorare fin da subito per “tenere in vita” il Protocollo di Kyoto, allargandone possibilmente l’applicazione ed individuando nuovi limiti all’emissione di gas serra per il periodo successivo al 2012, quando gli accordi firmati in Giappone nell’ormai lontano 1997 non saranno più in vigore. La soddisfazione dichiarata dal commissario europeo all’Ambiente Stavros Dimas (che ha definito “un successo” il Vertice di Nairobi) o dal ministro finlandese dell’Ambiente Jan-Erik Enestam (“La Conferenza ha concordato su un punto fondamentale: entro il 2050 il mondo dovrà dimezzare le emissioni”, ha dichiarato) nascondono una realtà tutt’altro che gloriosa: nessun accordo è stato firmato, e ben poche sono state le decisioni concrete. Il nuovo summit delle Nazioni Unite sull’ambiente è sostanzialmente fallito, facendo registrare solo qualche limitata dichiarazione d’intenti avente più che altro lo scopo di scaricare le coscienze nei confronti delle nazioni più povere e più colpite dagli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici. Neanche il monito di Nicholas Stern – non certo un ambientalista – sull’impatto economico dell’effetto serra e sull’urgenza di ridurre in modo drastico l’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera per scongiurare il pericolo di una crisi economica della portata di quella del 1929, è bastato a convincere i seimila partecipanti alla Conferenza sul clima della necessità di sottoscrivere almeno l’ impegno ad investire l’1 per cento del proprio Pil in ricerca sulle materie prime rinnovabili, efficienza tecnologica e risparmio energetico. Ci si è limitati ad indicare il 2008 come l’anno in cui i Paesi che hanno ratificato il Protocollo torneranno a riunirsi ed in cui si avvierà il confronto con i Paesi in via di sviluppo per un’adesione non vincolante ai parametri di Kyoto. E’ stata accolta la proposta di Kofi Annan d’istituire un fondo globale per le energie alternative a favore dell’Africa (al quale hanno per ora aderito la Germania e l’Italia, che s’impegnano a elargire rispettivamente 24 e 8 milioni di euro entro il 2007) e si è deciso di coinvolgere anche l’Africa nel c.d. “Clean development mechanism” un sistema che, in cambio di “crediti” di emissione, incentiva le nazioni più ricche a investire in tecnologie pulite a favore dei Paesi più svantaggiati. Resta da vedere, però, se tutto si risolverà in un ennesimo “favore” per le multinazionali “ecologiche” o se si riuscirà realmente a trasferire alle popolazioni locali il know-how ed i mezzi necessari per fare proprie tali tecnologie. Quel che è certo è che solo un’azione globale riuscirà a invertire la pericolosa tendenza climatica mentre, come ha sottolineato lo stesso Kofi Annan, si nota la “spaventosa mancanza di leadership in tema di riscaldamento” ed ogni nazione decide e ha deciso per sé. E’ del resto evidente che senza l’impegno del paese responsabile di circa il 36 per cento delle emissioni globali di gas serra (gli Stati Uniti continuano come noto a rifiutarsi anche solo di discutere del Protocollo di Kyoto), nessuna politica ambientale può sperare d’incidere realmente sulla situazione. Ci sono poi Cina e India e se il Protocollo di Kyoto non è stato finora applicato ai paesi in via di sviluppo per non condizionarne le economie, sembra chiaro che di fronte a due nazioni che da sole hanno un terzo della popolazione mondiale, vantano tassi di crescita spettacolari e utilizzano in gran parte energie particolarmente “sporche”, come il carbone, bisognerà presto esigere qualche impegno senza il quale l’azione degli altri stati sarà poco più di una goccia nel mare. In Europa qualcosa sembra muoversi: in Gran Bretagna è stata annunciata una legge che oltre a istituire un Carbon Committee indipendente che supporti il governo sulle tematiche ambientali, permetterebbe di ridurre del 60% le emissioni di CO2 entro il 2050; in Germania propenderebbero per tagliare il 30% delle emissioni entro il 2020 ed in Francia si propone di imporre una 'carbon tax' sui prodotti provenienti dalle nazioni che non hanno ratificato Kyoto (come Stati Uniti e Australia). Molto simile la posizione del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecorario Scanio, che ha dichiarato di voler proporre in sede europea una tassa ambientale contro la distorsione della concorrenza portata avanti dai Paesi che non si sono impegnati con Kyoto. La Conferenza di Nairobi ha infine stabilito il passaggio di 3 milioni di dollari al fondo destinato ad aiutare i paesi colpiti da disastri climatici. Peccato che, da sola, l’organizzazione del summit sia costata oltre 4 milioni.

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 12/12/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/12/2006

Call center Farnesina

La crescita quantitativa e qualitativa della domanda di servizi, la presenza consolidata di fornitori privati in ambiti che comprendono alcune attività strumentali della Pubblica Amministrazione, una sempre maggiore capacità di valutazione della qualità da parte degli utenti, le pressioni per la riduzione della spesa pubblica con la crisi delle finanza pubblica, stanno spingendo sempre di più le amministrazioni pubbliche a fare ricorso all’outsourcing. L’etimologia del termine outsourcing, tradotto in italiano esternalizzazione, rende perfettamente l’idea della cessione all’esterno di attività precedentemente svolte internamente ad un’azienda o amministrazione. L’outsourcing ha un’origine squisitamente commerciale ed ha come obiettivo principale l’abbattimento dei costi fissi: le aziende lo applicano per ridurre o addirittura eliminare i costi relativi al personale e/o all’installazione o al potenziamento di specifiche attività produttive. Non a caso, parallelamente alle politiche di outsourcing, si parla della necessità di rendere il lavoro (e di conseguenza il mercato del lavoro) più flessibile. Sin qui nulla – aprioristicamente – di male, la flessibilità quando non sconfini nella precarietà può, in determinati contesti ed a determinate condizioni essere vantaggiosa per tutti. La questione dell’outsourcing in materia di visti è molto delicata e dibattuta anche a livello europeo. La cosiddetta 'rete mondiale visti' è infatti un complesso sistema di collegamenti telematici fra le Rappresentanze diplomatico-consolari italiane all'estero ed il Ministero degli Affari Esteri e, per il tramite di quest'ultimo, con il Sistema di Informazione Schengen, con le Autorità nazionali per la sicurezza e con le Autorità centrali degli altri Paesi 'partners' che applicano la Convenzione di Schengen. L’attività di outsourcing può articolarsi in vari modi : può essere un semplice call certer per la prenotazioni degli appuntamenti presso gli uffici consolari competenti, può consistere in generici servizi di assistenza alla predisposizione della documentazione, può arrivare anche a fornire una prima indicazione ai consolati sul tipo di visto da concedere nonché alla delega per la riscossione dell’importo del visto o alla restituzione del passaporto ai richiedenti. Evidentemente a seconda che si tratti di funzioni più o meno “leggere” i problemi che ne derivano sono diversi. In particolare le questioni sulle quali sono ancora in corso le riflessioni a livello comunitario riguardano la protezione dei dati, gli interessi commerciali della ditta incaricata (e i conseguenti eventuali “conflitti d’interesse”) e i rischi di “visa shopping”. Sarebbe pericolosamente superficiale sottovalutare tali aspetti connessi in modo quasi indissolubile alla moltiplicazione delle esternalizzazioni: alcuni “intermediari” potrebbero infatti più facilmente infiltrarsi nelle file di società private, millantando conoscenze e relazioni d'amicizia con personaggi del governo locale e del governo di destinazione, incoraggiando e gestendo ogni tipo di attività illegale. Le Rappresentanze diplomatico-consolari territorialmente competenti in base al luogo di residenza dello straniero sono e devono restare le sole responsabili dell'accertamento e della valutazione dei requisiti necessari per l'ottenimento del visto, nell'ambito della propria discrezionalità e tenuto conto delle particolari situazioni locali. Il visto rappresenta infatti una vera e propria autorizzazione a soggiornare o transitare nel territorio italiano o in un altro Paese Schengen, concessa al cittadino straniero, mediante l’apposizione di uno sticker con particolari requisiti di sicurezza sul passaporto o su un altro documento di viaggio valido. L’Italia è stato uno dei primi paesi europei ad utilizzare l’outsourcing (le prime esperienze sono state presso il Consolato del Cairo mentre l’Ambasciata di New Delhi per facilitare l'accesso ai visti da parte dell'utenza residente nelle varie parti del sub-continente indiano, a partire dall'agosto del 2004 ha attivato un servizio gestito dall’agenzia VFS, che dispone di quattro Uffici (Mumbai, Bangalore, Chennai e Cochin), avente il compito dichiarato di raccogliere la documentazione e trasmetterla al Consolato. Il sistema si è poi esteso ad una cinquantina di sedi complessivamente ma si tratta di un lavoro di “filtro” o di supporto elementare che difficilmente si può immaginare di estendere in quanto la valutazione delle domande é compito esclusivo dell’Autorità consolare. Analoghe esperienze sono state messe a punto dalla Francia, dalla Germania e dal Belgio mentre al di fuori del sistema Schengen risulta che anche il Regno Unito faccia ampio uso dell’outsourcing. La scelta di esternalizzare esige in ogni caso la progettazione e l’attuazione di un efficace sistema di monitoraggio, in un contesto, quale quello delle amministrazioni pubbliche, che vede assai spesso notevoli carenze ed inadeguatezze nei sistemi di controllo direzionale e controllo gestionale, e che non sembra aver ancora introdotto e sperimentato sistemi di controllo strategico veramente affidabili. Un discorso a parte merita il problema della tutela dei lavoratori che operano indirettamente per erogare servizi propri della Farnesina e che non possono essere lasciati pilatescamente in balia di datori di lavoro che spesso non esitano a calpestare i diritti sindacali più elementari, quando non addirittura gli stessi diritti umani. I call center sono solo la punta dell'iceberg di una situazione devastante dal punto di vista sociale ed economico, oltre che avvilente per i lavoratori. Senza regolazioni o interventi “etici” si rischia dunque di contribuire a precarizzare ulteriormente un settore in cui la competitività si gioca già tutta sul “dumping contrattuale” che colpisce in particolare il Sud del mondo. Da un punto di vista “strategico” va inoltre chiarito che il lavoro precario uccide il lavoro a tempo indeterminato provocando un impoverimento generalizzato delle risorse umane che va decisamente contrastato se non si vuole demolire l’intera struttura di un servizio pubblico affidabile e dotato delle garanzie adeguate. Occorre guardare al futuro in modo aperto ed intelligente investendo in tecnologia, organizzazione e riqualificazione delle risorse umane, passando magari dall’outsourcing al co-sourcing e coinvolgendo gli operatori esterni nel miglioramento dei servizi stessi. Bisogna puntare alla “qualità del prodotto” indissolubilmente associata alla “qualità del lavoro” mantenendo al tempo stesso fermo un principio classico per il sindacato: la necessità, senza cadere in un retorico ed abusato egualitarismo, di unificare e tenere insieme tutto il mondo del lavoro.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 12/12/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/12/2006

Verso l’Unione Eurasiatica? Diventeremo tutti generali turchi o teologi bizantini?

Improvvisamente tornata alla ribalta delle cronache per il viaggio papale ed il congelamento negoziale, l’adesione della Turchia all’Unione Europea è diventato – insieme al problema della Costituzione cui è legato più strettamente di quanto non appaia – il grande tema divisivo tra gli Stati membri e nel dibattito interno a ciascuno di essi. La questione è complessa e come ormai spesso accade in questa fase molto post-moderna delle relazioni internazionali non si capisce più nemmeno dove stia la Destra e dove la Sinistra (né come direbbero gli amici turchi dove si trovi il Partito della Giusta Via). Proviamo a fissare alcuni punti. I fautori incondizionati di una prospettiva di adesione della Turchia nel medio-termine sono in linea di massima gli atlantisti acritici dell’Europa. I grandi sponsors di Ankara si trovano a Washington e ciò spiega il disinvolto entusiasmo del terzetto Blair- Berlusconi- Aznar nel sostenere l’avvio dei negoziati di adesione. Nel caso di Berlusconi ed Aznar, non ci si è neanche impacciati con spiegazioni sulla compatibilità di siffatto approccio con la coeva richiesta di inserire un riferimento a “valori”e “radici” cristiani nel Preambolo della Costituzione (nella speranza forse che il partito di Erdogan si rassegni ecumenicamente a chiedere l’ingresso nel PPE). I principali avversari dell’adesione rappresentano una galassia eterogenea: vi si ritrovano i francesi, contrari alla logica stessa di ulteriori ampliamenti, sospettosi per la fragilità del tessuto democratico turco ed ormai spinti verso una logica di confronto estremo dall’azione delle lobbies armene (che ha condotto all’adozione di una Legge che punisce la negazione del genocidio armeno allo stesso modo previsto per la negazione dell’Olocausto), gli austriaci mai completamente liberati da suggestioni storiche (battaglia di Lepanto e assedio di Vienna), gli olandesi definitivamente di cattivo umore rispetto ad idee di integrazione del prossimo dopo l’omicidio Van Gogh, i ciprioti che hanno sostituito i greci nell’opera di interdizione sistematica del dialogo con una Nazione, considerata “nemica storica”. In posizione evidentemente chiave si trova la Germania che ospita la più numerosa comunità turca d’Europa. Il Governo rosso-verde aveva deciso di giocare (anche per ragioni elettorali) la carta dell’apertura condizionata all’adesione turca. Nel programma della Grande Coalizione, figura l’impegno a proseguire i negoziati mantenendo quindi tale posizione ma di fatto la Merkel sta operando in senso inverso moltiplicando rilievi critici e richieste di pause di riflessione. Il nostro attuale Governo ha confermato la posizione del precedente Esecutivo ma anche in questo caso con un mutamento di accenti volto ad enfatizzare il rilievo e l’urgenza della prospettiva europea per i Balcani e collocando invece il riaffermato favore per l’adesione turca in un’ottica temporale di più lungo periodo. Passando dall’analisi della posizione degli Stati membri a quella delle forze politiche europee, il panorama è altrettanto frastagliato, come confermato dalla risicata maggioranza filo-turca emersa al Parlamento Europeo nei dibattiti in materia. Il PPE è tendenzialmente critico verso l’opzione della piena adesione turca soprattutto per l’azione della CDU-CSU che propende per altre formule (come la non meglio identificata “partnership privilegiata”) ma italiani e spagnoli si sono schierati sul versante opposto. I Socialisti – per la spinta di laburisti, SPD e PSOE, ispirato dalla posizione al solito articolata ed intelligente di Zapatero - hanno maggioritariamente sostenuto la causa turca ma con significative defezioni francesi, austriache ed olandesi. Verdi e Liberali sono stati più compatti nell’ammettere il principio dell’avvio dei negoziati di adesione al quale si sono mostrate contrarie le formazioni di estrema destra (Lega in testa) ed estrema sinistra. La tipica autoreferenzialità di classi dirigenti ed opinioni pubbliche europee è testimoniata dal fatto che il dibattito nell’Unione è quasi completamente indifferente ad un’analisi della simmetrica discussione in atto in Turchia. Ove l’opzione di un percorso verso l’adesione è sostenuto dagli islamici moderati e dalle forze politiche progressiste e filo-occidentali ed invece apertamente (o surrettiziamente) osteggiato da militari tanto laici ed atlantisti quanto menacciuti e golpisti e da radicali, fondamentalisti, teocrati assortiti (di recente ringalluzziti dalle colte intemperanze del Pontefice-Teologo). Non esiste quindi soluzione teorica ideale al dilemma dell’adesione turca. L’Unione Europea non potrebbe evidentemente accogliere un Paese che non rispetti determinati requisiti democratici (soprattutto dopo l’esperienza di alcuni recenti acquisti come la Polonia dei gemelli Kazcinsky) ovvero l’integrità territoriale di un altro Stato membro. Ma non può neppure fondare la sua strategia di ampliamento sulla “cristianità” dei candidati o restare indifferente alla questione della possibile evoluzione democratica di una Paese di cultura islamica e di tradizione politica laica. Probabilmente la via di uscita potrebbe trovarsi all’intersezione della ricorrente dialettica tra approfondimento ed ampliamento dell’integrazione europea. Se il Trattato costituzionale europeo entrasse in vigore nei prossimi anni (nella versione firmata il 29 ottobre 2004 o in una sostanzialmente analoga), la risposta al dilemma dei futuri ampliamenti (quello turco ma anche quello dei Paesi dei Balcani occidentali) andrebbe cercata nella Carta dei Diritti (la Parte seconda del testo costituzionale) che fissa gli autentici confini dell’Unione (che sono valoriali non religiosi o territoriali). Si avrebbe allora una solida base – più coerente e comprensibile di quella dei criteri di Copenaghen – alla quale ancorare i negoziati con Ankara mobilitando le forze progressiste turche contro gli apparati repressivi e le forze conservatrici e reazionarie di quel Paese. Ove il negoziato per ricostruire il tessuto costituzionale dopo il fiasco delle consultazioni referendarie in Francia ed Olanda fallisse, si possono ipotizzare due scenari: la stagnazione del processo di integrazione sulla base del Trattato di Nizza che implicherebbe il sostanziale blocco dei negoziati per nuove adesioni ed in particolare di quella turca; una frammentazione dell’Unione con la graduale creazione di un nucleo costituzionale (sostanzialmente incentrato sull’Eurozona) e di un gruppo più esterno. In tale seconda ipotesi, la questione turca potrebbe paradossalmente sdrammatizzarsi e la Turchia potrebbe negoziare il proprio ingresso nella Unione meno integrata, almeno come ulteriore tappa verso una successiva adesione al “nucleo interno”. L’Italia dovrebbe contribuire con realismo a soluzioni di questo tipo nella consapevolezza che l’Europa non deve incorrere nei confronti della Turchia in esclusioni pregiudiziali e definitive ma nemmeno in sconti o cedevolezze né sulle modalità dell’adesione, né sui tempi di un cammino che sarà comunque lungo. In definitivo il vero interrogativo non è chiedersi astrattamente quanto europea sia la Turchia o come ci piacerebbe che evolvessero le Istituzioni di Ankara ma ridefinire invece il progetto europeo in coerenza con i suoi ideali originari (sia pure adattati ai mutamenti della realtà internazionale) e verificare su tali basi quali candidati (ma anche quali tra gli attuali Stati membri) è in grado di proseguire il percorso verso un approdo autenticamente sopranazionale.

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 12/12/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/12/2006

SOS Pibes

In Argentina, oltre cinque milioni di bambini vivono in stato di povertà e due milioni versano in stato d’indigenza. L’Istituto Nazionale Demografico e Censo - INDEC - ha rilevato, nel 2005, il 33,8% di poveri nella popolazione adulta, mentre per i bambini la percentuale è diminuita dal 56,4% al 49,5%. Nel nord del Paese la povertà infantile ha raggiunto il 70,6%, nell’estremo sud, ad Ushuaia, l’11,1%. Fra i bambini è stata rilevata un’ulteriore penalizzazione, le bambine sotto i quattordici anni età sono più povere del 50,2% rispetto ai loro coetanei. Un panorama di cifre ad alto rischio se si considera un elemento reso noto dall’Ufficio dell’Anagrafe della Provincia di Buenos Aires in questi ultimi giorni, oltre il 20% dei bambini non viene registrato alla nascita. Di fronte a tali numeri, i media sono stracolmi di dichiarazioni, di politici che, attraverso il ministro dell’istruzione chiedono una scuola più centrata sulla formazione; di ecclesiastici che, riuniti in conclave, reclamano una società meno frammentata, di intellettuali che si scandalizzano di tanta sperequazione. Il governo ha varato la riforma del sistema d’istruzione, elevando l’età obbligatoria del ciclo scolastico, togliendo il compito assistenziale, assegnato alla pubblica istruzione, dall’emergenza scaturita dal Default del 2001. I cardinali ed i vescovi argentini hanno dichiarato la loro disponibilità al dialogo con tutte le forze sociali attive nel Paese, per arginare un fenomeno che la chiesa non può ulteriormente accettare. Fra gli intellettuali lo scrittore Carlos Balmaceda accusa i politici argentini di non aver posto la necessaria attenzione alla politica sociale del Paese per cui i bambini, anello più debole, si ritrovano a essere le vittime della peggiore violenza sociale. Spesso violati, vessati, obbligati a mendicare a prostituirsi e a rubare, essi vivono le loro vite come un vero e proprio calvario sotto gli occhi indifferenti di tutti. Provengono da famiglie povere e numerose, che non riescono a portare a casa nemmeno gli 870 pesos (circa 310 $ Usa) cifra minima stabilita dal governo per rimanere sopra la linea di povertà. Il paniere alimentare di base ha subito quest’anno un aumento di ben il 2,64% rispetto al 2005 e vale 395,15 pesos (circa 110 $ Usa), le famiglie che non raggiungono questa cifra sono considerate indigenti e devono arrangiarsi in mille modi, utilizzando tutte le risorse, figli compresi, per poter sopravvivere. Con un costo della vita aumentato dell’8% rispetto allo scorso gennaio, le affermazioni del ministro della Pianificazione federale appaiono ottimistiche; egli sostiene che il Paese è tornato a vivere e ad essere lo stesso di prima della decade degli anni ’90, in cui “l’indebitamento esterno era bestiale”. L’Argentina esporta un 40% in più rispetto al 2003 e obiettivo primario del governo è recuperare la strada della produttività e della credibilità internazionale, con le cifre fin qui elencate sulla sua futura classe dirigente , i dubbi sulle affermazioni del ministro appaiono legittimi.

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 12/12/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/12/2006

I rumori di took took

Il 19 settembre ero lì, nulla di diverso dai sei anni che vi avevo trascorso, un giorno tranquillo, le voci della strada, i rumori di took took. Venivo dal chiuso Myanmar (per gli anglosassoni Burma), dal paese della negazione dei diritti umani, della sommossa latente, dal paese violento (dove di violento c’è solo la fame), per prendermi una pausa dalla tensione dovuta alle continue, spesso immotivate, pressioni fatte da noti paesi esportatori di “democrazie precotte al gusto proprio”, per cercare di esportare il loro prodotto e fidelizzare anche questo luogo che, definire tranquillo nel 90 % dei casi è dire poco. Come spesso capita, pensi di goderti un po’ di pace e ti ritrovi nel bel mezzo di un golpe. In realtà, c’è voluto il più classico degli annunci, a reti unificate, per informarci che “ ..un alto consiglio aveva allontanato dal potere il primo ministro in carica per questioni di sicurezza nazionale. ...e che il consiglio stesso era fedele alla monarchia ed in particolare alla persona del Re...” Tanto è bastato per sentire un urlo di gioia in tutta Bangkok. D’un tratto tutto si è dipinto di giallo. Giallo come le rose donate dalle donne ai militari sui blindati, Giallo come le bandane legate alle canne dei fucili, scarichi, dei militari sorridenti Giallo come il colore della pace Giallo come il colore di chi nasce il lunedi Giallo il colore di Re Bhumiphal – nato anch’egli di lunedi- Un colore per esprimere una posizione, un sentimento, una voglia di appartenenza, un riscoperto orgoglio nazionale, offuscato da alcuni anni di rampantismo antipatico ed atipico per un paese amante delle tradizioni come la Tailandia. Un urlo, un colore, tanta gioia, nessuna violenza. L’unico vero colpo di stato, negli ultimi anni, assolutamente incruento. D’un tratto, tutti in piazza, ma non a protestare come negli ultimi due anni, ma per festeggiare con i militari, festeggiare con coloro che restituivano la Tailandia ai tailandesi dietro la regia, non troppo celata, del monarca padre spirituale dei thai e loro divinità , Re Bhumiphal. Il popolo, che non aveva mai accettato la mancanza del dovuto rispetto da parte dell’ex primo ministro nei confronti del proprio amatissimo sovrano, sentiva finalmente soddisfatta la voglia di giustizia e, scesi in piazza hanno dato luogo a scenari che mi hanno riportato alla mente filmati dell’ingresso, a Roma, delle truppe “alleate” dopo la seconda guerra mondiale, con i mezzi militari parati a festa, tipo infiorata di Genzano, fucili con in canna, non pallottole, ma rose stile pacifisti tardi anni 60. Nota stonata, un taxista il quale, alla guida di un taxi in affitto, si è volontariamente scontrato con un carro armato per protesta. Una zuppa di riso e due pacche sulle spalle sono bastate a rimandare a casa il “protestante” felice di essersi conquistato le prime pagine dei giornali locali, forse proprio ciò che voleva! Per il resto il primo ministro a New York, la moglie, il figlio ed una delle figlie vengono lasciati uscire dalla Tailandia nella mattinata del 19 con codazzi da centinaia di valigie, destinazione Singapore, altra figlia a Londra. L’unico in posizione, a dir il vero, un po’ critica è stato il cugino del buon ex Primo Ministro che, grazie alle “ sue qualità professionali” – come ebbe modo di dire Thaksin quando fu accusato di nepotismo – rivestiva la carica di capo supremo della polizia ed era quindi uno dei cinque componenti dell’alto consiglio almeno fino alla prima uscita televisiva. La faccia abbastanza impacciata tipica di colui che sa che tutto il popolo lo guarda come dire “e questo ancora qui?” Tutto risolto due giorni dopo, “liberamente dimesso” per dare strada alle riforme ed alle nomine necessarie all’evoluzione del paese - preciso libero così come tutti gli altri ministri e componenti del comitato d’affari dell’ex Primo ministro.

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Di Il Cosmopolita il 12/12/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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