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Post di gennaio

31/01/2007

I sentieri stretti della politica estera italiana

I sentieri su cui si è mossa con positivo bilancio la politica estera italiana nel primo semestre di governo del centro-sinistra si vanno facendo sempre più stretti. Non deve dunque stupire che il Ministro degli Esteri D’Alema, ovvero colui che più potrebbe capitalizzare da una persistente “immagine alta” del Paese a livello internazionale, sia anche il più attento alle asperità di un cammino in salita. Dopo avere affermato che non resterà a capo della diplomazia italiana ad ogni costo, ovvero qualora venisse a mancare l’autosufficienza (almeno formale) della maggioranza sulla politica estera, D’Alema si è mosso sulla contesa afgana con il consueto equilibrio ed ha tentato successivamente la sortita sui militari italiani, che la sinistra cosiddetta “antagonista” dovrebbe rispettare in quanto votati a missioni di stabilizzazione ovvero impegnati a realizzare quella pace che costituisce l’asserito valore primario di chi oggi introduce nuove critiche. Le stesse forze che, in attesa della manifestazione “peace now” del 17 febbraio a partire dal nodo di Vicenza, argomentano con una disquisizione sui militari “buoni” e le missioni “cattive”, ovvero ripropongono la interessante riedizione della “querelle” tra peccatore e peccato. Nel frattempo le credenziali politiche della nuova gestione della politica estera italiana restano alte: intorno ad un approccio multilaterale e con la presenza nel massimo grado possibile in tutte le crisi in cui l’Italia può gestire un credibile ruolo di composizione. Ciò si scontra non solo con i fatti sul terreno, ma anche con ideologismi, posizioni acritiche, disinformazioni che non appartengono soltanto all’ala sinistra della coalizione di Governo, ma anche al centrodestra con il suo atlantismo da vecchia DC. La conciliazione non sarà semplice anche perché manca un dibattito complessivo(non facile neppure da mettere all’ordine del giorno) sulle relazioni internazionali. Di qui la sensazione che il Ministro degli Esteri debba “navigare a vista” con la perizia che gli viene da credenziali in regola. Il Primo Ministro è anch’egli molto presente in giro per il mondo e potrebbe ad un certo punto essere chiamato a rendere conto di un Paese, il cui ruolo e le cui potenzialità esterne dipendono in primo luogo da una tenuta (e ripresa, anche di consenso) interna. Nel settore più specifico e strutturale della politica estera il cammino è d’altro canto appena cominciato. La Farnesina resta incomprensibilmente la cenerentola di una pletorica e ancora anchilosata Amministrazione pubblica: una cenerentola che salvatasi per il rotto della cuffia dalle grinfie della Finanziaria rimane tuttavia stordita da malanni che vengono da lontano. Un primo approntamento del quadro legislativo, che dovrebbe avviare l’uscita della Cooperazione da decenni oscuri, non appare di per sé sufficiente a ridare smalto ad un comparto primario della proiezione esterna pubblica del Paese: il nodo non è Agenzia sì, Agenzia no, quanto prevedere e strutturare raccordo, coordinamento, iniziativa politica e visione. Analogo discorso si pone per il tavolo di rilancio del Ministero degli Esteri e della rete diplomatico-consolare. Tanto prima partirà il confronto con i Sindacati e con gli “utenti”, tanto meglio sarà per attivare un volano di azione e di riparazione dei numerosi guasti del passato. Un esempio per tutti è quello del settore della promozione economica internazionale praticamente travolta sia dalla introduzione dello “sportello unico”, che mortifica l’operatività degli Uffici commerciali delle Ambasciate, sia dalla proliferazione “sussidiaria” della promozione delle regioni. Qui gli operatori stessi – come dichiarava recentemente per l’Unioncamere Andrea Mondello – non possono che registrare l’impotenza fastidiosa sui grandi mercati del formato “regionale”: che l’Italia possa entrare in India o in Cina con le iniziative della Basilicata o del Lazio è fantascienza, così come il refrain del “piccolo è bello” e dei campionari in valigia. Mentre le risorse vengono dilapidate o utilizzate a fini assai “particulari”, si avvizzisce uno strumento sperimentato che opera per fini generali. Un esempio - si è detto - ma anche uno dei tanti punti di partenza per un rilancio che non può esaurirsi con la sola presenza del Ministro degli Esteri o di altri responsabili politici in una molteplicità di Paesi in cui l’Italia dovrebbe essere sempre rappresentata con stabilità e continuità. E, ci si permetta di ricordarlo ancora una volta, ciò non è superfluo bensì necessario per il Paese e per la sua solida credibilità.

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Di Il Cosmopolita il 31/01/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

31/01/2007

Addio maestro Kapuscinski

Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. Comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. E’ il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile. Ero quasi per andare a letto e mi é apparsa un’ANSA: “h. 22.35, lo scrittore e grande inviato polacco Ryszard Kapuscinski é morto oggi a Varsavia all’età di 75 anni. Kapuscinski é deceduto per le complicazioni successive a un intervento operatorio che aveva subito sabato.” Non riesco a trattenere le lacrime. E’ la prima volta che piango per la scomparsa di qualcuno mai visto e conosciuto di persona. Proprio oggi ho regalato a Cristiana Shah of Shah, il tuo capolavoro sulla rivoluzione iraniana del 1979. Ho letto tutto quello che di te é stato tradotto: Il Negus –splendori e miserie di un autocrate, Lapidarium –in viaggio tra i frammenti della storia, La prima guerra del football -e altre guerre di poveri, Shah-in- Shah, Ebano, Imperium, In Viaggio con Erodoto e Autoritratto di un reporter, l’ultima bellissima raccolta di pezzi di interviste concesse durante la tua lunga carriera. Hai cominciato a fare il reporter nella metà degli anni ’50, quando avvenne, come amavi dire, “la scoperta del terzo mondo”. Ti mandarono in India e poi in Cina, ma avevi difficoltà per la lingua e ti sei trovato di lî a poco, nel continente nero. Partisti dal Ghana di Nkrumah, presidente illuminato, e avresti poi girato l’Africa in lungo e in largo per numerosi e ripetuti anni, senza trascurare il resto del mondo. Come dimenticare le tue descrizioni di Senghor e di Lumumba, di Nasser e di Nehru... Ho cominciato a viaggiare con te e ti ho portato sempre nei miei viaggi. La settimana scorsa ero a casa e dicevo ai miei genitori che uno dei sogni della mia vita era di incontrarti di persona ed ascoltarti raccontare. Mia madre legge i libri di Terzani e non ho potuto non dirle che una volta Tiziano Terzani dichiarò che il complimento più bello che gli fosse mai stato rivolto fu quello di un uomo che gli disse: “lo sa che lei assomiglia a Kapuscinski!?”. Mi sono spesso immaginato ad una delle tue conferenze in Italia, paese che hai sempre amato visitare e che ti ha dato tanto. Mi immaginavo tra la folla prendere la parola e dirti solamente una parola: “Grazie”. Grazie Maestro per avermi raccontato i sottoscala di Teheran e le barriere in fiamme della Nigeria, i fasti del regime del rastafari Hailé Selassié e gli operai in sciopero a Danzica e Stettino. Ti ho seguito nello stadio di Tegucicalpa dove scoppiò la guerra tra Honduras e El Salvador, tra le macerie del collasso dell’impero sovietico, tra gli afrikaans calvinisti del Sudafrica razzista, nel nord occupato di Cipro, nei bar di La Paz e di Quito, nell’Algeria del golpe di Boumedienne, nei bazar di Damasco, nella guerriglia del Mozambico e del Kenya, nella stupida guerra per l’Ogaden tra Etiopia e Somalia e nella rivoluzione di Zanzibar del 1963, cui tanto avresti voluto dedicare un apposito libro. Hai assistito a 27 rivoluzioni e non hai visto migliorare il mondo come hai invece saputo raccontarlo. Da domani, probabilmente, i giornali più disparati ti dedicheranno intere colonne, celebrando l’unico reporter rimasto ancora in giro per il mondo tra quelli partiti negli anni ’60. Tutti gli altri rimasti in vita sono diventati direttori di reti televisive, di emittenti radiofoniche, di case editrici e di quotidiani. Sono diventati stanziali. Io proverò un vuoto immenso. Mi mancherà il rapporto a distanza con una persona mai vista e mai conosciuta. Un rapporto che sentivo diretto e di cui spesso, meno di domani, mi sono sentito anche geloso. Vezzeggiavo sulle mie potenziali somiglianze con te. Anch’io, negli anni della mia infanzia, volevo diventare un campione dello sport e come te, prima di essere un promettente playmaker sui campi di basket, facevo il portiere di calcio. Come te amo la storia ed Erodoto, il primo reporter di cui abbiamo traccia! Se esiste davvero un paradiso, le sue porte ti saranno aperte perché come dal titolo di un’opera tratta dai tuoi racconti, Il cinico non é adatto a questo mestiere, il vero reporter conosce il sacrificio e l’impegno e non abita all’Hilton. Tu avevi un cuore grande e una sensibilità rara. I cattivi non possono essere buoni giornalisti. Solo l’uomo “buono” cerca di comprendere gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi e le loro tragedie. I poveri, di solito, stanno zitti. La miseria non piange, non ha voce. La miseria soffre, ma lo fa in silenzio. A tutto questo tu hai saputo dare voce. Grazie Maestro, continuerò a camminare e consumare tante scarpe in giro per il mondo e sono sicuro che non mi lascerai mai solo.

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Di Il Cosmopolita il 31/01/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2007

La Germania al timone dell’Europa: forza trainante o pallida madre?

1. Il Paese più popoloso ed economicamente più forte dell’Unione Europea ha assunto la Presidenza del Consiglio in un momento particolarmente delicato per il processo di integrazione europea e per la Germania stessa. Il Governo di Grande Coalizione si trova a dirigere ed a giocare una partita dalle complesse implicazioni sia interne che europee. Nella linea ufficiale del Governo federale (e nello stesso programma dell’attuale Esecutivo), la politica europea sembra ispirata ad una forte e convinta continuità. La Germania è impegnata ad assicurare rinnovato impulso al processo di integrazione, ha pubblicamente ribadito la sua volontà di rilanciare il Trattato costituzionale e di garantire un equilibrio tra l’ampliamento e l’approfondimento della dinamica comunitaria. Ma la situazione è in realtà più sfaccettata e l’odierno rapporto tra Germania ed Unione Europea ha poco a vedere con l’eredità di Adenauer, Brandt, Schmidt e Kohl (il cui ultimo erede è stato – per una astuzia della Ragione assai germanica ed hegeliana – l’alfiere verde dei “ragazzi della scuola di Francoforte” Josckha Fischer) e riflette invece nuove tensioni e nuovi obiettivi. Già durante l’era Schroder si erano avvertiti con chiarezza i segni di una inedita assertività tedesca, ad esempio nella imposizione de facto del tedesco come lingua di lavoro delle istituzioni (a pari livello con inglese e francese, idiomi assai più diffusi e veicolari) o nella spregiudicata politica di sostegno al personale tedesco nella scalata ai posti apicali della Commissione (la Germania ha oggi 7 Direttori Generali contro 6 della Francia, 4 per Regno Unito e Spagna, 3 per l’Italia). L’azione dei Lander e della Corte Costituzionale di Karlsruhe ha costantemente mirato negli ultimi anni a porre limiti alla condivisione di sovranità in ambito europeo ed in tale quadro va iscritta la recente decisione della predetta Corte che ha rifiutato di pronunciarsi sul Trattato costituzionale con la discutibile motivazione che esso potrebbe non entrare mai in vigore. La ratifica tedesca è in tal modo “monca” poiché alla approvazione (quasi unanime) del Bundestag e del Bundesrat non è seguita la firma del Presidente della Repubblica che non se l’è sentita di effettuare la promulgazione in assenza di un parere esplicito della Corte Costituzionale. Questo elemento – poco enfatizzato – rischia di pesare nel negoziato per il rilancio del Trattato firmato a Roma il 29 ottobre 2004. Di grande rilievo politico è anche il ruolo che le formazioni politiche tedesche sono riuscite a conquistarsi nel Parlamento Europeo. I 99 eurodeputati della Germania (Francia, Italia e Regno Unito ne hanno 72 ciascuno) influenzano in modo determinante la linea politica del PPE e del PS e dopo l’avvento della Grande Coalizione a Berlino essi sono in grado di orientare le posizioni parlamentari e di controllarne i posti-chiave. Il popolare Poettering presiede dal 1 gennaio 2007 l’Istituzione parlamentare, il socialdemocratico Leinen è alla guida della Commissione Affari Costituzionali, l’accordo sulla controversa Direttiva Bolkenstein è stato raggiunto a Berlino e trasposto a Strasburgo e a Bruxelles dalla relatrice socialdemocratica. Nel momento in cui la pletorica ed ignava Commissione Barroso si limita alla ordinaria amministrazione ed il Consiglio è paralizzato nel suo funzionamento dagli effetti di un ampliamento mal preparato dagli accordi di Nizza, il Parlamento Europeo si accinge a diventare l’istituzione più dinamica dell’Unione. Ed a Strasburgo la Germania è quantitativamente e qualitativamente in posizione dominante. L’ipertrofia tedesca non sfugge ad osservatori ipersensibili come i polacchi (il cui attuale euroscetticismo è il sottoprodotto di una insanata germanofobia) od i turchi che sono consapevoli delle ambiguità della posizione della Merkel, ufficialmente legata dagli impegni del precedente Governo per l’avvio dei negoziati di adesione ma in realtà spinta dal suo Partito a cavalcare l’ondata antiturca che percorre altri Stati membri (Francia, Austria, Paesi Bassi). 2. Questa analisi senza indulgenze non deve indurre a considerazioni sommarie o eccessivamente pessimiste. Malgrado un quadro politico e psicologico profondamente mutato, la Germania resta il Paese-chiave per il rilancio della integrazione europea ed il prossimo semestre sarà quindi decisivo per l’avvenire dell’Unione. In primo luogo, la Germania ha compiuto – pur tra lentezze, macchinosità e con l’enorme peso dell’Est – un percorso coraggioso per la modernizzazione del proprio apparato economico. Pagando un prezzo elevato in termini di consensi ed immagine, il Governo Schroder ha avviato un compito imponente che potrebbe servire da esempio ad altre forze riformiste europee ed in coerenza con tale impostazione la SPD ha preferito la non facile alleanza con la CDU-CSU alle sirene dell’abbraccio coi populisti della Sinistra antagonista (in realtà conservatrice). Un Welfare generoso (basato su vere politiche di assistenza e redistribuzione; altro che pensioni di invalidità fasulle!) è stato ridimensionato per tenere conto dei processi globali di emancipazione che spingono alla ribalta nuove realtà economiche e nuove classi lavoratrici. Se tale processo verrà consolidato, la Germania potrà riprendere – nelle mutate condizioni – il suo ruolo di “locomotiva” europea (o almeno dell’Eurozona) e non essere più la dolente e recessiva “bleiche Mutter” della seconda metà degli Anni Novanta In secondo luogo, l’apparire di sensibilità nazionali non intacca ancora un punto cruciale nelle riflessioni delle élites politiche tedesche: la capacità della Germania riunificata di far pesare valori ed interessi nel contesto di una realtà internazionale in continuo mutamento non è separabile dal destino dell’Europa politica. Le illusioni golliste della Francia o le spocchiose pretese britanniche di coniugare una economia aperta sul mondo con il sovranismo insulare trovano ancora scarsa eco in Germania. I tedeschi vogliono contare di più in Europa affinché l’Europa conti di più (o realisticamente perda meno terreno possibile) nel Mondo. In questa ottica, il passaggio ad una Unione costituzionale è una genuina priorità politica per la Germania ed il vero dilemma per Berlino è come riuscire a conseguire tale risultato senza rotture traumatiche (la perdita del Regno Unito o della Polonia che per la moderata orientale Merkel sarebbe più grave che per i suoi predecessori rosso-verdi). E’ su questo terreno che si disputerà la partita del prossimo biennio (fino alle elezioni del Parlamento Europeo del 2009): una volta sciolti alcuni nodi (in particolare quello del nuovo assetto politico in Francia), andrà avviato il tentativo di recuperare la parte essenziale del Trattato costituzionale attraverso un percorso (da definire nel prossimo giugno) che preveda una Conferenza Intergovernativa, la firma di un testo emendato ed un nuovo “round” di firme e ratifiche. Se questo scenario dovesse fallire per veti incrociati di quanti non vogliono toccare se non in modo marginalissimo il testo del Trattato costituzionale e di quanti invece intendono seppellirlo limitandosi a minimali modifiche dei testi vigenti, l’Unione si troverà al bivio tra paralisi e scissione. 3. Tra i meriti principali del nostro attuale Governo, va certamente annoverato quello di aver ristabilito la posizione italiana in Europa dopo un quinquennio di sostanziale subordinazione alla fallimentare politica di Blair/Aznar e dei queruli atlantisti dell’Europa Centro Orientale (“la Voice of America” dell’Unione). In questa ottica, il recuperato rapporto con la Germania riveste un ruolo cruciale a condizione di mantenere un approccio critico e paritario. Si potrebbe forse eccepire che l’Italia si è lasciata troppo sbrigativamente privare degli eventi celebrativi più significativi previsti in occasione del Cinquantesimo Anniversario dei Trattati istitutivi della CEE e di EURATOM. La sede naturale di tali commemorazioni sarebbe stata Roma (e, più in particolare, il Campidoglio) ed invece la Dichiarazione Solenne dei Capi di Stato o di Governo dei Ventisette (unitamente ai Presidenti di Parlamento Europeo e Commissione) avrà luogo a Berlino il 25 marzo p.v. Ma se tale è il prezzo per un rilancio della collaborazione tedesca sui temi europei potrebbe essersi trattato di una rinuncia giustificabili (tanto più che in Italia avranno comunque luogo altri importanti iniziative legate all’evento). Una coordinata azione italo-tedesca sarà necessaria nei prossimi mesi per rinsaldare il fronte pro-costituzionale dell’Unione e per avviare il recupero della Francia “post-chiracchiana” e quello meno agevole dei Paesi Bassi. E lo spazio per iniziative congiunte non si limita al terreno istituzionale ma potrebbe estendersi ad aree decisive per l’avvenire dell’Unione: il Governo economico della Moneta Unica, l’Energia, l’Ambiente, l’armonizzazione fiscale, la competitività. Questo impegnativo programma richiederebbe 2 pre-condizioni tese a rafforzare la nostra credibilità nei confronti di una Germania che guarda comunque soprattutto verso Parigi, Londra, Washington e Mosca (e da ultimo anche con crescente interesse verso Madrid ed inquietudine verso Varsavia e Praga): 1) l’avvio anche in Italia di una seria ed antidemagogica stagione riformista che liberi energie represse dalle cupole neo e vetero corporative e reintroduca l’Italia delle fiction e degli omicidi di pianerottolo nel flusso del Mondo; 2) la capacità di portare alcuni decisivi dibattiti sul piano europeo uscendo dai miasmi domestici. Da questo punto di vista è evidente che se l’attuale malsano dibattito sul Partito Democratico dovesse avere come esito una rottura del rapporto tra la Sinistra italiana ed il PSE, il nostro Paese si troverebbe in una situazione di ancora maggiore irrilevanza. A quel punto risulterebbe velleitario incalzare la Germania sui temi dell’integrazione europea o contrastarne autorevolmente li mire egemoniche in materia istituzionale e linguistica. Ma tali questioni investono archi temporali che vanno al di là del semestre di Presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione durante il quale la tematica istituzionale risulterà predominante e la collaborazione italo-tedesca potrebbe conoscere una favorevole congiuntura.

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Di Il Cosmopolita il 17/01/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2007

Le curve del turismo

Il volume di affari collegati al settore turistico argentino dal 2002 è in continua ascesa , pari al 7,3% del PIL nel 2005 e al 7,2% dell’offerta lavorativa di settore dello stesso anno. Gli stranieri che visitano l’Argentina provengono principalmente dai Paesi limitrofi quali Cile e Brasile e a seguire, Spagna, Italia e Stati Uniti che registrano un aumento esponenziale. La sola Buenos Aires nel 2005 ha registrato un transito di 15.465.624 passeggeri, di cui il 39,6% di turisti nazionali. I motivi del maggior interesse nei confronti del Paese sono da individuare in un cambio estremamente favorevole, in un’offerta naturalistica qualitativamente eccellente e numericamente esuberante e in un’accoglienza quasi esagerata. L’ottavo maggior Paese del mondo esibisce non solamente i suoi strepitosi ghiacciai di cui il Perito Moreno è il fiore all’occhiello, ma sei paesaggi distinti, relativi a sei diversi continenti in termini climatici e ambientali, dalle spiagge assolate dela costa atlantica alla pampa del centro, dai boschi della selva alla vegetazione tropicale del nord, dalle steppe della Terra del Fuoco alle montagne dipinte di Salta e Jujuy, oltre a una fauna anch’essa ricchissima di specie marine e terrestri. Il presidente della Camera di Commercio del Turismo argentino si ritiene soddisfatto dell’andamento della curva che da cinque anni caratterizza il settore, con un aumento medio di affari del 12% , rispetto al 2002. Il 2006 è stato l’anno in cui il capitolo di bilancio si è chiuso per la prima volta positivamente, grazie al turismo straniero sostiene Marco Palacio che risponde con molta franchezza ai media, sottolineando l’indifferenza governativa verso un settore che genera ricchezza e che dovrebbe essere oggetto di una puntuale politica statale. Il Segretario del Turismo della Nazione, Enrique Meyer sottolinea invece l’interesse del governo per il turismo nazionale, la cui curva è anch’essa positiva e mostra un’ascesa costante del 6/ 9% annuale; a suo dire il vero propulsore dell’intero comparto è il turismo nazionale rispetto a quello straniero e in varie interviste ha annunciato, forse per quieto vivere, l’inaugurazione dell’Istituto di Promozione Turistica, organismo creato ad hoc per promuovere l’Argentina all’estero, insieme alla Camera di Commercio del Turismo. I dati dell’ INDEC - Istituto Nazionale Demografico e Censo - del primo semestre del 2005 indicano in 5.131.770 le persone che lavorano nel turismo nella regione del Gran Buenos Aires, in 821.430 nel Nord Ovest del Paese, in 406.554 nel Nord Est dell’Argentina, in 537.930 nella regione di Cuyo , in 1.890134 in Pampeana e in 228.688 in Patagonia, per un totale di 9.250.371 nell’intero Paese. I settori analizzati sono quelli alberghiero (hotel, campeggi ed altri), della ristorazione ambulante e fissa, del trasporto e del suo indotto, delle agenzie di viaggio, delle attività artistiche e ludiche, del servizio delle telecomunicazioni, dei musei e delle biblioteche, dei servizi sportivi e d’intrattenimento. I dati del turismo estero rispetto a quello nazionale mostrano una maggiore predisposizione alla spesa da parte degli stranieri, che spendono in media, in una città come Buenos Aires, 186 dollari al giorno rispetto ai 60 dollari dei turisti argentini; anche la curva delle crociere, con scalo nella capitale, ha registrato un’impennata nell’alta stagione 2005-2006 con l’81,5% di posti venduti. Le curve del turismo risultano essere dunque molto interessanti, con un occhio più attento ai problemi dello smaltimento dei rifiuti e una maggiore considerazione dei problemi ecologici, l’Argentina ha tutti i numeri per competere con l’Australia con gli Stati Uniti Occidentali o con i parchi del Sud Africa, vale a dire con tutti quei Paesi che fanno delle proprie ricchezze paesaggistiche, un’appetibile meta turistica.

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Di Il Cosmopolita il 17/01/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2007

La contrattazione decentrata: il caso di Copenhagen

La negoziazione sui posti di lavoro è una delle più grandi opportunità concesse dal nuovo modello contrattuale, si può intervenire organizzativamente per eliminare i colli di bottiglia che ci impediscono di godere di servizi adeguati. Anche la politica estera nei settori politici, commerciali, migratori e culturali può usufruire del contributo contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori anche nelle zone più decentrate nel mondo, per le quali il nuovo modello negoziale e lo sviluppo delle Rappresentanze Sindacali Unitarie offre la possibiltà di un forte miglioramento delle strutture preposte. Nell’articolo del Cosmopolita del 22 febbraio 2006 (“Contrattazione decentrata: strumento di svolta radicale) abbiamo descritto la situazione nelle RSU 16 di Copenhagen nella quale avevamo assistito all’único tentativo nelle sedi estere di aprire un tavolo di negoziazione decentrata con la presentazione di una piattaforma contrattuale sull’organizzazione del lavoro approvata dalla assemblea dei lavoratori. La prima fase era terminata con la il diniego della controparte a raggiungere un accordo. Che cosa è successo dopo? 22.12.2006 – La negoziazione decentrata presso la RSU 16 (Ambasciata d’Italia, Cancelleria Consolare e Istituto di Cultura di Copenhagen)è ufficialmente ripresa quando le Organizzazioni Sindacali ricevevano una lettera dal Responsabile dell’Ambasciata il 29.5.2006, il quale riteneva “opportuno rinviare la continuazione del negoziato al prossimo mese di ottobre, dopo l’assunzione in sede (prevista per il 4 settembre 2006) del nuovo responsabile del personale”. Successivamente, in una seconda comunicazione del 31.10 2006, aggiungeva: “faccio riferimento alla sua 2352 del 23 ottobre u.s. (n.d.r.: con la quale questa RSU richiedeva chiedeva la continuazione della trattativa) al fine di riprendere il negoziato e le preciso che sono necessarie le seguenti precondizioni: 1) ricostituire la RSU di cui lei è rimasto l’unico rappresentante a seguito del rientro al Ministero di uno dei delegati e della prolungata assenza per malattia dell’altro; 2) predisporre una piattaforma negoziale che abbia l’approvazione degli impiegati di questa Sede. Una volta soddisfatte tale condizioni si potrà riprendere il negoziato sindacale a suo tempo avviato.” Amen!! Questa è la incredibile comunicazione del responsabile di questa Rappresentanza Diplomatica dove era stata ufficialmente presentata una piattaforma decentrata di contrattazione il 23 febbraio 2005, approvata nell’assemblea dei lavoratori e dove nel tavolo di contrattazione si è manifestata sin dall’inizio l’evidente contrarietà della controparte a raggiungere un accordo. La negoziazione è durata per ben 6 riunioni. Tra l’altro è evidente la mancanza di rispetto per le OOSS quando viene richiesta una piattaforma che già era stata approvata dalla stragrande maggioranza dei lavoratori (20 voti favorevoli e 3 astenuti) prima della sua presentazione alla controparte e ritiene altresì di considerare esaurito il ruolo di una rappresentanza sindacale quando due dei tre membri sono ancora presenti...in contraddizione con quanto dichiarato in precedenza! Inoltre nella corrispondenza inviata dai responsabili dell’ufficio ci si accorge che si è scelto di non averla mai trasmessa ai Rappresentanti Sindacali Unitari eletti, ma esclusivamente ai dipendenti in servizio (Egregio Commissario Amministrativo, Gentile Cancelliere, Distinto Commesso......), scegliendo in tale maniera una strategia burocratica e antisindacale! Non solo ma le vicende successive hanno dimostrato la “geometrica strategia” della controparte che há proceduto in pochi mesi a colpire due Rappresentanti Sindacali Unitari con rapporti disciplinari per il solo fatto di aver svolto importanti lavori straordinari (elezioni politiche, referendum e risistemazione della struttura consolare dopo 20 anni di abbandono!!) chiedendo al tempo stesso un accurato controllo sulla sicurezza ed il rispetto di alcune misure di funzionamento. La situazione organizzativa di questa sede è la seguente: pieno organico, una distribuzione di personale incredibilmente orientata a vantaggio dell’Ambasciata (18) rispetto alla Cancelleria Consolare (2), tutti gli edifici pubblici – Rappresentanza, Istituto di Cultura, Residenza - sono di proprietà dello Stato Italiano mentre la Cancelleria Consolare affittata dal lontano 1988 ha un oneroso affitto annuale di 500.000 Corone Danesi (pari a circa 70.000 EURO), negli ultimi mesi si è svolto un impegnativo lavoro per svecchiare (dopo quasi 20 anni) e ripulire, ospitare il COMITES (al piano superiore) ed il Patronato INCA (al piano inferiore) presso l’edificio della Cancelleria Consolare, riuscendo ad alleggerire un poco le spese di affitto - sono stati liberati spazi interni dopo un lungo negoziato (!!) - e si è intrattenuto un duro braccio di ferro per non consentire l’utilizzazione delle strutture diplomatiche a fini personali. Ma la limitata descrizione di questo andazzo serve soprattutto a dimostrare che la attuale situazione di inefficienza e dissoluzione delle nostre strutture diplomatiche e consolari necessitano di un approccio da anno zero che ridefinisca i modi di una radicale riorganizzazione, valorizzazione e miglioramento dei servizi. Per far questo occorre ridefinire alcuni valori che nel tempo abbiamo considerato immodificabili e che devono diventare punti irrinunciabili di un progetto di riforma nel modo di operare delle strutture operative della nostra politica estera: 1) definitiva uscita dal DPR 18 2) radicale separazione tra competenze diplomatiche e consolari 3) entrata in carriera diplomatica non dopo la laurea (24 anni) bensi successivamente alla specializzazione (27 anni) ed effettuazione di una preventiva selezione per l’ammissione a corsi di preparazione interni di elevato livello insieme a stages formativi ed a un successivo concorso finale per l’assunzione 4) segmentazione dell’assegno di sede con l’introduzione di una parte legata al raggiungimento degli obiettivi e di un’altra sottoposta a tassazione 5) rilancio ed obbligo di contrattazione sindacale 6) potenziamento tecnologico 7) redistribuzione salariale tra Roma ed Estero 8) introduzione del divieto di assunzione per parenti in linea diretta (genitori, figli, fratelli, coniugi) come avviene in aziende private 9) obbligo di una situazione di organico in carriera diplomatica con una presenza minima obbligatoria del 30% di donne 10) pieno sviluppo di una politica di formazione permanente anche per il personale a contratto 11) creazione di un organismo di verifica dell’attività svolta da parte dei dirigenti La continua richiesta di integrazione di finanziamenti per il bilancio del Ministero Affari Esteri si scontra con l’incapacità dei dirigenti politici ed amministrativi rendere efficiente la struttura operativa, imputando all’esiguità di finanziamento la sola ragione della difficoltà di corretto funzionamento delle strutture della nostra politica estera. Per tale ragione non può sfuggire al movimento sindacale l’opportunità di avviare un tavolo strategico per la riforma del Ministero Affari Esteri in Italia ed all’estero che si focalizzi su sei punti: produttività, efficienza, qualità, formazione, stabilità, legalità.

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Di Il Cosmopolita il 17/01/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2007

Un continente re-aparecido

L’affermazione elettorale di un ampio spettro di forze progressiste, dal caudillismo antimperialista più radicale alla socialdemocrazia più moderata ed istituzionale, ha riacceso il dibattito sul futuro dell’America Latina, un continente sterminato, non solo dal punto di vista geografico, per molti aspetti ancora da scoprire o da ri-scoprire. Basteranno elezioni più o meno libere ed ordinate per dar vita ad una vera democratizzazione ? Non ci sono stati messaggi di auguri da parte del Presidente degli Stati Uniti per la rielezione di Hugo Chavez alla presidenza del Venezuela. “Desideriamo avere la possibilità di lavorare con il governo venezuelano nelle questioni di reciproco interesse” è stato il laconico commento di un portavoce del Dipartimento di Stato. Sicuramente le questioni di reciproco interesse sono legate in massima parte al petrolio che il Venezuela vende agli USA in ragione di un milione di barili al giorno (il 50% della propria produzione) posizionandosi al quarto posto tra i grandi fornitori di energia di Washington, dopo il Canada, l’Arabia Saudita e il Messico. Ciò non significa naturalmente che il “caudillo” non sia visto dall’amministrazione Bush come un pericolo: John Negroponte, fiammante vice Segretario di Stato e già capo della CIA, ha chiaramente stigmatizzato le relazioni sempre più strette del presidente venezuelano con paesi appartenenti all’ “asse del male” come una chiara dimostrazione della volontà di costruire una coalizione internazionale a forte caratterizzazione antiamericana. Il fenomeno Chavez, eletto per la terza volta con oltre il 60 per cento dei suffragi con il suo progetto di “socialismo bolivariano” non sembra in verità destinato a rimanere all’interno del paese caraibico, né ad avere una “data di scadenza” (una riforma costituzionale già annunciata potrebbe prolungare praticamente a vita il potere del presidente) nonostante l'assenza di un programma definito o di una dottrina ideologica compiuta. Il “socialismo del siglo XXI”, in linea con le varie tradizioni del populismo latinoamericano, non sembra voglia aspirare ad essere un'idea originale, né una teoria globale e ancor meno una concezione dell'uomo e della società. Il fattore che lo rende coerente e vincente non è sociologico ma essenzialmente psicologico. È una reazione di diffidenza nei confronti delle istituzioni politiche ed economiche dominanti, incarnata da un uomo provvidenziale e carismatico in grado di mobilitare e di organizzare un popolo rassegnato ma in collera. È il suo carattere pluriclassista e trasversale che lo rende capace di attraversare le sfaldature politiche classiche: il richiamo populista si rivolge a tutti coloro che, da una parte o dall’altra e con livelli di sofferenza molto diversificati, subiscono in silenzio le ingiustizie e/o e la miseria. La sua potenza deriva da questo miscuglio. L’oro nero ha permesso un margine di manovra politica ed economica gigantesco alla “rivoluzione bolivariana” che si basa su due pilastri: un welfare esteso e la redistribuzione dell’enorme ricchezza che entra nel paese grazie all’esportazione del petrolio. Ciò ha permesso a Chavez di moltiplicare a proprio piacimento la spesa pubblica, di finanziare la costruzione di case e scuole, ampliare i programmi assistenziali ed il credito per i settori meno favoriti ed addirittura le borse di studio per i giovani. In base alle sue dichiarazioni, inoltre, a questa grande ricchezza si accompagnerà presto un “mayor poder para el pueblo” perché i petrodollari sosterranno le organizzazioni di base, il cooperativismo e le assemblee municipali, aumentando le autonomie di gestione e dando vita ad una democrazia partecipata e ad un’economia sociale e solidale. Appena quattro giorni dopo la vittoria elettorale Chavez ha visitato Argentina, Brasile, Perù e Paraguay e si è subito imposto come uno dei protagonisti del secondo “Incontro della Comunità delle Nazioni Sudamericane” svoltosi a Cochabamba in Bolivia, sottolineando le proprie aspirazioni di leader regionale. L’organizzazione, fortemente sostenuta dal presidente venezuelano, é nata nel 2004 per favorire “la solidarietà e l’integrazione regionale, lo sviluppo delle relazioni commerciali interstatali e la cooperazione energetica” ed intende svolgere un ruolo la cui sintesi è rintracciabile nelle parole usate dal padrone di casa Evo Morales all’apertura dei lavori: “I leader convenuti a Cochabamba hanno la straordinaria opportunità di chiudere le vene aperte dell’America Latina” ha affermato, citando il famoso libro scritto nel 1971 da Eduardo Galeano. Con le straordinarie risorse petrolifere, moltiplicatesi a dismisura con la nuova stagione di rialzi del prezzo del greggio sui mercati internazionali, il Venezuela ha da tempo inaugurato una spregiudicata “petrodiplomacia” tendente a “lubrificare” le proprie relazioni con gli altri paesi latinoamericani (oltre a Cuba ed alla Bolivia ne hanno beneficiato l’Argentina ed il Brasile, le due tradizionali potenze sub-continentali, che hanno potuto cancellare parte dei debiti con il FMI anche grazie ai cospicui aiuti venezuelani). Rafforzato dai successi elettorali di uomini a lui politicamente vicini come Rafael Correa in Ecuador e Daniel Ortega in Nicaragua, il presidente venezuelano ha voluto rilanciare il progetto di cooperazione energetica conosciuto come Gasducto del Sur, teso a collegare tramite un gigantesco gasdotto (lungo oltre novemila km) il suo Paese con il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay e il Cile. Uno degli obiettivi dichiarati di Chavez è sicuramente quello di ottenere una maggiore influenza nel Mercosur, in cui il Venezuela è stato ammesso recentemente, con l’entrata dell’Ecuador e della Bolivia, due paesi che aggiungerebbero alla comunità sudamericana elementi di grande peso: il gas boliviano ed il petrolio ecuadoriano. Ciò che è certo, al di là dei trionfalismi e delle enfatizzazioni, è che il nuovo mandato di Chavez rappresenta l’ultima tappa di un’ ondata di vittorie progressiste senza precedenti nel continente latino-americano, accompagnate da eventi che - soprattutto nel corso del 2006 - sembrano aver innescato il consolidamento di una nuova stagione politica con aspirazioni continentali. E’ stato l’anno in cui Fidel Castro, di cui Chavez si professa grande amico ed ammiratore, dopo mezzo secolo di potere incontrastato, è stato allontanato dall’attualità politica a causa di un’improvvisa e violenta malattia. Ha lasciato il comando di Cuba nelle mani del fratello Raul senza che il regime sprofondasse, inondando di profughi le coste della Florida. Ciò dimostra la sorprendente vitalità del comunismo cubano che molti davano per spacciato già dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Raul Castro, nel suo primo discorso come “lider maximo”, ha sorprendentemente esortato al dialogo nei confronti degli USA per mettere fine a decenni di incomunicabilità, anche se un’amministrazione fortemente ideologizzata e sottomessa alle lobbies cubano-americane ha portato la Casa Bianca a respingere seccamente e frettolosamente il segnale di apertura. Il gesto di Raul potrebbe invece essere un interessante segnale di svolta della Cuba post-Fidel in direzione del modello cinese voluto da Deng Xiaoping e consolidato da Zao Zyang: un capitalismo competitivo con governo saldamente nelle mani del Partito Comunista. E’ stato l’anno in cui i boliviani hanno portato al trionfo elettorale Evo Morales, il primo indigeno che diventa presidente, sulla scorta di un incisivo discorso di lotta sociale del movimento “cocalero” e di difesa delle piantagioni che i suoi predecessori avevano accettato di sacrificare sull’altare della DEA. Il trionfo della sinistra indigenista conferma lo spostamento a sinistra dell’asse politico latinoamericano ed è il risultato di decenni di insuccessi, corruzione, inettitudine e sottomissione delle forze politiche che hanno governato il paese seguendo solo gli interessi di una oligarchia ottusa e meschina ed applicando con mediocrità o totale irresponsabilità sociale le ricette neoliberiste di Washington. E’ stato l’anno della rielezione in Brasile - decima economia del mondo, di gran lunga il paese più grande e importante del Cono Sur non solo in termini economici e politici ma anche demografici e strategici - di un Ignacio Lula da Silva che giocherà probabilmente una partita decisiva per il futuro della nuova sinistra in America latina. Il presidente operaio ha tentato nel suo primo mandato di governare un difficile equilibrio tra le enormi aspettative dei ceti popolari e le pressioni dei mercati internazionali e delle oligarchie interne. Ha lanciato programmi ambiziosi di lotta alla povertà come “Fame Zero” e “Borsa familiare” in un Paese in cui le disuguaglianze sociali ed economiche sono le più alte al mondo, ha incrementato il salario minimo del 23%, ha investito risorse per realizzare un programma che permette a 11 milioni di famiglie indigenti di poter contare su un reddito mensile di almeno 50 dollari, ha ridotto del 19% il tasso di povertà senza mai cadere nell’utilizzo esasperato del deficit spending e mantenendo un grande rigore di bilancio. Certamente non ha affrontato con la necessaria determinazione il potere dei latifondisti ed ha voluto rassicurare in modo eccessivo le banche e la comunità degli affari brasiliana, adottando politiche fiscali e monetarie moderate degne del plauso degli investitori di Wall Street. Ha operato tuttavia la stabilizzazione del tasso di inflazione, è riuscito ad ottenere una crescita economica annuale del 3, 4% (irrisoria rispetto ai tassi di sviluppo di Cina e India, ma elevata se paragonata alla crescita asfittica delle nazioni europee) e sebbene non sia riuscito a creare i dieci milioni di posti di lavoro promessi, sotto la sua gestione sono stati ottenuti almeno quattro milioni e mezzo di nuovi occupati. Certo il valore aggiunto del Pt come “il partito più onesto” è stato malamente sperperato e anche se Lula non è stato direttamente coinvolto nel sistema di pagamenti illeciti per comprare voti e manipolare gli appalti, la sua popolarità si è fortemente ridotta, fino a metterne in dubbio la rielezione. Tralasciando tuttavia le questioni contingenti, l’esito delle elezioni brasiliane sembra potersi interpretare come una compiuta maturazione democratica dell’elettorato, che dimostra di avere definitivamente superato i postumi della dittatura militare e di saper mandare messaggi “forti e chiari” al presidente in carica, che molto probabilmente resterà l’asse portante del riformismo moderato del continente. E’ stato l’anno in cui si sono aggravate le condizioni di salute di Pinochet (non solo per ingannare i giudici tant’è vero che il dittatore è poi scomparso davvero) ed il governo di Michelle Bachelet ha saputo amministrare l’evento in maniera corretta ed equilibrata, non permettendo funerali di stato per chi fu golpista, dittatore e repressore ma concedendogli gli onori militari ed una sepoltura che potrebbe finalmente permettere di sotterrare anche il Cile dell’estremismo autoritario, aprendo la strada alla nascita di una compiuta dialettica politica con una destra moderna, liberale e democratica. In parziale controtendenza il trionfo dei conservatori Alvaro Uribe Vélez in Colombia e Felipe Calderon in Messico nonché il ritorno di un riciclato Alan Garcia in Perù convertitosi ai rapporti economici privilegiati con gli USA (il suo governo si è affrettato a confermare il trattato di libero commercio stipulato con gli Usa dal suo predecessore Alejandro Toledo) ma il braccio di ferro tra l’impero da una parte, il socialismo bolivariano e le diverse anime del progressismo dall’altra, segneranno comunque la politica latinoamericana nei prossimi anni: l’affermazione di nuovi leader progressisti sulla scena politica latino-americana, il cui ruolo di delicato equilibrio ed i limiti di alleanza saranno sicuramente una chiave importante per il futuro del continente, potrebbe costituire infatti l’inizio di una formidabile spinta verso il progresso economico e sociale in una regione governata per troppo tempo da regimi autoritari e sanguinari dittatori

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Di Il Cosmopolita il 17/01/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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