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Post di marzo

29/03/2007

Bush, vista lampo in America Latina

La recente visita lampo di Bush in Brasile, Uruguay, Colombia, Guatemala e Messico sembra aver messo in evidenza alcuni aspetti di novità nelle relazioni tra gli USA ed i paesi del continente latinoamericano. 'Il mio messaggio - ha detto il presidente statunitense alla vigilia del 'tour' con toni inconsapevolmente socialisti - è rivolto ai lavoratori ed ai contadini latinoamericani. Io affermo - ha enfatizzato - che voi avete un amico negli Stati Uniti che si preoccupa per voi nei momenti difficili'. 'I lavoratori e i poveri latinoamericani hanno bisogno di un cambiamento e gli Stati Uniti rappresentano il cambiamento'. Il Washington Post ha subito bocciato tali affermazioni come mero esercizio retorico e, sulle stesse colonne, l'editorialista Dan Froomkin ha scritto: 'Se consideriamo l'agenda mantenuta [da Bush] negli ultimi sei anni, totalmente concentrata a favore delle imprese, del libero commercio e nella lotta al terrorismo, allora il giro in America Latina è perso prima di cominciare e le sue pretese sono al limite del ridicolo'. Al di là della retorica e di generici 'pacchetti' di aiuti che sembrano frettolosamente riesumati da qualche manuale degli anni '50, George Bush si é in realtà presentato con le mani vuote: ha dovuto ridurre gli aiuti per la lotta al narcotraffico in Ecuador e Bolivia e non per una scelta politica nei confronti di Rafael Correa ed Evo Morales ma, molto più semplicemente per mancanza di fondi; non é riuscito a far ratificare dal Congresso gli accordi di libero commercio faticosamente firmati con i governi amici del Perù e della Colombia e non ha potuto dare risposte rassicuranti ai problemi migratori di un fedelissimo come Felipe Calderón che ha un gran bisogno di atti concreti che facilitino la vita agli immigrati messicani negli Stati Uniti. La campagna elettorale per la Casa Bianca é cominciata e la nuova maggioranza democratica del Congresso non perde occasioni per presentare il conto alla gestione Bush, considerata responsabile - tra le tante cose - anche della disattenzione degli interessi strategici ed economici degli Stati Uniti in America latina e dunque del proliferare del 'disallineamento'con Washington di molti paesi importanti dell'area. Il giro di Bush in America Latina, accompagnato quasi ovunque da manifestazioni di protesta popolare, aveva in realtà uno scopo molto poco nobile e neanche troppo recondito: marcare il territorio e limitare la crescente influenza geopolitica del Venezuela di Chavez (contro il quale Bush stesso organizzò il fallito colpo di stato dell'11 aprile 2002) e dei fattori integratori regionali dei quali non solo il Venezuela ma anche il Brasile sono le locomotive. Tali fattori hanno portato l'area del Mercosur ad incrementare il proprio interscambio del 250% in appena tre anni e ad una crescita del PIL dai ritmi quasi asiatici. Non é un caso che la parte più sostanziale della visita riguardasse la firma di un accordo commerciale con il presidente brasiliano Lula per la creazione di un 'Forum internazionale dei bio-combustibili'. L'obiettivo dichiarato é quello di incentivare altri paesi alla produzione dell'etanolo, combustibile a base di alcool di cui Brasile e USA insieme rappresentano il 75% della produzione mondiale. Il Brasile é senz'altro il paese con la migliore tecnologia ed i costi più bassi per la produzione dell'etanolo e potrebbe trarre enormi vantaggi dalla partnership con gli Stati Uniti, diventando una specie di Arabia Saudita dell'alcool. Il vantaggio per Bush sarebbe invece prevalentemente politico: favorire il ridimensionamento dell'influenza di Chavez, privandolo di una parte ingente dei petrodollari necessari alle sue aspirazioni di leader continentale e portando gli Stati Uniti a fare progressivamente a meno del petrolio venezuelano, che rappresenta oggi l'11% delle importazioni americane di greggio. Per un presidente che rischia di passare alla storia come uno dei più guerrafondai e dei più spudoratamente legati alle lobbies petrolifere familiari ed affini, ciò vorrebbe anche dire presentarsi in una nuova, anche se poco credibile, veste di leader sensibile ai problemi dell'inquinamento e della povertà. George Bush apparentemente sul velluto solo in Colombia ed in Messico, i due grandi paesi più allineati sulla vecchia retorica del 'Consenso di Washington', ha tentato di giocare pesante con il piccolo Uruguay, che continua ad avere seri problemi con l'Argentina per la questione delle cartiere, proponendo accordi commerciali dai quali ancheTabaré Vázquez potrebbe provare a capitalizzare dei vantaggi. Tuttavia è escluso che possa arrivare ad un Trattato di Libero Commercio che, per Statuto, provocherebbe l'espulsione dell'Uruguay dal Mercosur, organizzazione che ha come capitale proprio Montevideo. Il grande fratello del Nord, mattatore della scena politica latinoamericana nell'epoca delle dittature fondomonetariste e del liberismo ultraconservatore delle 'relazioni carnali con Washington', oggi è solo uno dei partners dei quali i governi latinoamericani possono servirsi se necessario e da posizioni di almeno relativa forza. Ci sono infatti la Cina, e sempre più anche l'India e la Spagna (ci sarebbe anche l'Unione Europea, ma questo è un lungo discorso) e una serie di altri soggetti minori che, tutti insieme, stanno offrendo concrete alternative alla dipendenza da Washington. Ma, soprattutto, c'è una politica d'integrazione regionale che sta modellando, con prudenza e realismo ma con decisione, una nuova America Latina. I dati macroeconomici stanno confermando che la via dello sviluppo è sicuramente quella dell'integrazione regionale e del commercio Sud-Sud mentre il modello neocoloniale può forse essere riproposto ma sempre meno imposto ed imponibile. A tal riguardo sembra proprio che anche nei confronti del Venezuela gli USA comincino a dare timidi segnali di dialogo, come l'invio del nuovo Ambasciatore Patrick Duddy, un moderato, al posto di William Brownfield che rischiava di essere dichiarato 'persona non grata'.

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29/03/2007

L’azione esterna dell’Unione Europea

La seconda edizione del libro a cura di Cosimo Risi, edito a Napoli per i tipi di editorialescientifica@gmail.com, con prefazione di Luigi Ferrari Bravo e postfazione di Pasqualina Napoletano esce a due anni di distanza dalla prima, con lo stesso titolo e con contributi profondamente modificati. Una revisione necessaria perché dal 2005 il mondo attorno all’Unione europea è cambiato e dunque l’azione esterna UE non può che cambiare. E poi la pausa di riflessione decretata attorno al trattato costituzionale rischia di durare a lungo, almeno fino al 2009 quando si voterà per il rinnovo del Parlamento europeo. Il 2009 è l’ultima data utile perché accada qualcosa. Cosa non si sa. Né è lecito sapere fino a quale limite si spingerà l’allargamento (i fines Europae del contributo introduttivo), né se saranno promosse forme di integrazione diverse dall’adesione, né se il sistema delle relazioni internazionali avrà la pazienza di aspettare che l’Europa faccia qualcosa di significativo. Eppure alcuni eventi colpiscono positivamente. E’ presto per dire se la risposta alla crisi libanese dell’estate 2006 (il ruolo dei contingenti europei in UNIFIL 2) sia tale da risarcire la frattura del 2003 (la risposta all’intervento in Iraq) o se invece la crisi con l’Iran porti a nuove divisioni. Certo è che, nel vivo della crisi mediorientale, l’Unione ha dato buona prova di sé mettendo in campo una strumentazione PESC e PESD destinata a lasciare traccia. A fare precedente. I contributi, oltre che dello stesso Risi, di Vincenzo Grassi, Piero Pennetta, Roberto Ridolfi, Alessandra Schiavo, Andrea Silvestri, Luca Trifone consentono di affrontarne i diversi aspetti. Il mondo non si arresta ai vicini europei e mediterranei dell’Unione. Asia e Pacifico e varie organizzazioni regionali si muovono sulla scena internazionale con crescente rilievo. Di qui la necessità di volgere loro lo sguardo.

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29/03/2007

Les Luthiers

I cinque comici e musicisti argentini, si stanno preparando a ricevere il premio Principe delle Asturie, l’ambito riconoscimento spagnolo concesso a quanti eccellano nelle arti, nella scienza e nella cultura. E’ dal 1965 che lavorano insieme, riscuotendo immediati successi nel proprio Paese e in tutto il mondo, utilizzando strumenti non convenzionali che definiscono a vento, a corda, a percussione. Il loro debutto, uno spettacolo umoristico in cui interpretavano perfettamente un concerto di musica barocca, fu talmente apprezzato dal pubblico e dai critici che non ebbero il tempo di decidere se continuare l’università. Si ritrovarono a formare il gruppo de “I Musicisti” e dopo nove anni di continui successi nazionali, a viaggiare per il mondo da professionisti . Ogni anno producono il pezzo forte del Teatro Coliseo di Buenos Aires, uno spettacolo umoristico e musicale che sapientemente evita la risata facile e la volgarità attirando un pubblico straripante, curioso di ascoltare aneddoti, musica, e ammirare strumenti unici al mondo. Il gruppo festeggia il suo compleanno a settembre; l’anno prossimo i quaranta anni li festeggerà con una mostra in Recoleta, uno dei quartieri più belli di Buenos Aires, nell’omonimo Centro culturale, mostra che includerà interviste, video, strumenti musicali, seminari, tavole rotonde. Les Luthiers hanno intenzione di lanciare per l’occasione anche tre concorsi, per nuovi strumenti musicali informali, per giovani talenti e per Composizione. Il vincitore del primo concorso, oltre a ricevere una somma in danaro sarà omaggiato dal gruppo che suonerà lo strumento selezionato, in uno dei suoi concerti; anche per il secondo concorso il miglior soggettista capace di coniugare humor e musica sarà premiato con danaro e con la rappresentazione dell’opera vincitrice. Quanto alla Composizione, Les Luthiers vorrebbero stimolare, attraverso i concorsi indetti, giovani talenti di ambo i sessi che abbiano particolari abilità canore, di interpretazione musicale e teatrale, a debuttare e a farsi conoscere. La televisione spagnola ha dedicato loro uno spazio importante, in prima serata, per raccontare la storia dei cinque eclettici artisti argentini, candidati al premio che verrà proposto dall’associazione culturale Cultura para todos, attraverso una raccolta di firme, cui hanno già dato la propria adesione quattro paesi europei e nove paesi latino americani, oltre gli Stati Uniti. In Italia Les Luthiers sono ancora poco conosciuti, varrebbe sicuramente la pena ascoltarli, per poi eventualmente aderire a quanto proposto dall’associazione culturale spagnola.

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29/03/2007

L'ambasciata virtuale

Un fenomeno recente potrebbe modificare radicalmente internet ed il nostro modo di lavorare. Si chiama Second Life e simula un mondo virtuale ma non è un gioco, anche se era stato inizialmente creato per esserlo. In second life chiunque può creare un personaggio virtuale, un 'avatar', che interagisce con i personaggi creati dagli altri internauti (già cinque milioni in tutto il mondo) e passeggiare, chiacchierare, lavorare, comprare, fare amicizia, innammorarsi, guadagnare soldi, come nella vita reale. Questo fenomeno, che rende internet un luogo intuitivo con terra, edifici e corridoi virtuali invece di siti e links - un 'metaverso' come lo hanno già definito gli scienziati - potrebbe rivoluzionare completamente non solo il nostro rapporto con il computer ma la nostra stessa vita reale. Second Life viene già comunemente utilizzato dai propri utenti per proporre agli altri partecipanti incontri, conferenze, file musicali e video, opere d'arte, messaggi politici, ecc. e sono già nate al suo interno numerose sottoculture, studiate in numerose università come modello virtuale di interazione umana: le possibilità grafiche e di interazione tra partecipanti sono infatti potenzialmente infinite. In un futuro non troppo lontano invece di andare ad una riunione di lavoro si potrà mandare il proprio avatar, per comprare un'automobile si manderà il proprio avatar in una concessionaria virtuale, dove sarà ricevuto da un venditore virtuale che gli farà provare modelli virtuali che potrà pagare con denaro virtuale convertibile in denaro reale e ricevere il giorno dopo a casa propria la macchina reale prescelta. Fantascienza? Non sembrerebbe, dal momento che grandi imprese come Intel e American Express utilizzano già Second Life per la formazione dei propri quadri, Adidas, Nike, Toyota e Apple per promuovere azioni di marketing ed addirittura il governo svedese ha deciso di aprirvi un'ambasciata virtuale! Internet è il più grande spazio pubblico che l'umanità abbia mai conosciuto, Un luogo dove tutti possono prendere la parola, acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune, e costruire così un mondo diverso di cui tutti possano egualmente dirsi cittadini. I processi di globalizzazione si manifestano sempre di più come intersezione di esperienze, come intrusione della distanza nel locale ed i media elettronici hanno reso possibile lo stabilirsi di relazioni sociali indipendenti dai contesti locali di interazione. Come ha lucidamente osservato Stefano Rodotà, la vera novità democratica delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione non consiste nel dare ai cittadini l'ingannevole illusione di partecipare alle grandi decisioni attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato a ciascuno e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa a disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i modi in cui viene esercitato il potere, organizzarsi nella società. Con questo vasto mondo - in cui la democrazia si manifesta in maniera 'diretta', ma senza sovrapporsi a quella 'rappresentativa' - la rigida contrapposizione tra le due forme di democrazia potrebbe essere superata, e la stessa democrazia parlamentare riceverebbe nuova legittimazione dal suo presentarsi come interlocutore continuo della società. Abbiamo più volte evidenziato come, negli ultimi anni, sia radicalmente cambiata la gamma di interventi cui è chiamato il Ministero degli Esteri, in dipendenza della globalizzazione, del superamento dell’ordine mondiale post-bellico, della nascita di nuovi stati, dell’allargamento dell’Unione Europea e degli altri processi di integrazione regionale. Eppure nulla si è mosso in direzione dell’adeguamento della nostra rete diplomatico-consolare alle fortemente accresciute esigenze operative, sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo La tecnologia offre all' amministrazione dello Stato nuovi strumenti per combattere l'efficienza declinante, e arriva fino a proporne una rigenerazione: quando la realtà diventa meccanica, tediosa, previsibile come un vecchio videogame, una seconda vita potrebbe addirittura diventare uno strumento di salute mentale, di sviluppo della creatività per l’organizzazione di un’efficiente rete di servizi.

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29/03/2007

L’Europa è la fortuna di noi tutti!

Da ragazzi, negli albi di Superman leggevamo a volte una storia che veniva presentata come di “fantascienza”, e cioè di vicende inusuali per i personaggi e per il lettore. Insomma, fantascienza della fantascienza. Si immaginava Superman sposo di Loris Lane e padre dei suoi figli, senza i superpoteri, cagionevole di salute, facile preda di Lex Luthor. Celebrare a Roma e Berlino il cinquantenario dei Trattati di Roma ci proietta in uno scenario di fantapolitica: e se la Comunità non fosse stata creata nel 1957? e se nel 1993 non si fosse dichiarata l’Unione europea e introdotta la moneta unica come antidoto al pangermanesimo della unificazione tedesca? Per fortuna di noi tutti – per dirla con la Dichiarazione di Berlino 2007 – i Trattati di Roma furono firmati nel 1957, l’Unione ci governa da una quindicina d’anni, il processo di integrazione europea evolve grazie all’EURO e non solo. In quale direzione muove? Scioglie il binomio allargamento – approfondimento oppure genera nuovi grovigli con le adesioni infinite e la riforma mancata? La Comunità delle origini rispondeva ad una esigenza di fondo che potremmo definire negativa, senza che l’aggettivo implichi un giudizio di valore. Negare le controversie che avevano portato alle guerre fratricide. Negare i nazionalismi, il frutto perverso degli stati – nazione. Negare la dipendenza dall’esterno per i bisogni elementari dei cittadini, in primis il bisogno alimentare. Che la politica agricola e la politica commerciale fossero le prime politiche completamente comunitarizzate, non deve dunque stupire. Che la PAC avesse tanto successo da produrre enormi eccedenze, ebbene questo sì ha stupito e preoccupato i negoziatori europei, esposti alle critiche ed alle sanzioni dei grandi produttori mondiali come gli Stati Uniti, il cosiddetto Gruppo di Cairns, i PVS, il sistema GATT – OMC. La Comunità nasce per rispondere ad esigenze interne e la sua “politica estera” è la proiezione esterna delle politiche materiali interne: arroccata intorno alla PAC, e poi alla pesca, all’energia, all’ambiente, alla siderurgia. Resta circoscritta nell’ambito di quello che il Trattato di Maastricht – o meglio la dottrina sorta attorno al Trattato – individua come primo pilastro, il capitolo più propriamente comunitario. Lo stesso Trattato di Maastricht introduce il secondo pilastro della coeva Unione e lo dedica alla politica estera e di sicurezza comune (PESC) nonché, a termine ed a certe condizioni, alla politica di difesa comune (PESD). La “politica estera” esce dall’equivoco della proiezione esterna delle politiche interne e riprende il nome che le è proprio, sebbene debba aspettare ancora per prendere il corrispettivo contenuto. I Trattati successivi, passando per l’intesa franco – britannica di Saint Malo fino al Trattato costituzionale e infelice di Roma 2, lavorano sulla nozione di politica estera e di sicurezza, introducono l’Alto Rappresentante PESC, il Comitato politico e di sicurezza, l’Agenzia per gli armamenti, lo staff militare a Bruxelles. Preconizzano, ma non realizzano, il Ministro degli Esteri UE ed il suo servizio diplomatico, il Consiglio Affari Esteri. Assecondano la vocazione che la Dichiarazione Kohl – Mitterrand del 1989 aveva preconizzato mentre l’est europeo era in pieno rivolgimento: che la Comunità divenisse una Unione Politica per esprimersi con voce univoca sulla scena internazionale. Insomma che avesse la soggettività politica internazionale, a prescindere dai dubbi circa la sua personalità giuridica. All’Unione “attore globale” (il global player della moderna politologia) è intitolata la rubrica del bilancio comunitario che finanzia le relazioni esterne. E’ un auspicio prima ancora che una realtà. Ma è un auspicio che dobbiamo coltivare con intelligenza e passione perché nel mondo globalizzato, nel mondo in cui agiscono stati vecchi e emergenti ma anche soggetti non statuali e assai temibili, la presenza dell’Unione è motivo di orgoglio per i cittadini europei ed una necessità per la comunità internazionale. Chissà però se davanti a noi abbiamo cinquanta anni per far uscire l’attore globale che è dentro di noi.

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13/03/2007

Si può fare di più?

Il sequestro in Afganistan del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo è caduto esattamente all’indomani dell’uscita – magari precaria ma certificata – dalla crisi che “IlCosmopolita” aveva previsto si sarebbe svolta intorno alla “stretta via della politica estera”. Il corso della vicenda è fin troppo noto, rimangono sul tappeto nodi gravi che ci riportano – ahinoi – ad un rapporto tra politica estera e politica interna che nel nostro Paese – più di ogni altro e più “perversamente” – non riesce a raggiungere una maturità, una fisiologicità all’altezza non solo dei problemi e dei conflitti (che si moltiplicano fuori ed indipendentemente da noi) ma soprattutto di una relazione sana tra la dialettica politica interna e l’”ubi consistam” internazionale dell’Italia. Un “ubi consistam” peraltro ancora tutto da definire e che è perlomeno azzardato affidare a contingenze di cui non si può prevedere che l’intensificarsi ed il complicarsi. D’altro canto il ripetuto appello ad un confronto profondo sulla politica estera (sulla cui necessità questa rivista testimonia da tempo) esce, come si dice, con le ossa rotte dal dibattito parlamentare nel suo complesso e, a questo punto, il nostro consolidato apprezzamento sul “formato” delle relazioni internazionali adottato dal Governo ed in particolare dal Ministro D’Alema non appare più commisurato ad un problema che ci riporta molto indietro. All’epoca cioè della “minorità” della nostra politica estera: detto più chiaramente i ripetuti voti negativi dell’ex Ministro degli Esteri Andreotti (“Dico” a parte) in quanto piccato da un non equivoco richiamo alla discontinuità nella conduzione della diplomazia italiana (su cui evidentemente qui si concorda) preoccupano nella stessa misura, e forse ancor più, degli ”exploit” cosiddetti di coscienza degli ultras “pacifisti” interni alla maggioranza. Infatti la cronaca delle ultime settimane ridimensiona quello che era apparso come il solido avvio di una fase della politica italiana in cui la componente internazionale non sia più un quadro di riferimento, un ancoraggio, una fonte di legittimazione, un esercizio “altro da noi”, bensì un nodo centrale per ogni futuro possibile al di là del cinquantennio europeo ed atlantico. Come si è visto – inclusa la riduzione del confronto politico ad un tema tipicamente caro al “ceto politico” quale la ricorrenza delle leggi elettorali “pret à porter” – la apparente ritrovata centralità della politica estera è tornata ad essere una chimera che solo drammatici (ed estranei alla nostra volontà) episodi riportano al centro dell’attenzione.

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13/03/2007

L’Argentina armata

L’inchiesta del ministero argentino della Salute, iniziata nel 2005, si è conclusa recentemente e ha dato risultati allarmanti, il 10% della popolazione è armata. I civili possiedono 2.240.000 armi, delle quali 1.140.000 sono armi registrate e 800.000 (il 36%) sono illegali; le forze armate ne possiedono 500.000. Nel 2005 sono morte 2.682 persone per ferite da arma da fuoco, oltre sette morti al giorno e otto omicidi su dieci non sono collegati a furti. Il 40% dei reati è commesso da minori che, per la legge penale locale, sono punibili, a partire dai 16 anni, con il carcere o il riformatorio. Sono oltre ventimila i ragazzi rinchiusi in “Istituto”, 2377 per cause penali, 19.000 per carenze socioeconomiche. L’inchiesta ha messo fra l’altro in evidenza che, la separazione dei ragazzi dalle proprie famiglie non solamente non risolve le carenze sociali, ma conduce direttamente verso la strada della criminalità, perché negli “Istituti” convivono ragazzi condannati con altri, la cui unica colpa è quella di essere privi di risorse economiche. L’istituzionalizzazione sembra essere stata la sola risposta che lo Stato sia riuscito a dare, negli ultimi anni, ai ragazzi abbandonati, vessati e/o vittime di reati*. Le armi si concentrano nella regione di Buenos Aires, di Cordoba, di Santa Fè, Buenos Aires e nella regione di Entre Rios. Nella capitale argentina risultano meno armi se paragonate con il numero dei suoi abitanti, e l’89,4% della popolazione della grande periferia della città (Gran Buenos Aires) ha dichiarato, durante l’inchiesta, di non possedere armi in casa. Il Senato argentino ha appena varato il “Piano Nazionale del Disarmo” che prevede un’indennità a tutti coloro che consegnino armi e munizioni. Prima di essere distrutte, in un arco temporale di sei mesi, dovranno essere registrate a cura del “ReNar” il Registro Nazionale delle Armi. Sebbene il regolamento di attuazione della legge non sia stato ancora approvato, è stato previsto un risarcimento in “Buoni” fruttiferi, il cui ammontare verrà deciso dall’Esecutivo. Il Piano prevede inoltre un’amnistia per tutti coloro i quali consegnino armi illegali o che presentino il Porto d’armi scaduto. E’ fatto obbligo di redigere un inventario delle armi, delle munizioni, dei pezzi di ricambio e dell’esplosivo in mano a civili e/o a militari, così che il “ReNar” abbia sotto controllo anche i dati degli arsenali militari. La forma della consegna delle armi ancora non è stata messa a punto, il Senato attraverso questa legge non vorrebbe scoraggiare, con la presenza della polizia, gli eventuali volenterosi. Forse verrà chiesto il supporto della Chiesa o del Registro Civile dei vari Comuni. Il direttore del ReNar ha dichiarato che “La legge non punta al miglioramento degli indici di sicurezza” - che ha registrato picchi bassissimi negli ultimi anni “ ma alla diminuzione della circolazione delle armi e alla diminuzione della conflittualità sociale”,. L’approvazione del Piano Nazionale del Disarmo ha tra i suoi oppositori i proprietari di armi legittime; riuniti in associazione, il presidente si è fatto portavoce nel criticare la nuova legge, che individua il problema dell’enorme numero di armi in circolazione nella proprietà delle armi e non in chi sia autorizzato ad usarle. Le vittime di reati penali reclamano quotidianamente con manifestazioni di “categoria”, che la giustizia funzioni e che la legge del “Far West” termini una buona volta; che la legge sul Disarmo sia un primo passo verso la riforma del sistema giudiziario, se lo augurano in molti. *Dati della Segreteria per i Diritti Umani dell’Argentina e dll’ Unicef.

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13/03/2007

Memorandum governo-sindacati sul pubblico impiego

Limitare il ricorso all’outsoucing e alle consulenze nelle pubbliche amministrazioni, promuovere la mobilità del personale con agevolazioni economiche, trasformare i dirigenti in manager e ridurne il numero, eliminare progressioni automatiche, vincolare incarichi e retribuzioni ai risultati. Sono queste le principali proposte di riforma della pubblica amministrazione previste dal memorandum d’intesa firmato al ministero della Funzione pubblica tra governo e sindacati, oltre all’assorbimento nel breve termine del precariato attraverso prove selettive. Il sindacato crede da molto tempo nella modernizzazione del Pubblico impiego. E crede fermamente nel processo di privatizzazione, ossia di applicazione all'azienda pubblica dei criteri che, nella gestione e nell'opinione comune, caratterizzano l'azienda privata: efficienza, managerialità e responsabilità, obiettivi, verifiche periodiche. Crede tanto in questo processo da essersene reso promotore già nei primi anni novanta, con una serie di analisi e di interventi che permisero l’emanazione dell’ormai lontano D.L. 29 del 1993. Inizia lì la cosiddetta privatizzazione del Pubblico impiego, che ha conosciuto in questi anni alterne e non propriamente gloriose vicende. Ma quali sono i principi ispiratori del rilancio della privatizzazione ? Proviamo a riassumerli brevemente. 1 - Gli aumenti di efficacia e di efficienza della Pa andranno perseguiti “limitando il ricorso alle esternalizzazioni ‘no core’ e alle consulenze”. Andranno inoltre realizzati risparmi sull’acquisto di beni e servizi e misure che diano piena garanzia di imparzialità e di trasparenza nel sistema degli appalti pubblici. In tale ultimo senso è diretta anche l'ottimizzazione dei servizi ispettivi e di vigilanza in materia di lavoro”. 2 - Per favorire la mobilità del personale pubblico, statale, regionale e locale, “anche a seguito di riorganizzazioni e in attuazione del trasferimento di funzioni fra livelli istituzionali” verranno individuati meccanismi anche contrattuali e “sarà strutturato un sistema che favorisca l'incontro fra la ‘domanda’ di amministrazioni con carenze di personale e ‘l’offerta’ di dipendenti che intendono cambiare collocazione”. In caso di accertato esubero di personale non ricollocabile con processi di mobilità - si legge nel testo - si devono prevedere forme incentivate di uscita o attuare norme già previste nei contratti collettivi. Forme volontarie incentivate di uscita andranno inoltre previste, con modalità da definire, anche tenendo conto di esperienze di altri paesi europei. 3 - Del tutto nuova appare la figura del dirigente manager, più autonomo nel lavoro e nelle scelte. In generale il governo punta a “una riduzione del numero complessivo dei dirigenti, abbassando il rapporto medio dirigente-personale con vantaggi di efficienza, razionalità organizzativa e di spesa” e togliendo “alla attuale graduazione degli uffici la funzione di meccanismo automatico di differenziazione retributiva”. Il nuovo dirigente manager sarà più autonomo “nell’individuare la migliore organizzazione della propria struttura” nonché nell’utilizzo del proprio budget per conseguire gli obiettivi di gestione e potrà avere “l’opportunità di reinvestire nella propria struttura parte di risparmi conseguiti”. Tale autonomia verrà controbilanciata dalla preventiva informazione e dalla documentata motivazione alle organizzazioni sindacali degli atti organizzativi assunti oltre che da forme di valutazione ex-post dei risultati conseguiti. 4 - Vengono dettate forti limitazioni dello ‘spoil system’ che dovrà essere rigorosamente circoscritto alle figure apicali e a quegli incarichi di natura strettamente fiduciaria degli organi di governo a cui possono essere chiamati esterni all’amministrazione”. 5 - Entro la fine della legislatura si dovrà sanare interamente il precariato. Il ricorso al lavoro flessibile potrà avvenire, con limiti individuati nella contrattazione collettiva, “solo per fallimento o documentato ritardo” delle forme ordinarie di reclutamento e per casi che “non attengano a funzioni ordinarie e permanenti delle amministrazioni”. Nel breve periodo, invece, “il precariato esistente sarà assorbito mediante ricorso a prove selettive”. Accedere alla pubblica amministrazione sarà possibile solo con concorso, “che resta la modalità ordinaria per tutti i livelli della Pa” anche se si pensa all'introduzione di sistemi utili a decongestionare le procedure sperimentando “selezioni comuni” a diverse amministrazioni. L’accesso alla dirigenza sarà possibile “ordinariamente con concorsi pubblici, integrati da appropriate attività formative, come strumento di selezione”. Inoltre, per l’accesso alla dirigenza dall’interno “le valutazioni dei candidati da parte dei livelli dirigenziali superiori confluiranno in una valutazione comparativa fra gli aspiranti, in cui si verifichi, a opera di un soggetto esterno alle amministrazioni interessate, la ‘capacità generale’ di esercitare la funzione dirigenziale, indipendentemente dal settore di provenienza”. 6 - La base dell’intero impianto di riorganizzazione della Pa si baserà “sul rafforzamento e la diffusione di un metodo fondato sulla fissazione di obiettivi e sulla misurazione dei risultati dell’azione amministrativa. La misurazione dei servizi in tutte le amministrazioni diverrà lo strumento con cui valutare il conseguimento degli obiettivi delle politiche”. Secondo quanto stabilisce il ‘memorandum’, “si tratta di produrre e pubblicizzare informazioni di qualità, in via continuativa, sia sulle realizzazioni di ogni amministrazione, sia sugli effetti ottenuti in termini di benessere dei cittadini, imprese e lavoro pubblico, anche sulla base delle percezioni degli utenti”. Si prevedono sedi e momenti di misurazione anche sperimentali che vedano la partecipazione delle amministrazioni, delle organizzazioni sindacali e degli utenti. Particolare attenzione viene dedicata alla formazione che, svincolata da meccanismi di progressione interna, “può riacquistare una natura effettivamente funzionale a incrementare la qualità e offrire al personale l’opportunità di aggiornarsi e di corrispondere all’evoluzione del fabbisogno di capacità”. Il riordino terrà conto della ridefinizione delle competenze dello Stato e del sistema regioni-autonomie locali, unitamente ai livelli più appropriati di governo dei processi di innovazione e di coordinamento e controllo dei risultati. Per quanto riguarda gli enti pubblici non economici, il governo realizzerà un apposito tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali applicativo dell’accordo”. Attraverso la contrattazione integrativa nei prossimi rinnovi andranno definiti gli obiettivi mirati da conseguire, dagli orari di apertura dei servizi, alla riduzione dei tempi di attesa alle misure integrative di stabilizzazione del precariato. Che riflessioni possono indurre queste prime ed incomplete indicazioni ? Siamo sicuramente di nuovo ad una possibile svolta epocale nel complicato processo di privatizzazione della Pa, che impone un costante richiamo al realismo ed alla razionalità, all’interno del Mae come in ogni altra realtà. Questo dovrà essere il principale strumento di contrattazione collettiva ed integrativa, perché appare assolutamente illusorio modificare nel breve periodo gli aspetti di carattere strutturale e/o culturale della Pa (e dei suoi abitanti) mentre appare doveroso soffermarsi sulle questioni organizzative pratiche per tentare di delineare possibili strategie di intervento ed ottimizzazione delle risorse. Il passato ci ha purtroppo insegnato che le buone idee e le buone intenzioni si infrangono spesso sui primi scogli della difficile e perigliosa navigazione che le dovrebbe portare alla concreta attuazione. Se é vero che il buongiorno si vede dal mattino appare estremamente preoccupante constatare che a solo un mese di distanza dal 18 gennaio sia già calato un generale silenzio sulle prospettive attuative del Memorandum e, quel che è più grave, non sia stato avviato neanche uno degli atti preliminari previsti. Come se ciò non bastasse, si fanno insistenti le voci secondo le quali le risorse per i contratti definiti nella Legge Finanziaria non avrebbero una reale caratteristica di certezza, mentre la previdenza integrativa per i lavoratori pubblici sarebbe stata bloccata dal Ministero dell’Economia di un governo ora anche formalmente in crisi. Vanno quindi sicuramente abbandonati i toni troppo enfatici delle dichiarazioni ufficiali dei primi giorni (siamo addirittura, invece, alla proclamazione dello stato di agitazione) concentrandosi inmediatamente sulle contraddizioni o quanto meno sui punti “sensibili” dell’impianto riformatore. Vediamone “a caldo” alcuni. Occorreranno molta lucidità e molto buon senso nella messa a punto dei concreti meccanismi di misurazione della qualità e quantità dei servizi, che non dovranno trasformarsi in una inutile “caccia all’untore” (non credo fosse neanche nelle intenzioni del Prof. Ichino quando ha scritto l’ormai famoso saggio sui fannulloni) ma contenere elementi oggettivi di attenta ponderazione dei contesti di riferimento, mettendo in discussione non tanto (o non solo) l’efficienza del singolo lavoratore ma quella della struttura nella quale é spesso costretto ad agire. Non si capisce bene poi come, in presenza della forma pubblica di bilancio, si possa estendere il ricorso agli indicatori provenienti dalla contabilità economica e usarli come “benchmark”. Sulla sperimentazione dei concorsi va detto che il risparmio di tempo e di spesa non può essere il criterio guida; infatti, il concorso comune a più Amministrazioni determina da parte dei concorrenti migliori la scelta delle Amministrazioni che garantiscono il migliore trattamento economico mentre ai meno brillanti non rimarranno che le meno “ricche” le quali, di pari passo, recluteranno personale di qualità inferiore. Occorrerà quindi accompagnare una misura di per sé intelligente e razionale con adeguati meccanismi di perequazione e correzione di quella che una volta veniva chiamata “giungla retributiva”. Meno dirigenti, dice il memorandum. Ridurre anche il numero delle posizioni dirigenziali, bisognerebbe forse aggiungere. Al MAE si tratta di un fenomeno assolutamente macroscopico per l’inserimento a pettine di una carriera diplomatica non contrattualizzata nel tessuto connettivo dell’Amministrazione, che stravolge il rapporto tra dirigenti, quadri ed impiegati. Se è corretta l’equazione “meno dirigenti = più efficienza, razionalità organizzativa e di spesa” bisogna drasticamente rivedere i meccanismi di reclutamento ed allargare la base di quadri ed impiegati o ridurre quella dei dirigenti. Finalmente emerge, sia pure in forma stentata e limitata alle sole posizioni organizzative, l’esigenza di valutare anche il personale non dirigente. Sorprende invece l’assenza di ogni riferimento all’obbligo di valutazione di fine incarico per i dirigenti, che appare contraddittorio con la volontà di limitare lo spoil system. In materia di formazione e aggiornamento appare interessante la previsione della possibilità di individuare enti bilaterali di formazione, come nel settore privato. Anche qui tuttavia….tra il dire ed il fare… Le croniche ristrettezze finanziarie del bilancio statale rendono vano il riferimento alle agevolazioni economiche dirette e indirette conseguibili anche attraverso il ricorso all’autonomia di bilancio. Sembra alquanto velleitario far incontrare domanda ed offerta di personale subordinando a ruolo passivo l’Amministrazione cedente rispetto al positivo incontro tra la domanda di personale da parte di Amministrazioni carenti e l’offerta di lavoratori che intendono cambiare collocazione. Ciò appare inoltre in palese contraddizione con le conclamate esigenze di prolungamento dell’attività lavorativa. I profili organizzativi che scaturiranno dagli impegni assunti con il Memorandum dovranno indurre necessariamente nel nostro Ministero profonde modifiche della rete diplomatico-consolare, degli strumenti di raccordo tra le attività dei diversi settori (la Segreteria Generale può ancora considerarsi uno strumento adeguato di coordinamento nel XXI secolo ?) spesso collegati in modo poco produttivo in relazione alle principali necessità di erogazione dei servizi, dei principali indicatori rappresentativi della quantità e qualità dell’output prodotto. E tutto ciò, si badi bene, in un contesto nel quale ancora non siamo riusciti a stabilire nemmeno dei parametri oggettivi per la misurazione dei carichi di lavoro. Dall’osservazione anche più profana e ad “a occhio nudo” del funzionamento dei nostri uffici emerge inoltre un ormai cronico ritardo nell’utilizzo e nella pianificazione delle strumentazioni informatiche. Si tende ancora ad intervenire “di volta in volta” senza far rientrare in una logica organizzativa globale i singoli interventi. In tali condizioni il potenziamento delle attrezzature non é di per sé sufficiente ad imprimere efficienza: é necessaria una seria preparazione professionale e la puntuale collaborazione degli operatori che molto spesso rispondono in maniera poco flessibile - se non addirittura ostile - ai cambiamenti (anche a causa dell’elevata età media ministeriale). Last but not least: la comunicazione. Si bada troppo a quella esterna abusandone in modo vergognoso per dare lustro al politico e/o al dirigente di turno e si trascura quella interna, erroneamente considerata di minore importanza. L’acquisizione di nuove tecnologie e di nuovi modelli organizzativi non può prescindere da un’adeguata opera di sensibilizzazione ed addestramento, per far sí che ciascun operatore possa diventare un “terminale” consapevole del fatto che il cambio di procedure e lo snellimento amministrativo comportano vantaggi sia per gli utenti che per gli stessi addetti. Sviluppare risolutamente la comunicazione e la partecipazione, non vuol dire semplicemente fare una scelta “ideologica” di trasparenza e democratizzazione, ma anche e soprattutto promuovere un “feedback” efficace e raccogliere preziose indicazioni per la standardizzazione delle procedure ed il miglioramento dei servizi.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 13/03/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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