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Post di maggio

22/05/2007

Un’ Europa schizofrenica?

A guardare le prime pagine dei giornali italiani ed internazionali degli scorsi giorni ci sarebbe stato da credersi schizofrenici: mentre nell’occidentale e “progredita” Italia un imponente manifestazione di piazza richiamava le forze politiche – ree di derive laiciste - ai tradizionali valori cristiani della famiglia, nella orientale (e, come certamente molti pensano, “retrograda”) Turchia una altrettanto imponente folla (anzi di più a giudicare dalle foto e non dalle cifre sempre inconciliabili fornite da autorità e organizzatori) protestava contro il governo a sostegno della secolarità dello Stato turco. Un bel sovvertimento del famigerato “scontro” fra Civiltà! Episodi di intolleranza a sfondo razzista sempre più gravi in Italia come in altri paesi europei non riescono neanche più a raggiungere le prime pagine dei giornali, a meno che non vi siano da cavalcare momenti di indignazione per qualche fatto più eclatante, senza preoccupazione alcuna delle conseguenze che reazioni emotive possono causare per l’ordinata convivenza civile della società. Tutto ciò in quella Europa che dovrebbe far fulcro sulla peculiarità della propria cultura – fondata ed alimentata da diversità che continuano ad arricchirsi in un continuo e pacifico interagire, caratterizzata da solidarietà sociale, apertura e “compassion” - per presentarsi sugli scenari internazionali come portatrice di valori unici di progresso e civiltà. Insomma si prospetta il paradosso di uno (o più) dei paesi fondatori in cui si sbiadiscono le virtù richieste per far parte del club, mentre altri, che pure ne continuano ad essere tenuti fuori, vedono impegnate larghe e significative fasce della popolazione e delle forze istituzionali in difesa dei valori “europei”. Una situazione che dovrebbe consigliare a europei ed italiani in particolare, oltre che la lezione dell’umiltà, anche una riflessione approfondita su dove stiano andando le nostre società, i nostri valori, se ancora ne abbiamo. Parafrasando qual che viene detto in tema di sicurezza, i valori non sono e non debbono essere riserva di caccia di forze conservatrici o peggio reazionarie, sono sempre stati il campo di casa delle forze progressiste e possono tornare ad esserlo. Certo si tratta di vedere quali valori, ma lotta all’indigenza, diritto alla salute, istruzione e tolleranza (vanno insieme!), difesa dei diritti dei più deboli, famiglia e rispetto delle diversità, progresso scientifico, pace e cooperazione internazionale sono bandiere dietro alle quali intere generazioni si sono schierate con passione. Sono comunque principi fondanti dell’Unione Europea, che nulla hanno a che vedere con un relativismo nichilista (non chiunque è ugualmente rispettabile, ma tutti i rispettabili hanno uguale dignità – e i criteri sono proprio quelli dei valori fondanti dei diritti dell’uomo) che proietta sulle società europee non solo lo spettro dell’abulia morale, ma anche quello di reazioni di segno opposto basate su violenza ed oscurantismo. Come questo si ripercuota sulle prospettive di definizione della politica estera dev’essere motivo di riflessione e preoccupazione per tutti e soprattutto, mentre l’Europa va a destra, per chi nel nostro paese non intende rinunciare a costruire un Europa più forte e portatrice di pace e prosperità al proprio interno e nel mondo.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 22/05/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

08/05/2007

Scacchi ed Ombrelli (atomici)

Era forse dai tempi della più classica guerra fredda che il gioco degli scacchi non tornava agli onori delle prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo ed anche per gli scudi spaziali il revival sa di recupero di un vecchio motivetto di successo. Finiti i tempi, almeno in Italia, in cui con ammiccare condiscendente si cercava di togliere dall’imbarazzo Putin – addirittura ultra petita - asserendo che in Cecenia in fin dei conti di trattava di una legittima lotta contro il terrorismo, chiarito che abbattere regimi per quanto dittatoriali presenta difficoltà pratiche non trascurabili, oltre che vantaggi quanto meno discutibili per i diretti interessati, tratti i prevedibili, ma prima trascurati, insegnamenti dalla lettura de Il Grande Gioco di Hopkirk a proposito dell’inanità di avventure in certi angoli strategici del pianeta; consultate, su altri versanti, le raccapriccianti statistiche sulla pena di morte, registrate le tragedie che periodicamente e senza interruzione colpiscono l’Africa, accortisi che i marchi da boicottare per sfruttamento del lavoro, minorile e non, si moltiplicano senza apparente rimedio …. viene da chiedersi quale debba essere l’atteggiamento della comunità internazionale a fronte dei comportamenti dei molti stati, fra tutti Russia e Cina, (ma gli esempi sono innumerevoli) che vanno contro non solo il rispetto dei diritti umani ma anche il comune sentire delle popolazioni di molti Paesi. La prima considerazione appare scontata anche se disapplicata con metodo: la tendenza a doppi standard non è assolutamente accettabile: non esistono dittatori buoni e dittatori cattivi; esecuzioni capitali sulle quali si può chiudere un occhio e altre esecrabili; violenze e repressioni giuste o giustificabili ed altre da condannare. A prescindere da ogni altra considerazione il periodo della guerra fredda è definitivamente finito e la riesumazione del leit motiv della lotta fra il bene ed il male è assolutamente immotivata. Realisticamente non ci si può d’altra parte nascondere che la politica estera, come ogni politica, non può prescindere dal perseguire gli interessi primari dello stato che la esercita. La seconda sembrerebbe altrettanto scontata ma forse non lo è: battaglie a difesa della democrazia e dei diritti dell’uomo possono essere legittimamente combattute solo se mirano a portar vantaggio ai diretti titolari di quei diritti e non per sostenere - quando non sotto la copertura di - astratti principi, per quanto condivisibili. A questo argomento è complementare quello che non necessariamente tutte le società umane sono improntate ai principi incrociati del cristianesimo e dell’illuminismo e che il modello di sviluppo occidentale potrebbe non essere l’unico ad aver cittadinanza sotto il sole. Non ci si deve poi illudere che i nobili esercizi condotti dalle organizzazioni internazionali producano risultati troppo concludenti: essi non possono che registrare la volontà dei paesi che ne sono membri, soprattutto dei più potenti fra di essi. Quanto alle sanzioni gli insegnamenti della Storia sono fin troppo eloquenti. Tutto questo non vuole certamente arrivare alla conclusione che i paesi occidentali e fra essi il nostro debbano assistere impotenti a massacri come quello del Darfur, fingere di non vedere quanto accade in Russia o in Cina nel campo dei diritti umani, tollerare discriminazioni di carattere feudale, rinunciare ad esercitare pressioni per la definitiva abolizione della pena di morte e di ogni forma di schiavismo del XXI secolo (qui poi subentra anche un elemento di “concorrenza sleale”), cessare di promuovere condizioni di democrazia che facilitino libertà e sviluppo in tutto il mondo e tanto meno accondiscendere a nazionalismi aggressivi e al build up militare di paesi dalle dubbie intenzioni: tutt’altro. Si tratta invece di individuare la strategia che possa servire meglio allo scopo. Un codice di condotta che sappia evitare di antagonizzare – per motivi che spesso sanno di concessione a presunti umori del proprio elettorato – gli interlocutori, costringendoli in un angolo dal quale non possono che reagire con violenza, a beneficio anch’essi dell’opinione pubblica interna. Ma sappia al tempo stesso far comprendere la forza, perché no, morale ma anche concreta delle proprie ragioni in quanto portatrici di premesse per stabilità, dialogo e sviluppo per tutti. Pressioni e dichiarazioni pubbliche a proposito della politica interna di paesi in difetto nel rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche portano insomma solo ad irrigidimenti e in ultima analisi sono dannosi proprio per coloro i cui diritti si vogliono salvaguardare: preferibile piuttosto una politica ferma e discreta che affianchi alla collaborazione un dialogo critico ma costruttivo. Possiamo così guardare senza rimpianti al passato governo, il cui attaccamento a nobili principi pareva del tutto strumentale di fronte alla propensione ad acrobatiche contorsioni logiche pur di compiacere leaders amici in disaccordo fra loro – paradigmatico l’atteggiamento a proposito della Cecenia - e tirare un sospiro di sollievo di fronte al fatto che l’Italia è divenuta membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite solo dopo il passaggio di mano del governo. In un periodo di maggiori responsabilità internazionali la condotta della politica estera sembra infatti essersi indirizzata nella giusta direzione, coniugando continuità con chiarezza, fermezza con realismo. In tale senso da ultimo le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri a margine della riunione Nato di Oslo, a proposito del sistema di difesa antimissile americano, che non sfuggono all’esigenza di individuare torti e ragioni e giustamente attribuiscono all’Unione Europea il compito di smussare gli angoli fra la tendenza di Washington all’unilateralismo ed il nazionalismo russo.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 08/05/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/05/2007

Sulla “identità” culturale europea

Quando si affronta il tema di una comune identità culturale dell’Europa, la formula più comunemente usata è quella della “unità nella diversità”, che ne costituirebbe appunto il punto di forza. Proprio le diversità storiche, culturali e ideali dell’Europa fondano la sua ricchezza, che possiamo chiamare un patrimonio di autonomia e molteplicità di tradizioni, reso ancor più prezioso dalla varietà di lingue e culture del continente. Ma quale è il grado di visibilità di questa realtà all’esterno, come e in che misura viene colta in dimensioni storiche e culturali completamente diverse, come l’Asia o l’America? Appare quindi necessaria una riflessione sul grado di proiezione esterna dell’Europa, sulla sua capacità di far pervenire all’esterno le tracce essenziali di un progetto comune condiviso. La varietà delle diverse culture e “storie” dell’Europa, che pur costituiscono il fascino e la ricchezza del suo patrimonio e quindi la ragione della sua attrattiva, fanno fatica ad essere colte in quell’unità pur sempre proclamata ed auspicata nel contesto politico e istituzionale. Molto spesso è difficile cogliere in contesti sociali lontani dal nostro un denominatore comune per ben 27 Paesi, a parte le ricorrenze ufficiali delle giornate dedicate all’Europa. In realtà gli stati nazionali, soprattutto in ambiti così diversi, sembrano ancora parlare ed agire più come protagonisti individuali che non nel quadro di un progetto globale comune. Da qui la percezione dell’Europa molto latente che riscontriamo ad esempio presso gli strati anche più colti e elevati di popolose città asiatiche: a mala pena qualcuno pensa l’Unione come una specie di ASEAN, mentre tra i giovani studenti degli junior collages, essa è quasi sempre una realtà astratta e poco visibile. A ciò si aggiunge in certi Paesi il retaggio della tradizione coloniale, che serve da corsia preferenziale nella scelta dei modelli educativi, privilegiando quelli del mondo anglosassone, visti come preferibili a quelli dell’Europa continentale. Per fare un esempio, a Singapore la Gran Bretagna non partecipa al padiglione comune europeo di una annuale importante fiera internazionale dedicata alla educazione superiore e ai corsi di specializzazione post-laurea, in quanto organizzatrice essa stessa da molti più anni di una manifestazione analoga dedicata ai modelli educativi anglosassoni. La più comune manifestazione europea, che si volge in quasi tutti i paesi, è quella di un festival del cinema europeo e a cui partecipano tutti gli Stati con una propria industria cinematografica. Il Paese con la Presidenza di turno si prende carico dell’organizzazione dell’evento e della serata inaugurale, in cui in genere si presenta uno dei migliori film della più recente produzione nazionale. Oltre a costituire un momento di maggiore visibilità del Paese organizzatore rispetto agli altri membri dell’Unione, tali iniziative diventano di per sé più un momento di incontro trai i vari expat europei e esperti/operatori del settore, che non una opportunità di presentazione di un comune discorso europeo presso il pubblico locale. Esiste quindi una difficoltà intrinseca a definire una comune identità europea ed i problemi che ad essa sottintendono e le possibili soluzioni sono state espresse, tra l’altro, da due riconosciuti esponenti della cultura europea, da angolature diverse se pur complementari , il regista Wim Wenders e il filosofo Jürgen Habermas. Wenders vorrebbe sostituire un sogno europeo ad un fallito sogno americano in quanto l’Europa, anche nelle difficoltà di una maggiore integrazione interna, rappresenta all’esterno pur sempre la quintessenza della cultura, del savoir vivre, esempio quindi di società aperta e rispettosa dei diritti e della varietà. Lo stesso concetto di border crossing viene ripreso a livello più teorico da Habermas, che collega l’integrazione delle minoranze interne alle società europee ad un accrescimento della identità dell’Unione. Tale integrazione è intesa quindi come un processo di rivitalizzazione delle nostre stesse culture nazionali, che potranno così divenire più “porose” e ricettive nei confronti del diverso. L’accettazione di “dissonanze cognitive” potrà quindi anticipare un cambiamento di coscienza ed un allargamento dei nostri orizzonti culturali. Denunciare questo processo, afferma il filosofo di Francoforte in una aperta critica ai teorici dello “scontro di civiltà”, come “capitolazione dell’occidente” , sarebbe solo foriero di una nefasta “militarizzazione dello spirito occidentale”. In definitiva solo superando il richiamo ai valori tradizionali contro un supposto “nemico interno”, sarà possibile definire una comune coscienza europea, che non viva solo di integrazione economica, ma faccia suoi propri idee, storie e miti fondatori. Quello che potrebbe apparire come debolezza dell’Europa, la contrastante varietà delle sue tradizioni e culture, potrebbe divenire, se comunemente riflettuto e condiviso, il suo vero punto di forza, la possibilità dell’Europa di presentarsi come società aperta, attenta e rispettosa dei bisogni e dei diritti degli altri e quindi artefice principale di mediazione nel contesto politico internazionale.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 05/05/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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