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Post di giugno

22/06/2007

L’Europa tra Sarko e Gordon

La difficoltà dei tempi che la politica europea attraversa è confermata dalle molte (e probabilmente ingiustificate) aspettative che vengono riposte nell’arrivo di nuove “leadership” a Parigi e Londra. Al neo-eletto Presidente della Repubblica francese vengono attribuite capacità di rilancio dell’azione francese in Europa dopo il lungo crepuscolo chiracchiano seguito al referendum sul Trattato costituzionale del 2005. Sul conto di Brown non è possibile nutrire illusioni. Egli rappresenta il versante concettualmente più angusto ed anti-europeo del laburismo britannico. Ma alcuni sperano che questo suo atteggiamento ed il minore carisma rispetto a Blair possano favorire un processo di automarginalizzazione del Regno Unito ed una sua minore forza di interdizione rispetto a rinnovati tentativi di far ripartire il processo di integrazione. Ad un esame più accurato, la situazione sembra indurre a minori ottimismi. Il dato rilevante dell’ultimo biennio è stato infatti il clamoroso frammentarsi di una forza trainante della costruzione europea. Il blocco dei Paesi Fondatori più Spagna, Commissione, Parlamento Europeo – che è stato all’origine dei grandi avanzamenti degli Anni Ottanta e della prima parte degli Anni Novanta – è entrato in crisi per diversi fattori legati all’ampliamento, alla crisi economica europea, alle nuove tensioni internazionali, alle dinamiche interne dei Paesi summenzionati. Le divisioni sull’Irak e l’esito delle consultazioni referendarie in Francia ed Olanda hanno sancito la fine di un periodo della storia dell’integrazione europea. L’uscita di scena di Schroder e Chirac (rappresentanti di un’intesa franco-tedesca votata ormai più alla interdizione che alla propositività) testimonia di una accelerazione di tale processo. A partire dal Vertice di Hampton Court del settembre 2005, si delineano nuove tendenze. La Germania della Merkel guarda più verso Londra che in direzione di Parigi, la Commissione Barroso non guarda da nessuna parte ed in luogo di incarnare un interesse europeo soprannazionale esercita in modo sempre più opaco ed asimmetrico sfere di potere settoriale, i nuovi Stati membri oscillano tra pulsioni filo-americane ed anti-russe ed iniziali tentativi di trovare una collocazione ragionata nel quadro dell’Unione. L’avvento di Sarkozy e Brown rischia di aggiungere altra confusione ed incertezza a questo patchwork. Il nuovo inquilino dell’Eliseo potrebbe entrare in rotta di collisione con il Regno Unito su questioni come l’adesione turca e la politica commerciale nonché iniettare nel dibattito comunitario una dose di attivismo dissennato e non conforme all’effettivo peso odierno della Francia nel contesto europeo. L’imminente Primo Ministro britannico praticherà un minimalismo sistematico (soprattutto sui temi istituzionali) ma sempre attento a mantenere un rapporto preferenziale con Berlino evitando il ricrearsi di un asse franco-tedesco. Di fronte a questo scenario, le speranze di conferire rinnovato slancio all’Unione ampliata ed al suo ruolo nel Mondo restano affidate ad alcuni fattori esterni (consolidarsi della ripresa economica, arrivo di una nuova Amministrazione negli Stati Uniti che si applichi a riparare i disastri dell’era Bush) ma anche alla risoluzione del nodo costituzionale europeo attraverso formule che non si rivelino ribassiste e pasticciate. L’Italia potrebbe giocare un ruolo importante in tale contesto favorendo – insieme a Spagna, Belgio, Lussemburgo - un ricompattamento del fronte “progressista” che negli ultimi anni si è venuto sfaldando. Il sentiero da percorrere è stretto: si tratta di sottrarre Germania e Francia all’illusione di poter tornare (sulle orme britanniche) ad una gestione intergovernativa dei processi di integrazione. Il governo Prodi – che trascina con sé tutte le contraddizioni e le debolezze del nostro sistema Paese – sarà chiamato a partire dalle prossime settimane e fino al 2009 a scelte coraggiose e laceranti: rifiutare un “mini Trattato” che affossi la Costituzione del 29 ottobre 2004; avviare una nuova iniziativa di “Stati pionieri” per rilanciare una dialettica di integrazione sulla base del testo firmato da 27 Paesi; concorrere alla individuazione di una personalità di adeguato livello per la Presidenza della prossima Commissione chiudendo l’era del “barboncino lusitano” di Blair. La scarsa propensione nazionale alle soluzioni di rottura lascia sussistere ampi dubbi sulla capacità del nostro Paese di candidarsi ad una posizione di impulso. L’alternativa è allinearsi ad un “mainstream” regressivo nell’attesa che l’esordio del Partito Democratico alle elezioni europee del 2009 decreti il decollo o il fallimento di progetti che i ceti dirigenti del Centro Sinistra hanno declinato in termini ancora molto provinciali.

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Di Il Cosmopolita il 22/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2007

C’è qualcosa di nuovo anzi di antico in Medio Oriente

Il nuovo in Medio Oriente è la crisi. L’antico è la crisi. Ma vi è una differenza di fondo fra il nuovo e l’antico: una serie di ricorrenze per Israele che vale rammentare. Sessanta anni dalla nascita dello Stato, cento anni dalla creazione di Tel Aviv, quaranta anni dalla vittoria nella guerra dei sei giorni, trenta anni dalla visita di Sadat a Gerusalemme. Shimon Peres diventa Capo dello Stato sostituendo l’autosospeso Katzav, che gli aveva strappato il seggio alla elezione precedente. Ehud Barak riguadagna la guida del Labour e rimpiazza Amir Peretz alla Difesa, dopo la parentesi seguita alla sconfitta nelle elezioni politiche a causa di Sharon. Sharon, che fonda Kadima come soggetto di centro e perciò “naturalmente” vincente, non riesce a guidarlo a causa dell’infermità e lo lascia in eredità, insieme alla premiership, a Ehud Olmert. Il quale però non fa tesoro del lascito, tocca il punto più basso di popolarità – 2% - mai raggiunto da un Primo Ministro, resta in carica soltanto perché la sua caduta aprirebbe la strada alle elezioni anticipate ed alla probabile vittoria di Bibi Netanyahu. Ci fosse ancora Arafat dall’altra parte, sembrerebbe di assistere ad uno spettacolo già visto. Solo che lo spettacolo, qualsiasi spettacolo, nella regione si tinge di tragedia. E la successione degli attori sul palco non annuncia sorprese gradevoli ma rimarca l’incapacità degli uni e degli altri di sorprendere il pubblico con uscite audaci. La sola relativa novità in un quadro che di novità ne offre poche è la proposta di Olmert di intavolare trattative con la Siria sulla base della formula “pace contro terre”, che nel caso sono le alture del Golan, ricche di acqua e fertili ma poco abitate e soprattutto prive della sacralità di altre terre conquistate nel corso degli anni. E dunque una merce di scambio che si può offrire sul piatto delle trattative per l’impegno di Damasco a riconoscere Israele ed a cessare qualsiasi attività ostile anche indiretta, tramite gli Hezbollah libanesi ed alcuni santuari del terrorismo. Il dato preoccupante è che la divisione fra le fazioni palestinesi sta aggravando la divisione di territori già divisi per via dell’occupazione. Hamas prende il dominio di Gaza, Fatah conserva quello della Cisgiordania. Poiché i due brandelli del futuro stato palestinese sono separati, qualcuno potrebbe argomentare che tanto varrebbe separarli anche sotto il profilo politico e istituzionale. La stagione del compromesso della Mecca si sta rapidamente esaurendo. La soluzione “due popoli due stati” diverrà quella “due popoli tre stati”? Il quadro non induce alla speranza se non a quella di evitare il peggio: che Gaza si trasformi in “Hamastan” e le schegge volino dappertutto, fino all’Egitto ed al Libano, dove staziona la missione UNIFIL 2 con la folta presenza di truppe italiane ed europee. A questo punto di ogni disanima ci si pone l’interrogativo retorico: e l’Europa? e il Quartetto? L’Europa è al solito in cerca di autore, che ora si chiama mini traité in omaggio al nuovo Presidente francese: un testo con le norme condivise del trattato costituzionale che salvino il Ministro degli Esteri europeo, il suo servizio diplomatico, il Presidente stabile del Consiglio europeo. Il Quartetto ha il protagonista – gli Stati Uniti – visibilmente intento ad altro. Occorre dunque aspettare le presidenziali americane e l’arrivo di un (una) democratico alla Casa Bianca? Qualcuno ipotizza il ritorno alla shuttle diplomacy di Henry Kissinger e di Philip Habib come unica seria possibilità di intervento diplomatico dall’esterno. Lo scrive Maria Grazia Enadu nella rivista Affari Internazionali: “una soluzione letteralmente imposta alle parti, con ampio uso di bastoni e di carote, ma i tempi per questo sono più lunghi di un governo Olmert”. Conclude Enadu con l’auspicio di un ritorno, anch’essa, all’antico: ad un Israele guidato da Ben Gurion, Rabin, al limite Eshkol. Il Gruppo socialista al Parlamento europeo si spinge più in là e chiede di dislocare una forza internazionale nella regione. Ma dove? Fra Gaza e Israele, come ipotizzò il Governo italiano nel 2006? Oppure fra Gaza e Egitto, come ipotizza ora il Governo israeliano?

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 20/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2007

La questione energetica: USA e Cina

La crescita del prezzo del greggio registratasi negli ultimi anni ha riproposto con rinnovata urgenza il dibattito sulla sicurezza delle fonti energetiche, riportando nuovamente il tema al centro dell’attenzione della pubblica opinione. La tendenza di fondo che si osserva nel panorama energetico mondiale è quello di una sensibile crescita della domanda globale a fronte della sostanziale stabilità del “paniere energetico”. Un incremento strettamente legato all’impennata del consumo di alcuni Paesi emergenti ed in via di sviluppo, che va a sommarsi alla domanda dei Paesi industrializzati e ad una diffusa corsa alle riserve strategiche. Altro aspetto della stessa medaglia, quello delle reti interconnesse di trasmissione, di oleodotti e gasdotti, che estendono sensibilmente il concetto di sicurezza energetica e le conseguenti azioni volte a tutelarla. La conseguenza diretta di tale spinta sul mercato – oltre ad essere economica, in senso inflattivo – diventa anche strategica; la ricerca di nuovi equilibri tra le potenze è già in atto e la crisi del multilateralismo – ONU in primo luogo – prefigura un futuro incerto. Distribuzione disomogenea e scarsità delle risorse, ingresso di nuovi soggetti sul mercato energetico ed incremento della competizione per l’accesso alle principali fonti, controllo delle reti: sono tutti elementi di una partita che si gioca in assenza di regole condivise, soprattutto da quando sono stati sacrificati sull’altare della lotta al terrorismo internazionale i parametri residui per la legittimità degli interventi armati, a seguito dell’intervento americano in Iraq. La crescita degli attori in competizione sul mercato è un elemento chiave per intendere l’acuirsi delle possibili conflittualità sul pianeta: i grandi Paesi importatori come il Giappone, gli Stati Uniti e i Paesi europei (soprattutto dopo la “crisi dei termosifoni” a causa delle mancate forniture russe), hanno posto la stabilità dei rifornimenti in cima alle loro priorità; ma il quadro si fa più complesso in considerazione dei Paesi emergenti, la cui domanda energetica cresce in parallelo agli elevati tassi di crescita delle rispettive economie. Basti pensare a giganti di nome Brasile, India e, soprattutto, Cina, ormai secondo consumatore mondiale di petrolio. La sicurezza energetica è uno dei punti cardine della politica di espansione economico-industriale di Pechino che rappresenta, secondo molti opinionisti, un potenziale elemento di frizione a livello internazionale, in particolare con gli Stati Uniti. La politica di alleanze petrolifere della Cina è infatti a tutto raggio, nello sforzo di assecondare la rivoluzione economica in corso che brucia energia in forma esponenziale: si va dal Medio Oriente (senz’altro il fulcro energetico mondiale, che da tempo conosce un’instabilità cui il conflitto israelo-palestinese fa da sfondo e moltiplicatore, ma nel quale il peso della contesa sulle risorse petrolifere è altrettanto rilevante), alla Siberia e all’America Latina. In Medio Oriente, esponenti del settore petrolifero cinese hanno avviato da tempo contatti con l’Iran per negoziare contratti energetici mentre, per accedere all’immenso mercato energetico dell’Arabia Saudita, Pechino ha inserito nelle offerte la fornitura di armi sofisticate, inclusi missili balistici. Il tutto con poco entusiasmo da parte americana. Ma forse maggiore inquietudine genera, negli USA, l’attivismo di Pechino in America Latina. Su quello scacchiere spiccano infatti le visite effettuate in alcuni Paesi produttori che hanno sortito numerosi accordi di cooperazione economico-commerciale; particolarmente rilevanti quelli conclusi con il Venezuela di Chavez che, per i suoi proclami bolivariani e per le politiche dichiaratamente volte a ridimensionare il ruolo statunitense nella regione, non gode certo di grandi simpatie a Washington. L’intrusione cinese nel “giardino di casa” americano ha dato vita ad una lettura pessimistica del futuro, in termini di prospettive strategiche. E’ la visione di coloro che leggono con inquietudine la cooperazione con alcuni Paesi latinoamericani - Cuba, Venezuela, Bolivia - come possibile piattaforma offensiva nel medio e lungo periodo (un’ipotesi temibile, secondo alcuni opinionisti, collegata al settore dello sviluppo di tecnologie sensibili e satelliti spia). Una visione meno drammatica, e probabilmente più realistica, ritiene invece che la Cina si muova in generale sotto la spinta di una crescita economica dirompente che è consentita proprio grazie all’apertura e alla stabilità dei mercati internazionali: una tensione con il gigante nordamericano provocherebbe pertanto non pochi problemi alla stessa crescita economica cinese, e quindi sugli equilibri politici interni del Paese. In effetti tra i due Paesi esistono cointeressenze economiche sempre più profonde ed è ragionevole immaginare che esse inviteranno al negoziato e alla cooperazione, molto più che al temuto scontro tra colossi come asseriscono i fautori del pericolo cinese. Ciò che dovrebbe veramente preoccupare strateghi, analisti e operatori economici, tuttavia, non è tanto la minaccia di un antagonismo cinese che enfatizza ed amplifica – nel settore delicato delle risorse energetiche – la competizione vivace dei “nuovi arrivati”, che già sperimentiamo in altri settori dello scambio commerciale. Ciò che inquieta davvero è la drammatica coincidenza di due giganti come Cina e Stati Uniti nel glissare elegantemente sulle tematiche ambientali. Il boicottaggio sistematico del Protocollo di Kyoto da parte americana testimonia infatti di una visione della realtà che fa il pari con l’approccio cinese, anch’esso poco sensibile alla regolamentazione in senso limitativo delle emissioni di gas inquinanti: basti pensare al dato che vede la Cina ancora profondamente legata al consumo di carbone, che è pari a quello di Stati Uniti, Giappone ed Europa messi insieme. Lo stesso Vertice G8 di Heiligendamm non sembra aver aperto spiragli tali da invogliare all’ottimismo. I fautori del bicchiere mezzo pieno hanno sottolineato l’importanza della disponibilità americana ad un attivo coinvolgimento nella ricerca di soluzioni all’emergenza ambientale; in realtà, l’assenza di impegni concreti e vincolanti, accanto ad una serie di passaggi della dichiarazione finale di Heiligendamm sulle tematiche ambientali alquanto generici (il riconoscimento della Nazioni Unite quale principale foro negoziale e l’impegno a partecipare attivamente alla Conferenza di Bali del dicembre prossimo, con l’ obiettivo di raggiungere un accordo per il dopo Kyoto....) sembrano passaggi contorti di un punto di compromesso che bisognava raggiungere, ma ben lontano dall’assicurare un effettivo rilancio dell’azione internazionale a tutela dell’ambiente. Cina e stati Uniti, più che antagonisti, potrebbero dunque ritrovarsi alleati a difendere posizioni dominanti di mercato in spregio alle preoccupazioni ambientalistiche e nell’ottica di una ripartizione concordata delle rispettive quote in materia di risorse energetiche esistenti. In assenza di due attori così determinanti a livello planetario, qualsiasi investimento di lungo periodo sulle energie alternative ha il fiato corto. Insomma, il film di ciò che sarà potremmo averlo già visto da tempo: l’America oscura e piovosa di Blade Runner dove il clima è completamente impazzito, il traffico è diventato caos e la gente è prevalentemente di origine asiatica, mentre bellissimi robot replicanti dalle sembianze umane vanno in giro per le galassie a cercare alternative per la sopravvivenza della specie. Come film era bellissimo.

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 20/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2007

La crisi dei valori europei alla luce del rapporto italo-tedesco

I problemi inerenti l’UE, la necessità di risolvere il nodo costituzionale, di ricompattare il fronte progressista attorno ai principi fondanti dell’Europa, i il problema stesso dell’identità sono stati oggetto di ampio commento, anche nei nostri editoriali. Un ulteriore spunto di riflessione ci offre il colloquio svoltosi a Trento qualche settimana fa presso il Centro per gli Studi storici italo - germanici sulla “reciproca indifferenza” tra Italia e Germania a partire dagli anni novanta, a cui hanno partecipato numerosi studiosi e pubblicisti dei due Paesi. Il dato più interessante emerso dall’incontro è l’ipotesi di una fase di “strisciante estraniazione” (schleichende Entfremdung) che sembra permeare soprattutto il livello politico dei rapporti bilaterali, nonostante l’ampiezza dell’interscambio economico e la dedizione di molte istituzioni culturali operanti sul territorio, quali l’Istituto-Goethe in Italia e i nostri Istituti Italiani di Cultura in Germania. Gian Enrico Rusconi, il Presidente dell’Istituto di studi italo - germanici, investe in una giusta critica in primo luogo il ceto politico italiano, al giorno d’oggi completamente assorbito dai contrasti interni, isolato culturalmente ed incomprensibile alla classe politica tedesca, che non riesce a coglierne le dinamiche. Sarebbe quindi il caso di parlare di una disimmetria tra il ruolo di guida europeo della Germania e la irrilevanza dell’Italia a livello di cultura politica, nonostante gli sforzi e l’efficace lavoro svolto dall’Istituto-Goethe nel passato più recente per una elaborazione critica degli eventi storici del II conflitto mondiale. Tuttavia oggi, nonostante le smentite ufficiali da parte del Goethe di Roma, pervenute anche al termine del convegno, è innegabile quanto meno una semplice conservazione dello status quo della propria presenza in Italia, se non si vuol usare il termine di disimpegno, e la sua maggiore concentrazione nell’Est dell’Europa e nelle aree extraeuropee. Dall’altra parte corrisponde la chiusura di tre lettorati di italiano presso le università tedesche e la cronica mancanza di strumenti e risorse di grande efficacia da parte dei nostri Istituti Italiani di Cultura. Anche da parte tedesca, Stefan Ulrich, il corrispondente romano della Süddeutsche Zeitung, conferma una fase di estraniazione, riconducibile ad una crisi degli ideali europei. Il progetto di integrazione che dopo il II conflitto mondiale ha unito i due Paesi e che ha dato loro attraverso l’Europa un riconosciuto ruolo internazionale, sembra per il momento esaurito, con la ricomparsa degli interessi nazionali come priorità oggettiva della politica. Per superare la crisi con nuove iniziative, Ulrich pone in risalto il progetto dell’Euronucleo (Kern-Europa-Idee), in sintonia con il collega italiano Lucio Caracciolo, che vede in esso o in una futura Confederazione Europea l’embrione di un nuovo soggetto geopolitico all’interno di una Unione oramai divisa a 27 velocità e che ne ha fatto recentemente oggetto di numerosi interventi nella stampa italiana. E’ sembrata opinione comune dei partecipanti che i rapporti tra Italia e Germania, problematici già da 60 anni e che hanno allo sfondo le tragedie belliche del novecento, il fenomeno dell’emigrazione e del recente turismo di massa, abbiano subito una battuta d’arresto e esaurito lo slancio a causa della globalizzazione, che ha suggerito una diversificazione dei rapporti, facendo intravedere la possibilità di nuovi e più dinamici scenari mondiali. Inoltre, lo stesso ceto politico, dopo la crisi di tangentopoli, ha interrotto quei regolari rapporti bilaterali che i partiti politici tradizionali italiani curavano con molta attenzione, anche a livello di relazioni personali con i loro omologhi tedeschi. Possiamo ritenere quindi che emerge per noi la necessità primaria di una inversione di tendenza a livello politico, a cui non possono sopperire gli sforzi se pur ecomiabili delle istituzioni culturali e le cifre dell’interscambio economico, anche perché i legami tra Italia Germania hanno sempre un peso specifico rilevante, in positivo come in negativo. Anche Angelo Bolaffi, il nuovo direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino presente al convegno, ha riaffermato l’essenzialità di un rapporto tra i due Paesi che, se pur consumato, deve essere rinnovato con nuovi contenuti. La globalità ha certo bisogno per superare i problemi strutturali del futuro di una Unione Europea propositiva e portatrice di valori, la ripresa di una nuova dinamicità nel rapporto tra Italia e Germania è una delle condizioni per cui questo possa avvenire.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 20/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2007

Più vicini alla fine del mondo?

La strage di Virginia Tech ed il consueto show mediatico che accompagna tale tipo di eventi, hanno riaperto - non solo negli USA - il mai esaurito dibattito sulla diffusione delle armi, sulla facilità con cui chiunque può procurarsele e sulla innegabile evidenza che il possesso di un'arma costituisca, almeno psicologicamente, un passo decisivo verso l'uso di tale arma. I mezzi di informazione di tutto il mondo hanno invece dato pochissimo risalto - quasi come se non si trattasse di un argomento altrettanto preoccupante - al fatto che, dal gennaio di quest'anno, le lancette dell' 'Orologio dell’Apocalisse' venissero spostate in avanti di due minuti: siamo a mezzanotte meno 5, cioè vicinissimi all'apocalisse. Il 'DoomsDay' è, come noto, un quadrante simbolico creato nel 1947 e gestito dal Bulletin of the Atomic Scientists, una rivista fondata nel 1945 da alcuni ricercatori dell’Università di Chicago che avevano lavorato con Hoppenheimer al Progetto Manhattan, durante la seconda guerra mondiale. La finalità era quella di fornire un’immagine emblematica della situazione delle tensioni internazionali, attraverso uno strumento installato presso la sede dell'associazione a Chicago. Posizionato inizialmente a sette minuti dalla mezzanotte nucleare, l'orologio è stato più volte spostato nel corso degli anni in base all'evolversi dello scenario internazionale, diventando un indicatore universalmente riconosciuto della vulnerabilità del pianeta di fronte al pericolo delle armi nucleari. In sessant'anni gli spostamenti sono stati 17 ed i momenti critici, in cui le lancette sono state più vicine alla mezzanotte,si sono avuti nel 1953 (due minuti) per i test termonucleari da parte di USA e URSS e nel 1984 (tre minuti) per l'escalation nella corsa agli armamenti voluta da Ronald Reagan. Dal febbraio 2002 il barometro delle tensioni internazionali era fermo a sette minuti dalla fine del mondo. Le ambizioni nucleari di Iran e Corea del Nord, la permanente insicurezza del materiale nucleare stoccato in Russia, il costante stato di allerta delle basi che ospitano ben 2.000 delle 26.000 testate nucleari ancora detenute da Stati Uniti e Russia, l’aumento del fenomeno terroristico e le pressioni per l’espansione del nucleare civile, conseguenti ai cambiamenti climatici in corso, hanno convinto gli scienziati a spostare in avanti l'orologio. Il pericolo più grande sembra tuttavia essere costituito - secondo il Prof. Lawrence Krauss, fisico dell'Università di Yale e della Case Western Reserve University - dalla convinzione, largamente condivisa, che la maggior superpotenza del mondo non userà mai per prima le armi nucleari. La politica americana in campo nucleare in effetti é sempre stata, almeno formalmente, improntata sul principio del No-First-Use, la garanzia negativa del NPT del 1968, il trattato che proibisce le armi nucleari contro gli Stati che ne siano privi. Esistono tuttavia importanti eccezioni a tale principio: in caso di invasione o di qualsiasi altro tipo di attacco agli Stati Uniti, al suo territorio, alle sue Forze Armate, ai suoi alleati o ad un paese con il quale esista un impegno di difesa, se tale attacco venisse effettuato o appoggiato da un paese non nuclearizzato, associato o alleato di un paese in possesso di armi nucleari. Si tratta a ben vedere di una casistica così ampia ed articolata da permettere in sostanza agli USA una grande libertà d'azione. Pericolosamente esplicita e preoccupante appare la posizione assunta dall'amministrazione Bush nel 2002, sulla scia emotiva degli attentati dell'11 settembre: 'le armi nucleari offrono opzioni militari efficienti per evitare una grande varietà di minacce, anche in caso di scenari militari imprevedibili'. Gli esiti disastrosi della guerra in Irak e la complicata situazione afgana incoraggiano i 'falchi' dell'amministrazione americana a rilanciare l'idea dell'uso - anche preventivo - di 'bunker-busters', piccole ogive nucleari progettate per poter penetrare profondamente nelle impervie montagne afgane e distruggee i rifugi segreti di Osama Bin Laden. Al di là delle considerazioni sulla reale efficacia di tali armi, l'aspetto più inquietante riguarda l'accettazione del principio che le piccole armi nucleari sarebbero sostanzialmente assimilabili alle armi convenzionali. Il programma bunker-busters é un tipico esempio di quanto sta avvenendo dietro le quinte del trattato di non proliferazione nucleare: nessuno dei paesi firmatari ha significativamente ridotto le proprie dotazioni di testate nucleari e le 27.000 che esistono nel mondo - 26.000 delle quali sono detenute da Stati Uniti e Russia - non hanno, a quanto pare, un preciso obiettivo strategico. Dal marzo dello scorso anno, inoltre, l'India ed il Pakistan, stanno lavorando alacremente - con l'aiuto di Washington - per aumentare la propria potenza nucleare. Proprio mentre la crisi del nucleare iraniano raggiungeva il culmine gli Usa non sembrano dunque aver avuto alcuna remora a dare via libera alla cooperazione nucleare con paesi che non hanno mai sottoscritto gli accordi di non proliferazione. Il dato più grave é tuttavia ancora un altro. Una recente proposta americana potrebbe aprire una nuova era per i tests nucleari, scoperchiando un vero e proprio vaso di Pandora. Tali esperimenti, banditi definitivamente il 24 settembre 1996 dal Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty, mai ratificato dagli USA, potrebbero tornare all'ordine del giorno grazie ad un progetto da oltre100 miliardi di dollari, il Reliable Replacement Warhead (RRW), che punta al completo rinnovo delle dotazioni nucleari sul presupposto – contestato da molti scienziati - che il plutonio diventerebbe instabile dopo 40-45 anni. Il via al progetto significherebbe non solo una palese violazione del NPT, ma anche il rifiuto definitivo di ratificare il Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty. Anche se il governo americano assicura che le nuove testate non avranno bisogno di esperimenti di funzionamento, é facile immaginare che le pressioni in tal senso, da parte soprattutto delle alte gerarchie militari, saranno enormi perché appare oggettivamente assurdo dotarsi di una nuova tecnologia di tale portata ed importanza strategica senza neanche provarla. Se andrà avanti, dunque, il programma di sostituzione delle testate nucleari statunitensi rischia di innescare un processo dalle conseguenze imprevedibili, incoraggiando tutti i paesi a fare nuovi tests e rendendo definitivamente impossibile convincere per esempio l'Iran o la Corea del Nord ad abbandonare i rispettivi programmi nucleari. Gli USA perderebbero irimediabilmente la propria credibilità ed autorità morale e nessuno potrebbe più impedire una corsa all'armamento nucleare. E' auspicabile che il nuovo corso della politica estera dell’Italia “utile alleato e non inutile vassallo” degli Stati Uniti, contribuisca ad interrompere questa pericolosa escalation e solleciti ampia informazione e puntuali iniziative prima che i preoccupanti segnali di una nuova era nucleare diventino una terribile realtà

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 20/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2007

Carta d’identità, It.Card… ginnastica consolare

Nel corso del mese di giugno, in applicazione di quanto previsto dalla finanziaria, agli uffici consolari verrà addossato il compito di rilasciare ai connazionali residenti all’estero, oltre che il passaporto, anche la carta d’identità . Restando tuttavia la piena esclusiva competenza dei Comuni al rilascio delle carte d’identità, gli Uffici consolari non avranno nessuna autonomia al riguardo. Quindi per poter rilasciare il documento d’identità, anche a coloro che risultano iscritti negli schedari consolari da più di ventanni, occorrerà ottenere una delega scritta da parte dei comuni italiani. Per facilitare il compito il soft ware che perverrà alle sedi non sarà, per il momento (?!), in rete con gli altri programmi in uso e di conseguenza i dati anagrafici dovranno essere inseriti ex novo per poi procedere alla stampa del documento con una apposita stampante da acquistare in loco. Per la felicità e salubrità di coloro che hanno la fortuna di prestare servizio nei Consolati “maggiori”, gli uffici assomigliano sempre più a quelli della NASA tenuto conto del numero di apparecchiature istallate in locali spesso angusti e poco areati. Gli addetti, per tenersi in forma, saltellano da un computer all’altro (per immettere gli stessi dati), e da una stampante all’altra. Poiché “al momento” (sappiamo bene come in Italia il provvisorio tende a diventare definitivo..) ogni programma ha un software diverso abbiamo quelli con il programma AIRE, quelli con il programma passaporti, quelli per il rilascio dei visti, quelli per rilasciare le carte d’identità; ovviamente ad ogni specifico computer è accoppiata una stampante anch”essa “specializzata” . Avendo paura di annoiarsi il personale in servizio nei consolati aspetta con ansia le altre novità annunciate : verifica dei requisiti di coloro che si candidano per venire a lavorare in Italia (liste di collocamento?), la modifica della legge sulla cittadinanza che amplia la platea dei potenziali cittadini e la simpatica iniziativa del Vice ministro Danieli della cosiddetta “carta di sconto” o “It.card” (suona bene) per incentivare il “turismo di ritorno” (?!) che consentirà ai nostri connazionali di ottenere sconti e benefici per l’acquisto di beni e servizi in occasione delle loro vacanze in Italia. A tale scopo le sedi dovranno distribuire tali carte a coloro che ne faranno richiesta, “verificandone l’iscrizione negli schedari” , inserendo il nome dell’intestatario e prendendone nota su un “foglio excel infomatico”! Per tale meritevole iniziativa ogni sede dovrà assolutamente avere un “referente” che dovrà curarne l’avvio. Gli italiani possono comunque stare tranquilli tutte le iniziate e proposte di legge all’esame a favore degli italiani all’estero, sono a costo zero, non comportando oneri aggiuntivi per lo stato italiano : tutti i costi ce li prendiamo noi.

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Di Il Cosmopolita il 20/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2007

Nuova rete o vecchi “slogans”?

Fin dalla presentazione, nel giugno del 2006 a Palazzo Madama, delle linee programmatiche della propria gestione, il vice ministro degli Esteri Danieli si era impegnato, quale nuovo responsabile degli italiani nel mondo, alla ristrutturazione della rete diplomatico-consolare. La DGIT era stata incaricatata della realizzazione di una mappa aggiornata delle rappresentanze, consoli onorari compresi, in tutti i continenti e in tutti i centri in cui esiste una comunità italiana o una rappresentanza del governo. Un'indagine capillare, 'singola realtà per singola realtà', aveva sottolineato Danieli, per poter avere 'l’esatta cognizione della quantità di addetti delle ambasciate e dei consolati, del tipo e quantità di pratiche svolte, degli orari dei servizi di accoglienza dei connazionali, ed addirittura dello stato fisico delle sedi'. A mappa ultimata sarebbe dovuta partire l'opera di razionalizzazione e di potenziamento della rete consolare e, nel frattempo, veniva avviata una discussione informale con le OO.SS. che sembrava preludere ad una vera e propria concertazione sulla delicata materia. Nel corso dell'Assemblea Plenaria del CGIE di fine anno, l'Ambasciatore Benedetti, Direttore Generale degli Italiani all'Estero, aveva evidenziato le gravi criticità della nostra rete, chiamata a svolgere, accanto ai tradizionali servizi amministrativo-assitenziali, compiti nuovi, legati alle profonde trasformazioni avvenute negli ultimi decenni, con un ruolo di primo piano nella promozione del “Sistema Italia” di cui le comunità all'estero, tanto più dopo l'esercizio di voto, sono diventate parte integrante. I flussi immigratori verso il nostro paese in continuo aumento, i nuovi adempimenti derivanti dalla legge sul voto all'estero, le nuove modalità di rilascio del passaporto elettronico, il lavoro di sostegno protezione e soccorso dei connazionali all'estero, sia in situazioni di emergenza grave (per le quali l'Unità di Crisi del Ministero è sempre attivata) sia in situazioni meno appariscenti per le quali gli Uffici consolari nel mondo svolgono un lavoro “nascosto e quotidiano”, costituiscono solo piccoli esempi di una realtà in grande movimento, per la quale non siamo affatto preparati. 'Oggi non si può più rimandare il processo di razionalizzazione, anche perchè i Consolati sono la punta di diamante di una moderna politica estera' aveva detto testualmente Benedetti evidenziando anche le necessità della nuova emigrazione, spesso con un alto grado di istruzione e prospettive di mobilità diverse dalle generazioni precedenti, che si aspetta servizi all'altezza delle proprie esigenze. I Sindacati Confederali sono impegnati da molti anni sulla ristrutturazione della rete e sulle questioni necessariamente connesse, a cominciare dalla formazione del personale, dalla semplificazione delle procedure, dalla razionalizzazione dei servizi, dalla valorizzazione degli Uffici e delle risorse umane del Mae. Verso la fine degli anni ottanta, con uno studio commissionato ad una ditta specializzata, l'allora Direttore Generale del Personale Mathis aveva fatto un serio rilevamento della situazione delle sedi all'estero, arrivando a definire con buona approssimazione un metodo di analisi ed una strategia di intervento che erano solo ad un passo da una vera riforma. Come tutte le buone idee, quegli esercizi ebbero scarso successo e finirono per essere abbandonati in qualche polveroso cassetto degli uffici del personale. Negli ultimi anni si è avuta invece l'impressione che l'Amministrazione, sotto la spinta delle ormai croniche ristrettezze di bilancio, si muovesse come una compagnia aerea 'low cost' particolarmente scalcinata, che risparmia sul personale, sui controlli e sulle dotazioni a scapito della sicurezza e dell'efficienza del servizio. Non si possono appiattire a piacimento le professionalità del personale rinunciando ad una seria politica degli organici; non è possibile che il funzionario vicario in molte sedi sia un qualsiasi appartenente a qualsiasi area funzionale; che non sia prevista in tutte le sedi la presenza di un funzionario delegato, nè di un vero addetto informatico; che non esista alcuna seria analisi sui servizi da erogare in determinate aree geografiche, nè un reale coordinamento tra Uffici di singoli paesi e/o di gruppi di paesi confrontati alle medesime difficoltà di gestione. Dall’osservazione anche più superficiale della situazione della nostra rete emerge un ritardo nell’utilizzo e nella pianificazione delle risorse umane e delle strumentazioni informatiche. Si tende ancora ad intervenire “di volta in volta” senza far rientrare in una logica organizzativa globale i singoli interventi. Per far fronte ad una “emergenza”- in realtà ben prevedibile e calcolabile – si è cercato essenzialmente di improvvisare soluzioni magiche: ricorso all’outsorcing, al personale precario ed a pericolose forzature di “privatizzazione” del servizio pubblico attraverso convenzioni con, Patronati, enti ed asssociazioni. Le emergenze, tra l'altro, hanno il difetto, ormai conclamato, di durare qualche settimana o qualche mese e poi svanire, lasciando i problemi irrisolti. Se tutto è un'emergenza, allora vuol dire che niente lo è: ma si tratta di un'ottima maniera di eludere le responsabilità da parte di chi quotidianamente deve esercitarle. Negli ultimi anni si è poi lanciata una forsennata corsa all'innovazione 'di facciata', alla politica del marketing aziendale: l'archiviazione informatica non supportata da una strategia e non accompagnata da alcuna modifica delle procedure di archivio; un nuovo programma anagrafico che dovrebbe consentire di creare una banca dati unificata tra Comuni e Consolati (ma che per il momento non dialoga neanche col programma per il rilascio dei passaporti); una “carta elettronica”che consente di prenotare 'servizi on line con risparmio di tempo e di code' ma che non si preoccupa affatto di definire 'quali' e 'quanti' servizi degni di questo nome possono effettivamente offrire i nostri Consolati. Nel corso di questo mese, in applicazione di quanto previsto dalla finanziaria, agli uffici consolari verrà addossato anche il compito di rilasciare ai connazionali residenti all’estero, oltre che il passaporto, anche la carta d’identità. Restando tuttavia il rilascio delle carte d’identità piena ed esclusiva competenza dei Comuni, gli Uffici consolari non avranno alcuna autonomia al riguardo e per poter rilasciare il documento, anche a coloro che risultano iscritti negli schedari consolari da più di vent'anni, dovranno ottenere una delega scritta da parte dei comuni italiani. Il software che perverrà alle sedi non sarà, 'per il momento' in rete con gli altri programmi in uso e di conseguenza i dati anagrafici dovranno essere inseriti ex novo e stampati con una apposita stampante da acquistare in loco. Gli uffici continueranno a moltiplicare il numero di apparecchiature istallate in locali spesso angusti e poco areati e si dovrà continuamente passare da un computer all’altro per immettere gli stessi dati e da una stampante “specializzata” all’altra. Ogni servizio avrà un software diverso che, sempre 'per il momento', non sarà in grado di dialogare con gli altri. Il personale in servizio nei consolati aspetta con ansia altre novità annunciate : verifica dei requisiti di coloro che si candidano per venire a lavorare in Italia (liste di collocamento?); una modifica della legge sulla cittadinanza che amplia la platea dei potenziali cittadini; l’ iniziativa del Vice ministro Danieli della cosiddetta “carta di sconto” o “It.card” (suona bene) per incentivare il “turismo di ritorno”, che consentirà ai nostri connazionali di ottenere sconti e benefici per l’acquisto di beni e servizi in occasione delle loro vacanze in Italia. A tale scopo le sedi dovranno distribuire tali carte a coloro che ne faranno richiesta, “verificandone l’iscrizione negli schedari”, inserendo il nome dell’intestatario e prendendone nota su un “foglio excel'. Per tale meritevole iniziativa ogni sede dovrà assolutamente avere un “referente” che dovrà curarne l’avvio. I contribuenti possono comunque stare tranquilli: tutte le iniziative e le proposte di legge in favore degli italiani all’estero sono - per lo meno in teoria - a costo zero, locuzione magica ed abusata nella cultura dell'emergenza ragionieristica, come se si trattasse di un valore intrinseco, che finisce invece per banalizzare qualsiasi analisi puntuale della realtà. Non occorre certo dilungarsi molto per evidenziare che siamo ormai in una situazione insostenibile e di fronte ad un evidente paradosso: proprio mentre il nuovo corso della politica estera italiana impone grandi scelte, suscita numerose aspettative e prefigura un salto di qualità, la nostra rete diplomatico-consolare si ripiega su se stessa cercando sostanzialmente di dare nuovi nomi a vecchi problemi, senza risolverli e perpetuando una retorica 'tremagliana' che potrebbe dare il colpo di grazia definitivo alla nostra Amministrazione. Esagerazioni ? Forse. Ma prendiamo un esempio emblematico. Un progetto di nuova legge sulla cittadinanza in esame alla commissione bilancio della Camera include la riapertura, senza limiti di tempo, del diritto al riacquisto della cittadinanza italiana ed il diritto delle donne sposate con stranieri prima del 1948 alla trasmissione del nostro 'status civitatis' a figli e nipoti. Qualcuno si è domandato seriamente cosa significa in termini di lavoro aggiuntivo per gli Uffici Consolari ? Secondo le stime del Viminale e dello stesso MAE potrebbe determinarsi in breve tempo un raddoppio delle iscrizioni anagrafiche all'estero, soprattutto in America Latina, dove esiste già una situazione esplosiva. L'attività dei consolati si è svolta per decenni e continua a svolgersi in condizioni di carenza di organico e di strategia, sotto la forte pressione della “domanda” di cittadinanza (si sono accumulate oltre 500.000 richieste) e la conseguente impossibilità di smaltire un arretrato che in alcuni Uffici arriva a proiettarsi nei prossimi venti anni. La nuova normativa introduce ulteriori carichi di lavoro per gli Uffici Consolari senza quantificarne gli oneri e si può considerare alla stregua di uno 'tsunami' per la nostra rete consolare se non verranno presi seri ed urgentissimi provvedimenti in materia di organici e di ristrutturazione della rete. Anche un raddoppio del personale sarebbe tuttavia a mala pena sufficiente: nel caso specifico della cittadinanza è ormai indispensabile, oltre all'intervento sulla rete, la revisione dell’impianto normativo attualmente in vigore: perdita, riacquisto, riconoscimento per garantire i diritti ed eliminare palesi ingiustizie. Nessuna legge sulla cittadinanza ha mai previsto, per esempio, la perdita per inadempienza agli obblighi di denuncia dei fatti di stato civile (nascita matrimonio, morte), o di subordinare il riconoscimento della cittadinanza alla conoscenza, anche basilare, della lingua italiana (requisito presente in alcune legislazioni europee come quelle di Francia, Austria e Belgio) o semplicemente di prevedere un limite generazionale al riconoscimento (è il caso della legislazione spagnola). I numeri parlano da soli e l’abbiamo più volte sottolineato: è sicuramente giunto il momento di dotarsi di risorse adeguate per il funzionamento degli Uffici della rete diplomatico-consolare e ciò vuol dire disporre di un strumento efficace di politica estera, che ha importanti ricadute commerciali, culturali, ed economiche E' indispensabile che ciò avvenga in modo rapido ma ragionato, con personale motivato, preparato e qualificato (non certo con i frettolosi ed approssimativi corsi di formazione ad hoc per i dipendenti di ruolo in partenza per l'estero). Dal nuovo Governo ci si attendeva un segnale che non è arrivato, l'avvio di un moderno sistema di rappresentanza politica, di promozione economico-commerciale e culturale e di servizi per gli italiani all’estero. Si può ancora rimediare ma bisogna fare presto e soprattutto abbandonare la politica di 'marketing elettorale', individuando le aree prioritarie di intervento (innanzitutto gli uffici che si trovano a dover svolgere la propria attività al di sotto della soglia minima di operatività) ponderare in maniera intelligente la nostra presenza nei Paesi dell’Unione Europea (dove ormai è possibile far riferimento in molti casi alle strutture locali), mettere a punto una reale offerta di servizi on-line (omogenei e raggiungibili agevolmente da parte degli utenti...). In altre aree (Cina, India, Paesi Emergenti dell’Estremo Oriente, dell’Europa Orientale, dell’area balcanica e mediterranea e dell’America Latina) è invece necessario potenziare risolutamente la nostra presenza e la tutela dei nostri interessi politici, economici e culturali. In tutti i casi appare indispensabile individuare un metodo, basato sulla concertazione con le istanze appropriate e lo sviluppo di piani operativi, Paese per Paese, con chiare modalità e tempi di attuazione che permettano di operare la razionalizzazione attraverso provvedimenti bilanciati, che inducano ed accompagnino gli indispensabili adeguamenti in termini di organici, strutture e risorse economiche.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 20/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/06/2007

USA e Israele: percorsi paralleli

Shlomo Ben Ami, già Ministro degli Esteri nel Governo Barak ed ora docente in Spagna, nota che lo Stato di Israele “è nato dalla guerra e da allora [1948] non ha mai rinfoderato la spada” (Palestina, la storia incompiuta, Corbaccio, 2006). Nella fase iniziata con la Guerra dei sei giorni (1967) e sviluppata con la guerra dello Yom Kippur (1973), Israele cominciò a distaccarsi dal ceppo originario di scheggia europea atterrata in Medio Oriente e cominciò a guardare oltre l’Europa, verso gli Stati Uniti. Il processo di avvicinamento strategico agli USA è stato tale che una certa pubblicistica, anche ai giorni nostri, classifica Israele come cinquantunesimo stato dell’Unione. Il nuovo Medio Oriente che Peres vagheggiò nella breve stagione degli accordi di Oslo e Parigi, avrebbe dovuto sciogliere il dilemma una volta per tutte: Israele era ed è un paese mediterraneo, situato nel Medio Oriente, pronto a rapportarsi coi vicini. Le notizie di questi giorni riportano Israele lungo un percorso parallelo a quello degli Stati Uniti: e non per comune visione strategica ma per la comune disgrazia dei rispettivi governanti. L’ultimo biennio di Bush è crepuscolare ma senza la tragica grandezza della “caduta degli dei”. Minoritario al Congresso, minaccia veti affinché la spedizione in Iraq non manchi di liquidità. Ma deve pur dare prova di apertura e così autorizza il Segretario di Stato a parlare con i rappresentanti di paesi all’indice: a mostrare che l’America è capace sia di forza che di diplomazia. Che siamo passati dall’unilateralismo al multilateralismo è un felice auspicio che deve trovare conferme sul terreno. La Repubblicana è una Amministrazione chiamata a conteggiare i costi del declino piuttosto che i benefici del trionfo. I Democratici dal canto loro cercano di fare dimenticare l’iniziale appoggio alla spedizione in Iraq per salvarsi dal crollo di fiducia nell’istituzione presidenziale. Il partito Kadima fu letteralmente inventato da Sharon come agglomerato di moderati per tagliare le ali estreme dello schieramento politico. Il Likud e il Labour mantennero le loro strutture ed il Labour, perduti alcuni esponenti a favore di Kadima, aderì alla coalizione di governo. Il crepuscolo, fisico in questo caso, di Sharon non fece mai veramente decollare Kadima che alle elezioni politiche prese meno di quanto i sondaggi avevano previsto. Il governo Olmert decise l’azione in Libano come risposta agli attacchi di Hezbollah ma non raggiunse gli obiettivi prefissati. Peggio – scrive ora il rapporto indipendente – non aveva chiari obiettivi prefissati. In Israele una guerra non vinta è come una guerra persa. Nel linguaggio del calcio è come se il pareggio non assegnasse punti. Le guerre in Israele – torniamo a Shlomo Ben Ami – compattano la nazione attorno ai suoi capi militari e politici. Dopo circa un anno dall’avventura libanese il rapporto indipendente denuncia l’approssimazione dei vertici politici e militari e centomila manifestanti, una folla enorme per un paese così piccolo, chiedono al Primo Ministro di farsi da parte. Non gli mancano i numeri alla Knesset ma è finito nel cortocircuito fra nazione e governanti. Ecco allora il parallelismo. Due democrazie, l’americana e l’israeliana, che reggono grazie ai meccanismi istituzionali, da una parte il mandato presidenziale e dall’altra la fiducia parlamentare, ma in perdita di credibilità dei governanti verso il popolo che non si sente adeguatamente rappresentato nella scelta cruciale fra trattativa e scontro. Non c’è da gioire per quelle crisi. Nelle relazioni internazionali i vuoti non esistono e se una dirigenza, e dunque una potenza, è in affanno, altre emergono, e non è detto che il nuovo sia più propizio agli interessi europei. I problemi israeliano e americano sono nostri problemi. Saud Al Faisal commentava che se il governo di Israele è forte non vuole negoziare, se è debole non può negoziare. Lo stesso a certe condizioni si potrebbe dire dell’Amministrazione americana.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 15/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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