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Post di ottobre

25/10/2007

La Turchia si avvicina all’Europa o all’Iraq

La domanda non è oziosa o di pura speculazione intellettuale. La stampa si interroga sui rapporti fra la Turchia e gli Stati Uniti dopo la decisione del Parlamento di Ankara, adottata quasi all’unanimità a significare che non si sono distinzioni fra nazionalisti e islamisti quando si tratta di difendere l’integrità nazionale, di dare il via libera alle forze armate nel Kurdistan iracheno. I commentatori sono pressoché concordi che lo sconfinamento in Iraq, prima discreto e ora in grande stile, è l’ennesimo frutto avvelenato della improvvida guerra al terrore portata da Washington nel Golfo senza curarsi delle conseguenze. E cioè la destabilizzazione dell’Iraq, di fatto diviso in tre aree di influenza se non in tre entità statuali - nazionali, e l’influenza crescente dell’Iran che trova in Mosca il paladino di alcune sue ambizioni. Un pasticcio da cui difficilmente si esce con le dichiarazioni “forti” del Presidente in carica, che mette in guardia dai pericoli di una terza guerra mondiale. Il dossier mediorientale non è che vada molto meglio. La relativa tranquillità dell’ultimo periodo non può generare soverchie illusioni. Si ha l’impressione che i contendenti, più che disarmare gli spiriti e le milizie, si stiano concedendo una pausa di riflessione in capo alla quale riprendere le attività. Se ostili o pacifiche, è da vedere. Israele ha trovato un punto di compromesso con la nomina di Ehud Barak alla Difesa: una garanzia che le forze armate hanno una guida sicura e soprattutto professionale. Ed infatti l’attacco aereo al centro nucleare siriano, mai ammesso e neanche smentito come nelle migliori tradizioni, è presentato come il simbolo della ritrovata efficienza militare, quella efficienza messa in discussione dall’avventura libanese del 2006. Intanto le parti si preparano alla Conferenza di Annapolis di novembre. Ma si terrà a novembre o sarà rinviata? Anche se la domanda vera è un’altra: le parti credono nell’attuale leadership americana e nella sua idoneità a prendere impegni che vadano oltre quello di consegnare la Presidenza Bush alla storia in termini benevoli? A questo punto ci si chiede ritualmente: e l’Europa in tutto ciò? Solana incontra il negoziatore iraniano a Roma, i Ministri del partenariato euro-mediterraneo si riuniscono a Lisbona, la Francia lancia l’Unione del Mediterraneo. Segnali di attività si percepiscono a Bruxelles e altrove. Il principale viene dal Consiglio europeo che, sbloccando il trattato già costituzionale, dovrebbe dare maggiore spessore alla politica estera e di sicurezza. E mettere in piedi quel Comitato di Saggi che la Francia invoca per definire la missione della nuova Europa. Barroso è disposto a concedere il Comitato a condizione che non tratti di “fines Europae”. E cioè non affronti il nodo cruciale dei limiti dell’Unione: quanto essi possano espandersi, e soprattutto se debbano considerare la Turchia e i Balcani come parte integrante o come “vicino estero”. La Turchia, per tornare all’enunciazione iniziale, non è che stia adoprandosi molto per farsi considerare “europea”. La scelta di sconfinare in Iraq e ancora prima l’elezione di Gul alla Presidenza della Repubblica possono dare argomenti a coloro che, come Sarkozy, la considerano Anatolia.

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10/10/2007

Per una politica estera oltre la contingenza

Le ultime vicende afgane - che hanno visto coinvolti nostri militari - se sono riuscite ad evitare il riesplodere di una crisi politica interna intorno alla “stretta via della politica estera” non fanno che riproporre i drammatici limiti di un approccio che, nato “congiunturalista”, tale rimane. Rimangono infatti sul tappeto nodi gravi che ci riportano – ahinoi – ad un rapporto tra politica estera e politica interna che nel nostro Paese – più di ogni altro e più “perversamente” – non riesce a raggiungere una maturità all’altezza non solo dei problemi e dei conflitti (che si moltiplicano fuori ed indipendentemente da noi) ma soprattutto di una relazione sana tra le naturali oscillazioni della dialettica politica interna e la necessaria continuità della collocazione internazionale dell’Italia. Un “ubi consistam” che nello scenario di politica internazionale instauratosi a partire degli anni ’90 è certamente meno automatico e scontato di quanto non lo sia stato in precedenza e che è pertanto perlomeno azzardato affidare a contingenze che tendono ad intensificarsi e complicarsi. D’altro canto il ripetuto appello ad un confronto profondo sulla politica estera (sulla cui necessità questa rivista testimonia da tempo) si è ripetutamente scontrato – diremmo ritualmente - ad ogni dibattito parlamentare con un provincialismo ed un’attenzione al “particulare” di ogni soggetto partitico e/o politico così che, a questo punto, il nostro consolidato apprezzamento sul “formato” delle relazioni internazionali adottato dal Governo ed in particolare dal Ministro D’Alema non appare più commisurato ad un contesto che ci riporta molto indietro. All’epoca cioè della “minorità” della nostra politica estera, ovvero della sua automatica dipendenza da schieramenti e formati. Infatti le cronache degli ultimi mesi ridimensionano quello che era apparso come il solido avvio di una fase della politica italiana in cui la componente internazionale non fosse più un esogeno quadro di riferimento, un ancoraggio, una fonte di legittimazione, un esercizio “altro da noi”, bensì un nodo centrale per ogni futuro possibile al di là del cinquantennio europeo ed atlantico. In altri termini una via d’uscita dal centocinquantennale “complesso della Crimea”: una celebrazione che sarebbe forse meglio tenere in tono minore. Certamente il nostro fastidio per il congiunturalismo come pure l’aspirazione ad una dimensione strategica, se non proprio alla “vision” non risultano oggi vie facilmente praticabili e tuttavia la Farnesina come momento essenziale della proiezione internazionale del Paese dovrebbe essere messa nelle condizioni di accoppiare la tenuta nel quotidiano con un forte adeguamento (agli altri partner europei, per esempio) ed un rilancio strutturale di presenza, analisi, operatività. In questo senso la Finanziaria potrebbe costituire un banco di prova soprattutto se sarà capace di non limitare la propria attenzione ad uno o due dossier “scottanti” (cooperazione, italiani nel mondo), ma di iniziare – almeno iniziare – una inversione di tendenza nel degrado della “Casa madre”, ovvero dell’Amministrazione centrale e della fatiscente rete delle Ambasciate e dei Consolati ormai ridotti alla sussistenza. Sull’altro versante – quello della politica – bene sarebbe se il nascente Partito Democratico rinunciasse ad un possibile “patchwork” di formule (es.: multilateralismo, pace, sicurezza, temi globali, ecc.) ed entrasse con determinazione nel grigio terreno degli obiettivi, strumenti, risorse. E’ chiedere troppo?

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10/10/2007

Cifre in bilico

Sono in molti a dubitare dei dati che, periodicamente, l’Istituto Nazionale di Statistica e Censo argentino pubblica da alcuni mesi. In piena campagna elettorale, il Paese si ritrova a fare i conti con un’inflazione a due cifre, mentre le statistiche ufficiali insistono su numeri che poco rispecchiano i prezzi degli alimenti di maggior consumo, quali carne, verdura, formaggio pane e latte, per non parlare di affitti e trasporti. L’annuncio di decapitare l’INDEC del suo direttore rende ottimisti i sindacalisti di categoria, mentre l’opposizione accusa il governo di volere solamente una riorganizzazione di facciata, senza mettere mano alla rimozione del vero responsabile delle manipolazioni statistiche, il Segretario del Commercio Interno. Il portavoce del candidato presidenziale di opposizione Lavagna dichiara infatti che non potendo frenare l’inflazione, il governo distrae l’opinione pubblica con una strategia puramente elettorale. Le cifre ufficiali sulla povertà che rilevano il 20,8% della popolazione in stato di povertà e il 6,9% in stato d’indigenza non sono credibile egli sostiene. La povertà e l’indigenza sono aumentate di pari passo con l’inflazione, negli ultimi sei mesi dell’anno. Anche il delegato dell’Associazione dei lavoratori dello Stato denuncia una situazione distorta nell’Istituto e auspica oltre la rimozione del direttore la fine delle pesanti pressioni su tutto il personale dell’INDEC. Il titolare dell’Associazione bancaria argentina (ABA) ha dichiarato in pericolo la credibilità dell’indice dei prezzi, sostenendo che l’incertezza inflazionistica condizionerà il tentativo di limitare le turbolenze finanziarie internazionali. La gente comune stringe la cinghia, teme che fino ai nuovi risultati elettorali i prezzi continuino a essere fuori controllo. Lo spauracchio del Coralito che nel 2001 lasciò centinaia di migliaia di persone con carta straccia in mano, spinge coloro che riescono a fare qualche piccolo risparmio a cambiare i pesos nella moneta verde e a tenere i dollari sotto il mattone, lontano dalle banche. Negli ipermercati, l’importo concesso per gli acquisti a rate è stato ridotto da 30.000 a 10.000 pesos e le numerose carte di credito, distribuite da negozi e supermercati, riducono di giorno in giorno i vantaggi per i propri clienti. La sfiducia nell’andamento positivo del mercato sembra essersi impossessata dei cittadini argentini, nonostante l’INDEC sforni costantemente le sue rassicuranti cifre.

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10/10/2007

Argentina in vendita

La corsa all’acquisto di terreni coltivabili e per l’allevamento del bestiame, iniziata trenta anni fa, sta riempiendo di polemiche i giornali locali. I media parlano di 300.000 chilometri quadrati venduti a investitori senza scrupoli che con pochi spiccioli si sono accaparrati, nel tempo, le terre migliori delle regioni più ricche del Paese, la Patagonia e il Nord Ovest. I costi vanno dai 200.000 euro per 33.000 ettari di terra arida ai 10.000 euro per la creazioni di vigneti, a 1000 euro per 200 ettari per l’allevamento del bestiame. In mancanza di una legislazione specifica che vieti l’espulsione degli aborigeni dai propri luoghi di origine e la perdita di beni naturali quali l’acqua e il gas di cui il sud in particolare è ricco, anche la Conferenza Episcopale ha puntato il dito contro la colonizzazione straniera, presentando un libro, l’anno passato, dal titolo emblematico “Una tierra para todos”. Per favorire un cambiamento di tendenza, i vescovi argentini propongono una politica fiscale che favorisca l’uso razionale e efficiente della terra, l’istituzione di una struttura tributaria differenziata, che registri il latifondo e lo sviluppo di un sistema catastale che semplifichi i procedimenti di regolarizzazione demaniale, oltre la revisione delle leggi di usurpazione e una politica più agile, che permetta il passaggio delle terre demaniali alle popolazioni con scarsi ricorsi economici che le occupano. Un altro libro, “La Patagonia vendida” scritto da un giovane giornalista argentino, Gonzalo Sanchez, narra la vendita di centinaia di migliaia di ettari a milionari stranieri quali Ted Turner, Luciano Benetton e Douglas Tompkins, con l’obettivo di raccontare la storia di questi uomini, di quali intermediari si siano serviti, di come abbiano conosciuto la Patagonia e quali siano i loro piani, attraverso un viaggio intrapreso dallo stesso autore nei latifondi di loro proprietà. Il giornalista, in puntuali interviste, rivela il vero volto di Tompkins, padrone dell’acqua, di Turner in cerca della trota perfetta, di Lewis e il suo Lago Escondido e della famiglia Benetton, in lite perenne con i Mapuche. I veri padroni del sud argentino sarebbero loro. Ma quale sarà il destino della Patagonia? Un Paese fuori dal mondo, con leggi proprie , il rifugio per ricchi stranieri, il forziere di tesori naturali che inizieranno a scarseggiare sul suolo terrestre o la riserva di acqua dolce, di un futuro senz’acqua? Gonzalo Sanchez si pone queste domande attraverso l’inchiesta che descrive il passato e il presente della regione argentina, a suo parere, da sempre in vendita. Di segno opposto è l’intervista al senatore Luigi Pallaro, che News Italia Press riporta il 10 luglio scorso. Il neo eletto senatore argentino, nelle liste degli italiani residenti all’estero, dichiara di non credere che l’acquisto “di grandi estensioni di terreno possa essere definito come una colonizzazione in quanto quelle regioni restano pur sempre zone di diritto argentino, sulle quali dunque il Governo conserva una giurisdizione imprescindibile. Molte delle terre acquistate sono strumentali alla produzione, per cui gli investimenti esteri alimentano le industrie di semi-lavorati e di prodotti finiti, dopodichè i beni ottenuti, anche se esportati, subiscono il severo controllo fiscale e doganale dello Stato Argentino. E' ovvio infatti che un Paese che dispone di così ampie distese attira su di sé dei tipi di investimenti o di produzione che non sono assolutamente possibili altrove o all'interno del territorio nazionale: si pensi per esempio all'Italia, che non potrà mai utilizzare le proprie terre per la produzione di biodiesel'.

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10/10/2007

La Birmania fra monaci e democrazia

I monaci sono in Birmania una presenza discreta e costante. Non fanno sentire il loro peso, non vivono alle spalle di un popolo impoverito da scelte economiche sbagliate, a volte nei villaggi e nei quartieri poveri delle città sono i soli a dare la istruzione di base. Molti ragazzi (e alcune ragazze) si formano in un monastero buddista e decidono successivamente se prendere i voti, che impongono obblighi somiglianti a quelli cristiano-cattolici. Non deve meravigliare che questi monaci godano di seguito presso i birmani, che manifestano grande religiosità nei confronti del Buddha e dei suoi emissari. Si capisce perché gli episodi di violenza verso i monaci hanno contribuito a scatenare la rivolta. I birmani sono una popolazione falsamente remissiva, capaci di gesti e comportamenti miti ma anche, all’occorrenza, di aspri confronti. A metà del 1800 l’antica Burma era la destinazione più difficile delle truppe coloniali inglesi. 40 anni di dittatura li hanno assuefatti alla scarsa libertà ed alla crescita economica molto al di sotto del potenziale. Gli aumenti repentini del prezzo della benzina hanno fomentato il malcontento, cui si è aggiunto lo sfidare un sentimento così recondito e profondo in un Paese di grande religiosità. La situazione ha del paradossale, grottesca se non fosse grave: la giunta militare è asserragliata nella “sede dei Re”, Naypyidaw, capitale fittizia di un potere distante. La situazione nelle città diventa sempre più difficile, ma ai militari questo sfugge perché non lo vedono. Lo stallo politico sembra quindi trovare con difficoltà uno sbocco. Per la giunta, le manifestazioni sono orchestrate dall’esterno, segno evidente di quanto i vertici birmani siano consci della situazione, mentre il popolo, presso il quale la credibilità del regime è pari a zero, chiede adesso a gran voce democrazia e riforme. 400.000 militari difendono la giunta ed i suoi privilegi con sempre minore convinzione. Un efficace intervento internazionale potrebbe certo sbloccare la situazione. Tutto l’Occidente, i Governi (in primo luogo gli USA ed il Regno Unito) e le opinioni pubbliche si sono mobilitati, ma i loro interventi sono considerati ingerenze indebite. La Cina non si è ancora mossa. I legami tra i due Paesi sono fortissimi: la Birmania fu il primo Paese fuori del blocco comunista a riconoscere la RPC nel 1949, il primo a definire i problemi di confine, il primo a solidarizzare dopo il massacro di Tiananmen. Ne ha ricevuto in cambio un sostegno politico ininterrotto e sostanziose forniture militari. Economicamente la situazione è florida: l’interscambio ha raggiunto 1,11 miliardi di dollari, crescendo del 40% nei primi 7 mesi del 2007. La prima reazione cinese alle proposte di sanzioni da parte della comunità internazionale è stata quella della “non interferenza negli affari interni” di un Paese sovrano. Pechino crede nel pragmatismo. In questo caso l’obiettivo principale è presentarsi alla comunità internazionale come interlocutore credibile e fattore di stabilità dell’area. La ricerca cinese di ampia legittimazione internazionale mal si sposa però con il vedersi costantemente associata a regimi totalitari ed antilibertari: la Corea del Nord, il Sudan, la Birmania. Alcune voci anticinesi si levano sul boicottaggio delle Olimpiadi in caso di sostegno alla giunta birmana e di complicità nella repressione brutale dei religiosi. La Cina d’altronde non può certo stare dalla parte di Aung San Suu Kyi. La miscela tra opposizione democratica e monaci buddhisti evoca nei cinesi lo spettro del Tibet e del grande ascendente che il Dalai Lama potrebbe esercitare in Birmania. Ecco quindi che la Cina preme per la soluzione pacifica della crisi, esorta tutte le parti a esercitare la moderazione, a proseguire il processo di riconciliazione, a migliorare le condizioni di vita della popolazione, a realizzare la democrazia e lo sviluppo con mezzi pacifici. La Cina sostiene il regime birmano, ma non chiude la porta all’ipotesi che gli oppositori l’abbiano vinta alla fine. Difficile pensare ad una possibile evoluzione. La giunta birmana è oramai lontana dal popolo, se pure gli è stata talvolta vicina. Ma sembra prematuro, adesso, decretarne la fine.

ARCHIVIATO IN Internazionale

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10/10/2007

Per un nunca mas!!

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'appello degli impiegati a contratto degli Istituti Italiani di Cultura. Sul caso anche la FP CGIL Coordinamento Ministero Affari Esteri ha fatto interventi sia con il Min. D'Alema che con il precedente Direttore Generale del Personale, Amb. Massolo. “L’Umiliazione è grande, non si possono recuperare gli anni perduti e soprattutto non si può dimenticare il calvario vissuto” (Amelia Maria Rossi) Volendo citare le parole della collega Amelia Maria Rossi, noi Colleghi di tutto il mondo vogliamo testimoniarle solidarietà e condanniamo con veemenza l’atteggiamento di alcuni Dirigenti della nostra Amministrazione che abusano del proprio potere per soddisfare insane voglie di persecuzione. La nostra collega Amelia Rossi del Consolato Generale d’Italia in Buenos Aires, attivista sindacale e impegnata nella difesa dei diritti umani (collaboratrice e membro della commissione “Familiares de desaparecidos Italo-Argentinos del Plan Condor de los Pises de Uruguay, Paraguay, Brasil, Chile, Bolivia y Peru”) in Argentina, è stata licenziata a seguito di una sentenza del Consiglio di Stato. Artefice di tutto ciò è l’attuale Console Generale d’Italia a Buenos Aires, Dott. Giancarlo Curcio, il quale, fin dal suo primo mandato nel 1993 a Buenos Aires in veste di secondo Console e dal 2007 come Console Generale, ha dato il via a tutta una serie di persecuzioni (diffamazioni, minacce, arresto davanti alla porta del Consolato di Buenos Aires da parte della polizia argentina, fino al ricorso al Consiglio di Stato per il licenziamento della suddetta). Come mai questo accanimento, questa arbitrarietà? È lecito perseguitare una persona solo perchè ha le sue idee politiche anche se durante il proprio orario di lavoro si dedica con devozione al proprio operato (tanti sono nel caso di Amelia Rossi i ringraziamenti da parte di altri Consoli e degli utenti)? Ci chiediamo seriamente chi dovrebbe essere licenziato da parte dell’Amministrazione? Siamo profondamente indignati e alziamo la nostra voce affinchè la nostra Collega venga riassunta a tutti gli effetti con tutti i risarcimenti che le spettano! Qui si tratta della dignità offesa di una persona. E la dignità, come tutti sanno, non ha prezzo!! Il Coordinamento degli impiegati a contratto degli Istituti Italiani di Cultura Cristina Rizzotti (IIC Stoccarda); Giuseppe Scorsone (IIC Monaco di Baviera); Nicola Fresa (IIC Amburgo) Per solidarietà: CGIL FP Coordinamento Ministero Affari Esteri; Cesare Ghilardelli (IIC Stoccarda); Dario Losciale (IIC Stoccarda), Martin Miller (IIC Stoccarda), Anna Civale (Consolato Generale d’Italia Stoccarda); Nicoletta Ritter (IIC Monaco di Baviera); Maria Cristina Salati (IIC Monaco di Baviera); Marlies Ottimofiore (IIC Wolfsburg); Michele Santoriello (IIC Francoforte sul Meno); Stefania Frusciante (IIC Amburgo); Ciro Pascale (IIC Colonia); Udo Verda (IIC Berlino); Stephanie Hamm (IIC Berlino); Georg Gehlhoff (IIC Berlino); Giuseppina Grasso (IIC Grenoble); Silvia Terribili (IIC Amsterdam); Giuseppina Candia (IIC Los Angeles); Alessia Rigo, Marco Gerbi (IIC Bratislava); …

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10/10/2007

A proposito di un dibattito fra diplomatici, magistrati, prefetti

L’Associazione Magistrati, l’Associazione Prefetti, il Sindacato autonomo Diplomatici (la CGIL Esteri ha portato un saluto) hanno dibattuto il 3 ottobre a Roma di sicurezza, giustizia, dimensione internazionale. Il tema non era scontato perché la connessione fra i tre aspetti non lo è. L’opinione pubblica, ovvero la grancassa della stampa e della televisione, reagisce in materia di sicurezza e giustizia prevalentemente in termini negativi: per lamentare la mancanza dell’una e dell’altra e invocare misure urgenti quali che siano. La dimensione internazionale viene alla ribalta nei momenti di crisi allorché le nostre truppe sono colpite o temiamo attentati. Manca quello che invece dovrebbe essere il filo comune ai tre settori della pubblica amministrazione: la necessità di strategie di medio periodo, di ragionamenti basati sulla serietà dei dati e non sulla fluttuazione delle emozioni. Si è parlato di carriere che lavorano al servizio del cittadino. Meglio: a tutela della Repubblica dai pericoli interni e esterni. Gli oratori istituzionali (Casini, Intini, Mastella, Minniti) hanno sfiorato il tema delle risorse probabilmente per evitare che il dibattito scivolasse sulla Finanziaria. Hanno avuto un linguaggio comune riguardo alla esigenza di una alta amministrazione neutrale e di garanzia. Non è molto ma neppure poco se si pensa all’applicazione erratica dello spoil system, alle carriere di comodo, alle incertezze di una politica in perenne transizione. Il confronto con i grandi stati membri dell’Unione europea dà risultati poco confortanti sulle prestazioni del nostro apparato amministrativo. Gli oratori accademici (Capotosti, De Rita) hanno individuato il male burocratico nello “sbandamento” delle carriere diplomatica, giudiziaria, prefettizia. Le carriere sbandano a misura della “deistituzionalizzazione” dello stato centrale a favore di poteri frammentati per territori e materie. Il policentrismo, o poliarchia, ha origine nella Carta costituzionale ma i suoi effetti si sono dispiegati con ritardo. Ha come prima vittima il soggetto unico statale ed i suoi massimi rappresentanti amministrativi, le tre carriere. Il cambio del paradigma organizzativo non deve però indurle alla nostalgia del vecchio ordine, a sognare di restaurarlo. Le deve spingere sull’onda della modernità per assolvere con rinnovata efficienza i loro compiti istituzionali, che restano di pertinenza statale e di interesse della collettività nel suo insieme. E’ un appello che ci sentiamo di sottoscrivere riguardo alla carriera diplomatica ed alla Farnesina tutta. La sicurezza interna dipende dalla sicurezza esterna, che a sua volta dipende dalla idoneità di strumenti come gli Esteri e la Difesa a “leggere” le relazioni internazionali nella maniera giusta per intervenire con le risposte giuste. Per questo occorrono slancio politico e risorse finanziarie. I temi di cui molto si tace.

ARCHIVIATO IN Farnesina

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