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Post di novembre

08/11/2007

L’Unione Mediterranea ovvero dell’attivismo di Sarkozy in giro per il mondo

Già da candidato – eravamo nel febbraio 2007 – Nicolas Sarkozy tenne a Tolosa il discorso sulla Unione Mediterranea, poi presentata anche come Unione del Mediterraneo. Parlò di creare un grande G8 fra stati membri UE latini del nord e paesi della sponda sud del Mediterraneo. Tacque, non si sa per ignoranza o per sottovalutazione, che nord e sud si incontravano da oltre un decennio nell’ambito del processo di Barcellona. Il discorso fece rumore subito e ancora più quando il candidato divenne Presidente. Il discorso fu allora riletto con il senno del poi. Ecco che la Francia rimetteva il Mediterraneo al centro dell’agenda politica internazionale: non più come centro delle crisi ma come nucleo di una nuova cooperazione nord – sud. Da allora i francesi hanno moltiplicato i segnali: Unione mediterranea che comprende tutto ma proprio tutto il Mediterraneo fino a lambire il Golfo; Unione mediterranea che si limita (in una prima fase, beninteso) ad un nucleo duro che a sua volta è il nucleo duro del processo di Barcellona; eccetera. Sarkozy pronuncia in ottobre il discorso di Tangeri e di nuovo fioccano le interpretazioni, fra cui va segnalata per sobrietà quella di Roberto Aliboni per la rivista on-line dell’Istituto Affari Internazionali. Si sarebbe tentati di condividere l’assunto che il Presidente francese si attiva su tutti i fronti e non può dunque trascurare quello, per la Francia naturale, del Mediterraneo. Dove la Francia ha carte da giocare e posizioni da recuperare rispetto alla Spagna ed all’Italia. Un caso di competizione fra europei piuttosto che di cooperazione fra regioni. E’ probabile che vi siano elementi di questo tipo. Del resto la partecipazione all’Unione europea non attenua la concorrenza degli stati membri negli scenari terzi. Ma vi sono anche elementi di altro tipo. Uno dei quali potrebbe essere la esigenza di colmare il vuoto che la declinante Amministrazione americana rischia di lasciare nel Mediterraneo. Ora che questo vuoto sia benvenuto dagli europei oppure no, è da vedere. Di certo gli europei, a cominciare dai latini, non possono né devono trascurare quello che veniva considerato “il cortile di casa”: il luogo delle tensioni, come si diceva, ma anche delle opportunità di cooperazione. Resta pure da vedere se l’idea di Sarkozy, quando si trasformerà in progetto, sia suscettibile di collocare la presenza europea nel Mediterraneo senza le cautele di Barcellona: se un G8 in salsa mediterranea sia davvero possibile. Di sicuro l’idea ha il merito di avere mosso le onde attorno a questo mare. Di avere spinto le diplomazie ad occuparsene non solo per assecondare gli americani nella preparazione di Annapolis ma anche per preparare formati e fori diversi da quelli tradizionali. Come al solito negli esercizi di diplomazia multilaterale, la responsabilità dell’iniziativa cade solo in parte su chi la propone e la sostiene. Una parola dovranno dirla pure i paesi mediterranei cui essa si rivolge.

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Di Il Cosmopolita il 08/11/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

01/11/2007

Un trattato poco costituzionale per una Europa con poca Italia

Il recente vertice europeo ha offerto poche sorprese ma è risultato comunque interessante per valutare equilibri e rapporti di forza all’interno di una Unione Europea che – dopo l’ampliamento – stenta a riprendere fisionomia e contorni definiti. La lunga vicenda costituzionale pare ormai avviata a conclusione. La firma in dicembre del “Trattato di Riforma” è ormai certa; le 27 ratifiche sono meno scontate ma la possibilità di incidenti sembra minore che nel 2005. Gli appelli alle ordalie referendarie paiono suscitare accoglienze meno calorose alla luce delle lezioni precedenti ed è significativo che Francia e Paesi Bassi abbiano indicato di voler procedere stavolta ad una approvazione per via parlamentare. E’ dunque verosimile che, alla vigilia delle elezioni europarlamentari 2009, l’Unione Europea sia infine dotata di un Trattato a conclusione di un processo avviato con la Dichiarazione di Laeken del 2001. Al di là dei giudizi sul contenuto del nuovo Trattato, è significativo rilevare come la fase finale del negoziato abbia posto in luce la volontà di quasi tutti gli Stati membri di liberarsi della “vicenda costituzionale” come di un gravoso fardello. Non quindi una occasione di slancio verso una Unione più democratica ed efficace ma un problema da eliminare in vista della definizione di nuovi obiettivi e priorità. Un approccio concettuale che è venuto tristemente a coincidere con il Centenario della nascita di Altiero Spinelli. Il risultato sul Trattato rappresenta comunque un successo per la Germania che ne ha delineato la struttura durante il proprio semestre di Presidenza e per la Francia che può considerare chiuso lo scomodo periodo seguito al NO referendario del 29 maggio 2005. Malgrado le molte soddisfazioni ottenute sul piano negoziale, la posizione britannica si presta ad una lettura più problematica. Per il Primo Ministro non sarà agevole resistere alle pressioni per un referendum ed alle critiche per aver dovuto accettare un testo che si presta – per gli standard britannici - a una lettura evolutiva e soprannazionale. Il miglioramento della qualità dell’aria in Polonia priva inoltre il Regno Unito di una utile sponda e della compagnia del solo altro Paese che aveva dichiarato di volersi sottrarre al rispetto della Carta dei Diritti Fondamentali, allegata al Trattato. L’Unione Europea si trova comunque alle prese con problemi complessi e con una crescente discrasia tra il riaffiorare di interessi nazionali e il progressivo indebolirsi delle Istituzioni comuni (soprattutto la Commissione ma non il Parlamento Europeo). Nei prossimi mesi, alcuni negoziati-chiave fungeranno da cartina di tornasole della capacità europea di trovare una collocazione adeguata. Il futuro del Programma Galileo, il mantenimento di una “leadership” internazionale nella lotta al cambiamento climatico, la capacità di gestione coerente di alcune aree di crisi costituiscono i principali banchi di prova per l’affermazione dell’Europa non solo come spazio economico-monetario e comunità di diritto ma anche come Potenza determinante nell’ordine internazionale. La partecipazione italiana all’ultimo Vertice è stata commentata quasi unicamente in rapporto alla vicenda della ripartizione dei seggi al Parlamento Europeo ed alla mancata associazione di Prodi alla lettera Merkel – Sarkozy - Brown sulle risposte europee ai disordini economici e finanziari internazionali. Sul primo punto, l’esito della vicenda (73 seggi al nostro Paese che mantiene la parità con il Regno Unito e avrà, a partire dalla legislatura 2009-2014, un deputato in meno della Francia) è stato considerato come uno striminzito pareggio nella competizione per la salvaguardia del decoro nazionale. Sul piano sostanziale, avevamo ragioni da vendere giacché la proposta dei relatori sulla futura composizione del Parlamento Europeo appariva viziata assumendo come base di calcolo la popolazione e non i cittadini, in contrasto con la lettera e lo spirito del Trattato. Ma l’operazione è stata anche resa possibile dalla scarsa incisività complessiva della nostra rappresentanza parlamentare a Strasburgo La debolezza del sistema – Paese spiega perché, al riemergere di tentazioni direttoriali, siamo tenuti ai margini e non siamo associati ad iniziative di rilievo. . Non si tratta di demeriti specifici dell’attuale Governo ma di un processo di lunga durata. Dopo l’iniziale sollievo seguito all’uscita di scena del precedente Esecutivo, Bruxelles ha ripreso a guardare alle vicende italiane con scetticismo. Certe incoerenze dell’ azione di Governo sono percepite e registrate con fastidio nel quadro europeo. Il rischio concreto è che l’Italia arrivi coi suoi immobilismi alle scadenze del 2009, quando si nomineranno il Presidente stabile del Consiglio Europeo, il Presidente della Commissione, il rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza (nonché Vice Presidente della Commissione), il Presidente del Parlamento Europeo. Costretta quindi ad accettare o rifiutare scelte preparate e compiute da altri ma senza una chiara e matura posizione di insieme. Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile una ampia intesa a sostegno di autorevoli candidature nazionali ad uno dei posti di vertice a Bruxelles. Ma nella situazione attuale poco lascia sperare che si possa procedere verso siffatti virtuosi percorsi.

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Di Il Cosmopolita il 01/11/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

01/11/2007

La seconda indipendenza indiana

La seconda dichiarazione d’indipendenza indiana porta la data del 2006, e prende la forma di un accordo bilaterale con gli Stati Uniti sullo sfruttamento del nucleare civile. E’ quello il giorno in cui diversi processi politici in atto nel subcontinente sono giunti a compimento, facendo uscire l’India dalla prima fase della sua storia post-coloniale. L’accordo, che riconosce all’India de facto lo status di potenza nucleare legittima e la iscrive nel ristretto novero degli Stati “virtuosi”, consegna al mondo un Paese diverso e con diverse ambizioni. E’ questa nuova India, dichiaratasi indipendente dal suo stesso passato, che il Ministro D’Alema ha visitato all’inizio di ottobre. Per oltre cinquant’anni dopo la partenza dell’ultimo contingente inglese, l’India ha continuato a definire se stessa in termini di contrasto con il passato retaggio coloniale. La sua politica estera è stata condizionata da scorie che ne hanno ridotto l’efficacia, condannando il Paese ad una marginalità sulla scena internazionale che lasciava a New Delhi margini ristrettissimi di manovra. La caparbietà con cui Nehru andò alla ricerca di una terza via durante gli anni della guerra fredda, conteneva un’implicita ammissione di impotenza: il non allineamento, al di là dei suoi contenuti retorici, non si tradusse per l’India in autentica equidistanza. Circondata da vicini ostili, New Delhi accettò di buon grado il corteggiamento sovietico, diventando sempre più dipendente da Mosca sul piano delle forniture militari e nell’accesso alle tecnologie. Anche dal punto di vista commerciale, tra l’Unione Sovietica e l’India si instaurò un magro regime preferenziale, restato peraltro in vigore per molti anni anche dopo il crollo dell’URSS. Ad una politica estera dagli orizzonti forzatamente limitati faceva riscontro una politica economica di ispirazione socialista, con forti elementi di dirigismo ed una presenza massiccia del settore pubblico nelle attività produttive. Sono i decenni del “licence Raj”, delle grandi nazionalizzazioni, dell’illusione di controllare ogni fase della vita economica del Paese. Sono anche gli anni in cui l’imprenditoria italiana assume un ruolo significativo nello sviluppo industriale indiano. E’ la Fiat di Valletta che riesce ad imporsi come unico produttore privato di autoveicoli, avendo come unica concorrente la Hindustan Motors, in mano pubblica. Su questa scia Ansaldo, Snamprogetti. Il sistema comincia ad implodere all’inizio degli anni ’90 del XX secolo. La coincidenza con gli sconvolgimenti politici che spazzano via il blocco sovietico è puramente accidentale: l’India era già di fatto fuori dai più significativi flussi commerciali, la sua quota sul commercio mondiale era passata dal 6 allo 0,6% nel periodo successivo all’indipendenza. Ad imporre il cambiamento fu una crisi di bilancia dei pagamenti, che portò con sé le terapie del “Washington consensus”. Il Paese cominciò ad aprirsi agli scambi internazionali. Sul piano politico, il suo ruolo restava marginale, ostaggio dei vecchi assiomi di Nehru. Le imprese italiane presenti in India, all’apparire dei primi conati di riforma del sistema economico, si trovarono di fronte alla necessità di abbandonare consolidate rendite di posizione e di riqualificare la presenza sul mercato indiano. Gli sforzi furono ingenti. I risultati però insoddisfacenti. Le riforme economiche hanno cominciato a produrre i loro effetti a partire dai primi anni 2000, quando l’India riesce ad affrancarsi dalla lentezza dello ”Hindu growth rate” e sperimenta l’ebbrezza delle crescita accelerata. Il quadro politico cambia radicalmente: l’11 settembre impone ad India e Pakistan una nuova disponibilità al dialogo. I toni del conflitto si stemperano, per non riaccendersi neppure al verificarsi di attentati sanguinosi. Il rapporto con gli Stati Uniti si consolida: agli occhi di Washington l’India appare come un fattore di stabilità ed un potenziale alleato nell’ottica del contenimento cinese. E’ così che New Delhi conquista nuovi spazi di manovra sulla scena internazionale. Il ruolo di potenza regionale rafforza il suo potere contrattuale nei confronti dei vicini e le permette di negoziare da una posizione più vantaggiosa anche con Pechino. Per la prima volta nella sua storia, l’India può davvero scegliere di non allinearsi e giocare contemporaneamente su più tavoli con la certezza di avere buone carte da calare. La crescita economica produce enormi cambiamenti nella società indiana. Se è vero che il principale collante di un popolo è la speranza, bisogna ammettere che l’India di oggi è per la prima volta una nazione coesa. Coesa negli obiettivi, nell’aspirazione ad una prosperità diffusa, nell’ottimismo verso il futuro. Senz’altro meno omogenea nella distribuzione del reddito e nella diffusione degli standard di vita. Il paradosso indiano è questo: il Paese non è mai stato tanto unito nelle aspirazioni e tanto diviso nella partecipazione ai benefici della crescita economica. Il caso dell’IT indiano è paradigmatico. Gli ottantamila ingegneri informatici che ogni anno alimentano il mercato del lavoro, sono innanzitutto l’incarnazione di una accettazione fideistica del destino nazionale. Alcuni tecnici sfornati dalle università riusciranno a realizzare le proprie aspirazioni, altri trascorreranno anni come impiegati in società specializzate nel “back office”, pagati soltanto una frazione dei loro colleghi più fortunati. Eppure tutti avranno partecipato al rito collettivo dell’esaltazione dell’India come potenza tecnologica: dell’India come destino. La retorica sulla nuova India tracima da centinaia di saggi ed articoli di stampa. Una politica estera realistica nei confronti dell’India deve fondarsi su un terreno più solido rispetto al luogo comune. Occorre, per cominciare, capire quale sia la percezione che dall’India si ha dell’Italia. Il “fattore Sonia” non è più d’attualità, dopo che la Ghandi, rinunciando alla carica di Primo Ministro, ha testimoniato con una netta scelta di vita la saldezza del vincolo che la lega all’India. Il nostro ruolo come Stato membro dell’Unione europea è anch’esso un tratto relativamente marginale, per un Paese che continua ad avere poca dimestichezza con l’edificio comunitario. La riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite resta un elemento divisivo, ma non tanto da pregiudicare l’agenda delle relazioni politiche. Restano la curiosità verso un Paese che ha dinamiche politiche simili a quelle indiane e la disponibilità a migliorare le relazioni economiche bilaterali in alcuni settori. Quello della difesa, dei servizi per il territorio, tanto per cominciare.. Vista dall’Italia, l’India comincia ad avere contorni più definiti. Un Paese che riesce a gestire le drammatiche contraddizioni interne, che sul piano politico rappresenta finalmente un fattore di stabilità nell’area; un mercato complementare a quello cinese. Un interlocutore paritario, cui ci accomunano insospettate assonanze ideali

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Di Il Cosmopolita il 01/11/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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