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Post di dicembre

20/12/2007

La CGIL Esteri va al congresso

Il 20 e il 21 dicembre, come tutti gli anni a fine anno, la CGIL Esteri svolge il suo coordinamento con gli iscritti dell’interno e dell’estero. E’ tempo di bilanci. Il bilancio che presentano i dirigenti del Sindacato è in chiaroscuro. Il quadro politico generale è poco confortante. Un Governo che decide sull’onda di spinte corporative. Una opinione pubblica che è orientata contro i pubblici impiegati poco o nulla facenti, in realtà colpevoli di essere a reddito fisso e dunque privilegiati in un universo di precari. Attacchi anche “da sinistra” ai Sindacati Confederali accusati di essere conservatori rispetto al dinamismo dell’imprenditoria che più “compradora” di così non potrebbe essere e che scopre l’amore di patria solo riguardo ad Alitalia. Siamo estranei alla logica del “Governo amico”, che immaginava i Sindacati ed in particolare la CGIL profittare della simpatia per i responsabili politici del momento. Il rapporto col vertice della Farnesina è a volte problematico e presenta punte di reciproca incomprensione. La CGIL ritiene di avere le carte in regola per un rapporto corretto nel rispetto reciproco fra le parti: la vittoria del “si” nel referendum sul protocollo welfare, le votazioni per le RSU che la premiano come sigla più votata complessivamente. E’ un Sindacato che cerca di interpretare il suo ruolo con serietà e senso di responsabilità. Allora perché le punte di incomprensione? La risposta meriterebbe un ragionamento articolato che qui proviamo a riassumere in una battuta: la CGIL difende l’autonomia, che significa mettersi al servizio dell’interesse generale. L’interesse generale sembra appartenere ad un’altra epoca, come fuori moda sembrano gli operai che perdono la vita in fabbrica e non meritano neppure la qualifica di eroi che così generosamente viene attribuita dai media. Pur tuttavia l’interesse generale va riscoperto e rivendicato nel confronto con tutti. Vi sono motivi di soddisfazione. Quando, nel 1986, la Spagna aderì alla Comunità europea, il negoziato finale riguardò i diritti di pesca e l’assegnazione dei fondi strutturali: questioni da paese in ritardo che vuole crescere. Dopo una ventina di anni la Spagna supera l’Italia come PIL pro capite. Da europeisti c’è da essere contenti: il modello comunitario funziona! E’ lecito prevedere che pure la Polonia, ora che si è liberata di un gemello, riprenderà la rincorsa degli stati membri più prosperi. Il segnale che viene da Madrid è un monito per noi. Là una classe dirigente giovane, motivata, laica. Qui una classe dirigente anziana che tira avanti con incertezza persino sui principi della laicità. Un tema che è importante sempre e addirittura essenziale in epoca di convivenza fra culture diverse. Vi è motivo di commozione – commenta giustamente Prodi – per la risoluzione ONU sulla moratoria della pena di morte. Non è l’abolizione dell’odioso istituto ma una remora ad utilizzarlo così di frequente e su vittime a volte clamorosamente inidonee a recitare la parte del colpevole. A New York ed in tutta la rete la diplomazia italiana ha lavorato bene. Tutti i cittadini le dovrebbero riconoscenza. Il successo induce ad una riflessione. Quando è guidata da istruzioni chiare e sorretta da largo consenso, la diplomazia funziona. Perché allora impoverirla coi tagli, con la direzione miope, con le furbizie e le cordate? E’ la domanda da porre a quanti hanno responsabilità di politica estera: perché dalla legittima gioia di New York si passi al concreto operare per una Farnesina efficiente in tutti i settori in cui interviene. L’efficienza costa. Il miraggio di riforme a costo zero è per l’appunto un miraggio. Si scrive molto delle retribuzioni dei diplomatici, anche con effetti involontariamente comici. La Stampa del 19 dicembre nota che il Segretario Generale percepisce “solo” 120.000 EURO all’anno. Il punto è quel “solo”. Se riferito alle retribuzioni ad esempio del Generale Speciale, che neppure pagava i passaggi aerei per andare sulla neve, allora ci sta tutto. Ma se riferito alla condizione degli altri ministeriali, allora il discorso cambia. La chiave non è solo nella perequazione degli stipendi dei diplomatici. E’ nella perequazione degli stipendi di tutti, e soprattutto nel compito che i dipendenti della Farnesina sono chiamati ad assolvere. Guadagnare bene per servire bene la Repubblica. Anche questo è forse un messaggio fuori moda. Il Cosmopolita di fine anno è decisamente “vintage”.

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20/12/2007

Elezioni RSU 2007

Ci troviamo a commentare un risultato elettorale davvero lusinghiero: la CGIL è il primo sindacato del Ministero degli Esteri, in base ai voti espressi sia a Roma che all’estero. Questo risultato è ancor più sorprendente se si pensa che il nostro distacco dalla UIL alle ultime elezioni per le Rsu del 2004 era di ben 300 voti!!! Coloro che consideravano la CGIL parte integrante del Governo Prodi e quindi corresponsabile delle sue scelte hanno dovuto ricredersi, i lavoratori hanno riconosciuto l’impegno quotidiano, la serietà e la passione e con il loro voto lo hanno premiato. Bisogna innanzitutto sottolineare che il personale del MAE, pur con le difficoltà di funzionamento delle RSU a Roma e ancor più all’estero (che sarà accentuato a causa degli ultimi consistenti accorpamenti) riconosce nel voto un valore da mantenere. Ha infatti votato oltre il 70% degli aventi diritto. Altro elemento di notevole importanza è il ridimensionamento delle organizzazioni sindacali autonome, compreso il SICIS, sedicenti alla “sinistra” della CGIL. Il voto romano oltre confermare la CGIL Sindacato maggioritario evidenzia alcune belle novità. La candidatura volti nuovi, persone che per la prima volta si affacciavano sul proscenio sindacale è stata un successo: infatti, dove erano presenti queste persone sono state molto votate. Per l’ennesima volta si è confermata la tendenza dei colleghi ad investire sulle persone a premiare i candidati eletti sulla base di un rapporto di fiducia. Quando i colleghi sono chiamati a scegliere lo fanno sulla base di un’affidabilità dei candidati che prescinde dall’iscrizione alle singole sigle sindacali. E non solo, per la prima volta la CGIL è riuscita ad eleggere una Rsu al Cerimoniale e ha ottenuto voti al Servizio Stampa con un candidato arrivato nel CDR da pochi mesi. Importanti affermazioni sia numeriche che di eletti ci sono state nella Segreteria Generale, dove per la prima volta superiamo nettamente la UIL, presso la DGCE e la DGEU. dobbiamo segnalare che il numero dei votanti è diminuito fortemente, come temevamo, anche se non avevamo scelta nella predisposizione delle RSU. Primo dato importante è che siamo riusciti a candidare iscritti nella quasi totalità delle sedi. Per quanto riguarda l’estero l’affermazione della CGIL è ancor più importante se si pensa che a fronte di un forte calo dei votanti (elemento che avrà bisogno di una approfondita riflessione) è riuscita a mantenere inalterati il numero dei voti. Rimane aperta la questione della rappresentanza del personale a contratto locale che non ha mai potuto partecipare al voto in quanto non è destinatario dell’Accordo/quadro in materia, nonostante le numerose richieste avanzate dalla FP CGIL al MAE e presso l’ARAN. Per modificare la situazione è necessario che venga approvata una legge separata perchè al momento l’Accordo Quadro fa riferimento esclusivamente al personale destinatario del CCNL. E’ necessario e urgente arrivare ad un accordo con l’Amministrazione che consenta di esprimere una rappresentanza anche ai lavoratori a contratto a legge locale. Ciò implicherebbe che ogni RSU avrebbe, accanto agli eletti ai sensi dell’Accordo Quadro, eletti

ARCHIVIATO IN Sindacale

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20/12/2007

Populismo e progressismo

Al di là delle letture spesso retoriche, trionfalistiche od afflitte di giornalisti e politologi di mezzo mondo, i risultati del referendum venezuelano, riflettono sicuramente la sorprendente vitalità politica di quello che avevamo definito, all’inizio di quest’anno, come un “continente re-aparecido”. Nel variegato panorama della nuova sinistra latinoamericana si possono ormai grossolanamente riconoscere, due filoni principali: quello populista-rivoluzionario, dalle forti connotazioni ideologiche, nazionaliste ed addirittura etniche, e quello democratico-istituzionalista, moderato e pragmatico, più vicino ai modelli della socialdemocrazia di tipo europeo. Al primo gruppo appartengono sicuramente, oltre al Venezuela di Chavez, la Bolivia, l’Ecuador ed il Nicaragua; al secondo essenzialmente Cile, Brasile ed Uruguay. Più difficile inquadrare paesi come l’Argentina o il Perù o prevedere quali sviluppi potrà avere la situazione in Paraguay, dove per la prima volta si profila una possibile sconfitta del “partido colorado” al potere da quasi sessant’anni. In seguito alla sconfitta nel referendum il fenómeno Chavez e la marcia trionfale del 'socialismo del XXI secolo' hanno subito una battuta d’arresto che avrà non poche ripercussioni, sia sul contenuto specifico dell’esperienza politica venezuelana, che sugli scenari continentali che ne deriveranno, probabilmente più articolati di quanto non si potesse immaginare. Gli imprecisi confini del movimento ispirato dalle teorie di Heinz Dieterich Steffan e l’avvio della “rivoluzione bolivariana” - basata su voluminosissime erogazioni monetarie, sia all’interno del paese che verso i paesi “amici” (Cuba, Bolivia, Ecuador, innanzitutto, ma anche Brasile ed Argentina) - hanno inaugurato in sudamerica una singolare stagione politica, imperniata sulla straordinaria “renta petrolera” del quinto produttore mondiale di greggio (che in caso di conferma della scoperta di nuovi ingenti giacimenti potrebbe addirittura diventare il primo). In cosa consista esattamente il socialismo bolivariano é abbastanza difficile da capire ma si può affermare senz’altro che la sua struttura portante sia costituita dallo sviluppo di una sorta di welfare latino, tendente ad una massiccia redistribuzione del reddito derivante dal surplus petrolifero. Cosí, mentre da un lato persegue un preciso e robusto cambiamento economico-sociale, che ha già determinato un sensibile - ancorché fragile ed assistenziale - miglioramento delle condizioni di vita di milioni di poveri, dall’altro aspira ad assumere una missione continentale, rivendicando una specie di investitura da parte di Fidel Castro a raccogliere la bandiera del socialismo latino-americano. La grande concentrazione dei poteri del presidente, il tentativo di ottenere una rielezione perpetua, unitamente alle confuse liturgie ideologiche ed ad un culto della personalità che sembrava definitivamente tramontato, hanno sicuramente inceppato il meccanismo e spaventato numerosi elettori, oltre ad aver provocato l’allontanamento di alcuni dei suoi più fervidi sostenitori, come il Generale Raul Baduel ex ministro della Difesa e l’ex responsabile della propaganda presidenziale del 2004 Ismael Garcia. Attraverso la formazione politica “Podemos” ispirata ad un socialismo più moderato, essi hanno infatti apertamente difeso il “No” insieme ad un movimento degli studenti che rappresenta una novità da non sottovalutare. Ciò significa in buona sostanza che al di là dei “complotti oligarchici ed imperialisti” esiste un problema politico all’interno del movimento e che le derive totalitarie del presidente venezuelano hanno probabilmente finito col riesumare pericolosi spettri del socialismo reale del XX secolo rendendo più forte l’opposizione interna e più difficile l’esportazione del modello. Anche se il portavoce di Chavez si é affrettato a dichiarare che l’esito del referendum non avrà alcuna ripercussione sulle relazioni esterne del paese, alcuni segnali - già visibili prima della consultazione elettorale - sembrano preludere ad una maggiore distanza o quanto meno ad atteggiamenti più disincantati e prudenti da parte degli altri leaders sudamericani. Uribe, il presidente conservatore della Colombia, dopo aver deciso sorprendentemente di aderire al progetto chavista del “Banco del Sur” ha bruscamente tolto al “caudillo” venezuelano la mediazione con la guerriglia delle Farc per liberare la Betancourt; il Parlamento brasiliano, forse anche in seguito della scoperta in Brasile di nuovi e consistenti giacimenti di petrolio, ha votato un ulteriore differimento della piena adesione venezuelana al Mercosur, congelando di fatto il progetto del “gasoducto del sur” attraverso il quale Chavez aspirava a dominare il futuro energetico del continente; il governo cileno della Bachelet, che non ha certamente gradito l’incidente diplomatico verificatosi nel corso del recente vertice Ibero-americano di Santiago, ha duramente criticato l’appoggio venezuelano ad una rivendicazione territoriale boliviana per uno sbocco marittimo; il presidente dell’Assemblea Costituzionale dell’Ecuador, Alberto Acosta, ha dichiarato senza mezzi termini che la sconfitta nel referendum é un chiaro avvertimento per Chavez affinché cambi rotta e non concentri troppo il potere. Tutto lascia presagire inoltre che la nuova presidenza argentina della coppia Fernandez-Kirchner, fino ad oggi in notevole sintonia con Caracas, sarà improntata ad un comtinuismo moderato, tendente ad un consolidamento istituzionale del progetto post-peronista più che al movimentismo. Come se non bastasse, il principale alleato e “protetto” di Chavez, il presidente boliviano Evo Morales, appare in forte difficoltà per le dispute economico-sociali ed etniche all’interno del paese andino e non riesce a far approvare la propria riforma costituzionale, dalla quale é stata peraltro stralciata in fretta e furia la norma che prevedeva la rielezione del presidente. Tutto ciò non significa che stiamo per assistere al tramonto del “socialismo del siglo XXI” ma sicuramente che un cambiamento della tabella di marcia, del percorso e forse anche degli obiettivi potrebbe essere in atto. Molto dipenderà dai prossimi passi di Chavez. In termini politici egli ha parlato di “más poder para el pueblo”, che significherà probabilmente, in termini pratici, più finanziamenti per le organizzazioni di base che veicolano il consenso. Nel caso di un’accelerazione verso un regime di tipo cubano, tuttavia, ci saranno senz’altro nuove defezioni all’interno del chavismo e nuove prese di distanza da parte dei partners latinoamericani. I tempi sembrano maturi per la sostituzione del “socialismo, patria o morte” col più attuale “socialismo, giustizia e libertà” e Chavez dovrebbe cogliere l’occasione per non perpetuare l’antico errore di perseguire la giustizia sociale a scapito della libertà Per quanto ci riguarda, la sinistra europea farebbe bene a chiarire senza equivoci che le libertà personali non ammettono deroghe e che certe benevolenze del passato non sono più riproponibili. Il futuro del continente latinoamericano é oggi legato indissolubilmente al consolidamento democratico ed alla nascita di un progressismo pluralista. E’ quanto mai necessario aprire uno spazio politico-istituzionale moderno ed una vera integrazione regionale in una zona del mondo per troppo tempo dominata dalle rapine delle oligarchie o dal populismo massimalista nazional-militare.

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05/12/2007

Natalia, Natalia

Nel gergo poliziesco argentino significa “N.N.” vale a dire tutte quelle persone di cui non si conosce l’identità. In un articolo apparso su un giornale a tiratura locale, LA CAPITAL, il suo autore, Gustavo Visciarelli, introduce i lettori in un mondo curioso e fuori dalla portata dei più. Questo linguaggio non regolamentato, nasce dalla deformazione di un codice ufficiale - egli spiega - che usava la polizia nelle vecchie comunicazioni via radio. Ad ogni lettera dell’alfabeto corrispondeva una parola, nella maggior parte dei casi si usavano nomi femminili che, l’operatore di turno, batteva a macchina per poi decodificarli. Questi usi e costumi si trasformarono negli anni in un linguaggio colloquiale e furono adattati alla realtà, attribuendo ad ogni singola parola - via via - significati diversi. Nacque dunque una sorta di Argot operativo, difficilmente interpretabile dai non addetti ai lavori. In pratica la stessa parola può avere vari significati a seconda delle circostanze. Da Alice a Guglielmina, da Maria a Ofelia o Sara, le comunicazioni servono a indicare che “venti per Carolina” significa che venti minuti verranno dedicati a rinfrescarsi o “due Natalia vestite da Carolina” si riferisce a due individui, probabilmente due ladri, che indossano un maglione con cappuccio. Per Guglielmina s’intendono le gomme della pattuglia di servizio o i componenti di una comunità gitana. Eva Sara è la stazione di servizio le Alici o le Francesche sono le armi, le false richieste di aiuto sono Giulia, Dorotea è la droga. Un'altra curiosa interpretazione è quella della lettera zeta dell’alfabeto che, se ripetuta in successione per due volte, può significare che un poliziotto stia dormendo nell’auto così come scarpa, scarpa. Probabilmente, sostiene l’autore dell’articolo, questa metafora deriva dalle lettere zeta che appaiono nelle nuvolette dei fumetti, quando il disegno indica un personaggio che sta dormendo. L’Argot non semplifica la comprensione conclude l’autore, anzi talvolta appare particolarmente difficile decifrare che Sara Ines significhi affermativo e Natalia Ofelia negativo. Tutti i termini di questo codice sono generici e di estrema duttilità e Natalia Natalia o semplicemente Natalia non significa solamente il delinquente che scappa dopo il furto ma anche il palo, il passeggero dubbioso in un taxi o il cittadino la cui identità è sconosciuta al poliziotto che lo sta osservando. Natalia, in definitiva, potremmo essere tutti noi.

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05/12/2007

Alla Farnesina il tavolo è imbandito

Lo chef, il cuoco, sta all’Italia di oggi come il couturier, il sarto, stava alla Milano da bere dei fantastici ‘80. Lo chef è il maitre à penser della contemporaneità. Non stupisce dunque che nelle ovattate sale ministeriali il processo di riforma del Ministero degli Esteri, o di revisione della riforma, si svolge attorno ad un tavolo metaforicamente imbandito. Dove ai numerosi commensali sono servite le portate dei sotto gruppi di lavoro che dovranno poi confluire, secondo un calendario preordinato, nel gruppo unico e sistemico. La vittoria sindacale, di metodo prima ancora che di sostanza, sembra allora acquisita. Alfine, attorno al tavolo, i Sindacati discutono con l’Amministrazione di cosa si vuole dalla Farnesina del Duemila inoltrato. Se essa continui ad avere un senso – qualcuno direbbe una missione – nel mondo globalizzato, eccetera. E’ vero: espressioni come globalizzazione e missione sembrano terribilmente sfasate rispetto alla realtà di tutti i giorni: una realtà che ciascuna Finanziaria tende a lasciare inalterata se non aggravare. Il fatto è che al Ministero si chiede di erogare servizi oltre i suoi mezzi e per di più in una logica di impossibile confronto coi Ministeri dei grandi stati membri UE. Accade a noi il contrario di quanto capita ai nobili decaduti, che continuano a vivere oltre i loro mezzi vendendo i pezzi pregiati del casato. Il Ministero, oltre che il Casale di Villa Madama che si dice concupito dalla futura Agenzia della formazione, poco altro ha da offirire. E’ allora positivo che Sindacati e Amministrazione si confrontino su cosa fare. Come è positivo che l’Amministrazione abbia il mandato del Ministro di portare avanti la trattativa fino ad una conclusione che si spera condivisa. E fin qui la vittoria di metodo. Se si passa alla sostanza, il quadro è meno chiaro. Certe decisioni riguardo alla sola carriera diplomatica, l’Amministrazione le ha già confezionate all’insaputa dei Sindacati Confederali, quasi avvertisse l’imbarazzo di riconoscere che i diplomatici, vuoi per esigenze obiettive vuoi per scadenze contrattuali, hanno diritto alla perequazione del reddito. Queste decisioni hanno generato il sospetto che si tenda a praticare regimi diversi per gli uni e per gli altri. Gli altri appartengono a quelle che una volta si chiamavano le qualifiche funzionali. Le quali sono da tempo sottoposte al contemporaneo assedio di invecchiare senza ricambio e di cedere posti all’estero a favore del personale a contratto. Perché la sostanza corrisponda al metodo, la prima ovvia richiesta dei Sindacati è che decisioni rilevanti per il personale siano oggetto di unprocesso che li veda partecipi. Vi sono altri motivi di soddisfazione, anzi di sincero gaudio. La CGIL è prima nelle votazioni per le RSU all’interno ed ottiene buoni risultati all’estero. Il risultato fa seguito alla schiacciante vittoria del “si” nel referendum sul welfare. L’avanzata della CGIL non era scontata perché qualcuno insinuava che, schiacciata sul governo amico, fosse incapace di quella azione di critica e proposta che è la sua ragione d’essere. L’azione continua in qualsiasi temperie politica: questo il dato da ricavare. I Sindacati sono stati “auditi” dalla Commissione Esteri della Camera. Con risultati interessanti. La Commissione lancerà in febbraio una indagine sul Ministero: conoscere la situazione per dare una prospettiva di sviluppo. La situazione – come già oggi riconosce la Commissione – è tale da mettere l’Italia in affanno su vari fronti: rispetto ai soliti grandi stati membri UE, alle sfide della globalizzazione, all’impegno a favore dello sviluppo. Per non parlare dei Consolati, che meriteranno probabilmente una valutazione a parte. Se le nostre risorse non sono intaccate fino al punto di non ritorno, possiamo affrontare gli appuntamenti 2008 – al tavolo con l’Amministrazione e in Parlamento - con qualche aspettativa. In un caso come nell’altro la linea è la stessa. L’Italia ha bisogno di un Ministero degli Esteri efficiente. Punto.

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