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Post di gennaio

19/01/2008

Un’occasione strategica per il MAE

Prendendo le mosse dal Festival della Scienza che si sta svolgendo all’Auditorium di Roma la stampa italiana dà largo spazio al monito di esperti italiani e straneri: gli investimenti in ricerca e sviluppo in Italia scendono sempre di più al di sotto del livello di guardia, nonostante sia saggezza acquisita che solo in tal maniera si può sostenere la competitività internazionale di una società matura come la nostra. Ma questi moniti non sono nuovi, né molti effetti sono ad ora stati sortiti dai pur lodevoli sforzi del Ministro dell’Università, che ha promosso addirittura una commissione per il rilancio della Scienza nelle Università italiane. Purtroppo l’Italia, i suoi governi e forse anche i suoi cittadini, mostrano poca propensione a proiettare lo sguardo verso obiettivi che vanno al di là del breve termine... E così anno dopo anno il bilancio dello Stato, sfuggendo a scelte di prioritarizzazione su base politica ed economica, ripropone i pur necessari tagli sempre e salomonicamente in maniera trasversale. Questa la situazione di cui soffre da lunghi anni il Ministero degli Esteri, nonostante l’impegno del Ministro D’Alema, a cui bisogna riconoscere se non altro l’impegno ad invertire la tendenza. Di qui la necessità di una riflessione, senza sconti, sulla missione del ministero, ridefinendola se necessario in relazione alle mutati obiettivi, su come meglio utilizzare le risorse disponibili per espletarla, su come organizzare il lavoro al centro e sulla struttura delle rete diplomatica e consolare. Riflessione inevitabile, in quanto impostaci quest’anno dal Parlamento, ma anche utile, non solo per migliorare il migliorabile, ma anche per dimostrare che la missione stessa del Mae, come pure le sue risorse umane e di struttura, rappresentano un patrimonio strutturale e strumentale fondamentale per gli interessi del Paese, per il quale varrebbe la pena di investire qualche cosa di più. Dopo lunghe insistenze, soprattutto della CGIL esteri, prende il via in questi giorni il tavolo politico di “concertazione” fra l’amministrazione ed i sindacati, volto proprio a questa riflessione. Nel frattempo da un lato è venuto a maturazione il lavoro della Commissione esteri del Senato sulla Cooperazione, dall’altro entrambe le Camere dimostrano sulla questione della Farnesina un’attenzione crescente. Il contratto nazionale del pubblico impiego impone poi la definizione di nuovi profili professionali e corrispondenti processi di riqualificazione. Circostanze che, nel loro insieme, configurano una situazione di opportunità per la cui creazione il Cosmopolita e la CGIL esteri sono impegnati da anni e che è di per sé motivo di soddisfazione. Non sfugge d’altra parte che i vincoli finanziari e di sistema, come pure gli interessi in campo, sono molti complessi e che spingono spesso verso direzioni divergenti. Le analoghe aspettative cui aveva dato adito alla fine del secolo il dibattito da cui è poi scaturita la riforma del 2000 sono andate in gran parte deluse, non perché l’assetto organizzativo che si disegnò fosse inadeguato, ma perché si volle fare una riforma a costo zero e, ancor più, perché la “casta” del Ministero quella riforma la aveva subita e fece poi di tutto per mantenere invariati gli equilibri di potere. Ma ora quella generazione è andata in pensione e la nuova dirigenza non dovrebbe aver motivo di nostalgia per strutture organizzative obsolete e per metodi di lavoro sorpassati. Su queste pagine abbiamo ripetutamente indicato i temi che riteniamo di prioritaria urgenza e le modalità organizzative per realizzarli. Sarebbe grave per il Paese e forse addirittura fatale per il Mae che anche questa occasione di riassetto e rilancio andasse perduta.

ARCHIVIATO IN Editoriali

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19/01/2008

I numeri del cinema argentino

L’Istituto Nazionale del Cinema e Arti Audiovisive Argentino (INCAA) ha appena pubblicato i dati relativi al 2007, dati successivamente ripresi dai maggiori Media del Paese. Tre milioni e ottocentomila spettatori si sono recati al cinema, ma solamente l’11,6% ha scelto di vedere un film di origine nazionale fra le ottanta pellicole prodotte; la parte del leone l’hanno avuta i 183 film stranieri, soprattutto nordamericani, con l’ 88,4% di spettatori . La percentuale argentina è simile a quella del 2006, con la sola differenza che in quell’anno furono prodotti 68 film. Sebbene il risultato non appaia soddisfacente, l’INCAA sottolinea come l’Argentina sia riuscita a mantenere la sua porzione di mercato, in una congiuntura internazionale in cui molte cinematrografie nazionali hanno perso terreno, rispetto al successo del cinema nordamericano. Sia la Spanga che il Regno Unito hanno visto diminuire rispettivamento del 3,2% e del 4,9% la percentuale di spettatori in paragone all’anno precedente, l’Italia e la Germania hanno retto all’avanzata statunitense e la Francia è stata l’unica ad aver visto aumentare la sua percentuale all’8,3%. In una lunga intervista rilasciata a un quotidiano locale, Roman Gubern il grande teorico spagnolo di cinema e comunicazione ha affermato che “ non si può definire il mondo un mondo globale perché esso è condizionato da flussi di comunicazione mono direzionali nord-sud. E’ un problema – egli afferma - che supera le buone intenzioni e esige programmazioni politiche molto drastiche per eliminare questa tendenza. “La colonizzazione culturale nord americana ha una doppia dimensione perché è ideologica ed economica.”Quanto al cinema argentino, egli afferma di essere stato sorpreso dalla produzione degli ultimi due anni. La distribuzione delle pellicole argentine avveniva con il contagocce continua Gubern ma recentemente otto, dieci film di primissimo livello sono entrati prepotentemente negli schermi internazionali. Film quali la “Nueve reinas”di Fabian Bielinsky sull’etica menemista, “La ciénaga”di Lucrecia Martel , “El lado oscuro del corazon” di Julio Saraceni secondo Roman Gubern sono lo specchio di importanti testimonianze sull’Argentina. L’anno che si è concluso ha destato l’inevitabile polemica sulla gran quantità di film girati, sulla scarsa quantità di pubblico accorso a vederli e sul numero di crediti e prestiti concessi a cineasti che non riescono a convocare - in alcuni casi – neanche un minimo di 2000 spettarori, nella prima settimana di proiezione. Nel tentativo di dar maggior impulso al cinema nazionale, il nuovo direttore e vice direttore dell’Incaa hanno diffuso un comunicato con le principale misure messe a punto: risanare il deficit di 31 milioni di pesos, di cui l’Istituto è gravato; avviare la riorganizzazione democratica e trasparente del settore, all’interno dell’Istituto; istituire un tetto massimo dei sussidi e crediti da erogare; rivedere la normativa nazionale sulla cinematografia; promuovere una maggiore sensibilizzazione del pubblico attraverso una campagna pubblicitaria con il coinvolgimento della TV di stato; destinare solamente il 20% delle risorse di cui è dotato l’Istituto - trenta milioni di pesos - alla gestione dello stesso e destinare il rimanente 80% all’erogazione di crediti e sussidi a giovani cineasti o a nuove produzioni; nomina del nuovo direttore artistico del Festival internazionale del cinema, Josè Martinez, cui spetterà il difficile compito di selezionare i film in concorso, con i quasi inesistenti mezzi che l’Incaa ha a disposizione per questo evento culturale, da sempre definito vetrina del cinema nazionale ed internazionale, la cui inaugurazione per ora è stata spostata da marzo ad ottobre di quest’anno.

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19/01/2008

La sanità: emblema delle contraddizioni cinesi

Nei Paesi socialisti e socialdemocratici lo Stato provvede a molti servizi che le nazioni “liberiste” lasciano all’iniziativa del singolo, in cambio di un minore prelievo fiscale. Il contrario succede in Cina, paese che si definisce socialista ma dove le reti di protezione sociale sono assenti. Il che induce a riflettere su quanto sia ancora esatto definire la Cina nel modo tradizionale. Il campo della sanità offre lo spaccato delle difficoltà della Cina, del modello di sviluppo che ha scelto e delle sfide e delle preoccupazioni. Il sistema sanitario presenta disfunzioni e carenze. Il problema principale è la scarsa copertura sanitaria. Sia nelle campagne che nelle aree urbane i vecchi programmi di cura sono stati smantellati, perché legati a sistemi organizzativi che non esistono più, e non sostituiti. La figura dei “medici a piedi scalzi”, che giravano per i villaggi per un’assistenza primaria elementare ma efficace, è stata abolita, in nome della concentrazione delle strutture sanitarie. Attualmente il 90% della popolazione deve pagarsi le prestazioni mediche, con la conseguenza che il 38% dei malati non va dal dottore ed il 70% rifiuta il ricovero dopo la visita. I nuovi sistemi di protezione sanitaria, rurale ed urbano, hanno grossi limiti di sistema di rimborso e di limitatezza della copertura. Il rimborso copre fino a 4 volte il salario medio di un lavoratore urbano: dati i salari ed i costi della sanità, ciò significa coprire solo l’urgenza e le prime necessità, non certo le patologie gravi. Cosa significa questa serie di dati? Che le cure le fa solo chi le può pagare. E questo provoca malcontento, proteste, insoddisfazione, minore coesione sociale, che è invece necessaria a gestire i cambiamenti profondi e rapidissimi in atto. Non sorprende quindi che il Governo abbia fatto del miglioramento della sanità una priorità. Il Comitato Centrale del Partito ha sottolineato il ruolo strategico della riforma sanitaria. Il Presidente Hu Jintao ha posto come obiettivo principale l’istituzione di un sistema di servizi sanitari di base ad ampio spettro, che fornisca a tutti i cinesi l’assistenza di base entro il 2020. Parte essenziale del piano e’ il più ampio ricorso alla medicina tradizionale cinese, che ha costi più bassi rispetto a quella occidentale. L’attuazione di queste proposte non è semplice. Richiedono modifiche basilari ai sistemi sanitario e fiscale, come nel campo dei trasferimenti dalle Province più ricche a quelle più povere. La dirigenza cinese non vuole rovinare il giocattolo della crescita economica che rappresenta il più lungo e consistente innalzamento del PIL nella storia dell’umanità. Ad oggi ha portato fuori dalla povertà 400 milioni di cinesi. La vita media è passata da 40 a 71 anni e vi è stata una notevole riduzione del tasso di mortalità infantile. La crescita economica e’ per Pechino la panacea di tutti i mali, l’unica capace di tenere unita la Cina e donarle fiducia. Per le massime Autorità cinesi sarebbe poco saggio arrischiare la crescita economica per migliorare la sanità, che è comunque in progresso. La questione è tuttavia sul tavolo. Sebbene una maggiore spesa sanitaria imponga grandi oneri finanziari, vi sono troppe disparità da correggere ad evitare che il malcontento monti. Ricchi stratosfericamente ricchi da una parte e troppi poveri dall’altra. La Cina è più di un continente, con molteplici culture, popoli, minoranze, mentalità, lingue. Solo un forte potere centrale, che impone obbiettivi condivisi e rende tutti partecipi del “comune destino”, può tenerla unita. Una Cina divisa, una possibilità neppure remota, è lo spauracchio di qualunque governante. Ecco che sanità, agricoltura, sicurezza alimentare diventano l’emblema delle sfide che la leadership cinese deve affrontare in termini di perequazione sociale. Venti anni di sfrenata corsa all’arricchimento individuale stanno provocando lacerazioni profonde. Il popolo cinese vuole che almeno una parte del benessere sia condiviso, specie nei settori di base. Difficile dire in che termini questo potrà realizzarsi: più fondi pubblici? più ampio ricorso al privato? Certo è che sulla capacità di affrontare tali questioni si gioca il futuro della Cina e del suo ruolo nel panorama internazionale.

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

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19/01/2008

Il pellegrino Bush in Terra Santa

Non ha l’aura del pellegrino, George W. Bush, quando atterra a Tel Aviv con il Segretario di Stato ed il solito corteo di funzionari e addetti alla sicurezza. Allo sfoggio contribuisce la dirigenza israeliana che, dal capo di stato all’ultimo ministro, si allinea ai piedi della scaletta dell’Air Force One nel sole del Ben Gurion che sente di precoce primavera. Tpizi Livni sussurra all’orecchio del Presidente e ne accetta il passaggio in auto: segni di familiarità che vengono bene nella corsa a succedere a Ehud Olmert. Shimon Peres è lontano dall’architetto immaginifico del nuovo Medio Oriente e si adatta al suo ruolo protocollare e afono. D’altronde il Medio Oriente di oggi ha poco di nuovo e molto di vecchio, arroccato com’è attorno alle eterne diffidenze. La missione del Presidente è volta a rilanciare lo spirito di Annapolis, che a sua volta era diretto a rilanciare la road map, a sua volta intesa a rilanciare il processo di pace. Si perde il conto dei rilanci mentre resta il dubbio che, se Annapolis merita il restauro dopo meno di due mesi, allora le aspettative attorno alla Conferenza erano evidentemente mal poste. I nodi sul terreno sono sfiorati. Israele continua gli insediamenti e l’accrescimento di quelli esistenti rivendicando contiguità territoriale fra Gerusalemme e le periferie. L’Autorità Palestinese contesta il tutto perché vede ulteriormente erosa quella parte già modesta di territorio su cui erigere lo stato di Palestina. Fonti di Washington distinguono fra insediamenti a Gerusalemme e insediamenti in Cisgiordania. Ma sono sottigliezze che non emergono nei colloqui o almeno nelle esternazioni al pubblico. Si ha l’idea che a Gerusalemme come a Ramallah si incontrino dirigenti in cerca d’autore, ciascuno stretto da obblighi istituzionali e frenato da pressioni politiche. Il Governo Olmert è sotto il tiro dei sondaggi favorevoli al Likud, il cui eventuale successo se unito a quello della sinistra certificherebbe il fallimento di Kadima. Non accetta pressioni perché, se pure volesse, non potrebbe contare sulla continuità dell’Amministrazione americana. In un impeto di ottimismo della volontà Bush annuncia la pace in un anno: e cioè scandita sulla fine del mandato alla Casa Bianca. Accetta di tornare in maggio per i sessanta anni della proclamazione dello Stato di Israele. Allora il periodo si ridurrà a otto mesi fino ad azzerarsi nel gennaio 2009. Se neppure allora vi sarà pace, il problema passerà al successore che, se democratico, potrà contare sul sostegno del voto ebraico. Abu Mazen offre al Presidente la personale disponibilità e poco più. Affida le speranze di ripresa economica agli aiuti internazionali decisi alla Conferenza di Parigi. E chissà che la ripresa non favorisca l’avvicinamento a Gaza, dove la contabilità dei caduti si ingrossa a causa degli attacchi israeliani ma anche della faida fra i militanti di Hamas ed i resistenti di Fatah. Guadagnare tempo: ecco la parola d’ordine comune. Guadagnare tempo fino a gennaio 2009. Il Presidente, dopo la preghiera a Betlemme e la meditazione a Cafarnao, si trasferisce in Kuwait per raccogliere la gratitudine e la nostalgia dell’Emirato per i bei tempi andati: quando, nella prima guerra del Golfo, Bush padre riuscì a mettere insieme la variegata coalizione di tutti gli avversari di Saddam. La presenza americana nel Golfo – è il motivo che Bush figlio introduce in Kuwait e ripete nelle tappe successive – è un dato di fatto e costituisce deterrente nei confronti di quanti meditino strane avventure. I bersagli sono chiari: Siria e Iran in diversa misura minacciano la stabilità dell’area e vanno contenute. Dopo l’incidente nello Stretto di Hormuz la vigilanza verso Teheran è massima e gli Stati Uniti attendono con scetticismo le indagini AIEA. La barbarie delle esecuzioni capitali in piazza alimenta l’orrore per un regime così poco rispettoso della decenza civile. Ma è sullo sdegno e sulla paura che si costruisce la via diplomatica a Damasco e Teheran? Il nostro Ministro degli Esteri non la pensa così e manifesta la sua opinione a caldo. Una posizione da condividere: resta da vedere se la politica italiana potrà farla valere stando sola o se vorrà moltiplicarne la forza seguendo la pista europea. Il discorso si trasferisce a Bruxelles perché l’Unione non sia solo chiamata ad assecondare le decisioni altrui ma abbia una propria visione ed un proprio ruolo.

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 19/01/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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