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Post di febbraio

28/02/2008

Crisi di governo, elezioni e politica estera.

Le poche settimane che ci separano dalla nuova tornata elettorale anticipata lasciano spazio a qualche riflessione preliminare che vorremmo qui – ancora una volta –incentrare sui temi della politica internazionale dell’Italia. E, naturalmente, non ci distoglierà da questo intento il fatto che finora il contesto esterno ed il modo con cui il nostro Paese vi si rapporta – e vi si rapporterà – appare praticamente assente dal dibattito politico quasi in un’atmosfera più da “strapaese” che da pensoso ripiegamento critico. 1. 13 aprile 2008, 18 aprile 1948: quasi un cinquantenario, certo una involontaria celebrazione. E, se partiamo da qui, potremmo scoprire come in mezzo secolo invece di maturare abbiamo indietreggiato nel commisurarci con le grandi scadenze della realtà internazionale. Infatti, per schematico che fosse il dilemma su da quale lato inserire saldamente l’Italia a fronte della “cortina di ferro” (secondo la letteraria definizione di Churchill), risulta evidente la portata della scelta in gioco di allora ed il suo impatto sul futuro nazionale. 2. La ricchezza, la complessità, la continua evoluzione degli scenari post-1989 e, soprattutto, i continui rischi e focolai che da essi scaturiscono richiedono molto di più che un “o di qua o di là” come nel quesito del 1948 e verosimilmente gli elettori italiani di oggi possiedono una conoscenza della realtà internazionale che i loro nonni (e forse anche gli esponenti politici di allora) non possedevano: sarebbe dunque forse il momento di avviare un confronto sugli “issues” e sulle “visions”. Peccato che a questo si siano fin qui preferiti punti forse centrali per i risultati elettorali – quale la fondazione della Lega Sud in Sicilia – ma certamente periferici per i nostri destini nazionali. 3. La vaghezza con cui il dibattito politico affronta ciò che è sopra le Alpi e giù dal Mediterraneo o in “Oriente” potrebbe far ritenere che i nodi sono o sciolti e/o archiviati. Ciò evidentemente non è, e non potrebbe esserlo anche qualora gli ideologismi pseudopacifisti fossero messi in condizione di non nuocere da qualsivoglia assetto post-elettorale: infatti a ben pensare gli “ancoraggi” (europeo, atlantico, perfino quello multilaterale) tendono sempre più a ridursi, da punti fermi risolutivi, a semplici “chiavi di lettura” di un mondo che è chiaro e lineare soltanto per quelli che lo ignorano. 4. Se poi si riflette all’andamento della politica estera degli ultimi tempi – dall’appiattimento unilateralista e dal mediatismo berlusconiani alla lodevole e incompiuta inversione di tendenza di Prodi-D’Alema – si scopre che, “pena di morte” e Libano a parte, nel nostro carniere c’è ben poco. Soprattutto non emerge quel punto su cui altri Paesi anche minori vengono costruendo un proprio modo di “stare nel mondo”, ovvero il nesso tra globalizzazione, temi planetari, politica industriale, migrazioni, cooperazione ecc. ecc. E questa latenza di riflessione ed iniziativa non può essere surrogata né da una incoercibile sindrome della Crimea e dell’invito “a tavola”, né dai pellegrinaggi che a Washington hanno aggiunto Pechino e, perchè no, Delhi. 5. D’altro canto – e ciò aggiunge una ulteriore luce sinistra alle prospettive post-elettorali – vi è chi si è accorto della centralità della eliminazione della “pena di morte” e ha deciso di estenderla in blocco anche agli embrioni e di trasformarla da questione etica a vera e propria piattaforma politica di una lista ad hoc in modo che ogni osservatore internazionale possa comprendere il livello di lucidità (per non dire altro) con cui l’Italia affronta il proprio futuro e determina le proprie priorità collettive. 6. Ironizzare sulla debolezza del dibattito nazionale potrebbe sembrare ingeneroso o provocatorio, ma va tuttavia ricordato che – anche grazie al 18 aprile di cinquant’anni fa – l’Italia non dovrebbe trovarsi in condizioni di Paesi – per dire – come la Polonia, ovvero costretti a costruirsi un nuovo abbecedario di politica internazionale; anzi, al contrario, grazie ad un processo di maturazione politica durato quasi un quarantennio e sia pure semi-congelato negli ultimi tre lustri, ci si potrebbe aspettare che venga finalmente messo all’ordine del giorno un vero sforzo nazionale di fissare – nel modo più consensuale (con i cittadini e con la società civile) possibile – un “ubi consistam” del Paese che ci apra prospettive tanto di inserimento che di affermazione. 7. La “querelle” spagnola – prima noi, prima loro – ha avuto al riguardo il pregio di ricordare inequivocabilmente che il futuro è fatto di “trends”, di tendenze cumulate, piuttosto che di “assets”, ricchezze possedute magari senza merito alcuno. E qui, senza equivoci, si misura l’assenza di prospettive e - putroppo – di aspettative: difficile pensare che a questa si rimedi con il quantitavismo degli aggiustamenti (o con il loro opposto patrocinato dalla precedente maggioranza di Governo). E, infine, tutto ciò attiene direttamente ad una specifica sfera della poltica – e, si spererebbe, della volontà generale - ovvero quella della politica estera.

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Di Il Cosmopolita il 28/02/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

22/02/2008

Piste ciclabili: una strada ecologica per avvicinare la Farnesina alla città

Migliorare le condizioni di lavoro ed intervenire sull’efficienza dei servizi non ci può impedire di parlare della qualità della vita dei pubblici dipendenti (rapporto tra tempo di lavoro e tempo libero) e dell’intreccio con varie problematiche (livello di inquinamento, trasporti, salute, famiglia), Per questo è sempre più necessario affrontare argomenti che finora erano sempre stati considerati al di fuori delle problematiche più prettamente sindacali. Se assistiamo a quanto avviene a Parigi, Copenaghen, Amsterdam, Londra e… Roma, sembra quasi che la Farnesina voglia rendere più visibile lo splendido isolamento dal contesto urbano che la circonda. Un consiglio per tutti: provate a raggiungerla in bicicletta; negli ultimi anni sono stati costruiti vari chilometri di piste ciclabili da Prati, Parioli, Flaminio, Labaro che permettono di rinunciare a rumorosi ed inquinanti mezzi di locomozione con incredibili vantaggi per la puntualità, il risparmio e la salute, ma non è stato mai inventato un sistema per connetterle direttamente con la Farnesina. Provate infatti a raggiungere il nostro palazzo provenienti da ognuna delle direttrici delle piste ciclabili. Sarete costretti a fare faticosi giri per raggiungere il Ministero degli Esteri attraverso piazza Maresciallo Giardino o Piazza di Ponte Milvio, con notevoli pericoli per la vostra sicurezza, mentre sarebbe molto più efficace costruire un’agevole ed economico “svincolo ciclistico” all’altezza dell’incrocio con il Viale del Ministero degli Affari Esteri che incentiverebbe l’utilizzo del mezzo a due ruote con incredibili vantaggi ecologici, culturali,di sicurezza, sanitari ed economici nonché di immagine. Non solo, ma con l’avvio dell’esperimento del “bike sharing” nel centro storico di Roma (a proposito perché nessun centro di noleggio sul percorso della pista in direzione della Farnesina!?), acquista sempre più spazio l’impegno del Comune per la mobilità ciclabile e la tutela dell’ambiente urbano. Sarebbe auspicabile che il Ministero Affari Esteri, per assecondare tale lodevole iniziativa, facesse richiesta di realizzare un breve percorso ciclabile di collegamento di poche centinaia di metri dal Lungotevere. Non solo, ma provasse anche a montare dei parcheggi per le biciclette nelle due entrate laterali!! Un progetto che renderebbe finalmente possibile spostarsi con la bicicletta dentro il perimetro delle Mura Aureliane in direzione della Farnesina. E nel quale sarebbero estremamente vantaggiosi anche i costi, i tempi ed i benefici per la salute degli utenti e dei lavoratori..

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Di Il Cosmopolita il 22/02/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/02/2008

Lo scontro di civiltà condito con incenso e formaggio pecorino.

Torna alla memoria il detto del vecchio Marx (Karl): la storia si manifesta la prima volta come tragedia e si ripete la seconda come farsa. Da quando Samuel Huntington teorizzò The Clash of Civilizations, libro tanto citato quanto poco letto pure nella edizione italiana di Garzanti, i maitres à penser nostrani hanno trovato nel profumo di incenso, quello delle cappelle, e nell’afrore del formaggio pecorino, quello per condire la carbonara, motivi di ispirazione nella loro e nostra partecipazione allo scontro di civiltà. Dove ci collochiamo? – si sono chiesti i teorici dello scontro, poco importa se credenti – credenti o atei devoti. Ci collochiamo – si sono risposti diffondendo ovunque la loro risposta grazie ai media compiacenti – nel solco della tradizione che, nel caso italiano, è quello della gerarchia cattolica e della cucina domestica. Da qui l’assioma che quanto piace al clero risponde alle esigenze profonde del cittadino italiano che, recuperato il bagaglio delle sue piccole certezze, è attrezzato allo scontro globale fra civiltà. In altri termini, è nel passato la nostra ragione d’essere e quanto più ci allontaniamo lungo la via della modernità tanto più ci esponiamo, vulnerabili, ai colpi della globalizzazione. Una globalizzazione arcigna che appiattisce le nostre specificità e le nostre convinzioni, compresa quella del valore assoluto della vita. Sì, la vita. Ed infatti si intitola “For Life” la lista elettorale che vuole combattere la cultura della morte imponendo la moratoria sull’aborto, praticato dalle pazienti e dai medici dietro il simulacro della legge 194. Si oppone così la semplicità del dogma, gabellato qui come non di fede ma umanitario e universale, alla complessità della ragione. La confusione è molta sotto il cielo – tanto per parafrasare un altro desueto pensatore. E così nella lotta fra civiltà vi è chi si schiera a sinistra “a prescindere”: stavolta dell’islamismo – arabismo cosiddetto radicale. La Fiera del Libro di Torino è dedicata alla letteratura israeliana e noi la boicottiamo perché Israele continua ad opprimere il popolo palestinese. Qui lo scambio fra letteratura e politica, fra intellettuali e governo, è davvero ardito. Peggio: denota la scarsa conoscenza di alcuni autori invitati a Torino. Amos Oz, per dirne uno, sulle pagine della Repubblica chiede al suo governo, e non alla Autorità Palestinese, di avviare trattative con Hamas per una soluzione non bellica della situazione a Gaza. Aggiunge che l’opinione pubblica israeliana ha assorbito alcuni lemmi del linguaggio della sinistra: persino il Likud si riconosce nell’obiettivo di due popoli – due stati. Oz non è evidentemente letto dai contestatori di Torino, come non sono letti David Grossman e Avraham Yehoshua: i tre che inondano di appelli il governo israeliano affinché prosegua risolutamente la via della pace. Sono scrittori che mettono a rischio la gloria letteraria: eternamente candidati al Nobel, non lo ricevono perché scrivono in ebraico e non in inglese come altri autori ebrei ma cittadini americani. La nostra campagna elettorale si apre con toni meno aspri di quella 2006. Ma non mancano le esibizioni di ignoranza e intolleranza. Fare dell’aborto un tema politico è un obbrobrio cui però alcuni cedono: anche il magistrato che ordina l’interrogatorio della paziente a Napoli. La battaglia attorno all’aborto è una puntata dello scontro delle civiltà che gli alfieri della vita affrontano nel sapore forte del pecorino, noncuranti che le donne sono soggetti di diritto e non oggetti su cui esercitare le loro pulsioni. Il boicottaggio della Fiera di Torino, cui giudiziosamente il Capo dello Stato reagisce andando all’inaugurazione, è l’altra trincea in questa strana guerra. La trincea di chi ha le idee confuse e nell’incertezza si schiera secondo tradizione: stare con Israele è di destra, stare contro è di sinistra. La nota generale è che il nostro paese pare lontano dalla media europea. Non per via dei parametri di Maastricht poco rispettati, ma per la temperie culturale in cui si trova. Non riuscendo a declinare i valori della modernità, si rifugia nella certezza dei sapori d’antan: chiesa, famiglia, buoni e cattivi. Altro che cucina fusion!

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Di Il Cosmopolita il 15/02/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/02/2008

Sempre più serrata la sfida delle primarie

Nella sempre più accesa lotta alla “nomination” democratica, Hillary Clinton ha spesso rimproverato agli altri candidati di abusare della parola “cambiamento”. John Edwards aveva più volte sottolineato, fin dal 2004, che nessun cambiamento sarebbe stato possibile senza scardinare il potere delle grandi lobbies che dominano la politica e l'economia statunitense. “Le corporazioni non rinunceranno mai volontariamente al potere - aveva detto - e tutti quelli che pensano che ciò sia possibile vivono a “Neverland”. L'accusa era evidentemente diretta a Barack Obama. La politica si muove tuttavia molto spesso non in base ad argomenti, ragionamenti e dati, che servono solo per legittimare o delegittimare un desiderio popolare o un'azione di governo. Ciò che muove gli elettori nella società dell’immagine - soprattutto in un contesto nel quale le differenze di programma appaiono microscopiche - sono soprattutto gli stati d'animo: se c'è un candidato che rappresenta una forte speranza di cambiamento, che mostra di poter liberare la gente dalla paura o dalla stanchezza, al di là di qualsiasi realtà, tale candidato ha buone possibilità di vincere. Se poi è capace di far volare i suoi elettori come Peter Pan in “Neverland” non solo potrà risultare vincitore, ma potrebbe addirittura imporsi come il paradigma della realtà e del pragmatismo. Non c'è niente di più forte e di più potente dell’immaginazione e Obama sente che il vento soffia dalla sua parte. Il suo messaggio di cambiamento sta conquistando sempre più i cuori degli elettori democratici. E non perde occasione per ribadire che è lui la vera scelta di novità. “La posta in gioco”, ha affermato parlando ai suoi supporters, “è troppo alta e le sfide troppo grandi per cercare di risolverle con i vecchi metodi di Washington e con i soliti vecchi protagonisti di Washington per poi aspettarsi un risultato diverso dal passato”. Un passato che, per molti, ha il volto di Hillary Clinton. La senatrice di New York ripete il mantra dell’esperienza che lei garantirebbe alla Casa Bianca. In uno degli ultimi comizi la ex First Lady ha dichiarato ai suoi fans: “Se sarò la candidata democratica, non dovrete mai preoccuparvi che io possa essere buttata fuori dal ring, perché ho la forza e l’esperienza per guidare questo Paese e sono pronta a sfidare il senatore McCain quando e dove vuole”. Tuttavia, due recenti sondaggi (uno per Time, l’altro per CNN) sembrano smentire la senatrice di New York. In entrambi i casi, infatti, emerge chiaramente che Obama avrebbe più chances di vittoria rispetto a Hillary in un duello con John McCain. Obama, considerato all’inizio come un outsider, dimostra chiaramente che il suo “Yes we can” potrebbe farcela, sfruttando una fiducia nelle parole che difficilmente, in passato, avrebbe potuto rivelarsi come la carta vincente di un candidato alla Casa Bianca. Prima di tutto per la storia partitica e geopolitica di quel paese e in secondo luogo per la eccessiva fiducia della cultura anglo americana nei fatti, per il suo sostanziale disprezzo per le parole, le idee e tutto quello che procede dal lato intellettuale dell'essere umano. C’è poi il fattore dell’antipatia molto diffusa negli States nei confronti di Hillary e confermata da un sondaggio della CNN di inizio febbraio: Obama non piace al 31 per cento degli intervistati, ma Hillary addirittura al 44 per cento, quasi la metà degli americani. Gli Stati Uniti potrebbero essere alla vigilia di una svolta significativa e anche se il potere spesso distrugge qualsiasi cambiamento, si può pensare che fra tutti i candidati, Obama sia quello che meglio rappresenta questo possibile cambiamento e che ha la migliore posizione per incarnarlo, nonostante (e forse addirittura specificamente per) la sua scarsa esperienza politica. Barack Obama Hussein sembra essere un candidato segnato da un paradigmatico simbolismo, in qualche misura paradossale. Il suo nome ricorda singolarmente tre personaggi musulmani: un presidente, un dittatore e l'ossessione numero uno degli Stati Uniti; sembra essere il prodotto di una simmetria: non è un discendente di schiavi africani ma il figlio di un musulmano negro del Kenya e di una laica bianca del Missouri. È nato a Honolulu quando i suoi genitori studiavano all'università ed è cresciuto in Indonesia il più grande paese musulmano del mondo. Non è stato allattato da nutrici di colore ma è vissuto in una famiglia bianca tipica della classe media nordamericana. Dopo la separazione dei genitori è diventato un universitario di successo e poi un brillante avvocato e conferenziere. È in fondo non solo un esempio per le minoranze nere ma anche per la razza bianca: rappresenta il paradigma del Mosé diseredato, di colui che è nato in svantaggio e si è arrampicato fino alla cima della piramide politica economica di un paese e di un popolo. Proprio per questo rappresenta l’antitesi della parte più conservatrice della società americana, la stessa che detiene il maggior potere economico e settario, che non appare mai ma che esiste solo come mera speculazione o etichetta, come teoria della cospirazione. Obama si è opposto fin dal principio alla guerra in Iraq ha detto che avrebbe incontrato Fidel Castro, che avrebbe sponsorizzato il sistema sanitario nazionale e altri servizi di welfare, manifestando un largo elenco di volontà politicamente scorrette che a poco a poco cominciano a essere premiate sotto lo sguardo attonito dei radicali e a e anche dei più moderati neocons abituati al potere.

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Di Il Cosmopolita il 15/02/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

07/02/2008

Breve bilancio di un governo di breve durata

Dopo i fuochi di artificio del Governo Berlusconi e la successione alla Farnesina di quattro Ministri in cinque anni, l’insediamento di D’Alema con il Governo Prodi fu accolta come il segno della svolta. Finalmente un momento di stabilità in un settore, quello della politica estera, che vive di stabilità e credibilità. Ed in effetti la svolta la si avvertì presto e si concentrò su alcuni filoni principali: il ritorno al multilateralismo (si disse al multilateralismo efficace) e dunque alla centralità europea, la revisione di alcuni impegni nel Golfo (il ritiro delle truppe dall’Iraq) e l’assunzione di nuovi in Medio Oriente (la partecipazione alla missione UNIFIL 2). Era la manifestazione di una tendenza, di un modo di interpretare il ruolo dell’Italia in modo più consono alla tradizione (l’europeismo attivo) e con maggiore agilità di manovra (la vocazione mediterranea). Sul fronte generale è da ricordare la moratoria ONU sulla pena di morte: un obiettivo che va giustamente oltre lo schieramento di maggioranza e opposizione. All’interno della “casa” le novità sono giunte con esitazione, quasi una timidezza a smuovere le acque. Il ricambio ai vertici della Cooperazione è sì venuto ma solo dopo tentennamenti e ritardi. Altre nomine in posti importanti si sono ispirate piuttosto alla logica delle cordate, che nel frattempo si sono scomposte e ricomposte ma sempre coi soliti nomi, che al cambiamento significativo di persone per adeguarle ai nuovo indirizzi. Il tutto in piena tempesta finanziaria, con i provvedimenti del Tesoro quasi sempre a senso unico: prima tagliare e poi ragionare. Il merito di questa gestione è l’avere frenato, non interrotto, la manovra indiscriminata al risparmio. Siamo comunque rimasti al centro della tenaglia di risorse più scarse e di compiti più gravosi, alcuni dei quali per inseguire le pulsioni del momento come il voto all’estero e la cittadinanza facile e i parlamentari d’oltreoceano. Ai Sindacati Confederali ed alla CGIL in particolare la vulgata ministeriale attribuisce, non si sa se per invidia o per mettere le mani avanti, una simpatia per il “governo amico” che sfiora la contiguità. La contiguità non c’è, e non solo per il doveroso richiamo all’autonomia sindacale. Non c’è perché le relazioni sindacali hanno scritto una pagina non proprio liscia. Oltre un anno e mezzo è trascorso per aprire il tavolo del confronto sul riassetto del Ministero, sono affiorati interventi unilaterali sul trattamento economico di alcuni settori. Il risultato è che il confronto sul riassetto è partito mentre il Governo era alla vigilia della crisi. Le riunioni coi Sindacati non sono uscite da una certa ritualità perché erano convocate tutte, ma proprio tutte, le sigle sindacali, a prescindere se esse hanno numeri da prefisso telefonico o rappresentano la quasi totalità dei dipendenti. La lezione del referendum sul welfare e delle elezioni RSU non è stata registrata per ciò che significava: il rinnovato patto di fiducia fra il vertice sindacale e quella che una volta si chiamava la “base”. Una iniezione di fiducia nella rappresentanza sindacale che una rappresentanza politica avveduta ha interesse a coltivare perché garantisce la governabilità del sistema e insieme la solidarietà. Aspettiamo il nuovo Governo, che venga prima o dopo le elezioni, che sia imperniato sul centrodestra o sul centrosinistra o su grandi intese, con lo spirito di sempre. Fermi sui punti che riteniamo di interesse per la Farnesina, perché essa diventi sempre più solida. Teniamo alte le attese circa il tavolo di negoziato e forte la vigilanza affinché non si perda questa occasione di riassetto. L’importante è fare presto. C’è da preoccuparsi che la situazione di fluidità consenta ad alcuni di vanificare quel poco lavoro finora compiuto e di azzerare le prospettive di miglioramento.

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Di Il Cosmopolita il 07/02/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

07/02/2008

L’Unione Europea alla ricerca di una costituzione materiale

Scoperto il gusto del reclutamento di personalità provenienti dai ranghi della Sinistra per incarichi governativi o istituzionali, il Presidente Sarkozy ha lanciato la candidatura dell’ex Primo Ministro britannico, Blair, alla carica di primo Presidente stabile del Consiglio Europeo. Ci si potrebbe interrogare sulle motivazioni di una indicazione per molti versi prematura: favorire la ratifica del nuovo Trattato nel Regno Unito, lanciare un segnale alla Germania della Merkel con la quale i rapporti sono assai meno calorosi di quanto prospettato nel linguaggio ufficiale (su Unione mediterranea e Governo dell’Euro i contrasti sono piuttosto evidenti), affermare da subito che la nuova figura istituzionale dell’Unione deve essere almeno inizialmente attribuita ad un grande Stato membro. Al di là delle roboanti quanto superficiali esternazioni del “Presidente-star”, la questione dei futuri assetti istituzionali dell’Unione presenta aspetti delicati e complessi. Il futuro Trattato delinea la coesistenza tra una pluralità di ruoli e figure il cui concreto interagire dipenderà anche dalle personalità che si troveranno investite delle relative funzioni. Il Presidente del Consiglio Europeo (nominato per 2 anni e mezzo, rinnovabile per un mandato e sostanzialmente irresponsabile davanti al Parlamento Europeo), il Presidente della Commissione (a capo per 5 anni di un collegio, investito dal Parlamento Europeo), l’Alto Rappresentante dell’Unione per la Politica Estera e di Sicurezza/Vice Presidente Commissione (figura dalla doppia natura, organicamente incardinato nella Commissione ma al contempo Presidente di una formazione consiliare e vertice di una struttura amministrativa interistituzionale, il Servizio Europeo di Azione Esterna), i residui elementi di Presidenza rotativa semestrale (peraltro inseriti in un sistema di Presidenza collegiale lungo l’arco di 18 mesi) compongono un tessuto istituzionale fortemente innovativo il cui effettivo operare dipenderà da evoluzioni materiali ancor più che dalla lettera del Trattato (su molti punti deliberatamente generica). La sortita di Sarkozy è anche sintomatica della volontà francese di dare il colpo d’avvio al dibattito sulla distribuzione delle cariche istituzionali a fine 2008 durante la prossima Presidenza transalpina del Consiglio dell’Unione Europea (nell’ipotesi – invero ottimistica – che il ciclo delle ratifiche sia in via di completamento e quindi imminente l’entrata in vigore del nuovo Trattato). In un’ottica di rafforzamento del processo di integrazione europea, un ticket Blair- Barroso- Solana presenta controindicazioni e squilibri molto marcati. Attribuire la carica simbolica di “volto istituzionale” dell’Unione al rappresentante di un Paese fuori dalla Moneta Unica e da Schengen, personalmente legato al divisivo fiasco iracheno, incapace di avvicinare di un solo centimetro il Regno Unito agli ideali europei costituirebbe un segnale negativo, un omaggio alle più bieche tendenze intergovernative. Il mantenimento alla testa della Commissione di Barroso accentuerebbe il senso di distacco della nuova Unione dalla sua migliore eredità storica. Toccherà probabilmente alla Germania e al Parlamento Europeo condurre la battaglia in favore di candidature più degne (ad esempio quella di Juncker per la Presidenza del Consiglio Europeo). Quanto alle condizioni nelle quali l’Italia (che pure avrebbe autorevoli personalità da mettere in campo segnatamente per il posto di Alto Rappresentante PESC/Vice Presidente Commissione) rischia di arrivare a queste decisive scadenze, ogni commento risulterebbe inevitabilmente amaro e deprimente: si preferisce quindi rinviarlo ad eventuali, successivi approfondimenti.

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 07/02/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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