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Post di marzo

20/03/2008

Politica estera e rilancio della Farnesina

Leggendo la serie degli editoriali – e di molti interventi – apparsi in quest’ultimo periodo su “Il cosmopolita” traspaiono valutazioni differenziate circa il bilancio del governo Prodi – D’Alema in politica estera. Non si tratta della consueta contrapposizione fra chi vede il bicchiere mezzo pieno e coloro che lo considerano mezzo vuoto; le divergenti visioni sembrano invece risalire al diverso peso attribuito, da un lato, alle iniziative in campo internazionale e, dall’altro, alle attese di molti per una coerente azione mirata al necessario rilancio della Farnesina. Sul primo punto non dovrebbero esservi dubbi su quanto realizzato: il rispetto degli impegni in ambito ONU, UE e NATO per le forze di pace, una più coerente azione a Bruxelles in favore della costruzione europea, l’iniziativa per circoscrivere la crisi libanese sono punti sufficienti, da soli, a qualificare come molto positiva l’azione svolta. Non si tratta quindi “soltanto della pena di morte”. Qualche conversazione con politici, diplomatici e giornalisti stranieri che si occupano di questioni comunitarie o mediorientali è utile per comprendere il salto di qualità compiuto dall’aprile 2006. E’ proprio grazie a tali successi che potrebbe essere aggiunto un tassello alla costruzione di una carta dei valori condivisi indispensabile, soprattutto in campo internazionale, a dare nuovo vigore e peso alle nostre posizioni ed iniziative. Un punto del tutto trascurato nei commenti sulle conseguenze della crisi, riguarda in effetti la perdita di alcune posizioni faticosamente conquistate negli organismi internazionali: fra le più rilevanti quella di Presidente di uno dei più importanti Comitati del Fondo Monetario Internazionale che il Ministro Padoa - Schioppa dovrà abbandonare fra qualche settimana. In un Paese meno rissoso e più consapevole del “bene comune” le polemiche politiche, anche le più roventi, non travalicano mai il livello del buon gusto e della decenza. In Italia invece la congerie di invettive che si abbatte sugli avversari è ormai a livello da stadio (mal frequentato); con il logico corollario di rendere sin dall’inizio poco credibile l’ipotesi di candidature ad incarichi internazionali di esponenti (ex) governativi. Diversa è la questione relativa alla posizione “autocongelata” del Vice Presidente e Commissario UE, Frattini. Si tratta purtroppo dell’ennesimo caso in cui esigenze di partito o personali prevalgono su quelle di carattere più generale. Comunque si voglia giudicare la decisione, resta il problema di un’assenza - formalmente solo di alcuni mesi - in un settore strategico qual è quello affidato attualmente all’ex Ministro degli Esteri. Di fatto, per quanto bravo(a) possa essere il(la) sostituto(a), passeranno mesi prima che il nostro Paese possa essere di nuovo efficacemente rappresentato a Bruxelles. Da un “grand commis” quale è Frattini molti si attendevano una scelta a favore dell’interesse comune e non di quello personale. Torniamo però al filo principale del nostro discorso. Se sul fronte dell’azione internazionale il governo Prodi – D’Alema può vantare giudizi globalmente positivi, non altrettanto può dirsi per l’azione che molti speravano potesse essere sviluppata dal Vice Presidente del Consiglio D’Alema sul fronte interno, per riaffermare la centralità dell’azione della Farnesina in politica estera. L’esigenza di cambiamento avvertita al Ministero, ma non solo, è stata sempre più sentita, dopo aver percepito che la riforma del 2000 non avrebbe prodotto gli effetti desiderati: non solo per l’insufficienza delle risorse, umane e finanziarie, disponibili ma anche perché gestita da un vertice interessato principalmente a mantenere e rafforzare le proprie posizioni di potere. Dopo le delusioni accumulate con la gestione ad interim del Presidente Berlusconi (al MAE c’è ancora qualcuno che attende risposte circa i fondi utilizzati per la consulenza della Deloitte – KPGM nella ricerca del “modello ministeriale ideale” per la Farnesina), e quelle successive ad opera dei Ministri Frattini e Fini, le speranze riposte nell’arrivo del Ministro D’Alema erano considerevoli, soprattutto per il suo ben noto interesse verso le tematiche internazionali. Sin dai primi incontri alla Farnesina il Ministro ebbe modo di precisare le linee guida della propria azione: con chiari limiti impostigli dal ruolo di Vice Presidente del Consiglio in tema di risorse addizionali da reperire per potenziare il sempre più ridotto bilancio ministeriale; e con ampia delega all’ “apparato” sul versante dell’organizzazione interna. La discontinuità registrata nella posizione dell’Italia in campo internazionale si è pertanto arrestata allo scalone d’onore che conduce allo studio dell’On. D’Alema. Per i cultori del “bicchiere mezzo vuoto” si tratta di un’occasione perduta; per gli ottimisti del “bicchiere mezzo pieno” non si poteva fare di più. Tutti peraltro concordano sul fatto che la rete diplomatico – consolare è sempre più in affanno, alla ricerca non soltanto di mezzi per sopravvivere ma anche di obiettivi concreti da raggiungere. In un mondo in evoluzione sempre più rapida, il dibattito non può ruotare soltanto intorno alla “centralità” della Farnesina per le attività internazionali. Le posizioni e le competenze si mantengono e si rafforzano con l’efficienza e la capacità di fornire servizi adeguati in tempi rapidi; le nostre rappresentanze diplomatico – consolari, oberate da compiti sempre più ampi cui corrispondono procedure ancora bizantine, sono ben lontane – in media - dal fornire prestazioni di rilievo, sia per quanto riguarda le capacità di analisi che quelle di erogazione di servizi. E’ un peccato che tali questioni non vengano considerate degne di essere affrontate a livello politico, almeno da un Vice Ministro o Sottosegretario con delega specifica; è certamente più piacevole discutere delle questioni “alte” dell’agenda internazionale ma se si vuole realmente incidere sulla sostanza occorre disporre di strumenti adeguati per assicurare che le dichiarazioni di principio siano seguite da decisioni ed iniziative sul terreno. La semplice delega ai vertici ministeriali della gestione della macchina non è una soluzione sufficiente: la mancanza di un adeguato sostegno politico non permette infatti di sviluppare un’efficace azione per il rafforzamento della posizione della Farnesina; vi è inoltre il pericolo che il gruppo dirigente, privo di referenti politici, tenda a privilegiare la salvaguardia delle proprie posizioni personali anziché essere stimolato ad un’efficace azione di rinnovamento.

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Di Il Cosmopolita il 20/03/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/03/2008

Il Cervantes 2007 a Juan Gelman

Il poeta e giornalista argentino Juan Gelman sarà insignito del massimo riconoscimento letterario spagnolo il prossimo 23 aprile, ricevendo l’ambito premio dal re, Juan Carlos di Borbone. Considerato una delle figure chiave della letteratura fra le decadi del ’60 e ’70, Gelman ha permeato la sua opera di militanza politica e della tragedia della sua vita. Attraverso la sua opera poetica, “Violin y otras cuestiones” (1956), “El juego en que andamos” (1959), “Velorio del solo” (1961), “Gotan” (1962), “Colera Buey” (1965), “Los poemas de Sidney West”(1969), “Fabulas” (1971), “Carta Abierta” e “Bajo la lluvia ajena” (1980), “Hacia el Sur” (1982), “Composiciones “e “Eso” (1983-1984), “Pays que fué, serà” (2004), egli afferma di aver reagito alla morte, alla mancanza di memoria che, per anni, ha funestato lo spirito dell’Argentina dimentica che, la mancanza di verità limita gli orizzonti, sia individuali che collettivi. Il poeta argentino, intervistato per telefono da “El Paìs” a seguito della notizia del premio, ha dichiarato di essersi emozionato e commosso per l’apprezzamento del suo lavoro che “più che una vocazione è un vizio”. “La mia prima reazione è stata di sorpresa; perché tutti i candidati pubblicati dai giornali - in lizza per il Cervantes - sono molto famosi e li ammiro”. Il premio Miguel de Cervantes è stato istituito in Spagna nel 1974, viene concesso annualmente dal ministero dell’Istruzione, Cultura e Sport su proposta della Regia Accademia spagnola, delle Accademie delle Lingue dei Paesi di lingua spagnola e su proposta dei vincitori delle precedenti edizioni, a autori il cui contributo sia stato decisivo all’arricchimento del patrimonio culturale ispanico. E il quarto argentino a ricevere il premio, nel 1979 ne fu insignito Jorge Luis Borges, nel 1984 Ernesto Sabato e nel 1990 Adolfo Bioy Casares. Juan Gelman è nato a Buenos Aires nel 1930, perseguitato dalla Tripla A argentina, ha vissuto lunghi anni in esilio durante la dittatura argentina, per rifugiarsi definitivamente in Messico, dove attualmente vive e lavora. Nel 1976 suo figlio Marcelo fu assassinato dai militari e sua nuora Claudia Garcia, incinta di sette mesi fu fatta sparire, dopo aver partorito in Uruguay. Anche il Gelman giornalista, impegnato nelle denunce della violazioni dei diritti umani e dei soprusi, quali il mancato accesso all’istruzione e il massacro dei desaparecidos argentini e latino americani, ha sapientemente coniugato l’amore con il dolore e la morte. Dopo 23 anni di ricerche è riuscito a ritrovare sua nipote Macarena adottata da un commissario di polizia uruguayano. Da pochi mesi, la ragazza ha dato mandato ai suoi avvocati d’istruire una causa penale nei confronti degli ufficiali argentini, rei dell’omicidio di suo padre, anticipando di poco il caso di Maria Eugenia Sampallo Barragàn, in questi giorni alla ribalta della cronaca, che ha denunciato i propri genitori adottivi colpevoli, in questo caso, di sequestro e negazione d’identità. Le nonne di “Plaza de Mayo” esultano, altre due nipoti si aggiungono agli 88 già ritrovati, mancano all’appello ancora 418.

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Di Il Cosmopolita il 20/03/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/03/2008

Israel en su labirinto

El General en su labirinto è il titolo della biografia romanzata che Gabriel Garcia Marquez dedica a Simon Bolivar, el General appunto. Si addice al caso di Israele che dal 1948 – cade ora il sessantesimo anniversario della proclamazione dello Stato - vive stretto nel labirinto dell’ansia nazionale di garantirsi la sicurezza, costi quel che costi, e la volontà dei paesi vicini e non di minare quella sicurezza fino a spingere gli abitanti oltre il mare, in Nuova Zelanda, Zanzibar, Canada. Ovunque ma non sulle sponde del Mediterraneo donde storicamente la nazione ebraica veniva e dove essa aspira a tornare e restare. La vicenda delle bombe su Gaza e dei razzi su Sderot è l’ennesima di una saga purtroppo interminabile di episodi, che non vede vinti né vincitori definitivi, ma solo perdite di vite e di credibilità negoziale. Perché stiamo a questo punto dopo il proclama di Annapolis - era novembre 2007 - della pace entro l’anno, e cioè entro la scadenza del mandato presidenziale di Bush? Perché il proclama aveva insito il contrasto fra parti che trattavano di punti su cui avevano un controllo quanto meno parziale. E’ il caso dell’ANP di Abu Mazen. Dopo la secessione di Gaza, l’ANP controlla a malapena la Cisgiordania. Ma i razzi su Sderot sono lanciati da Gaza, come a Gaza la popolazione indigente sfonda il muro di protezione verso l’Egitto per essere ricacciata indietro appena ha terminato le compere. A Gaza governa Hamas, che la comunità internazionale non riconosce e su cui l’ANP ha un potere tenue per non dire insistente. La risposta di Israele è allora di tipo militare. In un territorio così piccolo e così popoloso, la distinzione fra militanti e gente comune è pressoché impossibile. Se colpisci, cogli nel mucchio. La nomina di Ehud Barak alla Difesa avrebbe dovuto avvertire la controparte che l’approccio alla sicurezza sarebbe cambiato. Barak era il Primo Ministro che negoziò invano a Camp David alla fine della Presidenza Clinton, era il Primo Ministro del ritiro unilaterale dal Libano meridionale, laddove si sarebbero istallate le milizie di Hezbollah per minacciare la parte settentrionale di Israele. Una personalità che si sente gravata da responsabilità forse anche storiche per avere creduto ad un certo momento alle prospettive della pacificazione regionale. La sua determinazione nell’affare Gaza viene probabilmente da questo: dalla sfiducia nella capacità del negoziato ad affrontare sul serio il tema della sicurezza, questa rimanendo affidata alla efficienza di Tsahal. Nota Magdi Allam che la stampa e la diplomazia dedicano una attenzione differenziata alla Turchia e ad Israele. L’azione dell’esercito turco nell’Iraq del nord a caccia di separatisti curdi è una legittima, a volte esagerata, azione antiterroristica che “stranamente” provoca soltanto vittime militari, debitamente contabilizzate. Al contrario l’azione di Israele a Gaza è sproporzionata e la contabilità evidenzia il numero delle vittime civili. Due pesi e due misure. Il fatto è che per l’opinione pubblica vale quanto è portato alla sua attenzione. Le telecamere ignorano il Kurdistan iracheno mentre illuminano perennemente la Terra Santa. Perché è santa. E dunque la reazione delle diplomazie è commisurata al grado di impressione che le immagini provocano nell’opinione pubblica. Da quando funziona la politica estera comune, la PESC, l’esercizio più diffuso a Bruxelles è di “dichiarare” sul Medio Oriente con una gamma vasta di sentimenti: deplorazione, incoraggiamento, condanna, denuncia, invito. Malgrado la ricchezza verbale, l’azione della Unione resta al di qua delle necessità delle parti. Torna di attualità la proposta che fu di alcuni. Come in Kossovo l’Unione è in prima linea a garantire la gracile indipendenza, così in Medio Oriente l’Unione garantisca la sicurezza di Israele. Integrando Israele nei meccanismi PESC e PESD.

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Di Il Cosmopolita il 20/03/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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